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Paolo Lagazzi: tè, poesia e meditazione

Lo avevo menzionato qui, citando uno stralcio del suo libro “La casa del poeta” attinente al tè di Attilio Bertolucci.
Oggi ho l’onore e il piacere di ospitarlo personalmente: gli sono molto grata per aver accolto l’invito con rara gentilezza e disponibilità. Sono emozionata, è un privilegio per me aver stabilito un contatto diretto con lui. Le sue vicende personali, i suoi interessi e la sua professione si intrecciano con molte delle mie passioni: il tè, la scrittura, la lettura, la poesia e la cultura giapponese. Per questo, e anche per molto altro, questa intervista si è rivelata una delle esperienze più belle e significative della mia storia di donna e di blogger.

Paolo L., così usava chiamarlo il suo amico e maestro Bertolucci, è un uomo che non si può circoscrivere in una serie di definizioni. Contraddistinto da una raffinata umiltà, laureato in lettere moderne, è stato prestigiatore, cantautore, chitarrista, scrittore e critico letterario.
Ha scritto 7 saggi, 1 libro intervista, 2 libri di fiabe e ha curato 19 testi delle più note case editrici.
Dal 1986 fino alla sua chiusura, ha curato l’inserto quindicinale “Il Nuovo Raccoglitore” di cultura della Gazzetta di Parma a cui hanno contribuito famosi scrittori e critici del Novecento.
Ha collaborato a diversi quotidiani come Il Giornale, La Voce, l’Unità e Avvenire; a molte riviste letterarie e di cultura italiane tra le quali Nuovi argomenti, Paragone, La nuova rivista europea, Poesia, Diario, Stazione di posta, Nuova Corrente, oltre ad alcune straniere, come l’americana YIP (Yale Italian Poetry), la francese Cahiers du CERCIC, le giapponesi Shigaku e Kai no hi.
Fa parte attualmente delle giurie di due tra i più importanti premi di poesia esistenti in Italia: il Premio Internazionale di Poesia Attilio Bertolucci e il Premio Internazionale Mario Luzi.

1) Il desiderio di intervistarla è nato dal racconto del rito del tè che ha descritto nel libro “La casa del poeta. Ventiquattro estati a Casarola con Attilio Bertolucci”. Cosa ricorda di quelle tazze condivise?
Erano davvero le tazze dell’amicizia, della confidenza, dell’affetto, e di molto altro a cui non sono mai riuscito a trovare un nome. Ninetta, la moglie di Attilio, era australiana dal lato materno, e forse proprio questa origine spiega, almeno in parte, la sua propensione al tè. Fatto sta che a Casarola, nella dimora appenninica in cui i due coniugi soggiornavano tutte le estati dopo aver lasciato Roma, lei preparava ogni pomeriggio il tè non solo per Attilio e per sé, ma anche per gli eventuali ospiti di passaggio.
Sebbene nel mio libro io abbia parlato di “cerimonia” del tè per sottolineare il carattere rituale, ripetitivo, di questa abitudine dei Bertolucci, si trattava in realtà di un tè offerto in modo molto semplice, famigliare, spontaneo. Ricordo bene il gusto di quella bevanda, quasi stessi sorbendola in questo momento (i sapori e gli odori, come ci insegna Proust, sono i legami più tenaci, nella nostra coscienza e nel profondo del nostro inconscio, tra il presente e il passato): era un tè scuro, forte, vagamente odoroso di tabacco o di legno. Mi piaceva berlo senza zucchero, assaporando quel suo bouquet asciutto, così congeniale allo “stile” insieme fine e rustico della casa appenninica dei Bertolucci e al timbro pacato, caldo e schietto della loro vita. Bevendolo lentamente, a piccoli sorsi, e intanto chiacchierando con Attilio e Ninetta, avrei potuto ripetere dentro di me un famoso, bellissimo verso del poeta: “Qui siamo giunti dove volevamo”.

