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Le forme della leggerezza


Alla sera, prima di dormire, la mamma scioglieva la sua voce squillante da soprano in glissandi di frasi per leggerci le mirabolanti avventure di Salgari, mentre il babbo, nei momenti più imprevedibili, sapeva improvvisare, candido e sornione, delle storielle tanto sgangherate quanto irresistibili. In forme diverse era sempre l’esprit della leggerezza a ventilare i nostri passi nel mondo, e io sono certo di dovere a questa primissima educazione quella sete di cose e parole lievi, aeree e fatate che mi avrebbe sempre accompagnato negli anni”.
(Paolo Lagazzi, tratto da Forme della leggerezza – Ed. Archinto)

Questo libro è stato un dono inaspettato, arrivatomi circa un anno fa per mano di un corriere. Dopo la bellissima esperienza dell’intervista, dopo il tè condiviso nella sua casa insieme alla sua famiglia e la delicata amicizia che ne è derivata, Paolo mi ha fatto l’onore di regalarmi un’altra delle sue creature, dedicata questa volta a chi come me si sente “viandante dalle suole di vento”.
In queste pagine l’appassionante scrittore e critico letterario ha inanellato degli scritti che è andato raccogliendo in occasioni diverse negli ultimi 15 anni, ponendoli tutti sotto il segno della leggerezza, intesa come gratuità della grazia, come l’infinità del desiderio.
Partendo da Calvino e Kundera, attraverso una prosa che Davide Rondoni definisce giustamente “ariosa e saporita”, Paolo Lagazzi avvia una ricerca dell’orizzonte della leggerezza soprattutto come respiro dell’anima, liberandola dalla sua dimensione esclusivamente antropologica. Come in una passeggiata ideale tra sentieri del passato e del presente, sfiorando classici indiscussi, autori dimenticati e maestri segreti, auspica di poterci mostrare come la leggerezza si annidi tra le volute del caso, come possa essere nutriente e gratificante “riverniciare” a fresco la nostra breve avventura di uomini, perché “quando un bambino rimescola i colori, la sua tavolozza gli si svela come il grembo di tutte le figure possibili”.

Quando ho proposto a Paolo di reinventare un rito del tè tra sapori e parole nostre e altrui, provando a ridisegnare quella stessa leggerezza tracciata nelle sue pagine, ha accettato con sincero entusiasmo e trasporto.
Nasce così l’idea del Reading associato alla degustazione e al racconto di 4 tè rari che per lavorazione, aromi o potere evocativo si legano a varie forme della leggerezza, che nel tempo di un sorso sono in grado di farci librare in un frammento di spazio sospeso.
Mi piacerebbe che la voce e le parole di Paolo, insieme alle mie foglie, vi sottraessero per una sera dal peso, dal richiamo e dalla rigidità della fatica quotidiana, per schiudervi “come un guscio di noce in grado di liberare dal suo interno, col tocco limpido e arioso delle fiabe, tutte le stoffe dei sogni”.


Il luogo che ospiterà il progetto sabato 5 maggio alle ore 17:30 è lo Spazio Tadini a Milano, centro nevralgico di numerosi eventi culturali, dimora di uno dei più amati scrittori e pittori milanesi: Emilio Tadini. Un luogo che dà spazio all’arte, alla musica, alla narrativa, alla poesia, alla saggistica, al teatro, alla danza e ai dibattiti culturali. Un posto che ha accolto anche Dario Fo, Enrico Rava, Lella Costa, che merita di essere conosciuto ed esplorato: per questa ragione, unitamente al costo dell’ingresso per il nostro evento, vi sarà data la possibilità di prendere parte gratuitamente agli eventi successivi presso lo stesso Spazio per un mese.

Non voglio svelarvi le tipologie dei tè che ho selezionato, né le motivazioni che mi hanno spinta a sceglierle. Preferisco vi sorprendano durante il viaggio che compiremo insieme.

Essendo un evento unico nel suo genere realizzato per la prima volta in Italia, qualora foste interessati vi suggerisco di prenotare prima possibile contattandomi con una email. Sono a vostra completa disposizione per qualunque tipo di informazione.

Spero di vedervi numerosi.

N.B. In seguito ad un infortunio subito dalla sottoscritta ad uno dei due arti inferiori, l’evento è posticipato a sabato 20 ottobre 2012.

