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抹 茶 Matcha: BIO o non BIO, questo è il problema


Alcuni lo chiamano ground tea, pare che l’ideogramma che lo rappresenta significhi letteralmente tè terra: 抹 茶.
Lo conosciamo tutti ormai, il tè Matcha. Il cacao verde. L’unico nel vasto panorama dei tè che si sorbisce interamente, perché si presenta in polvere piuttosto che in foglie. È il tè che si mangia.
Ha un aroma e un sapore perfettamente riconoscibili, imparagonabili. Grazie al metodo di coltivazione kabuse è acceso di un verde abbagliante, trattiene in sé il soffio del mare pur con una nota di spiccata dolcezza.
Per approfondirne ogni dettaglio torno a suggerirvi l’articolo di “Là dove fumano le tazze“, unitamente ad un video che ne sintetizza bene la raccolta, la lavorazione e la produzione.

Poco tempo fa mi sono imbattuta casualmente in un articolo redatto da un produttore di Matcha che mi è parso interessante approfondire, soprattutto perché tenta di scardinare una serie di convinzioni comuni in merito al biologico.
Nell’articolo si afferma che, a causa della coltivazione d’ombra, il tè Matcha non possa ottenere dalla luce del sole l’energia necessaria per crescere. Dunque, sempre secondo l’opinione del produttore, si trova a dover trarre questa energia dai fertilizzanti.
I giardini di tè biologici quindi, utilizzando fertilizzanti biologici, sembra non siano adatti a fornire il giusto apporto di amminoacidi alla pianta, non erogando azoto sufficiente. Il Matcha coltivato con metodi biologici risulta così avere un aroma più debole, un sapore più piatto, spesso amaro e tende a non avere il tipico umami.
Il produttore dichiara che i suoi agricoltori hanno scelto di utilizzare fertilizzanti naturali di altissima qualità ma non certificati biologici, uno dei quali è la farina di pesce, ottenuta tramite cottura, pressatura, essiccamento e macinazione di pesci o scarti di pesce , che pare fornisca una quantità equilibrata di tutti gli amminoacidi essenziali.

 

La questione mi ha incuriosita, così ho cercato di comprenderla meglio con il prezioso e consueto aiuto del Dott. Gianluigi Storto, il chimico del tè autore dell’ormai famosissimo libro Il Tè. Verità e bugie, pregi e difetti, Ed. Avverbi.

Riporto di seguito gli stralci salienti del nostro scambio epistolare sull’argomento:

“Tutta la costruzione logica dell’articolo poggia su un marchiano errore: che l’energia per la crescita delle piante non derivi solo dal sole ma anche dai nutrienti del terreno. Questo è un errore blu che qualsiasi studente delle medie che abbia letto il libro di scienze non dovrebbe fare.
L’energia per la crescita delle piante, di tutte le piante, deriva soltanto, esclusivamente, dal sole. Soltanto i raggi di luce solare riescono ad avviare la catena di reazioni fotosintetiche che portano alla rottura del fortissimo legame idrogeno-ossigeno,innescando poi la serie reattiva che porta alla produzione delle sostanze chimiche necessarie al metabolismo della pianta stessa.
Detto questo tuttavia, l’articolo contiene una verità: che cioè la composizione di una pianta dipende dal tipo di terreno, o meglio dal tipo di nutrienti che il terreno sul quale è cresciuta le ha messo a disposizione. Questi nutrienti non servono affatto a dare un po’ di energia in più, ma semplicemente a fornire gli elementi chimici che servono alla costruzione delle molecole necessarie alla crescita della pianta.
I fertilizzanti chimici servono appunto a questo, ad aumentare la disponibilità nel terreno di alcuni elementi chimici, in particolare azoto, fosforo e potassio, senza dei quali la pianta crescerebbe male (e aggiungiamo noi, senza dei quali il sapore delle sue foglie sarebbe inevitabilmente diverso).
Però…se il terreno su cui si coltiva la pianta è vergine, o comunque ricco di nutrienti, la fertilizzazione non è necessaria e la pianta è in grado di costruire tutte le sostanze che le servono (e il sapore delle sue parti, foglie comprese, sarà perfetto). Soltanto se il terreno è ormai sfruttato da secoli, l’uomo deve aggiungere potassio, fosforo e azoto se vuole che le piante crescano bene.
È innegabile che il tipo di terreno e il tipo di sostanze che la pianta ha a disposizione influenzano la quantità di alcune molecole e in definitiva il sapore dell’infuso, motivo per cui non possono esistere due té uguali e alcune piante coltivate in un certo posto (e questo vale per il vino, le arance e qualsiasi pianta) hanno un sapore, un taste differente da altre coltivate da un’altra parte.
Mi sembra però azzardato dire che sempre, in ogni caso, il non uso di fertilizzanti peggiora il sapore di un tè. Se il terreno su cui è stata coltivata la pianta è fertile, ricco naturalmente di azoto, potassio e fosforo, non è necessario aggiungerne di altro. Ma se mancano questi elementi, effettivamente la coltivazione “biologica” potrebbe far mancare alla pianta alcuni nutrienti. Motivo per cui, in generale molti scienziati e modestamente anch’io, hanno molte perplessità su tale stile di coltivazione.
Dipende quindi dal terreno e non da una legge di natura.

