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Ode al presente

Questo
presente
liscio
come una tavola,
fresco,
quest’ora,
questo giorno
terso
come una coppa nuova
– del passato
non c’è una sola
ragnatela –
tocchiamo
con le dita
il presente,
ne scolpiamo
il profilo,
ne guidiamo
il germe,
è vivente,
vivo,
non ha nulla
dell’ieri irrimediabile,
del passato perduto,
è nostra
creatura,
sta crescendo
in questo
momento, sta trasportando
sabbia, sta mangiando
nelle nostre mani,
prendilo,
non lasciarlo scivolare,
che non sfumi in sogni
o in parole,
afferralo,
trattienilo
e dagli ordini
finché non ti obbedisca,
fanne strada,
campana,
macchina,
bacio, libro,
carezza,
taglia la sua deliziosa
fragranza di legname
e con essa
fatti una sedia,
intrecciane
lo schienale,
provala,
o anche
una scala!

Sì,
una scala,
sali
nel presente.
gradino
dopo gradino,
fermi
i piedi sopra il legno
del presente,
verso l’alto,
non molto in alto,
soltanto
fin dove tu possa
riparare
le grondaie
del tetto,
non molto in alto,
non andartene in cielo,
raggiungi
le mele,
non le nuvole,
quelle
lasciale
andare per il cielo, andare
verso il passato.
Tu
sei
il tuo presente,
la tua mela:
prendila
dal tuo albero,
innalzala
nella tua
mano,
brilla
come una stella,
toccala,
addentala e incamminati
fischiettando per strada.

(P. Neruda)

 

Due punti

In effetti, ogni poesia

In effetti ogni poesia
potrebbe intitolarsi “Attimo”.
Basta una frase
al presente,
al passato o perfino al futuro:
basta che qualsiasi cosa
portata dalle parole
stormisca, risplenda,
voli nell’aria, guizzi nell’acqua,
o anche conservi
un’apparente immutabilità,
ma con mutevole ombra;
basta che si parli
di qualcuno accanto a qualcuno
o di qualcuno accanto a qualcosa,
(…)
di altri sillabari
sfogliati nel vento;
basta che a portata di sguardo
l’autore metta montagne provvisorie
e valli caduche;
che in tal caso
accenni al cielo
solo in apparenza eterno e stabile;
che appaia sotto la mano che scrive
almeno un’unica cosa
chiamata altrui;
che nero su bianco,
o almeno per supposizione
per una ragione importante o futile,
vengano messi punti interrogativi,
e in risposta –
i due punti:

(Wislawa Szymborska)

Di questa poetessa ammiro la capacità di sorprendere con un approccio inconsueto alle cose.
I suoi versi non sono mai definitori, non chiudono, al contrario aprono spazi ulteriori. La sua poesia non mette punti, ma “due punti“, di fronte ai quali si apre sempre un sentiero da percorrere, da riempire.

I fiori sulla mia terrazza mi sono sembrati  particolarmente rappresentativi di questo significato (il loro legame con il sole me li rende cari, preziosi).

La natura, più di ogni altra cosa, mette i due punti: dinanzi alla sua meraviglia non possiamo esimerci dall’aprire spazi ulteriori di riflessione.





Seduti vicino al fuoco

La pioggia batteva sui vetri
veniva la sera
tu eri la mia fidanzata
e io ti tenevo stretta
seduto vicino al fuoco.
La fiamma pian piano
ci addormentava,
accendeva il tuo viso bruno
che diveniva debole brace.
Fuori v’erano alberi fermi e soavi
nella luce del cielo che schiariva.
Uscimmo e camminammo in silenzio
fra siepi lucide e gocciolanti
alla cui ombra stavano
garofani di campo bianchi e rosa
bagnati dalla pioggia recente.
(“La fidanzata” – Attilio Bertolucci)

Ho scelto un’immagine semplice per presentarvi lo Speciale riservato a San Valentino. La pioggia, la sera, il fuoco, il sonno, il cielo, il silenzio, i garofani: ciascuno di questi elementi contribuisce a disegnare il ritratto di un’intimità elementare quanto dirompente.
Quella di Bertolucci è una poesia immediata, onesta, come immediati e onesti sono i sentimenti che voglio augurarvi di vivere. Seduti vicino al fuoco è il modo in cui voglio immaginarvi, stretti a ciò che amate: non fa differenza che sia il vostro compagno, vostro figlio, il libro che vi ha trascinati nella speranza di un sogno, il ricordo di un sapore o un odore che un tempo vi ha rese persone felici.