Un’ombra con il tetto rotto

“La vera poesia sfugge a tutte le logiche pragmatiche, ai condizionamenti, ai moralismi di qualsiasi provenienza. Nel suo nocciolo primo e ineffabile essa è come la vita dell’universo: qualcosa che fluisce trasformandosi senza tregua, alternando in sé la luce e l’ombra, il bene e il male, la vita e la morte, la notte e il giorno. Non possiamo, perciò, chiederle di essere “questo” o “quello”: non possiamo imprigionarla nelle nostre piccole categorie mentali o nei nostri limitati punti di vista. Dobbiamo solo abbandonarci al suo movimento, fluire con lei, lasciarci bagnare dalla sua freschezza e intridere dai suoi aromi sottili come quelli di un tè, lasciarci scottare e rinfrancare dai suoi fuochi, lasciarci spostare dai suoi soffi delicati e potenti. Mentre ci risucchia nel suo gorgo di bellezza e di pena, di forza e dolcezza, la poesia trasforma la nostra anima, le ridà ali liberandola dalla sua pesantezza, senza che noi ce ne accorgiamo”.

Questo stralcio rubato alla bellissima intervista che Paolo Lagazzi mi ha gentilmente concesso più di un anno fa, mi offre lo spunto per comunicarvi che domani 21 Marzo si celebra la Giornata Mondiale della Poesia, istituita nel 1999 dall’UNESCO.
La data segna l’inizio della primavera che, come anche Alda Merini ci ha insegnato, è la stagione che più di ogni altra solletica gli istinti poetici più reconditi e pungola il desiderio di destarsi da ogni torpore, da ogni assenza o distanza.
È una manifestazione che unisce e rinsalda la memoria di un veicolo di espressione che sta alla base di tutte le forme della creatività artistica e diventa luogo privilegiato di incontri tra energie.
In molte città italiane si terranno letture, performance poetiche e musicali, carovane di versi itineranti, mostre e dibattiti. I Parchi Letterari proporranno percorsi sensoriali nei luoghi che hanno ispirato i più grandi poeti italiani: il Parco D’Annunzio ad Anversa degli Abruzzi, il Parco Quasimodo a Modica (Rg), il Parco Pasolini alle porte di Roma, il Parco Campanella a Cosenza.

Anch’io, a mio modo, desidero dare un contributo a questo evento attraverso il mio vettore privilegiato di emozioni. Perché una tazza di tè, come la poesia, genera un significato attraverso gli aromi che la compongono.
La forma delle foglie narra una serie infinita di storie; il colore del liquore, la sua intensità, la persistenza, sollecitano immagini, suggeriscono che il mondo non si esaurisce solo nel visibile.
Come la poesia, anche il rito della tazza calda diventa arte di esprimere, di stimolare, di scegliere. Perché la poesia è un “canto di emergenza” come dice Paul Celan e il rito del tè si fa canto di intimità. La poesia è “un’ombra con il tetto rotto, ma nei buchi ci sono le stelle“, come scrive Pablo Neruda e l’atto di sorbire il tè squarcia il tetto della mente.
Le parole di un componimento poetico sono cristalline, vibranti, vegetali, fruttate, come i sentori di un tè. E spesso si possono bere, possono liberare. Sono antichissime e recentissime, come le gestualità dei riti del tè che si rinnovano e commemorano simbologie magiche.

Il mio contributo dunque viene dal Giappone, si chiama Sencha (Extra Premium) Wazuka. Si dispiega in ampie distese di velluto verde, in una zona situata nel distretto di Sōraku, nei pressi di Uji, Kyoto. Lo trovate nella bottega virtuale.
Wazuka è stato per tradizione il luogo di coltivazione del tè giapponese dal 13° secolo. Durante il periodo Kamakura (1185-1333), Jishin-shounin, il più noto sacerdote del tempio Kaijuusen, ricevette alcuni semi della pianta del tè e ritenne che Wazuka fosse il luogo più adatto per piantarli e coltivarli. Così è iniziata la storia del tè a Wazuka.
Durante il periodo Edo (1603-1867), questo luogo divenne il territorio della Famiglia Imperiale e il tè coltivato lì si offriva a palazzo.
L’aroma, il sapore e la forma delle foglie del Sencha Wazuka sono considerati i migliori in Giappone nel vasto panorama dei Sencha. Si tratta di un aroma speciale, frutto della commistione di piccoli fiumi che mantengono il terreno perfettamente umido e splendide colline avvolte spesso dalla foschia, da una sottile nebbia che protegge le foglie dalla luce diretta del sole. Grazie alla combinazione naturale di queste condizioni, si riesce a garantire una crescita lenta e un clima fresco che promettono un aroma straordinariamente dolce e persistente.
È un tè rarissimo, al momento non rintracciabile in Italia: la difficile reperibilità accresce il suo valore.
Raccolte a mano (pratica di solito riservata raramente ai Sencha) solo una volta l’anno, in aprile, le foglie di questo tè subiscono una brevissima cottura a vapore della durata di 30 – 40 secondi, grazie alla quale la freschezza è preservata e la condizione originaria rimane pressoché invariata. Il colore del liquore risulta abbagliante.