La coltivazione d’ombra non è al buio, ma solo sottoposta ad una minore quantità di illuminazione: ci sono piante che vivono benissimo con poca luce, per esempio quelle abituate a vivere nelle foreste, sotto l’ombra perenne degli alberi d’alto fusto. 
Quindi ombra non significa interruzione della fotosintesi. Nell’ombra ci sono sempre abbastanza fotoni per innescare e mantenere la fotosintesi clorofilliana. D’altra parte nell’articolo è detto chiaramente che si parla di una rete che dimezza semplicemente la quantità di luce.
Il punto forse è un altro, che cioè troppa clorofilla, che si sviluppa con la luce e più luce c’é più se ne sviluppa, quando si fa l’infuso del tè dà un sapore alla pianta. Con meno clorofilla, il sapore è inevitabilmente diverso, diciamo più fresco, come è scritto nell’articolo. Nulla di male, è un fatto di gusti e quindi non si discute. Ma la clorofilla ha poco a che fare con le catechine (polifenoli piccoli) che sono presenti nelle foglie, che si sviluppano anche a luce ridotta e che danno il vero sapore al tè.
Il fatto che un té coltivato all’ombra, e quindi con meno clorofilla, abbia un sapore “più fresco” non autorizza nessuno a dire che la pianta del té trae la sua energia dai nutrienti del terreno piuttosto che dalla luce del sole: sono cose differenti ed entrambe indispensabili”.

Al di là di ogni argomentazione, che certo sempre amplifica il piacere della conoscenza, la variabile più interessante rimane quella legata al ruolo che la natura gioca nella creazione del carattere individuale dei nostri tè.
Anche le condizioni atmosferiche, la quantità e la distribuzione temporale delle precipitazioni, la stagionalità, l’altitudine, la temperatura, l’abilità e la creatività profuse nella lavorazione influenzano l’assorbimento di nutrienti, il metabolismo cellulare e quindi il sapore delle parti vegetali. Dunque dovremmo rassegnarci dinanzi all’evidenza che non berremo mai una tazza identica ad un’altra, sebbene si possa trattare delle foglie di una stessa tipologia di tè, di uno stesso raccolto.
La natura avvia la sua minuta opera d’arte che, di volta in volta, sta a noi portare a compimento.


Sei nuovi sentieri

La danza è un’arte antica, sinonimo di grazia, di armonia. È la forma di espressione più calzante al fine di presentarvi le sei nuove eccellenze che entrano a far parte da oggi nella bottega virtuale.
Arrivano dalla Cina e da Taiwan, sono il frutto di raccolti che affondano le radici in tempi antichissimi, la sintesi di condizioni ambientali e geografiche particolarissime. Sono il risultato di lunghe ricerche appassionate, dell’amore per la scoperta, della forza dell’impegno e della fiducia: serbano il fascino della storia e dei doni del tempo.
Come la danza, che permette di esprimere stati d’animo attraverso il corpo, queste foglie si rendono capaci di esprimere un sentire mediante forme, colori, aromi che evocano la dimensione del sogno.

Si tratta di sei sentieri, alcuni dei quali sono situati su monti altissimi, altri su colline scoscese. Percorrendone alcuni si scoprono fragranze di pesca, lavanda, miele e mosto d’uva; attraversandone altri si percepiscono sentori di erba fresca, di orchidea, nocciola e fragoline di bosco.
Sono delle esperienze, dei fremiti. Sei tazze che vi sarà naturale personificare, traducendole in vecchie amicizie che possiedono il dono della saggezza e del conforto.

Un tè verde, un nero, un bianco naturale ed uno profumato e due semi ossidati con differenti percentuali di ossidazione. Il panorama olfattivo e gustativo è molto ampio e in grado di soddisfare ogni palato.
Sono tutte foglie sapientemente lavorate a mano: alcune vengono raccolte appena prima che raggiungano la maturità, altre quando ancora sono dischiuse, tra la veglia e il sonno, altre ancora vengono stipate per più di dieci anni perché conquistino la giusta consapevolezza.
Per alcune ci sono voluti 900 anni di ricerche storiche perché se ne scoprisse la piantagione, per altre è servito coraggio per rilevarne la coltivazione dopo decenni di abbandono e di crescita selvatica. Talune godono di meravigliosi tramonti e in tazza ne liberano la luminosità e il calore.