2) A chi appartiene il merito della sua prima educazione al tè?
È stato mio padre a porre in me il seme karmico del mio apprezzamento per il tè. Era un uomo davvero particolare, per certi versi di un’originalità un po’ sconcertante, ma soprattutto ricco di umanità, di tenerezza e di un autentico senso dello humour. Faceva il medico, ma amava tutto ciò che è bizzarro e fantastico, dai burattini al circo, dai giocolieri ai fachiri: è stato lui ad avviare me e mio fratello gemello Corrado all’hobby dei giochi di prestigio.
Quando era stanco, alla sera, dopo una giornata di lavoro, il babbo scriveva a volte dei raccontini di un umorismo candido e surreale, un po’ tra Campanile e Zavattini, sui suoi ricettari medici, e il giorno dopo ce li leggeva. Non so da cosa gli venisse la passione per il tè: comunque non l’ho mai visto in tutta la vita bere altro che tè al mattino, e ricordo una poesiola da lui composta un po’ sullo stile delle filastrocche del “Corrierino dei piccoli”: “Nulla al mondo no non c’è, / di più buon di te, o tè!”.
Devo aggiungere però che la mamma, per quanto fosse anche lei piuttosto speciale (aveva studiato da soprano), non aveva invece nessuna simpatia per il tè (la sua bevanda preferita era il caffè): il tè non era proprio nelle sue corde, e se lo preparava a me e a mio fratello prima che andassimo a scuola, nei gelidi inverni di Parma, era solo per compiacere la passione del babbo. Non sapeva calcolare né il calore dell’acqua né i tempi d’infusione della miscela; alla fine, più che una bevanda corroborante, ciò che ci propinava era una specie di assurda lava fusa. Per poterne ingerire almeno un po’ eravamo costretti ad allungarla con l’acqua in bicchieroni enormi, e ingollavamo in fretta quella mistura, già sull’uscio di casa, quasi ustionandoci. Solo molti anni dopo avrei cominciato  a scoprire il “vero” tè.

3) Leggendo i suoi libri, si direbbe che abbia scelto di concentrare l’attenzione intorno a certi autori, alcuni dei quali sono Silvio D’Arzo, Attilio Bertolucci e Kikuo Takano. Quali criteri l’hanno condotta a questa selezione?
La sola, autentica ragione pur cui ho scritto su autori tanto diversi tra loro, come quelli da lei ricordati, o su altri quali Joseph Conrad, Bernard Malamud, Bruno Barilli e Pietro Citati, è che mi sono innamorato della loro opera.Non credo nella critica che si produce per motivi ideologici o polemici: quasi tutto, nella nostra epoca, è marchiato, deformato dall’ideologia o da una vis polemica che a un certo punto diventa vera e propria battaglia, esercizio dell’intolleranza e della violenza, guerra non solo sul piano delle idee ma su quello dei fatti. Per me, invece, la critica letteraria dovrebbe aiutarci a riscoprire l’incanto, il mistero, il miracolo doloroso e gioioso del mondo, tutto quell’insieme di sensi visibili e invisibili che è custodito nei grandi libri. Il mio modo di scrivere saggi, dunque, è “amoroso” senza essere sentimentale: io leggo certi autori che mi hanno, per ragioni diverse, colpito, e cerco con le mie parole di restituirne le vibrazioni profonde, le tessiture segrete di senso, le aperture d’anima, le immagini originali e illuminanti.

4) Qualche tempo fa lei ha affermato: “Se alla poesia non chiediamo niente, essa ci dà tutto”. Cosa intende esattamente?
Nei momenti storici dominati dalle ideologie più faziose e intolleranti, fondate sulla ricerca a ogni costo del “consenso”, i linguaggi delle varie arti – letteratura, pittura, scultura, musica, teatro, cinema – sono stati (e continuano, in qualche caso, a essere) piegati alle esigenze della propaganda, alle parole d’ordine di un moralismo ipocrita, asservito agli obiettivi del Potere. Ma la vera poesia sfugge a tutte le logiche utilitarie e pragmatiche, ai condizionamenti della politica e dell’economia, ai moralismi di qualsiasi provenienza. Nel suo nocciolo primo e ineffabile essa è come la vita dell’universo: qualcosa che fluisce trasformandosi senza tregua, alternando in sé la luce e l’ombra, il bene e il male, la vita e la morte, la notte e il giorno. Non possiamo, perciò, chiederle di essere “questo” o “quello”: non possiamo imprigionarla nelle nostre piccole categorie mentali o nei nostri limitati punti di vista. Dobbiamo solo abbandonarci al suo movimento, fluire con lei, lasciarci bagnare dalla sua freschezza e intridere dai suoi aromi sottili come quelli di un tè, lasciarci scottare e rinfrancare dai suoi fuochi, lasciarci spostare dai suoi soffi delicati e potenti. Mentre ci risucchia nel suo gorgo di bellezza e di pena, di forza e dolcezza, la poesia trasforma la nostra anima, le ridà ali liberandola dalla sua pesantezza, senza che noi ce ne accorgiamo.