Questa la mia poesia: l’armonia della natura, l’equilibrio perfetto tra condizioni, forme e colori che procurano un’emozione.

Paolo Lagazzi: tè, poesia e meditazione

Lo avevo menzionato qui, citando uno stralcio del suo libro “La casa del poeta” attinente al tè di Attilio Bertolucci.
Oggi ho l’onore e il piacere di ospitarlo personalmente: gli sono molto grata per aver accolto l’invito con rara gentilezza e disponibilità. Sono emozionata, è un privilegio per me aver stabilito un contatto diretto con lui. Le sue vicende personali, i suoi interessi e la sua professione si intrecciano con molte delle mie passioni: il tè, la scrittura, la lettura, la poesia e la cultura giapponese. Per questo, e anche per molto altro, questa intervista si è rivelata una delle esperienze più belle e significative della mia storia di donna e di blogger.

Paolo L., così usava chiamarlo il suo amico e maestro Bertolucci, è un uomo che non si può circoscrivere in una serie di definizioni. Contraddistinto da una raffinata umiltà, laureato in lettere moderne, è stato prestigiatore, cantautore, chitarrista, scrittore e critico letterario.
Ha scritto 7 saggi, 1 libro intervista, 2 libri di fiabe e ha curato 19 testi delle più note case editrici.
Dal 1986 fino alla sua chiusura, ha curato l’inserto quindicinale “Il Nuovo Raccoglitore” di cultura della Gazzetta di Parma a cui hanno contribuito famosi scrittori e critici del Novecento.
Ha collaborato a diversi quotidiani come Il Giornale, La Voce, l’Unità e Avvenire; a molte riviste letterarie e di cultura italiane tra le quali Nuovi argomenti, Paragone, La nuova rivista europea, Poesia, Diario, Stazione di posta, Nuova Corrente, oltre ad alcune straniere, come l’americana YIP (Yale Italian Poetry), la francese Cahiers du CERCIC, le giapponesi Shigaku e Kai no hi.
Fa parte attualmente delle giurie di due tra i più importanti premi di poesia esistenti in Italia: il Premio Internazionale di Poesia Attilio Bertolucci e il Premio Internazionale Mario Luzi.

1) Il desiderio di intervistarla è nato dal racconto del rito del tè che ha descritto nel libro “La casa del poeta. Ventiquattro estati a Casarola con Attilio Bertolucci”. Cosa ricorda di quelle tazze condivise?
Erano davvero le tazze dell’amicizia, della confidenza, dell’affetto, e di molto altro a cui non sono mai riuscito a trovare un nome. Ninetta, la moglie di Attilio, era australiana dal lato materno, e forse proprio questa origine spiega, almeno in parte, la sua propensione al tè. Fatto sta che a Casarola, nella dimora appenninica in cui i due coniugi soggiornavano tutte le estati dopo aver lasciato Roma, lei preparava ogni pomeriggio il tè non solo per Attilio e per sé, ma anche per gli eventuali ospiti di passaggio.
Sebbene nel mio libro io abbia parlato di “cerimonia” del tè per sottolineare il carattere rituale, ripetitivo, di questa abitudine dei Bertolucci, si trattava in realtà di un tè offerto in modo molto semplice, famigliare, spontaneo. Ricordo bene il gusto di quella bevanda, quasi stessi sorbendola in questo momento (i sapori e gli odori, come ci insegna Proust, sono i legami più tenaci, nella nostra coscienza e nel profondo del nostro inconscio, tra il presente e il passato): era un tè scuro, forte, vagamente odoroso di tabacco o di legno. Mi piaceva berlo senza zucchero, assaporando quel suo bouquet asciutto, così congeniale allo “stile” insieme fine e rustico della casa appenninica dei Bertolucci e al timbro pacato, caldo e schietto della loro vita. Bevendolo lentamente, a piccoli sorsi, e intanto chiacchierando con Attilio e Ninetta, avrei potuto ripetere dentro di me un famoso, bellissimo verso del poeta: “Qui siamo giunti dove volevamo”.