Ciascuno di essi ha bisogno della stagione ideale, della giusta quantità di luce e della temperatura più adatta per realizzarsi pienamente. Alcuni richiedono una temperatura tra i 7 e i 10°C perché l’arrivo del caldo scurirebbe eccessivamente le foglie e perché il freddo favorisce una produzione di teanina superiore rispetto agli altri tè, conferendo al liquore spiccate proprietà rilassanti. Altri  prediligono giornate di sole alto, utile ad asciugare l’umidità residua sulle gemme. Altri ancora impongono intervalli orari precisi di raccolta che oscillano tra le 13:00 e le 16:00, durante giornate soleggiate ma fredde, perché le foglie conservino il caratteristico profumo intenso.
Uno in particolare sceglie la notte, o per meglio dire sette crepuscoli, per perpetuare la vicinanza con i fiori di gelsomino e impregnarsi così di una gioia incosciente.
Gli equilibri sono labili, delicati, si muovono come ballerine su punte di gesso.



Sono tè dalla personalità totalizzante, sono sensuali, attraenti al primo sguardo. La lanugine dei germogli è avvolgente, il verde delle lance piatte è ficcante.
Vi lascio il piacere di addentrarvi in ciascun sentiero, in solitudine o in compagnia di chi desiderate, e scoprire ogni dettaglio.
Qualora aveste la sensazione di percepire una sinfonia lontana, abbandonatevi a questa danza.

Il terrorismo mediatico: Renata Pisu e “La fine del tè”

Il 20 giugno 2011 è stato pubblicato sul noto quotidiano La Repubblica un articolo redatto dalla giornalista Renata Pisu in merito al tè verde giapponese e a ciò che è accaduto a Fukushima. Devo a Paola Ghirotti l’opportunità di esserne venuta a conoscenza.
È un articolo che ho riletto più volte, che ho stampato, osservato con estrema attenzione e su cui ho riflettuto a lungo. Ne trovate il testo integrale qui.
Prima di condividerlo con voi oggi, ho ritenuto di volerlo condividere con numerose Associazioni che promuovono scambi culturali tra Giappone e Italia (Istituto Giapponese di cultura, Fuji, Sakura, Iroha, Lailac, Aretè, Nipponica, Fondazione Italia-Giappone, Istituto italiano di cultura a Tokyo, Comitato per Ishinomaki), con l’Ambasciata italiana a Tokyo, con l’ente semi-governativo JETRO, con la community italiana Tea Time che si definisce il primo sito italiano dedicato al mondo del tè, con le scuole che organizzano cerimonie del tè giapponese in Italia, con l’Associazione Italiana Cultura del tè, con alcuni blogger italiani che vivono in Giappone, con produttori e distributori giapponesi di tè e con colleghi importatori che gestiscono boutique specializzate nella vendita di tè in foglia in vari luoghi d’Italia.
Ciascuna di queste persone ha investito tempo ed energie in termini sia pratici che emotivi, al fine di promuovere e diffondere la cultura del tè in Italia, ognuno con i propri mezzi; la Sig.ra Pisu ha citato “la perdita di identità e cultura“, ha affermato che le “esportazioni del tè sono ferme“, che “ora non si berrà più tè in Giappone“, che “il tè rischia la messa al bando totale“, che si stanno compiendo “cerimonie dell’addio”. Ebbene le testimonianze di tutti coloro che hanno ritenuto di rispondere alla mia sollecitazione e che per questo ringrazio (le ho raccolte in questo documento in continuo aggiornamento) si sono rivelate preziose al fine di confutare ognuna delle asserzioni della giornalista, che scoprirete prive di ogni fondamento. Vi invito a leggere l’intero documento perché tutte le testimonianze esprimono punti di vista interessanti e degni di nota, possono aiutarvi a comprendere meglio come funzionano alcuni meccanismi che ruotano intorno al mondo del tè (le testimonianze dei produttori giapponesi sono state naturalmente tradotte dall’inglese).
Sono ferita e profondamente irritata da quanto scritto dalla Sig.ra Pisu, ritengo sia stato commesso uno sbaglio grave, grossolano, di imperdonabile superficialità. Se commettessi l’errore di mostrarmi indifferente, rischierei di confondere, spaventare e probabilmente allontanare tutti coloro per la cui fiducia e per il cui interesse ho lavorato fino ad oggi.

Ci sono diverse parole chiave a proposito delle quali desidero esprimere un’opinione, perché ritengo possano essere motivo di confusione, di tendenziosità. Insinuare dubbi, incutere paura, senza per altro citare alcuna fonte direttamente verificabile, trovo sia un atto di rara vigliaccheria, di chiara scorrettezza.
Fare informazione richiede un’assunzione di responsabilità non trascurabile, perché avere la possibilità di arrivare nelle case di centinaia di migliaia di persone significa potenzialmente condizionare i loro pensieri e le loro azioni, che a loro volta potenzialmente influenzano pensieri e azioni di altre persone ancora, fino ad arrivare a caratterizzare il Paese, a definirne il costume, lo spessore, la sensibilità.

