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L’agricoltura biodinamica: il Darjeeling Makaibari di Mr Banerjee

Vera scienza ci sarà solo quando si controlleranno le forze che operano. Non si potranno mai capire le piante, gli animali o i parassiti presi ognuno per sé.
Dobbiamo considerare tutto l’universo per spiegare il mondo vivente delle piante. Non possiamo solo guardare le piante, gli animali e gli uomini. La vita proviene da tutto l’universo, non solo da quello che la terra ci offre. La natura è tutt’uno e le forze fluiscono da tutte le parti.
Se noi ritroveremo la strada verso il macrocosmo, capiremo di nuovo la natura e altro ancora“.

(Rudolf Steiner, 24.06.1924)

Questo il pensiero che riassume il concetto cardine della filosofia biodinamica.

Chi ha posto le basi è Rudolf Steiner, un signore austriaco nato nel 1861 che è stato filosofo, pedagogista, esoterista, fondatore dell’antroposofia (e della relativa medicina antroposofica) e della euritmia, interessato anche alla sociologia, antropologia, musicologia e all’agricoltura. L’eredità di conoscenze innovative che ha lasciato hanno prodotto nel mondo una vastissima serie di iniziative in vari campi delle attività umane (qui trovate la sua bibliografia).
Un uomo dalla formazione culturale ampia e completa, dall’intelligenza vivace, peculiarità che lo hanno reso particolarmente sensibile alla richiesta di aiuto di alcuni agricoltori tedeschi, i quali nel 1924 lo invitarono a cercare una risposta ai problemi derivanti dall’agricoltura chimica convenzionale. Si cominciava ad assistere ai primi scempi: gli animali nutriti con i fieni concimati con prodotti chimici perdevano fertilità, i terreni diventavano via via più poveri e di conseguenza  la qualità degli alimenti degenerava. Steiner rispose con una lunga serie di conferenze intitolate “Impulsi scientifico-spirituali per il progresso dell’agricoltura” (attualmente raccolte in questo libro), in cui emersero nuovi punti di vista attraverso cui guardare i fenomeni della Natura.
Fu introdotta una concezione olistica dell’azienda agricola, ossia una concezione interdisciplinare, globale; si iniziò a pensare ad un’azienda in relazione con l’ambiente circostante, con la terra intera e poi con il cosmo dei pianeti e costellazioni.  Si trattava di non operare più solo sulla base di pensieri di causa-effetto, ma di prestare attenzione a tutti quei sistemi di relazioni viventi individuati nell’osservazione non solo materiale, di esaltare le potenzialità delle creature viventi per dare energia al terreno.

L’agricoltura biodinamica diventa dunque un metodo di coltura che prevede sistemi sostenibili per la produzione, in particolare di cibo, nel rispetto dell’ecosistema terreste, includendo il concetto di agricoltura biologica e considerando il suolo e la vita che si sviluppa su di esso come un unico sistema.
La metodologia biodinamica considera ogni sostanza come unione di materia e forza vitale; per migliorare la qualità del terreno, aumentandone la quantità di humus, e quindi per migliorare la qualità del raccolto, si sceglie di utilizzare sostanze di origine naturale, “da spruzzo” o “da cumulo” (quest’ultima è detta anche compostaggio).
Ciascun preparato viene adoperato in piccole quantità e mescolato secondo un certo metodo per un certo tempo. L’irrigazione del terreno asseconda un vero rituale, caratterizzato da movimenti circolari e tempi definiti.
Viene riconosciuta notevole importanza alla posizione degli astri: Lilly Kolisko pare abbia evidenziato l’esistenza di relazioni fra l’esito delle coltivazioni e la posizione della luna e di altri pianeti al momento dell’operazione colturale svolta.

L’associazione più grande al mondo che si occupa di certificare le aziende che decidono di produrre seguendo la filosofia biodinamica® è Demeter, marchio che risale al 1930 e svolge un’attenta azione di controllo sulla produzione, la trasformazione e la commercializzazione dei prodotti biodinamici, seguendo ogni fase della filiera fino al rilascio della certificazione e all’etichettatura, difendendo così il marchio da eventuali abusi.
In Italia chi si occupa della diffusione del metodo biodinamico è l’Associazione per l’agricoltura biodinamica, che ha sede a Milano ma è strutturata con sezioni regionali.