Seduti vicino al fuoco vi immagino sorseggiare una tazza di tè, scartare un regalo, piluccare dolci, deliziarvi con colori e fragranze avvolgenti.
A questo ambiscono le confezioni che ho scelto e creato per voi quest’anno: si muovono tra tulle e rasi, sfiorano accenni di saponi profumati, si dondolano tra confetti, caramelle e cioccolato. Due le costanti: il rosso, perché il fuoco stesso è rosso, perché rosso è il colore della conquista, del desiderio in espansione; e il cuore, perché è lì che voglio arrivare a toccare.


Tra le simbologie scelte, quella dei fiori di ciliegio (protagonisti di un set, di una carta regalo e di un biglietto d’auguri), la cui fioritura in Giappone rappresenta la rinascita, il rinnovamento e la forza vitale, si associa a quella delle rose rosse, sinonimo di bellezza, di voluttà.
La simbologia dei confetti si intreccia con il significato che era loro attribuito anticamente (ve ne avevo raccontato qualche tempo fa): durante la “petresciata” nel periodo di Carnevale si era soliti, nei paesi della provincia di Bari, lanciare nelle case di spose e fidanzate confetti colorati, come augurio di fecondità. Si chiamavano coccole.


La simbologia della casa invece, rappresentata da un originale infusore, fornisce lo spunto per un sogno, un progetto di vita, un invito a continuare a credere, a costruire. In più, è il luogo dove nascono e si alimentano le suggestioni emozionali.


Alla casa è legata anche l’idea regalo più innovativa dello Speciale San Valentino e della storia della bottega virtuale.
In virtù di un sentimento forte come l’amore, ho deciso di mettere a vostra disposizione la mia competenza e il mio tempo per fare una sorpresa alla persona che amate, per regalare un’esperienza unica. È il mio modo di ringraziarvi per la vostra presenza e il vostro affetto, venendo ad incontrarvi, facendo qualcosa appositamente per voi, sperando di ricambiare almeno in parte le emozioni che le vostre email sanno darmi.
L’intento è quello di allestire, nel giorno 14, un’intima sala da tè proprio in un angolo di casa vostra: perché esista solo per qualche frammento di tempo, solo per voi. Per officiare il vostro rito in piena calma e tranquillità, circondati da ciò che vi appartiene.
Sarà mia premura occuparmi di ogni accessorio utile alla preparazione e avrò il piacere di omaggiarvi le tazze e la parte restante dei due tè che verrò a servirvi. Porterò con me le note di Chopin, alcune candele, un cuore di cioccolato artigianale su cui sono incise le figure di Romeo e Giulietta in prossimità del noto balcone e un prezioso libro che vi lascerò in dono: “Poesie d’amore del ‘900“, curato da Paola Decina Lombardi, all’interno del quale ritroverete la poesia di P. Reverdy “Sempre l’amore” a cui si ispira il nome della miscela di Insieme a Tè di San Valentino.

Tutto è pronto. Vi rimane solo da dirmi a che ora preferite che vi raggiunga.
Spero di trovarvi seduti vicino al fuoco.


Confidare

Da troppo tempo non vi lascio una poesia. Ho il desiderio oggi di regalarvi una suggestione.

Confidare

Ho tanta fede in te. Mi sembra
che saprei aspettare la tua voce
in silenzio, per secoli di oscurità.

Tu sai tutti i segreti,
come il sole:
potresti far fiorire
i gerani e la zagara selvaggia
sul fondo delle cave di pietra,
delle prigioni leggendarie.

Ho tanta fede in te. Son quieta
come l’arabo avvolto
nel barracano bianco,
che ascolta Dio maturargli
l’orzo intorno alla casa.

(Antonia Pozzi)


Un’ombra con il tetto rotto

“La vera poesia sfugge a tutte le logiche pragmatiche, ai condizionamenti, ai moralismi di qualsiasi provenienza. Nel suo nocciolo primo e ineffabile essa è come la vita dell’universo: qualcosa che fluisce trasformandosi senza tregua, alternando in sé la luce e l’ombra, il bene e il male, la vita e la morte, la notte e il giorno. Non possiamo, perciò, chiederle di essere “questo” o “quello”: non possiamo imprigionarla nelle nostre piccole categorie mentali o nei nostri limitati punti di vista. Dobbiamo solo abbandonarci al suo movimento, fluire con lei, lasciarci bagnare dalla sua freschezza e intridere dai suoi aromi sottili come quelli di un tè, lasciarci scottare e rinfrancare dai suoi fuochi, lasciarci spostare dai suoi soffi delicati e potenti. Mentre ci risucchia nel suo gorgo di bellezza e di pena, di forza e dolcezza, la poesia trasforma la nostra anima, le ridà ali liberandola dalla sua pesantezza, senza che noi ce ne accorgiamo”.