Il termine “avvelenata” significa letteralmente “uccisa dal veleno, velenosa”, ossia una sostanza che causa gravissimi danni, perfino la morte (cit. dal Dizionario della lingua italiana). Associarla al tè, per altro all’interno del titolo dell’articolo, trovo sia scorretto, ingiusto. È la prima informazione falsa a cui seguono decine di altre informazioni false, inanellate senza alcun criterio, né cognizione di causa.
Ad oggi non è stato registrato alcun caso in nessuna zona del Giappone che abbia mai certificato gravissimi danni o la morte di persone che abbiano ingerito tè verde dopo l’accaduto dell’11 marzo.
Parole come “crollare“, “psicosi“, “perdita di identità“, “fine“, “addio“, “danno“, “messa al bando” non registrano una notizia, non informano in merito ad un evento, bensì alludono, giudicano, insinuano, sentenziano. Non posso pensare che una professionista della parola non conosca i significati di questi termini; posso solo pensare che abbia scelto di utilizzarli coscientemente. Sulle ragioni per cui lo abbia fatto preferirei sorvolare.
È inesatto affermare che le esportazioni sono ferme, che anche in Europa non si berrà più tè, perché come dimostrano anche le testimonianze di importatori ed esportatori contenute nel documento che ho redatto, il tè continua ad essere commercializzato e bevuto regolarmente, in Giappone e in Italia, dai grossi distributori ai piccoli negozi, dalle case private ai luoghi di aggregazione.
Ci sono naturalmente delle condizioni più rigide a cui il tè è sottoposto rispetto al passato, perché possa arrivare nelle nostre tazze. Prima tra tutte, è necessario che ottenga il nullaosta sanitario dal nostro Ministero della salute e che rispetti il regolamento di esecuzione (UE) N. 351/2011 della Commissione del 23 maggio 2011 (che modifica il regolamento N. 297/2011 datato l’11 aprile) che impone condizioni speciali per l’importazione di alimenti originari del Giappone o da esso provenienti, a seguito dell’incidente alla centrale nucleare di Fukushima [ qui trovate il testo integrale del regolamento].
Per ottenere il nullaosta sanitario, al momento dell’ingresso nel territorio nazionale (nei porti, aeroporti e dogane interne), tutte le partite di merci di interesse sanitario, compresi quindi gli alimenti di origine non animale destinati al consumo umano, provenienti da Paesi extra-europei, devono essere sottoposte ad un controllo igienico-sanitario a cura dell’Ufficio di sanità marittima e aerea (USMAF) competente territorialmente.
Direttamente sulla merce quindi, il personale tecnico dell’USMAF, presa visione della documentazione d’origine che deve necessariamente accompagnare ogni importazione, effettua controlli sanitari (documentali, ispettivi e/o analitici) utili ad evitare che prodotti contaminati, adulterati, tossici o comunque non rispondenti alle normative sanitarie vigenti, possano essere commercializzati in Italia e negli altri Paesi dell’Unione Europea. Al termine di tali controlli, l’USMAF, verificata la non pericolosità della merce, rilascerà il Nulla Osta all’importazione, documento che ne permetterà l’introduzione nel territorio comunitario. E a conferma di quanto scritto, vi allego l‘immagine che mostra la tracciabilità del pacco contenente i tè giapponesi che sto attendendo da Uji (Kyoto) a mezzo di corriere espresso EMS. A differenza delle spedizioni precedenti l’11 marzo, adesso è comparsa la nuova dicitura: “Awaiting presentation to customs commissioner” ( trad. “In attesa di essere presentato al commissario di dogana”).

Sarebbero molte le cose da dire, da specificare, analizzare e spiegare, ma correrei il rischio di diventare prolissa. Mi limito pertanto alle più importanti, a quelle più indispensabili.
Lasciare intendere che il tè in Giappone è prodotto esclusivamente a Shizuoka è inesatto; in Giappone si coltiva e produce tè in molte altre zone, come Saitama, Mie, Kagoshima, Fukuoka e Kyoto (Uji, Kyotanabe).
Affermare che “sul tè si è costruita una cultura” è quantomai riduttivo: il Giappone ha edificato la sua identità culturale anche attraverso l’arte pittorica, la letteratura, la poesia, la tradizione musicale, la tradizione artistica artigianale della ceramica, il teatro, il cibo, il culto dei fiori.
L’asserzione “il tè giapponese è un tè che si vuole migliore di qualsiasi altro tè” rasenta l’assurdità. Mi chiedo chi lo voglia, dove lo voglia, perché. È un’affermazione che non significa nulla. Non esiste un tè migliore in assoluto, i criteri di giudizio per definire un tè sono molteplici, spaziano dalla metodologia di raccolta, alla tipologia di lavorazione, alla modalità di consumo, fino ad arrivare al gusto personale. Ci sono varie eccellenze in fatto di tè anche in Cina, a Taiwan, in India e mi sorprende che la Sig.ra Pisu non abbia avuto occasione di scoprirlo, dato che nel corso della sua carriera ha prestato particolare attenzione all’Asia orientale (ma forse non al tè).