2) A chi appartiene il merito della sua prima educazione al tè?
È stato mio padre a porre in me il seme karmico del mio apprezzamento per il tè. Era un uomo davvero particolare, per certi versi di un’originalità un po’ sconcertante, ma soprattutto ricco di umanità, di tenerezza e di un autentico senso dello humour. Faceva il medico, ma amava tutto ciò che è bizzarro e fantastico, dai burattini al circo, dai giocolieri ai fachiri: è stato lui ad avviare me e mio fratello gemello Corrado all’hobby dei giochi di prestigio.
Quando era stanco, alla sera, dopo una giornata di lavoro, il babbo scriveva a volte dei raccontini di un umorismo candido e surreale, un po’ tra Campanile e Zavattini, sui suoi ricettari medici, e il giorno dopo ce li leggeva. Non so da cosa gli venisse la passione per il tè: comunque non l’ho mai visto in tutta la vita bere altro che tè al mattino, e ricordo una poesiola da lui composta un po’ sullo stile delle filastrocche del “Corrierino dei piccoli”: “Nulla al mondo no non c’è, / di più buon di te, o tè!”.
Devo aggiungere però che la mamma, per quanto fosse anche lei piuttosto speciale (aveva studiato da soprano), non aveva invece nessuna simpatia per il tè (la sua bevanda preferita era il caffè): il tè non era proprio nelle sue corde, e se lo preparava a me e a mio fratello prima che andassimo a scuola, nei gelidi inverni di Parma, era solo per compiacere la passione del babbo. Non sapeva calcolare né il calore dell’acqua né i tempi d’infusione della miscela; alla fine, più che una bevanda corroborante, ciò che ci propinava era una specie di assurda lava fusa. Per poterne ingerire almeno un po’ eravamo costretti ad allungarla con l’acqua in bicchieroni enormi, e ingollavamo in fretta quella mistura, già sull’uscio di casa, quasi ustionandoci. Solo molti anni dopo avrei cominciato  a scoprire il “vero” tè.

3) Leggendo i suoi libri, si direbbe che abbia scelto di concentrare l’attenzione intorno a certi autori, alcuni dei quali sono Silvio D’Arzo, Attilio Bertolucci e Kikuo Takano. Quali criteri l’hanno condotta a questa selezione?
La sola, autentica ragione pur cui ho scritto su autori tanto diversi tra loro, come quelli da lei ricordati, o su altri quali Joseph Conrad, Bernard Malamud, Bruno Barilli e Pietro Citati, è che mi sono innamorato della loro opera.Non credo nella critica che si produce per motivi ideologici o polemici: quasi tutto, nella nostra epoca, è marchiato, deformato dall’ideologia o da una vis polemica che a un certo punto diventa vera e propria battaglia, esercizio dell’intolleranza e della violenza, guerra non solo sul piano delle idee ma su quello dei fatti. Per me, invece, la critica letteraria dovrebbe aiutarci a riscoprire l’incanto, il mistero, il miracolo doloroso e gioioso del mondo, tutto quell’insieme di sensi visibili e invisibili che è custodito nei grandi libri. Il mio modo di scrivere saggi, dunque, è “amoroso” senza essere sentimentale: io leggo certi autori che mi hanno, per ragioni diverse, colpito, e cerco con le mie parole di restituirne le vibrazioni profonde, le tessiture segrete di senso, le aperture d’anima, le immagini originali e illuminanti.