Questo stralcio rubato alla bellissima intervista che Paolo Lagazzi mi ha gentilmente concesso più di un anno fa, mi offre lo spunto per comunicarvi che domani 21 Marzo si celebra la Giornata Mondiale della Poesia, istituita nel 1999 dall’UNESCO.
La data segna l’inizio della primavera che, come anche Alda Merini ci ha insegnato, è la stagione che più di ogni altra solletica gli istinti poetici più reconditi e pungola il desiderio di destarsi da ogni torpore, da ogni assenza o distanza.
È una manifestazione che unisce e rinsalda la memoria di un veicolo di espressione che sta alla base di tutte le forme della creatività artistica e diventa luogo privilegiato di incontri tra energie.
In molte città italiane si terranno letture, performance poetiche e musicali, carovane di versi itineranti, mostre e dibattiti. I Parchi Letterari proporranno percorsi sensoriali nei luoghi che hanno ispirato i più grandi poeti italiani: il Parco D’Annunzio ad Anversa degli Abruzzi, il Parco Quasimodo a Modica (Rg), il Parco Pasolini alle porte di Roma, il Parco Campanella a Cosenza.

Anch’io, a mio modo, desidero dare un contributo a questo evento attraverso il mio vettore privilegiato di emozioni. Perché una tazza di tè, come la poesia, genera un significato attraverso gli aromi che la compongono.
La forma delle foglie narra una serie infinita di storie; il colore del liquore, la sua intensità, la persistenza, sollecitano immagini, suggeriscono che il mondo non si esaurisce solo nel visibile.
Come la poesia, anche il rito della tazza calda diventa arte di esprimere, di stimolare, di scegliere. Perché la poesia è un “canto di emergenza” come dice Paul Celan e il rito del tè si fa canto di intimità. La poesia è “un’ombra con il tetto rotto, ma nei buchi ci sono le stelle“, come scrive Pablo Neruda e l’atto di sorbire il tè squarcia il tetto della mente.
Le parole di un componimento poetico sono cristalline, vibranti, vegetali, fruttate, come i sentori di un tè. E spesso si possono bere, possono liberare. Sono antichissime e recentissime, come le gestualità dei riti del tè che si rinnovano e commemorano simbologie magiche.

Il mio contributo dunque viene dal Giappone, si chiama Sencha (Extra Premium) Wazuka. Si dispiega in ampie distese di velluto verde, in una zona situata nel distretto di Sōraku, nei pressi di Uji, Kyoto. Lo trovate nella bottega virtuale.
Wazuka è stato per tradizione il luogo di coltivazione del tè giapponese dal 13° secolo. Durante il periodo Kamakura (1185-1333), Jishin-shounin, il più noto sacerdote del tempio Kaijuusen, ricevette alcuni semi della pianta del tè e ritenne che Wazuka fosse il luogo più adatto per piantarli e coltivarli. Così è iniziata la storia del tè a Wazuka.
Durante il periodo Edo (1603-1867), questo luogo divenne il territorio della Famiglia Imperiale e il tè coltivato lì si offriva a palazzo.
L’aroma, il sapore e la forma delle foglie del Sencha Wazuka sono considerati i migliori in Giappone nel vasto panorama dei Sencha. Si tratta di un aroma speciale, frutto della commistione di piccoli fiumi che mantengono il terreno perfettamente umido e splendide colline avvolte spesso dalla foschia, da una sottile nebbia che protegge le foglie dalla luce diretta del sole. Grazie alla combinazione naturale di queste condizioni, si riesce a garantire una crescita lenta e un clima fresco che promettono un aroma straordinariamente dolce e persistente.
È un tè rarissimo, al momento non rintracciabile in Italia: la difficile reperibilità accresce il suo valore.
Raccolte a mano (pratica di solito riservata raramente ai Sencha) solo una volta l’anno, in aprile, le foglie di questo tè subiscono una brevissima cottura a vapore della durata di 30 – 40 secondi, grazie alla quale la freschezza è preservata e la condizione originaria rimane pressoché invariata. Il colore del liquore risulta abbagliante.