(Immagine tratta dall’album di Morten Rand-Hendriksen)

La cerimonia del tè non serve a “riassumere la concezione estetica del Giappone“, le simbologie ad essa collegate hanno significati molto più profondi di quelli espressi dalla giornalista.
Il Cha no yu vanta una tradizione antichissima, una produzione letteraria a riguardo estremamente corposa, una lunga dinastia di maestri che vi hanno dedicato la vita; la cerimonia del tè è un’arte, intimamente connessa con la spiritualità. I suoi principi fondamentali si esprimono attraverso l’armonia tra le persone e la natura, il rispetto verso le cose e la gratitudine per la loro esistenza, la purezza interiore. Durante la cerimonia del tè giapponese si agisce l’uno per l’altro per raggiungere il solo scopo di creare un istante di perfetta armonia.
La ricerca della semplicità è voluta, l’intera cerimonia è un inno alla frugalità (dal luogo in cui si svolge, ai gesti, agli allestimenti, agli oggetti utilizzati); dunque l’affermazione della giornalista “vasellame raffinato, anche se di fattura apparentemente semplice” risulta inadeguata, spicciola, pressappochista, oltre che indicativa di scarsa conoscenza della materia. La sua visione che ne deriva è di pura forma, come del resto l’intera impostazione dell’articolo.

Concludo lasciandovi qualche spunto utile che potete approfondire anche da soli qualora vogliate.
Marco Casolino, autore del libro “Come sopravvivere alla radioattività“, Ed. Cooper, primo ricercatore presso l’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) e parte del team del RIKEN, ha redatto due articoli estremamente interessanti nel suo blog che vi esorto a leggere con attenzione: questo datato il 26 giugno e questo datato il 30.
Il comunicato stampa del Ministero giapponese della salute edito il 2 giugno 2011 ha emesso una restrizione della distribuzione degli alimenti (con particolare riferimento al tè) prodotti solo nelle prefetture situate nei pressi di Fukushima: Ibaraki, Kanagawa, Chiba, Tochigi. [se desiderate leggere tutti i dettagli, qui trovate il testo integrale del comunicato].
Nel complesso, pare siano stati effettuati finora più di 3.300 controlli in tutto il Giappone orientale (vi invito a leggere questo documento, con particolare attenzione alle pagine 21-25).
Il 12 maggio 2011 sono stati registrati e comunicati dati allarmanti sulle foglie di tè prodotte a Minamiashigara (e nelle vicinanze dove sono situate anche Odowara, Kiyokawa, Yugawara, Aikawa e Manazuru), nella parte occidentale della prefettura di Kanagawa (a 250 km dalla centrale nucleare di Fukushima). Le misurazioni hanno svelato dai 530 ai 780 becquerels/Kg di cesio radioattivo, mentre i limiti di legge sono fissati a 500 bq/Kg. Il governo centrale ha dunque chiesto alla prefettura, alle amministrazioni municipali e alle cooperative locali di agricoltori di bloccare volontariamente la vendita delle foglie di tè e i primi ad aderire alla richiesta sono stati proprio i contadini che lavorano nelle piantagioni del villaggio di Kiyokawa, i quali hanno iniziato anche ad sradicare le piante di tè.
Se desiderate tracciare nuovamente l’intero percorso di quanto accaduto fino ad oggi, potete leggere i vari approfondimenti che questo sito ha dedicato a Fukushima con un nutrito archivio notizie, un live blogging e un contatto Facebook per continuare a tenersi aggiornati.

Il prossimo passo che muoverò sarà quello di inoltrare il contenuto di questo post, unitamente al documento che contiene tutte le testimonianze delle associazioni, dei colleghi e dei principali produttori giapponesi, presso la redazione de La Repubblica, auspicando il diritto di replica.
Qualora non dovessero concedercela, vorrà dire che la Sig.ra Pisu almeno su un aspetto ha ragione, il mondo sta realmente cambiando.

Il racconto di una vibrazione: il Gyokuro Temomi

Sono certa vi sia capitato, almeno una volta, di dare un bacio così intenso da avere la sensazione che il suo sapore rimanga nella bocca per sempre.
L’incontro con questo tè è la sublimazione di questa emozione: accoglierlo sotto il palato significa scegliere di assorbirlo al punto da non poter più comprendere dove inizia e dove finisce, se finisce.

Il Gyokuro Temomi è un tè interamente affidato alle mani, stringe un rapporto di estrema vicinanza con la pelle. Mi piace pensare sia soprattutto per questa ragione che, come nessuno, è capace di trasferire energia, valore.
Temomi (てもみん) significa impastare a mano (rollare, per la precisione); è il termine che indica l’antichissima arte giapponese attraverso cui il tè viene raccolto (shigokitsumi) e poi lavorato, impastato e pressato totalmente a mano.
Attualmente in Giappone la pressatura manuale è quantomai rara; anche per i tè di alto livello si è soliti affidare la lavorazione ad apposite macchine agricole. Il lavoro manuale però assicura che le foglie siano protette dai danni causati da queste macchine e permette di selezionare le foglie, eliminando le parti danneggiate.

La lavorazione Temomi è affidata a poco più di 12 anziani tea master in tutta la nazione, considerati e riconosciuti dal Governo “tesori culturali intangibili”. Attualmente alcuni di loro hanno iniziato a formare pochissimi allievi, per accertarsi che negli anni quest’arte non debba estinguersi.

