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Afternoon tea Award

Ho accolto con piacere l’invito a partecipare a questa iniziativa, perché chi l’ha organizzata è una persona gioviale, dall’entusiasmo contagioso e la cui creatività sono lieta di promuovere.
Naturalmente l’argomento mi è familiare, sebbene non sia granché appassionata del tea time britannico.
Sentendomi più vicina allo spirito orientale e considerando il tè una consuetudine quotidiana che appartiene ad ogni momento della giornata, ho cercato di interpretare la proposta di Twostella raccontando semplicemente un tè del pomeriggio, immaginandolo in un angolo appartato della mia casa e consumato con le poche amiche più care.
La colonna sonora è quella di “Time for tea“, una deliziosa raccolta di brani anni ’50 dedicati al tè, adatti a rendere l’atmosfera leggera e piacevolmente frivola.
Offrirei uno dei tè che preferisco, un verde naturale giapponese, il Gyokuro Uji, ma non sono certa incontri il gusto delle mie ospiti. Così preparo altre due teiere per un tè nero naturale Darjeeling Selimbong e un tè bianco cinese aromatizzato al melograno e lampone. Trovo che tutti costituiscano un ottimo connubio con i dolci a cui ho pensato: crepes con confettura di castagne al cacao, dolcetti allo zenzero e mandorle, un assaggio di scaglie di cioccolato fondente aromatizzato alla maggiorana, una ciotola di lamponi freschi bagnati con acqua di fiori d’arancio e delle frittelline di riso al miele di cui vi lascio la ricetta.

Ingredienti:
• 100 g di riso
• 1/2 litro di latte
• mezza stecca di cannella
• 50 g di farina
• un cucchiaino raso di lievito in polvere
• la scorza di mezzo limone grattugiata
• un vasetto di miele
• 3 uova
• olio di semi per la frittura
• un pizzico di sale
• 100 g di uvetta
• 40 g di zucchero

Mettete in ammollo l’uvetta in acqua tiepida (o in una tazza del tè nero che preferite).
Portate ad ebollizione il latte e la cannella in una casseruola. Unite il sale, il riso e fate cuocere quest’ultimo mescolando continuamente, finché il latte sarà assorbito.
Aggiungete, lontano dal fuoco, lo zucchero, la farina, l’uvetta ben asciugata, il lievito, la scorza del limone e i tuorli; mescolate bene e lasciate raffreddare il riso.
Successivamente amalgamatevi gli albumi montati a neve ben soda.
Fate scaldare l’olio nella padella e mettetevi a cucchiaiate il composto di riso. Fate cuocere, poche per volta, le frittelline, fino a quando saranno dorate e croccanti.
Scolatele su carta assorbente per eliminare l’unto in eccesso, accomodatele su un piatto da portata e servitele tiepide, versando il miele al momento di gustarle.  

Quanto all’argomento di conversazione, mi piacerebbe proporre la lettura di una poesia di A. Machado intitolata “Sogno infantile“: per scivolare insieme sui ricordi adolescenti e tornare a fantasticare di fate, baci, feste e profumi.
 

Una chiara notte
di festa e di luna,
notte dei sogni miei,
notte di allegria
(…)
la più giovane fata
mi portò in braccio
all’allegra festa
che ardeva in piazza.
Sotto il crepitio
delle luminarie,
amore tesseva
matasse di danze.
E in quella notte
di festa e di luna,
notte dei sogni miei,
notte di allegria,
la fata più giovane
mi dava un bacio
in fronte.
Tutti i roseti
davano profumi,
tutti gli amori
offriva l’amore.
 

*Qui trovate gli altri menu di chi ha partecipato all’iniziativa.

Il tè di Ninetta

Attilio Bertolucci è uno dei più grandi poeti italiani del Novecento. Un uomo discreto, silenzioso, che ha sempre vissuto nella verità della poesia. Uno dei pochi per cui nutro un’ammirazione sincera, che si è appartato non dalla vita ma dalla storia, “che della vita è solo l’ombra distorta”.

Paolo Lagazzi, scrittore e critico letterario, in questo bellissimo libro narra l’incontro con il  poeta e il viaggio che ha condotto per ventiquattro estati alla scoperta di Bertolucci uomo. È stato accolto nella sua casa diventando suo amico fraterno e grazie al suo racconto oggi possiamo leggere le poesie di Attilio con il privilegio della conoscenza dovuta a questa magica frequentazione.

Mai avrei pensato di trovare in queste pagine il profumo del tè; scoprire che Bertolucci e sua moglie Ninetta hanno condiviso la mia stessa passione attraverso la celebrazione di un rito intimo e quotidiano, è una coincidenza che ho accolto con sorpresa e commozione. 