Questa la mia poesia: l’armonia della natura, l’equilibrio perfetto tra condizioni, forme e colori che procurano un’emozione.

Volute di fumo e di pensieri: degustando tè e parole

Questo è il titolo che ho dato all’evento che si terrà domani a Canosa di Puglia (BA) presso l’Hotel del Centro: la F.I.D.A.P.A mi ha chiesto di organizzare un incontro-degustazione per sperimentare il primo approccio con il tè in foglia.
Ho accettato l’invito molto volentieri e ho proposto alla gentile presidentessa di trasformare l’incontro in un percorso non solo olfattivo e gustativo, ma anche emotivo. Le varie tipologie di tè saranno dunque accompagnate dalla lettura di poesie e stralci di narrativa che per qualche ragione si legano, esaltano o arricchiscono le sfumature di gusto delle foglie.
Ho selezionato questi testi proprio dal blog, perché in questi quattro anni ne ho raccolti diversi nella categoria Volute di fumo e di pensieri. Mi piace approfittare di questa occasione per poterveli riproporre, dedicandoli soprattutto a chi in passato non ha avuto modo di leggerli.

Il gelsomino notturno, di G. Pascoli [accompagnerà la tazza di Jasmine Pearl]
Ode al suo aroma, di P. Neruda [accompagnerà il Genmaicha Hanafubuki]
Portatemi il tramonto in una tazza, di E. Dickinson [accompagnerà Brezza di seta]
Il tè di Ninetta, di P. Lagazzi [sosterrà ancora la tazza di Brezza di seta]
Il setaccio, di S. Heaney [affiancherà il Giardino della nonna]
Sogno infantile, di A. Machado [esalterà la tazza del Tè di Natale]

Hotel_del_Centro

Hotel del Centro - Canosa di Puglia (BA)



*Tengo a ringraziare di cuore tre cari lettori/clienti che hanno scritto di me qui, qui e qui.

Paolo Lagazzi: tè, poesia e meditazione

Lo avevo menzionato qui, citando uno stralcio del suo libro “La casa del poeta” attinente al tè di Attilio Bertolucci.
Oggi ho l’onore e il piacere di ospitarlo personalmente: gli sono molto grata per aver accolto l’invito con rara gentilezza e disponibilità. Sono emozionata, è un privilegio per me aver stabilito un contatto diretto con lui. Le sue vicende personali, i suoi interessi e la sua professione si intrecciano con molte delle mie passioni: il tè, la scrittura, la lettura, la poesia e la cultura giapponese. Per questo, e anche per molto altro, questa intervista si è rivelata una delle esperienze più belle e significative della mia storia di donna e di blogger.

Paolo L., così usava chiamarlo il suo amico e maestro Bertolucci, è un uomo che non si può circoscrivere in una serie di definizioni. Contraddistinto da una raffinata umiltà, laureato in lettere moderne, è stato prestigiatore, cantautore, chitarrista, scrittore e critico letterario.
Ha scritto 7 saggi, 1 libro intervista, 2 libri di fiabe e ha curato 19 testi delle più note case editrici.
Dal 1986 fino alla sua chiusura, ha curato l’inserto quindicinale “Il Nuovo Raccoglitore” di cultura della Gazzetta di Parma a cui hanno contribuito famosi scrittori e critici del Novecento.
Ha collaborato a diversi quotidiani come Il Giornale, La Voce, l’Unità e Avvenire; a molte riviste letterarie e di cultura italiane tra le quali Nuovi argomenti, Paragone, La nuova rivista europea, Poesia, Diario, Stazione di posta, Nuova Corrente, oltre ad alcune straniere, come l’americana YIP (Yale Italian Poetry), la francese Cahiers du CERCIC, le giapponesi Shigaku e Kai no hi.
Fa parte attualmente delle giurie di due tra i più importanti premi di poesia esistenti in Italia: il Premio Internazionale di Poesia Attilio Bertolucci e il Premio Internazionale Mario Luzi.