4) Qualche tempo fa lei ha affermato: “Se alla poesia non chiediamo niente, essa ci dà tutto”. Cosa intende esattamente?
Nei momenti storici dominati dalle ideologie più faziose e intolleranti, fondate sulla ricerca a ogni costo del “consenso”, i linguaggi delle varie arti – letteratura, pittura, scultura, musica, teatro, cinema – sono stati (e continuano, in qualche caso, a essere) piegati alle esigenze della propaganda, alle parole d’ordine di un moralismo ipocrita, asservito agli obiettivi del Potere. Ma la vera poesia sfugge a tutte le logiche utilitarie e pragmatiche, ai condizionamenti della politica e dell’economia, ai moralismi di qualsiasi provenienza. Nel suo nocciolo primo e ineffabile essa è come la vita dell’universo: qualcosa che fluisce trasformandosi senza tregua, alternando in sé la luce e l’ombra, il bene e il male, la vita e la morte, la notte e il giorno. Non possiamo, perciò, chiederle di essere “questo” o “quello”: non possiamo imprigionarla nelle nostre piccole categorie mentali o nei nostri limitati punti di vista. Dobbiamo solo abbandonarci al suo movimento, fluire con lei, lasciarci bagnare dalla sua freschezza e intridere dai suoi aromi sottili come quelli di un tè, lasciarci scottare e rinfrancare dai suoi fuochi, lasciarci spostare dai suoi soffi delicati e potenti. Mentre ci risucchia nel suo gorgo di bellezza e di pena, di forza e dolcezza, la poesia trasforma la nostra anima, le ridà ali liberandola dalla sua pesantezza, senza che noi ce ne accorgiamo.

5) Cosa, secondo lei, rende un poeta più noto rispetto ad un altro?
Non credo sia possibile rispondere in modo semplice, una volta per tutte, a questa domanda. Nel Novecento ci sono stati poeti che, per quanto profondamente originali e capaci di dire cose decisive per gli uomini del loro tempo, hanno faticato non poco ad affermarsi: è il caso, per esempio, di Saba, di Penna e dello stesso Bertolucci. Questo perché poeti simili si sono mossi “controcorrente” rispetto alle tendenze prevalenti, di matrice simbolista e orfica, della poesia novecentesca.
Nei nostri anni regna una grande confusione, anche per il fatto che sono moltissimi quelli che scrivono versi e quasi infinite le modalità stilistiche, le linee di poetica, le idee e le forme in campo; è assai difficile, dunque, prevedere se, come e quando un poeta potrà raggiungere un’ampia cerchia di lettori, benché di solito abbiano molte più probabilità di essere letti gli autori i cui versi sono pubblicati da case editrici importanti, indipendentemente dal loro reale valore.

6) Le piace Pablo Neruda?
Neruda è certamente un grande poeta, di cui amo soprattutto le Odi elementari e alcune liriche d’amore. Mi piace la sua capacità di coniugare un intenso, struggente lirismo con una vastità di sguardo sulla vita che, nei momenti migliori, ricorda Whitman. Spesso le sue poesie hanno risonanze incantatorie, come mantra recitati da uno sciamano dell’India o litanie snocciolate da un capotribù apache. Queste risonanze sono state ben colte da Skármeta quando parla della reazione primaria dei lettori di Neruda: “la sensazione di essere ebbri di un liquore sibillino, ipnotizzati dalla monotonia da serpente a sonagli con cui strascica la voce”. Da queste cadenze incantatorie escono a getto continuo immagini folgoranti, impennate rivelatrici. Bisogna anche ricordare, tuttavia, che Neruda ha scritto moltissimo, probabilmente troppo; è inevitabile, dunque, che la sua voce non si regga sempre alla stessa altezza. In lui, come in tutti gli autori fluviali e incontenibili, ci sono anche momenti fiacchi o retorici. Ciò nulla toglie, comunque, alla grandezza di fondo della sua opera.

7) Come è approdato alla lirica giapponese e al conseguente interesse per gli haiku?
Sono arrivato alla poesia giapponese grazie alla meditazione Zen da me scoperta esattamente trent’anni fa, nel 1978. Lo Zen è una via sapienziale che si nutre radicalmente di bellezza: una via percorribile non solo attraverso la meditazione seduta (lo zazen), ma anche dedicandosi a diverse pratiche artistiche e letterarie, dalla composizione di fiori (il famoso ikebana) alla calligrafia (lo shodo), dall’arte dei giardini al rito del tè alla poesia. Molti maestri Zen sono stati notevoli poeti, e tutti i più grandi autori del periodo “classico” della poesia giapponese, da Bashō a Ryokan, hanno composto liriche (nella forma in tre versi dello haiku o in quella di cinque del tanka) in cui risuonano continui, limpidissimi e incantevoli tratti della spiritualità Zen. Anche in Italia parecchi autori, soprattutto negli ultimi vent’anni, hanno tentato di scrivere haiku, ma pochissimi, io credo, hanno saputo sfiorare l’autentico spirito Zen di quella forma metrica.