Trasposta nel mondo del tè, la filosofia dell’agricoltura biodinamica è l’essenza dei giardini di Makaibari, nel Darjeeling, in India.
Il pioniere porta il nome di Swaraj Kumar Banerjee, rappresentante e proprietario della quarta generazione delle piantagioni di tè del Makaibari Tea Estates (istituito nel 1859 e situato nell’Himalaya orientale) e già convinto fautore della produzione biologica in India da molti anni.
Figlio di un Maharaja e per questo spesso appellato con il suffisso Rajah, dopo aver completato gli studi universitari in Inghilterra, tornando alla gestione familiare del Tea Estates, fu molto sorpreso di vedere che il tè Darjeeling fosse affidato a personale esterno che era solito utilizzare fertilizzanti chimici. Così dal 1970 iniziò ad adottare il metodo agricolo “Mahatma Gandhi” secondo cui non era concesso alcun uso di fertilizzanti chimici. Successivamente, seguendo i principi di Rudolf Steiner, nel 1972 sperimentò per la prima volta nel mondo la coltivazione del tè sulla base della filosofia dell’agricoltura biodinamica.
Banerjee era mosso dal desiderio di coltivare il tè in totale e piena armonia con la natura e mirava al concetto di terra auto sostenibile: come fertilizzanti e antiparassitari prediligeva, e ancora predilige, elementi naturali quali sterco di vacca e foglie secche.

In accordo con questo spirito, dal 2005 il Rajah ha stabilito di poter accogliere il flusso costante dei visitatori a Makaibari presso 21 famiglie che hanno aderito al programma “Home stay“, aprendo le loro case agli ospiti per 25 $ al giorno (pasti inclusi a base di prodotti locali biologici).
Questa scelta è stata dettata dal fatto che soggiornare in famiglia significa armonizzare con le persone e stare a pochi passi dalle piantagioni significa avere l’opportunità di armonizzare con la natura. Inoltre, si ha la possibilità di godere dell’impagabile piacere di una tazza di tè raccolto il giorno prima. [qualora foste interessati a maggiori informazioni in merito a questi soggiorni potete mandare una email qui]
Mr Banerjee è molto conosciuto in India, come anche in Europa, negli Stati Uniti e in Giappone e le sue piantagioni sono sinonimo di assoluta qualità per gli appassionati conoscitori dei tè Darjeeling (qui trovate il racconto di una blogger che è andata ad incontrarlo e qui un’interessante raccolta fotografica ambientata nel Darjeeling che lo vede protagonista in varie attività quotidiane, tra cui quella di tasting).
È stato il primo a produrre e commercializzare tè Darjeeling verdi, semi ossidati e bianchi, il primo a riconoscere alle donne ruoli di supervisione in una tradizione culturale maschilista e il primo nell’industria del tè ad aver acquisito nel 1993 il certificato biodinamico da Demeter in Inghilterra. Gli sono stati riconosciuti molti premi internazionali e dal 2004 ha preso parte proprio con questo tè ad un progetto unico al mondo condiviso e gemellato con l’anziano tea master giapponese Mr. Yamashita (del quale vi ho raccontato qui), presso cui si è recato in visita più volte per apprendere l’arte della lavorazione manuale delle foglie.



Oggi arriva dunque nella selezione della bottega virtuale, direttamente dal luogo di produzione, il secondo raccolto 2010 (ossia fine maggio/giugno) biodinamico del tè nero Darjeeling Makaibari.
Ha una personalità eclettica, molto vicina a quella di colui che lo produce: è sigillato in bustine salva aroma da 50 gr ciascuna, custodito in un originale sacchetto cucito a mano con stoffa tipicamente indiana, accompagnato da un’etichetta che attesta la certificazione biologica e biodinamica e che mostra il riconosciuto marchio Makaibari.
Le foglie sono bellissime, intere, virano dal verde scuro fino al nero e tratteggiano le tinte sfumate caratteristiche di una foresta ombreggiata. Il tè, ossia le foglie asciutte, sprigionano un aroma spiccatamente muschiato, pur trattenendo delle note di agrumi e di fichi secchi lievemente speziate. Il liquore è di ambra luminosa, succoso, maturo, dolce e il sapore di moscatello tipico dei Darjeeling di ottima qualità è inequivocabile.
È una tazza di valore, che sintetizza l’arte dell’incontro, la collaborazione, l’autenticità. Che è parte di un tutto anch’essa, che riflette la totalità e la cui bellezza sta nella diversità.