1) Il desiderio di intervistarla è nato dal racconto del rito del tè che ha descritto nel libro “La casa del poeta. Ventiquattro estati a Casarola con Attilio Bertolucci”. Cosa ricorda di quelle tazze condivise?
Erano davvero le tazze dell’amicizia, della confidenza, dell’affetto, e di molto altro a cui non sono mai riuscito a trovare un nome. Ninetta, la moglie di Attilio, era australiana dal lato materno, e forse proprio questa origine spiega, almeno in parte, la sua propensione al tè. Fatto sta che a Casarola, nella dimora appenninica in cui i due coniugi soggiornavano tutte le estati dopo aver lasciato Roma, lei preparava ogni pomeriggio il tè non solo per Attilio e per sé, ma anche per gli eventuali ospiti di passaggio.
Sebbene nel mio libro io abbia parlato di “cerimonia” del tè per sottolineare il carattere rituale, ripetitivo, di questa abitudine dei Bertolucci, si trattava in realtà di un tè offerto in modo molto semplice, famigliare, spontaneo. Ricordo bene il gusto di quella bevanda, quasi stessi sorbendola in questo momento (i sapori e gli odori, come ci insegna Proust, sono i legami più tenaci, nella nostra coscienza e nel profondo del nostro inconscio, tra il presente e il passato): era un tè scuro, forte, vagamente odoroso di tabacco o di legno. Mi piaceva berlo senza zucchero, assaporando quel suo bouquet asciutto, così congeniale allo “stile” insieme fine e rustico della casa appenninica dei Bertolucci e al timbro pacato, caldo e schietto della loro vita. Bevendolo lentamente, a piccoli sorsi, e intanto chiacchierando con Attilio e Ninetta, avrei potuto ripetere dentro di me un famoso, bellissimo verso del poeta: “Qui siamo giunti dove volevamo”.

2) A chi appartiene il merito della sua prima educazione al tè?
È stato mio padre a porre in me il seme karmico del mio apprezzamento per il tè. Era un uomo davvero particolare, per certi versi di un’originalità un po’ sconcertante, ma soprattutto ricco di umanità, di tenerezza e di un autentico senso dello humour. Faceva il medico, ma amava tutto ciò che è bizzarro e fantastico, dai burattini al circo, dai giocolieri ai fachiri: è stato lui ad avviare me e mio fratello gemello Corrado all’hobby dei giochi di prestigio.
Quando era stanco, alla sera, dopo una giornata di lavoro, il babbo scriveva a volte dei raccontini di un umorismo candido e surreale, un po’ tra Campanile e Zavattini, sui suoi ricettari medici, e il giorno dopo ce li leggeva. Non so da cosa gli venisse la passione per il tè: comunque non l’ho mai visto in tutta la vita bere altro che tè al mattino, e ricordo una poesiola da lui composta un po’ sullo stile delle filastrocche del “Corrierino dei piccoli”: “Nulla al mondo no non c’è, / di più buon di te, o tè!”.
Devo aggiungere però che la mamma, per quanto fosse anche lei piuttosto speciale (aveva studiato da soprano), non aveva invece nessuna simpatia per il tè (la sua bevanda preferita era il caffè): il tè non era proprio nelle sue corde, e se lo preparava a me e a mio fratello prima che andassimo a scuola, nei gelidi inverni di Parma, era solo per compiacere la passione del babbo. Non sapeva calcolare né il calore dell’acqua né i tempi d’infusione della miscela; alla fine, più che una bevanda corroborante, ciò che ci propinava era una specie di assurda lava fusa. Per poterne ingerire almeno un po’ eravamo costretti ad allungarla con l’acqua in bicchieroni enormi, e ingollavamo in fretta quella mistura, già sull’uscio di casa, quasi ustionandoci. Solo molti anni dopo avrei cominciato  a scoprire il “vero” tè.

3) Leggendo i suoi libri, si direbbe che abbia scelto di concentrare l’attenzione intorno a certi autori, alcuni dei quali sono Silvio D’Arzo, Attilio Bertolucci e Kikuo Takano. Quali criteri l’hanno condotta a questa selezione?
La sola, autentica ragione pur cui ho scritto su autori tanto diversi tra loro, come quelli da lei ricordati, o su altri quali Joseph Conrad, Bernard Malamud, Bruno Barilli e Pietro Citati, è che mi sono innamorato della loro opera.Non credo nella critica che si produce per motivi ideologici o polemici: quasi tutto, nella nostra epoca, è marchiato, deformato dall’ideologia o da una vis polemica che a un certo punto diventa vera e propria battaglia, esercizio dell’intolleranza e della violenza, guerra non solo sul piano delle idee ma su quello dei fatti. Per me, invece, la critica letteraria dovrebbe aiutarci a riscoprire l’incanto, il mistero, il miracolo doloroso e gioioso del mondo, tutto quell’insieme di sensi visibili e invisibili che è custodito nei grandi libri. Il mio modo di scrivere saggi, dunque, è “amoroso” senza essere sentimentale: io leggo certi autori che mi hanno, per ragioni diverse, colpito, e cerco con le mie parole di restituirne le vibrazioni profonde, le tessiture segrete di senso, le aperture d’anima, le immagini originali e illuminanti.