(Foto tratta dal libro)

Un’autentica maturità intima si coniugava in lei con la più rara delicatezza, con un senso innato e profondo della discrezione. Spesso sapeva rendersi invisibile, ma nel suo improvviso riapparire c’era sempre il senso “musicale” di un andare e venire a tempo, senza alcuna impazienza o forzatura.
Lui si abbandonava con gratitudine e voluttà alla sottile ragnatela protettiva che lei sapeva allestire attorno ai loro spazi quotidiani.
Tra i riti di casa Bertolucci, uno che Ninetta officiava con uno stile tutto suo, era il rito del tè. Sapeva preparare un ottimo tè scuro, forte e un po’ amaro, lievemente odoroso di tabacco; una bevanda schietta e corroborante, che era come un’emanazione diretta del suo temperamento, della sua capacità di accogliere gli altri e di confortarli.
 
Tratto da La casa del poeta – Ventiquattro estati a Casarola con Attilio Bertolucci, di Paolo Lagazzi, Ed. Garzanti

Il setaccio

Non l’hai mai visto usato ma lo stesso senti
passare e cadere il materiale caricato sulla rete,
zolle e germogli in un piccolo mucchio,
la pila che aumenta a pioggia sotto il vaglio.
Cosa sarà meglio, quello che resta o quello che passa?
Oppure è la scelta stessa a creare il valore?
A gambe aperte, mano abile, si cominci un mimo
per setacciare il senso delle cose dall’immaginato.
(…)
 

Seamus Heaney – tratta dal libro La lanterna di biancospino


Il tè del sorriso

Si riversano sulla strada come cascate di piccoli ruscelli. Freschi, luminosi, di una bellezza essenziale.
Li ritrovo ogni giorno sul percorso di casa: l’aria si impregna di estate e puntualmente esplode una gioia incosciente.
Hanno forma di stella i gelsomini, racchiudono il mistero che palpita nelle piccole cose.
Il vento passa, ne ruba il profumo e si dirige verso le anziane sedute sui balconi, a sorprenderle.

Se ne coglie tutta la delicatezza in una tazza, e il liquore chiaro stordisce.
I gelsomini incontrano le foglie del tè e realizzano il miracolo dell’incanto. Il piacere si espande e il profumo diventa aroma, diventa sapore.
È il tè del sorriso, ne provoca uno ad ogni sorso.

Bianco, verde o nero, quello al gelsomino è uno dei tè profumati più antichi in assoluto. In Cina lo si beve da moltissimi anni (茉莉花茶) in ogni momento della giornata.
Si ottiene grazie ad una particolare lavorazione: le foglie del tè vengono accatastate per qualche ora accanto ai fiori di gelsomino appena raccolti, in modo che il tè assorba più possibile la fragranza dei petali. Si tende a ripetere l’operazione più volte a seconda del livello qualitativo che si desidera ottenere, arrivando fino ad un massimo di sette ripetizioni.
Completato il processo, i fiori possono essere allontanati dalle foglie del tè oppure mescolati con esse in minima parte. Contrariamente al pensiero comune, la presenza dei petali non è indice di qualità.
Raggiungere il corretto equilibrio tra fiori e tè non è semplice, anche in questa armonia risiede il fascino. Se l’aroma del fiore è troppo forte e dominante, il liquore assume un sapore amaro; generalmente, la giusta proporzione è costituita dal 70% di tè e 30% di fiori.

Non esiste il connubio migliore, le sensazioni si distinguono a seconda della base del tè utilizzato: il gelsomino riserva ad ogni tipo di foglia una caratteristica diversa.
È bene gustarlo puro, non troppo caldo, e qualora fosse tè verde o tè bianco, osservando tempi di infusione molto bassi. A sfiorarlo appena.

La notte, patria della pace e del silenzio, è la migliore alleata di una tazza di tè al gelsomino. Una brezza tiepida diffonde il profumo e gli occhi si chiudono sul ricordo.

Il gelsomino notturno   

E s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso a’ miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.
Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l’ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.
Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l’erba sopra le fosse.
Un’ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l’aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.
Per tutta la notte s’esala
l’odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s’è spento…
È l’alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l’urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.

(G. Pascoli)

Gelsomini

Ode al suo aroma

L’aroma del nostro nettare ambrato evoca molteplici immagini e sensazioni. I profumi conducono in spazi infiniti.

Mia dolce, di che profumi,
di quale frutto,
di quale stella, di quale foglia?