Una di queste affascinanti figure porta il nome di Toshikazu Yamashita, un uomo di 77 anni nato nel Fujenji, a Kyotanabe (prefettura di Kyoto).
Subito dopo aver conseguito il diploma di scuola media, Yamashita ha iniziato la sua formazione nel settore agricolo all’interno della piantagione di tè di suo padre; a 32 anni ha ricevuto il primo premio nella categoria del tè verde Gyokuro nel concorso nazionale del ministero dell’agricoltura, della pesca e della silvicoltura (MAFF, la più alta autorità in fatto di valutazione di tè in Giappone). Negli anni successivi, fino al recente 2000, ha ricevuto lo stesso premio altre sei volte.
Poco dopo i 36 anni è stato insignito della carica di presidente del comitato nazionale di promozione dell’agricoltura e dopo circa 15 anni ha ricevuto il titolo di maestro artigiano del tè di Kyoto.
Nel 1991 ha mostrato la sua abilità di tea master Temomi all’imperatore e all’imperatrice e nel 1992 ha ricevuto in premio il nastro verde e bianco come riconoscimento al suo eccezionale contributo all’agricoltura giapponese.
Una storia fatta di dedizione dunque, quella di Mr. Yamashita: un’intera vita dedicata al tè.
Il suo Gyokuro possiede diverse qualità che lo rendono speciale rispetto agli altri: il terreno selezionato al giusto grado di composizione e umidità; la cernita e la lavorazione manuale delle foglie; la cura con cui l’intero processo viene seguito e aggiustato a seconda del clima dell’anno e la delicatezza di lasciare abbastanza tempo perché le foglie crescano lentamente. È pressoché impossibile riprodurre la combinazione di questi aspetti nei giardini di tè di larga scala.

Nell’area di Uji (Kyoto) dove questo straordinario Gyokuro Temomi viene prodotto, la percentuale di acqua contenuta nelle foglie è molto alta: soltanto il 15% del peso iniziale rimane dopo che le foglie sono state lavorate. Ciò significa che 3 Kg di foglie richiedono circa 4 ore di pressatura manuale, per poi risultare infine appena 500 g di tè. Alle fasi di lavorazione si aggiunge dunque un ulteriore sfregamento delle foglie tipico solo dell’area di Kyoto, che dura circa 30 minuti (itazuri).

I passi in cui si può dividere l’intero processo della lavorazione Temomi sono essenzialmente 10. È un vero e proprio cerimoniale, richiede molta attenzione nei confronti di ogni dettaglio e si esplica in una gestualità abile e codificata.
Immediatamente dopo la raccolta, le foglie sono trattate con vapore ad alta temperatura e poi istantaneamente raffreddate, al fine di impedire la successiva ossidazione. Il successo di questa operazione influenza enormemente la qualità del tè nei successivi passaggi; nella fattispecie, in merito alle foglie del Gyokuro di Uji (giovani, molto tenere e piccole), oltre a fermare l’ossidazione con la cottura a vapore, Mr. Yamashita preferisce premerle manualmente più a lungo, al fine di mantenere il sapore più naturale e incisivo possibile.
C’è profondo rispetto nei confronti del tè, che in questo momento più che in ogni altro acquisisce una sacralità assoluta e sincera. Il tea master infatti indossa un camice pulito e un copricapo prima di iniziare la lavorazione, con la stessa diligenza con cui si presenzia ad un incontro importante.
Il tavolo su cui il tè si lavora si chiama jotan, è rivestito con carta washi ed è riscaldato nella parte sottostante da un fuoco di carbone di legna che mantiene la temperatura costante intorno ai 40°C.
Durante la fase cha-kiri (o tsuyu-kiri) le foglie si sollevano e si lasciano ricadere velocemente per iniziare a far evaporare l’umidità; poco dopo, la fase yoko-makuri (o kaiten-momi) prevede la rollatura che dura circa 2 ore e che attraverso una leggera pressione estrae l’amarezza dalle foglie.

Nella fase del tama-toki si sbrogliano le foglie e immediatamente dopo, quando l’umidità è già ridotta alla metà, durante la fase del naka-age si tolgono le foglie dal tavolo e le si mette a raffreddare.
A questo punto le foglie tornano a riversarsi sul tavolo per essere ordinate: si dividono in due parti, facendo in modo che tutte puntino nella stessa direzione (cha-zoroe o naka-momi). Si ricomincia a premerle con delicatezza usando alternativamente le mani, per far sì che la fragranza si sprigioni: il profumo rimane impresso sui palmi.
L’ultima parte del processo, detta ita zuri o kamachi, prevede altri 60 minuti di pressione manuale, in seguito alla quale si crea un angolo con l’ausilio di un piccolo ripiano di legno e si rollano le foglie lasciandole scivolare su e giù da esso. Questo serve a fare in modo che profumino e mettano in evidenza il loro meraviglioso colore. Intanto, di passo in passo, si fanno dritte e appuntite.
Infine, si spargono sul tavolo fino a formare uno strato sottile e si lasciano asciugare ancora un po’, rigirandole spesso.
Dopo circa 4 ore il tè è pronto. Un lasso di tempo interminabile, speso in religioso silenzio. Può diventare straordinario o imbevibile: tutto dipende esclusivamente dall’abilità di colui che lo lavora, da quanto egli è capace di estrarre il meglio da quelle foglie. E ogni volta il prodotto finale non sarà mai perfettamente uguale al precedente e al successivo, perché il tocco dell’artista si rinnova, varia sensibilmente da tocco a tocco.