4) Qualche tempo fa lei ha affermato: “Se alla poesia non chiediamo niente, essa ci dà tutto”. Cosa intende esattamente?
Nei momenti storici dominati dalle ideologie più faziose e intolleranti, fondate sulla ricerca a ogni costo del “consenso”, i linguaggi delle varie arti – letteratura, pittura, scultura, musica, teatro, cinema – sono stati (e continuano, in qualche caso, a essere) piegati alle esigenze della propaganda, alle parole d’ordine di un moralismo ipocrita, asservito agli obiettivi del Potere. Ma la vera poesia sfugge a tutte le logiche utilitarie e pragmatiche, ai condizionamenti della politica e dell’economia, ai moralismi di qualsiasi provenienza. Nel suo nocciolo primo e ineffabile essa è come la vita dell’universo: qualcosa che fluisce trasformandosi senza tregua, alternando in sé la luce e l’ombra, il bene e il male, la vita e la morte, la notte e il giorno. Non possiamo, perciò, chiederle di essere “questo” o “quello”: non possiamo imprigionarla nelle nostre piccole categorie mentali o nei nostri limitati punti di vista. Dobbiamo solo abbandonarci al suo movimento, fluire con lei, lasciarci bagnare dalla sua freschezza e intridere dai suoi aromi sottili come quelli di un tè, lasciarci scottare e rinfrancare dai suoi fuochi, lasciarci spostare dai suoi soffi delicati e potenti. Mentre ci risucchia nel suo gorgo di bellezza e di pena, di forza e dolcezza, la poesia trasforma la nostra anima, le ridà ali liberandola dalla sua pesantezza, senza che noi ce ne accorgiamo.

5) Cosa, secondo lei, rende un poeta più noto rispetto ad un altro?
Non credo sia possibile rispondere in modo semplice, una volta per tutte, a questa domanda. Nel Novecento ci sono stati poeti che, per quanto profondamente originali e capaci di dire cose decisive per gli uomini del loro tempo, hanno faticato non poco ad affermarsi: è il caso, per esempio, di Saba, di Penna e dello stesso Bertolucci. Questo perché poeti simili si sono mossi “controcorrente” rispetto alle tendenze prevalenti, di matrice simbolista e orfica, della poesia novecentesca.
Nei nostri anni regna una grande confusione, anche per il fatto che sono moltissimi quelli che scrivono versi e quasi infinite le modalità stilistiche, le linee di poetica, le idee e le forme in campo; è assai difficile, dunque, prevedere se, come e quando un poeta potrà raggiungere un’ampia cerchia di lettori, benché di solito abbiano molte più probabilità di essere letti gli autori i cui versi sono pubblicati da case editrici importanti, indipendentemente dal loro reale valore.

6) Le piace Pablo Neruda?
Neruda è certamente un grande poeta, di cui amo soprattutto le Odi elementari e alcune liriche d’amore. Mi piace la sua capacità di coniugare un intenso, struggente lirismo con una vastità di sguardo sulla vita che, nei momenti migliori, ricorda Whitman. Spesso le sue poesie hanno risonanze incantatorie, come mantra recitati da uno sciamano dell’India o litanie snocciolate da un capotribù apache. Queste risonanze sono state ben colte da Skármeta quando parla della reazione primaria dei lettori di Neruda: “la sensazione di essere ebbri di un liquore sibillino, ipnotizzati dalla monotonia da serpente a sonagli con cui strascica la voce”. Da queste cadenze incantatorie escono a getto continuo immagini folgoranti, impennate rivelatrici. Bisogna anche ricordare, tuttavia, che Neruda ha scritto moltissimo, probabilmente troppo; è inevitabile, dunque, che la sua voce non si regga sempre alla stessa altezza. In lui, come in tutti gli autori fluviali e incontenibili, ci sono anche momenti fiacchi o retorici. Ciò nulla toglie, comunque, alla grandezza di fondo della sua opera.