5) Cosa, secondo lei, rende un poeta più noto rispetto ad un altro?
Non credo sia possibile rispondere in modo semplice, una volta per tutte, a questa domanda. Nel Novecento ci sono stati poeti che, per quanto profondamente originali e capaci di dire cose decisive per gli uomini del loro tempo, hanno faticato non poco ad affermarsi: è il caso, per esempio, di Saba, di Penna e dello stesso Bertolucci. Questo perché poeti simili si sono mossi “controcorrente” rispetto alle tendenze prevalenti, di matrice simbolista e orfica, della poesia novecentesca.
Nei nostri anni regna una grande confusione, anche per il fatto che sono moltissimi quelli che scrivono versi e quasi infinite le modalità stilistiche, le linee di poetica, le idee e le forme in campo; è assai difficile, dunque, prevedere se, come e quando un poeta potrà raggiungere un’ampia cerchia di lettori, benché di solito abbiano molte più probabilità di essere letti gli autori i cui versi sono pubblicati da case editrici importanti, indipendentemente dal loro reale valore.

6) Le piace Pablo Neruda?
Neruda è certamente un grande poeta, di cui amo soprattutto le Odi elementari e alcune liriche d’amore. Mi piace la sua capacità di coniugare un intenso, struggente lirismo con una vastità di sguardo sulla vita che, nei momenti migliori, ricorda Whitman. Spesso le sue poesie hanno risonanze incantatorie, come mantra recitati da uno sciamano dell’India o litanie snocciolate da un capotribù apache. Queste risonanze sono state ben colte da Skármeta quando parla della reazione primaria dei lettori di Neruda: “la sensazione di essere ebbri di un liquore sibillino, ipnotizzati dalla monotonia da serpente a sonagli con cui strascica la voce”. Da queste cadenze incantatorie escono a getto continuo immagini folgoranti, impennate rivelatrici. Bisogna anche ricordare, tuttavia, che Neruda ha scritto moltissimo, probabilmente troppo; è inevitabile, dunque, che la sua voce non si regga sempre alla stessa altezza. In lui, come in tutti gli autori fluviali e incontenibili, ci sono anche momenti fiacchi o retorici. Ciò nulla toglie, comunque, alla grandezza di fondo della sua opera.

7) Come è approdato alla lirica giapponese e al conseguente interesse per gli haiku?
Sono arrivato alla poesia giapponese grazie alla meditazione Zen da me scoperta esattamente trent’anni fa, nel 1978. Lo Zen è una via sapienziale che si nutre radicalmente di bellezza: una via percorribile non solo attraverso la meditazione seduta (lo zazen), ma anche dedicandosi a diverse pratiche artistiche e letterarie, dalla composizione di fiori (il famoso ikebana) alla calligrafia (lo shodo), dall’arte dei giardini al rito del tè alla poesia. Molti maestri Zen sono stati notevoli poeti, e tutti i più grandi autori del periodo “classico” della poesia giapponese, da Bashō a Ryokan, hanno composto liriche (nella forma in tre versi dello haiku o in quella di cinque del tanka) in cui risuonano continui, limpidissimi e incantevoli tratti della spiritualità Zen. Anche in Italia parecchi autori, soprattutto negli ultimi vent’anni, hanno tentato di scrivere haiku, ma pochissimi, io credo, hanno saputo sfiorare l’autentico spirito Zen di quella forma metrica.