Vicino
alla tua piccola orecchia
o sulla tua fronte
mi chino,
inchiodo
il naso tra i capelli
e il sorriso
cercando, conoscendo
l’origine del tuo aroma:
è dolce, ma non è fiore,
non è la pugnalata
del garofano penetrante
o impetuoso aroma
di violenti gelsomini,
è qualcosa, è terra,
è aria,
legna o mele,
odore della luce sulla pelle,
aroma
della foglia dell’albero della vita
con polvere di strada
e freschezza di ombra mattutina
nelle radici,
odore di pietra e fiume,
ma più simile a una pesca,
al tiepido pulsare segreto
del sangue,
odore
di casa pulita
e di cascata,
fragranza di colomba
e chioma,
aroma della mia mano
che ha percorso la luna
del tuo corpo,
le stelle
della tua pelle stellata,
l’oro,
il grano,
il pane del tuo contatto,
e lì,
nella longitudine
della tua luce folle,
nella tua circonferenza di giara,
nella coppa,
negli occhi dei tuoi seni,
tra le tue grandi palpebre,
e la tua bocca di schiuma,
in tutto lasciò,
lasciò la mia mano
odore d’inchiostro e selva,
sangue e frutti perduti,
fragranza
di pianeti dimenticati,
lì
il mio stesso corpo
immerso
nella freschezza del tuo amore, amata,
come in una sorgente
o nel suono
di un campanile,
lassù
tra l’odore del cielo
e il volo degli ultimi uccelli,
amore,
odore,
parola
della tua pelle, della lingua
della notte nella tua notte,
del giorno nel tuo sguardo.

Dal tuo cuore
sale il tuo aroma,
come dalla terra
la luce fino alla cima del ciliegio:
nella tua pelle io trattengo
il tuo battito
e aspiro
l’onda di luce che sale,
la frutta immersa
nella sua fragranza,
la notte che respiri,
il sangue che percorre
la tua bellezza
fino ad arrivare al bacio
che mi aspetta
sulla tua bocca.

(P. Neruda)

Tè di San Valentino

Al di là di ogni pregiudizio e opinione, quello che rimane del giorno di San Valentino è forse la possibilità di rendere omaggio all’amore nella sua accezione più ampia.
Può diventare l’occasione per regalare alle persone a cui vogliamo bene un ulteriore gesto di cura che si rinnova ogni giorno. E chi ha creato appositamente questa miscela esclusiva ha pensato a questo.

Per condividere il piacere di una tazza profumata: tè verde con petali di girasole, osmantus, rosa, con l’aggiunta di farfalle di zucchero. Un tè allegro, dall’aroma fresco e delicato, piacevole al palato e agli occhi. Un modo per concedersi un abbraccio caldo, una possibilità di conforto.

E per tutti coloro che considerano l’amore un valore, una manciata di versi da dedicare e dedicarsi.

Valore

Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola,
la mosca.
Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle.
Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario,
la stanchezza di chi non si è risparmiato,
due vecchi che si amano.
Considero valore quello che domani non varrà più niente
e quello che oggi vale ancora poco.
Considero valore tutte le ferite.
Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe,
tacere in tempo, accorrere a un grido,
chiedere permesso prima di sedersi,
provare gratitudine senza ricordare di che.
Considero valore sapere in una stanza dov’è il nord,
qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato.
Considero valore il viaggio del vagabondo,
la clausura della monaca,
la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.

Considero valore l’uso del verbo amare.

(Erri De Luca)

Pancake alle mele con salsa di tè al caramello

In attesa di un nuovo trasloco, un’idea dolce e sfiziosa per accompagnare i pomeriggi freddi e piovosi.
Sotto la tazza vi lascio una poesia.

Ingredienti:
• 90 g di latte
• 75 g di farina autolievitante
• 25 g di farina di mais
• 25 g di farina di farro
• 1 cucchiaio di burro + 20 g
• 10 g di zucchero
• 2 mele
• 1 uovo

Per il caramello
• 100 g di zucchero
• 50 g di panna fresca
• 15 g di burro
• ½ tazza di tè nero molto concentrato aromatizzato al caramello

Miscelate le farine con lo zucchero, impastatele con l’uovo e i 20 g di burro fuso.
Aggiungete il latte ottenendo una pastella densa priva di grumi.
Versatela a cucchiaiate sul fondo ben caldo di una padella antiaderente, in modo da ricavare 12 frittelle dalla consistenza morbida, larghe circa 8 cm e alte 1 cm.
Detorsolate e sbucciate le mele e tagliatele ricavando da ciascuna 6 anelli che farete imbiondire in 1 cucchiaio di burro 2 minuti per parte.
A questo punto create i pancake a 3 strati, mantenendo per base una frittella.
Per la salsa al caramello, sciogliete sul fuoco lo zucchero nel burro e quando è color nocciola unite la panna e il tè.
Mescolate lentamente, versatelo sui pancake e servite.

Dolce sempre
(…)
Voglio versi di tela e piuma
che pesino appena, versi tiepidi
dell’intimità dei letti
dove la gente ha amato e sognato.
Voglio poesie macchiate
dalle mani e dal quotidiano.
Versi di pasta sfoglia che spandano
latte e zucchero nella bocca,
l’aria e l’acqua si bevono,
l’amore si morde e si bacia,
voglio sonetti commestibili,
poesie di miele e farina.
(…)
Qualcuno si è sporcato le mani
impastando tanta dolcezza.
Con noi o senza di noi
la dolcezza continuerà a esistere,
ed è infinitamente viva,
eternamente rediviva,
perché in piena bocca dell’uomo
per cantare o per mangiare
abita la dolcezza.
 
(P. Neruda)