7) Come è approdato alla lirica giapponese e al conseguente interesse per gli haiku?
Sono arrivato alla poesia giapponese grazie alla meditazione Zen da me scoperta esattamente trent’anni fa, nel 1978. Lo Zen è una via sapienziale che si nutre radicalmente di bellezza: una via percorribile non solo attraverso la meditazione seduta (lo zazen), ma anche dedicandosi a diverse pratiche artistiche e letterarie, dalla composizione di fiori (il famoso ikebana) alla calligrafia (lo shodo), dall’arte dei giardini al rito del tè alla poesia. Molti maestri Zen sono stati notevoli poeti, e tutti i più grandi autori del periodo “classico” della poesia giapponese, da Bashō a Ryokan, hanno composto liriche (nella forma in tre versi dello haiku o in quella di cinque del tanka) in cui risuonano continui, limpidissimi e incantevoli tratti della spiritualità Zen. Anche in Italia parecchi autori, soprattutto negli ultimi vent’anni, hanno tentato di scrivere haiku, ma pochissimi, io credo, hanno saputo sfiorare l’autentico spirito Zen di quella forma metrica.

8) Nel corso della pratica Zen, qual è stato il suo rapporto con il tè di quella tradizione?
Durante quelle pratiche intensive di meditazione (le sesshin) che si prolungano per diversi giorni, il tè è la bevanda che accompagna i momenti di pausa tra una meditazione e l’altra: i pasti, gli incontri col maestro. Ma, oltre a questa specie di tè “di base”, c’è nella tradizione Zen un tè ritualizzato in modo del tutto speciale: su questo tè, la cui lunga preparazione è una vera e propria arte, ha scritto un libro bellissimo, fondamentale per avvicinarsi allo Zen, Okakura Kakuzo. Nel mio cammino attraverso lo Zen non ho solo bevuto – tante, tante volte – l’umile e prezioso tè quotidiano delle sesshin, ma ho anche ripetutamente assistito alla cerimonia del tè (cha-no-yu) praticata da maestri di quella straordinaria, raffinatissima disciplina. Quella cerimonia – un po’ come tutta la ritualità che scandisce i momenti di vita in un monastero Zen – è un’autentica forma di poesia del gesto: un insieme di gesti e di segni che sono pura poesia, inno alla leggerezza, profumo dell’impalpabile, forza di ciò che non si può né afferrare né trattenere, e che pure richiede la più profonda, sincera concentrazione.

9) Nel 1994 ha scritto “La saggezza dei maestri Zen nell’opera di Sengai” edito da Guanda e ne ha conosciuto uno dei più grandi, Taisen Deshimaru: quale dei suoi insegnamenti le è rimasto più impresso?
Ho avuto la fortuna di conoscere Taisen Deshimaru Roshi, e di  praticare la meditazione Zen sotto la sua guida, in due sesshin in Francia, nel 1978 e nel 1980. Per quanto il succo dell’insegnamento di quest’uomo sia rimasto racchiuso nei suoi libri, è impossibile restituire l’impatto, lo stile, la forza viva del suo messaggio a chi non l’abbia conosciuto di persona, poiché egli, secondo l’autentico spirito Zen, insegnava senza tregua e in presa diretta: insegnava, ancora prima che con le parole, con l’atteggiarsi del corpo e del volto, con l’inarcarsi dei sopraccigli o il movimento di una mano, con l’ironia o la ferocia dello sguardo, con un sorriso o un lungo silenzio. Tutto, al fuoco del “suo” Zen, diventava teatro: uno spettacolo, un tessuto d’invenzioni che ad ogni attimo poteva schiudere un segreto essenziale. Uno tra i rimpianti della mia vita è di aver conosciuto poco questo straordinario maestro, questo personaggio insieme istrionesco e regale, elegante e ruvido, spiritoso e severo: questo artista del quotidiano, i cui gesti irradiavano, nella loro imprevedibilità, un continuo alone simbolico. Ma, dopo la morte repentina di Deshimaru (nel 1984), la sua lezione è stata ripresa e rilanciata con appassionata fedeltà e maestria – con quella fedeltà che può esprimersi solo nella diversità, solo gettandosi intrepidamente, fino all’estremo, nell’orizzonte del proprio destino – da Fausto Taiten Guareschi, il prediletto tra i suoi allievi. Da anni pratico la meditazione zen “orchestrata” da Guareschi, e sono convinto che molto di quanto ho scritto nasca dalle sue parole, dai suoi gesti, dai suoi paradossi, dai suoi momenti implacabili, dai suoi silenzi e dai suoi sorrisi.