In accordo con l’estrema cura riservatagli durante la lavorazione, il Temomi si conserva in un sacchetto di carta washi inserito a sua volta in una giara, coperto da altre foglie di tè. In questo modo si preserva da ogni altro odore e si assicura una freschezza ineguagliabile.

Riuscire ad arrivare a questo tè e poterlo aggiungere al catalogo della bottega virtuale è per me un onore, un’emozione. Diventa senza dubbio il fiore all’occhiello dell’intera selezione. In Italia, ad oggi, lo stesso privilegio non è toccato a nessun’altra boutique di tè.
Con orgoglio e profondo entusiasmo lo condivido con voi, con la gioia di poterlo portare fin nelle vostre tazze. Certa di riuscire a regalarvi una storia, un sussulto, una vibrazione.


Horchata al tè verde

Horchata (o orxata) è il nome che viene attribuito ad una bevanda tradizionale a base di mandorle, orzo, riso, o chufa. Il nome ha origine a Valencia, orxata deriva molto probabilmente da ordiata (= fatta da ordi, orzo). Il francese e l’inglese orgeat, l’italiano orzata e l’olandese orgeade hanno la stessa origine, sebbene alcuni ingredienti siano diversi da Paese a Paese.
Viene servita ghiacciata ed è considerata un ottimo refrigerio durante la stagione calda; insieme al Tamarindo e Giamaica sono i tre sapori tipici della bevanda messicana Agua Frescas.

Quella che vi propongo è una versione rivisitata che, oltre alle mandorle, sperimenta l’aggiunta del tè verde e dello yogurt.
È un’idea innovativa ed energetica per le prossime colazioni estive, per la merenda di adulti e bambini, per un brunch o un dessert insolito per una cena in terrazza. Potete accompagnarla con un assaggio di cioccolato fondente, o qualche quadratino di ricotta fresca spolverizzata con cannella, o dello zenzero candito.

Ingredienti (per due persone):

• 1 tazza di tè verde freddo (potete utilizzare quello che preferite, personalmente vi consiglio questo, questo o questo che presto tornerà disponibile)
• 1 vasetto di yogurt bianco
• 1 bicchiere di succo di frutta alla pera freddo
• 1 pera Abate media fredda, pelata e tagliata a tocchetti
• 1 banana matura fredda, sbucciata e tagliata a tocchetti
• 3 cucchiai di mandorle pelate
• 5 cubetti di ghiaccio

Mettete tutti gli ingredienti in un mixer e aggiungete i cubetti di ghiaccio per ultimi. Frullate per circa 3 minuti a velocità media, o comunque finché il ghiaccio non si sarà frantumato completamente.
Versate nei bicchieri e servite immediatamente.


Il colore pallido e delicato dell’horchata mi ha portato alla mente alcuni versi di Pablo Neruda che vi lascio assaporare, tra un sorso e la pausa di un pensiero.

Ode al chiarore
(…)
Oh giorno pieno,
il mio corpo è una coppa
in cui la luce e l’aria
cadono come cascate.
(…)
Io sono il giorno,
sono la luce.
(…)
Devo andare
con il vento e l’acqua,
aprire le finestre,
abbattere porte,
rompere muri,
illuminare angoli.
Oggi devo
portare a termine il mio compito
di luce:
andare e venire per le strade,
le case e gli uomini
sconfiggendo l’oscurità.
Io devo farmi in mille
finché tutto sia giorno,
finché tutto sia chiarore.


Un’ombra con il tetto rotto

“La vera poesia sfugge a tutte le logiche pragmatiche, ai condizionamenti, ai moralismi di qualsiasi provenienza. Nel suo nocciolo primo e ineffabile essa è come la vita dell’universo: qualcosa che fluisce trasformandosi senza tregua, alternando in sé la luce e l’ombra, il bene e il male, la vita e la morte, la notte e il giorno. Non possiamo, perciò, chiederle di essere “questo” o “quello”: non possiamo imprigionarla nelle nostre piccole categorie mentali o nei nostri limitati punti di vista. Dobbiamo solo abbandonarci al suo movimento, fluire con lei, lasciarci bagnare dalla sua freschezza e intridere dai suoi aromi sottili come quelli di un tè, lasciarci scottare e rinfrancare dai suoi fuochi, lasciarci spostare dai suoi soffi delicati e potenti. Mentre ci risucchia nel suo gorgo di bellezza e di pena, di forza e dolcezza, la poesia trasforma la nostra anima, le ridà ali liberandola dalla sua pesantezza, senza che noi ce ne accorgiamo”.