8) Nel corso della pratica Zen, qual è stato il suo rapporto con il tè di quella tradizione?
Durante quelle pratiche intensive di meditazione (le sesshin) che si prolungano per diversi giorni, il tè è la bevanda che accompagna i momenti di pausa tra una meditazione e l’altra: i pasti, gli incontri col maestro. Ma, oltre a questa specie di tè “di base”, c’è nella tradizione Zen un tè ritualizzato in modo del tutto speciale: su questo tè, la cui lunga preparazione è una vera e propria arte, ha scritto un libro bellissimo, fondamentale per avvicinarsi allo Zen, Okakura Kakuzo. Nel mio cammino attraverso lo Zen non ho solo bevuto – tante, tante volte – l’umile e prezioso tè quotidiano delle sesshin, ma ho anche ripetutamente assistito alla cerimonia del tè (cha-no-yu) praticata da maestri di quella straordinaria, raffinatissima disciplina. Quella cerimonia – un po’ come tutta la ritualità che scandisce i momenti di vita in un monastero Zen – è un’autentica forma di poesia del gesto: un insieme di gesti e di segni che sono pura poesia, inno alla leggerezza, profumo dell’impalpabile, forza di ciò che non si può né afferrare né trattenere, e che pure richiede la più profonda, sincera concentrazione.

9) Nel 1994 ha scritto “La saggezza dei maestri Zen nell’opera di Sengai” edito da Guanda e ne ha conosciuto uno dei più grandi, Taisen Deshimaru: quale dei suoi insegnamenti le è rimasto più impresso?
Ho avuto la fortuna di conoscere Taisen Deshimaru Roshi, e di  praticare la meditazione Zen sotto la sua guida, in due sesshin in Francia, nel 1978 e nel 1980. Per quanto il succo dell’insegnamento di quest’uomo sia rimasto racchiuso nei suoi libri, è impossibile restituire l’impatto, lo stile, la forza viva del suo messaggio a chi non l’abbia conosciuto di persona, poiché egli, secondo l’autentico spirito Zen, insegnava senza tregua e in presa diretta: insegnava, ancora prima che con le parole, con l’atteggiarsi del corpo e del volto, con l’inarcarsi dei sopraccigli o il movimento di una mano, con l’ironia o la ferocia dello sguardo, con un sorriso o un lungo silenzio. Tutto, al fuoco del “suo” Zen, diventava teatro: uno spettacolo, un tessuto d’invenzioni che ad ogni attimo poteva schiudere un segreto essenziale. Uno tra i rimpianti della mia vita è di aver conosciuto poco questo straordinario maestro, questo personaggio insieme istrionesco e regale, elegante e ruvido, spiritoso e severo: questo artista del quotidiano, i cui gesti irradiavano, nella loro imprevedibilità, un continuo alone simbolico. Ma, dopo la morte repentina di Deshimaru (nel 1984), la sua lezione è stata ripresa e rilanciata con appassionata fedeltà e maestria – con quella fedeltà che può esprimersi solo nella diversità, solo gettandosi intrepidamente, fino all’estremo, nell’orizzonte del proprio destino – da Fausto Taiten Guareschi, il prediletto tra i suoi allievi. Da anni pratico la meditazione zen “orchestrata” da Guareschi, e sono convinto che molto di quanto ho scritto nasca dalle sue parole, dai suoi gesti, dai suoi paradossi, dai suoi momenti implacabili, dai suoi silenzi e dai suoi sorrisi.

10) Molti anni dopo la sua esperienza giovanile da prestigiatore, ha tradotto, insieme a Yasuko Matsumoto, alcune poesie di uno dei più grandi poeti giapponesi del Novecento, Kikuo Takano. Perché ha paragonato la figura del traduttore a quella del mago?
Se l’arte del prestigiatore consiste anzitutto nel far credere di poter mutare una cosa in un’altra semplicemente tracciando un gesto nell’aria, un traduttore abile sa convincere i suoi lettori di saper trasformare le parole. Malgrado l’impossibilità di allestire un esatto equivalente del testo originale in un’altra lingua, il buon traduttore sa creare una specie di effetto illusionistico, una sorta di specchio curvo attraverso cui crediamo, leggendo le sue versioni, di vedere il testo originale rinato in un altro corpo. Detto ciò, occorre una postilla: come ci aiuta a capire Dopo Babele di George Steiner, uno dei più bei libri di critica letteraria scritti nel Novecento, senza il lavoro continuo della traduzione non potrebbe nemmeno esistere la civiltà nel suo complesso. Per quanto non possa non “tradire” i testi originali, il traduttore ne salva, almeno in parte, la sostanza pur piegandola a un’altra forma: nel suo illusionismo, dunque, si annida anche una verità di cui non potremmo mai fare a meno.