10) Molti anni dopo la sua esperienza giovanile da prestigiatore, ha tradotto, insieme a Yasuko Matsumoto, alcune poesie di uno dei più grandi poeti giapponesi del Novecento, Kikuo Takano. Perché ha paragonato la figura del traduttore a quella del mago?
Se l’arte del prestigiatore consiste anzitutto nel far credere di poter mutare una cosa in un’altra semplicemente tracciando un gesto nell’aria, un traduttore abile sa convincere i suoi lettori di saper trasformare le parole. Malgrado l’impossibilità di allestire un esatto equivalente del testo originale in un’altra lingua, il buon traduttore sa creare una specie di effetto illusionistico, una sorta di specchio curvo attraverso cui crediamo, leggendo le sue versioni, di vedere il testo originale rinato in un altro corpo. Detto ciò, occorre una postilla: come ci aiuta a capire Dopo Babele di George Steiner, uno dei più bei libri di critica letteraria scritti nel Novecento, senza il lavoro continuo della traduzione non potrebbe nemmeno esistere la civiltà nel suo complesso. Per quanto non possa non “tradire” i testi originali, il traduttore ne salva, almeno in parte, la sostanza pur piegandola a un’altra forma: nel suo illusionismo, dunque, si annida anche una verità di cui non potremmo mai fare a meno.

11) Cosa l’ha spinta a scrivere due libri di fiabe per sua figlia?
Il primo libro (La scatola dei giochi) è nato dalla richiesta di racconti “per dormire” che mia figlia Viviana ha cominciato a farmi prestissimo, quando aveva solo due anni (è stata molto precoce nel parlare). Ogni sera, di fianco al suo lettino, dovevo inventare all’impromptu delle fiabe di cui lei mi forniva il tema o lo spunto di partenza (“Mi racconti una storia con due tappeti? con una scala d’oro? con un telefono di cioccolata?”). Qualche volta, dopo averla finita, mi sembrava che una storia fosse abbastanza originale e divertente, così, dopo aver dato a Viviana il bacio della buonanotte, prendevo un appunto per ricordarmela.
Un giorno ho cominciato a dare una forma scritta vera e propria ad alcune di queste fiabe; ne ho poi raccolte dodici nel piccolo libro che ho ricordato, per cui ha fatto le illustrazioni un eccellente pittore di Parma, Stefano Spagnoli. Il secondo libro (La fogliolina) è nato da una fiaba che io e Viviana abbiamo inventato insieme, una mattina, mentre l’accompagnavo a scuola (faceva già la terza o quarta elementare). È diverso dal primo libro perché è una fiaba unica e abbastanza lunga: una specie di piccolo romanzo fantastico la cui protagonista è, appunto, una fogliolina a cui, durante un lunghissimo, incredibile viaggio da “Eurolandia” all’Australia, capitano le più diverse, strampalate avventure. Le illustrazioni per questo secondo libro le ha fatte proprio Viviana, che é sempre stata bravissima nel disegno.

12) Nella sua carriera ha collaborato anche a diversi programmi culturali della RAI. Cambierebbe qualcosa nella televisione di oggi?
Pur avendo collaborato alla RAI, in particolare a un programma di letteratura diretto da Giulio Cattaneo, e pur essendo stato ospite nel 1995 di una delle più note trasmissioni TV, il Maurizio Costanzo Show (fui invitato a presentare uno dei miei libri, La saggezza dei maestri zen), non sono uno spettatore televisivo molto regolare né molto motivato; troppo spesso la TV, per quel poco che ne vedo, mi sembra il regno del banale, della noia o di intrattenimenti concepiti solo per “addormentare” chi pensa, chi ha un minimo di gusto estetico o di esigenze culturali. Certo, ci sono anche eccezioni: buoni film, discussioni e reportage interessanti. Ma molte, troppe cose andrebbero cambiate nella TV di oggi per trasformarla, da strumento per addomesticare la gente, per piegarla al conformismo del”pensiero unico”, in un mezzo per nutrire, educare e risvegliare le coscienze, anzitutto quelle dei giovani.