Questo stralcio rubato alla bellissima intervista che Paolo Lagazzi mi ha gentilmente concesso più di un anno fa, mi offre lo spunto per comunicarvi che domani 21 Marzo si celebra la Giornata Mondiale della Poesia, istituita nel 1999 dall’UNESCO.
La data segna l’inizio della primavera che, come anche Alda Merini ci ha insegnato, è la stagione che più di ogni altra solletica gli istinti poetici più reconditi e pungola il desiderio di destarsi da ogni torpore, da ogni assenza o distanza.
È una manifestazione che unisce e rinsalda la memoria di un veicolo di espressione che sta alla base di tutte le forme della creatività artistica e diventa luogo privilegiato di incontri tra energie.
In molte città italiane si terranno letture, performance poetiche e musicali, carovane di versi itineranti, mostre e dibattiti. I Parchi Letterari proporranno percorsi sensoriali nei luoghi che hanno ispirato i più grandi poeti italiani: il Parco D’Annunzio ad Anversa degli Abruzzi, il Parco Quasimodo a Modica (Rg), il Parco Pasolini alle porte di Roma, il Parco Campanella a Cosenza.

Anch’io, a mio modo, desidero dare un contributo a questo evento attraverso il mio vettore privilegiato di emozioni. Perché una tazza di tè, come la poesia, genera un significato attraverso gli aromi che la compongono.
La forma delle foglie narra una serie infinita di storie; il colore del liquore, la sua intensità, la persistenza, sollecitano immagini, suggeriscono che il mondo non si esaurisce solo nel visibile.
Come la poesia, anche il rito della tazza calda diventa arte di esprimere, di stimolare, di scegliere. Perché la poesia è un “canto di emergenza” come dice Paul Celan e il rito del tè si fa canto di intimità. La poesia è “un’ombra con il tetto rotto, ma nei buchi ci sono le stelle“, come scrive Pablo Neruda e l’atto di sorbire il tè squarcia il tetto della mente.
Le parole di un componimento poetico sono cristalline, vibranti, vegetali, fruttate, come i sentori di un tè. E spesso si possono bere, possono liberare. Sono antichissime e recentissime, come le gestualità dei riti del tè che si rinnovano e commemorano simbologie magiche.

Il mio contributo dunque viene dal Giappone, si chiama Sencha (Extra Premium) Wazuka. Si dispiega in ampie distese di velluto verde, in una zona situata nel distretto di Sōraku, nei pressi di Uji, Kyoto. Lo trovate nella bottega virtuale.
Wazuka è stato per tradizione il luogo di coltivazione del tè giapponese dal 13° secolo. Durante il periodo Kamakura (1185-1333), Jishin-shounin, il più noto sacerdote del tempio Kaijuusen, ricevette alcuni semi della pianta del tè e ritenne che Wazuka fosse il luogo più adatto per piantarli e coltivarli. Così è iniziata la storia del tè a Wazuka.
Durante il periodo Edo (1603-1867), questo luogo divenne il territorio della Famiglia Imperiale e il tè coltivato lì si offriva a palazzo.
L’aroma, il sapore e la forma delle foglie del Sencha Wazuka sono considerati i migliori in Giappone nel vasto panorama dei Sencha. Si tratta di un aroma speciale, frutto della commistione di piccoli fiumi che mantengono il terreno perfettamente umido e splendide colline avvolte spesso dalla foschia, da una sottile nebbia che protegge le foglie dalla luce diretta del sole. Grazie alla combinazione naturale di queste condizioni, si riesce a garantire una crescita lenta e un clima fresco che promettono un aroma straordinariamente dolce e persistente.
È un tè rarissimo, al momento non rintracciabile in Italia: la difficile reperibilità accresce il suo valore.
Raccolte a mano (pratica di solito riservata raramente ai Sencha) solo una volta l’anno, in aprile, le foglie di questo tè subiscono una brevissima cottura a vapore della durata di 30 – 40 secondi, grazie alla quale la freschezza è preservata e la condizione originaria rimane pressoché invariata. Il colore del liquore risulta abbagliante.


Questa la mia poesia: l’armonia della natura, l’equilibrio perfetto tra condizioni, forme e colori che procurano un’emozione.

I bambini soffrono di diarrea?

Per combattere un episodio di diarrea infantile basta un semplice presidio casalingo: il tè verde.
Avendo proprietà astringenti e solo un terzo del contenuto di caffeina rispetto al tè nero, possiede anche un’azione antibatterica, soprattutto contro le salmonelle.
Al bisogno si prepara un infuso con un cucchiaino di tè verde per una tazza d’acqua calda. Si lascia riposare per 5 minuti e si somministra a piccoli sorsi.
Trattandosi di bambini e avendo il tè verde un sapore tendenzialmente amaro, l’aggiunta di miele o di zucchero integrale è quasi d’obbligo.

 

Dr. Francesco Perugini Billi