8) Nel corso della pratica Zen, qual è stato il suo rapporto con il tè di quella tradizione?
Durante quelle pratiche intensive di meditazione (le sesshin) che si prolungano per diversi giorni, il tè è la bevanda che accompagna i momenti di pausa tra una meditazione e l’altra: i pasti, gli incontri col maestro. Ma, oltre a questa specie di tè “di base”, c’è nella tradizione Zen un tè ritualizzato in modo del tutto speciale: su questo tè, la cui lunga preparazione è una vera e propria arte, ha scritto un libro bellissimo, fondamentale per avvicinarsi allo Zen, Okakura Kakuzo. Nel mio cammino attraverso lo Zen non ho solo bevuto – tante, tante volte – l’umile e prezioso tè quotidiano delle sesshin, ma ho anche ripetutamente assistito alla cerimonia del tè (cha-no-yu) praticata da maestri di quella straordinaria, raffinatissima disciplina. Quella cerimonia – un po’ come tutta la ritualità che scandisce i momenti di vita in un monastero Zen – è un’autentica forma di poesia del gesto: un insieme di gesti e di segni che sono pura poesia, inno alla leggerezza, profumo dell’impalpabile, forza di ciò che non si può né afferrare né trattenere, e che pure richiede la più profonda, sincera concentrazione.

9) Nel 1994 ha scritto “La saggezza dei maestri Zen nell’opera di Sengai” edito da Guanda e ne ha conosciuto uno dei più grandi, Taisen Deshimaru: quale dei suoi insegnamenti le è rimasto più impresso?
Ho avuto la fortuna di conoscere Taisen Deshimaru Roshi, e di  praticare la meditazione Zen sotto la sua guida, in due sesshin in Francia, nel 1978 e nel 1980. Per quanto il succo dell’insegnamento di quest’uomo sia rimasto racchiuso nei suoi libri, è impossibile restituire l’impatto, lo stile, la forza viva del suo messaggio a chi non l’abbia conosciuto di persona, poiché egli, secondo l’autentico spirito Zen, insegnava senza tregua e in presa diretta: insegnava, ancora prima che con le parole, con l’atteggiarsi del corpo e del volto, con l’inarcarsi dei sopraccigli o il movimento di una mano, con l’ironia o la ferocia dello sguardo, con un sorriso o un lungo silenzio. Tutto, al fuoco del “suo” Zen, diventava teatro: uno spettacolo, un tessuto d’invenzioni che ad ogni attimo poteva schiudere un segreto essenziale. Uno tra i rimpianti della mia vita è di aver conosciuto poco questo straordinario maestro, questo personaggio insieme istrionesco e regale, elegante e ruvido, spiritoso e severo: questo artista del quotidiano, i cui gesti irradiavano, nella loro imprevedibilità, un continuo alone simbolico. Ma, dopo la morte repentina di Deshimaru (nel 1984), la sua lezione è stata ripresa e rilanciata con appassionata fedeltà e maestria – con quella fedeltà che può esprimersi solo nella diversità, solo gettandosi intrepidamente, fino all’estremo, nell’orizzonte del proprio destino – da Fausto Taiten Guareschi, il prediletto tra i suoi allievi. Da anni pratico la meditazione zen “orchestrata” da Guareschi, e sono convinto che molto di quanto ho scritto nasca dalle sue parole, dai suoi gesti, dai suoi paradossi, dai suoi momenti implacabili, dai suoi silenzi e dai suoi sorrisi.

10) Molti anni dopo la sua esperienza giovanile da prestigiatore, ha tradotto, insieme a Yasuko Matsumoto, alcune poesie di uno dei più grandi poeti giapponesi del Novecento, Kikuo Takano. Perché ha paragonato la figura del traduttore a quella del mago?
Se l’arte del prestigiatore consiste anzitutto nel far credere di poter mutare una cosa in un’altra semplicemente tracciando un gesto nell’aria, un traduttore abile sa convincere i suoi lettori di saper trasformare le parole. Malgrado l’impossibilità di allestire un esatto equivalente del testo originale in un’altra lingua, il buon traduttore sa creare una specie di effetto illusionistico, una sorta di specchio curvo attraverso cui crediamo, leggendo le sue versioni, di vedere il testo originale rinato in un altro corpo. Detto ciò, occorre una postilla: come ci aiuta a capire Dopo Babele di George Steiner, uno dei più bei libri di critica letteraria scritti nel Novecento, senza il lavoro continuo della traduzione non potrebbe nemmeno esistere la civiltà nel suo complesso. Per quanto non possa non “tradire” i testi originali, il traduttore ne salva, almeno in parte, la sostanza pur piegandola a un’altra forma: nel suo illusionismo, dunque, si annida anche una verità di cui non potremmo mai fare a meno.

11) Cosa l’ha spinta a scrivere due libri di fiabe per sua figlia?
Il primo libro (La scatola dei giochi) è nato dalla richiesta di racconti “per dormire” che mia figlia Viviana ha cominciato a farmi prestissimo, quando aveva solo due anni (è stata molto precoce nel parlare). Ogni sera, di fianco al suo lettino, dovevo inventare all’impromptu delle fiabe di cui lei mi forniva il tema o lo spunto di partenza (“Mi racconti una storia con due tappeti? con una scala d’oro? con un telefono di cioccolata?”). Qualche volta, dopo averla finita, mi sembrava che una storia fosse abbastanza originale e divertente, così, dopo aver dato a Viviana il bacio della buonanotte, prendevo un appunto per ricordarmela.
Un giorno ho cominciato a dare una forma scritta vera e propria ad alcune di queste fiabe; ne ho poi raccolte dodici nel piccolo libro che ho ricordato, per cui ha fatto le illustrazioni un eccellente pittore di Parma, Stefano Spagnoli. Il secondo libro (La fogliolina) è nato da una fiaba che io e Viviana abbiamo inventato insieme, una mattina, mentre l’accompagnavo a scuola (faceva già la terza o quarta elementare). È diverso dal primo libro perché è una fiaba unica e abbastanza lunga: una specie di piccolo romanzo fantastico la cui protagonista è, appunto, una fogliolina a cui, durante un lunghissimo, incredibile viaggio da “Eurolandia” all’Australia, capitano le più diverse, strampalate avventure. Le illustrazioni per questo secondo libro le ha fatte proprio Viviana, che é sempre stata bravissima nel disegno.

12) Nella sua carriera ha collaborato anche a diversi programmi culturali della RAI. Cambierebbe qualcosa nella televisione di oggi?
Pur avendo collaborato alla RAI, in particolare a un programma di letteratura diretto da Giulio Cattaneo, e pur essendo stato ospite nel 1995 di una delle più note trasmissioni TV, il Maurizio Costanzo Show (fui invitato a presentare uno dei miei libri, La saggezza dei maestri zen), non sono uno spettatore televisivo molto regolare né molto motivato; troppo spesso la TV, per quel poco che ne vedo, mi sembra il regno del banale, della noia o di intrattenimenti concepiti solo per “addormentare” chi pensa, chi ha un minimo di gusto estetico o di esigenze culturali. Certo, ci sono anche eccezioni: buoni film, discussioni e reportage interessanti. Ma molte, troppe cose andrebbero cambiate nella TV di oggi per trasformarla, da strumento per addomesticare la gente, per piegarla al conformismo del”pensiero unico”, in un mezzo per nutrire, educare e risvegliare le coscienze, anzitutto quelle dei giovani.

Paolo Lagazzi a Milano

Il 16 ottobre alle ore 21.00 presso lo spazio Tadini, Paolo Lagazzi presenta il suo libro “La casa del poeta – Ventiquattro estati a Casarola con Attilio Bertolucci”.
Chi volesse maggiori informazioni sul libro e circa la ragione che lo lega a questo blog, può leggere questo post; con l’autore interverranno Leopoldo Carra, Giampiero Comolli e Giancarlo Pontiggia.
 

Spazio Tadini
via Jommelli 24 – Milano
www.spaziotadini.it