11) Cosa l’ha spinta a scrivere due libri di fiabe per sua figlia?
Il primo libro (La scatola dei giochi) è nato dalla richiesta di racconti “per dormire” che mia figlia Viviana ha cominciato a farmi prestissimo, quando aveva solo due anni (è stata molto precoce nel parlare). Ogni sera, di fianco al suo lettino, dovevo inventare all’impromptu delle fiabe di cui lei mi forniva il tema o lo spunto di partenza (“Mi racconti una storia con due tappeti? con una scala d’oro? con un telefono di cioccolata?”). Qualche volta, dopo averla finita, mi sembrava che una storia fosse abbastanza originale e divertente, così, dopo aver dato a Viviana il bacio della buonanotte, prendevo un appunto per ricordarmela.
Un giorno ho cominciato a dare una forma scritta vera e propria ad alcune di queste fiabe; ne ho poi raccolte dodici nel piccolo libro che ho ricordato, per cui ha fatto le illustrazioni un eccellente pittore di Parma, Stefano Spagnoli. Il secondo libro (La fogliolina) è nato da una fiaba che io e Viviana abbiamo inventato insieme, una mattina, mentre l’accompagnavo a scuola (faceva già la terza o quarta elementare). È diverso dal primo libro perché è una fiaba unica e abbastanza lunga: una specie di piccolo romanzo fantastico la cui protagonista è, appunto, una fogliolina a cui, durante un lunghissimo, incredibile viaggio da “Eurolandia” all’Australia, capitano le più diverse, strampalate avventure. Le illustrazioni per questo secondo libro le ha fatte proprio Viviana, che é sempre stata bravissima nel disegno.

12) Nella sua carriera ha collaborato anche a diversi programmi culturali della RAI. Cambierebbe qualcosa nella televisione di oggi?
Pur avendo collaborato alla RAI, in particolare a un programma di letteratura diretto da Giulio Cattaneo, e pur essendo stato ospite nel 1995 di una delle più note trasmissioni TV, il Maurizio Costanzo Show (fui invitato a presentare uno dei miei libri, La saggezza dei maestri zen), non sono uno spettatore televisivo molto regolare né molto motivato; troppo spesso la TV, per quel poco che ne vedo, mi sembra il regno del banale, della noia o di intrattenimenti concepiti solo per “addormentare” chi pensa, chi ha un minimo di gusto estetico o di esigenze culturali. Certo, ci sono anche eccezioni: buoni film, discussioni e reportage interessanti. Ma molte, troppe cose andrebbero cambiate nella TV di oggi per trasformarla, da strumento per addomesticare la gente, per piegarla al conformismo del”pensiero unico”, in un mezzo per nutrire, educare e risvegliare le coscienze, anzitutto quelle dei giovani.

Gianluigi Storto: il chimico del tè

Sono stati scritti diversi libri sul tè, la maggior parte dei quali molto attraente soprattutto dal punto di vista iconografico e fotografico. Raccontano la storia delle origini e dei paesi produttori, ne elencano alcune tipologie e dispensano consigli su come servirlo e utilizzarlo in cucina.

Mancava il parere di un chimico, per di più esperto di merceologia, che offrisse un quadro più completo ed esauriente, aiutandoci a scoprire aspetti della bevanda ancora sconosciuti o spesso ignorati.
Gianluigi Storto, autore de Il Tè. Verità e bugie, pregi e difetti, edito nel 2006 dalla casa editrice Avverbi, spazia dalle proprietà farmacologiche e tossicologiche alle modalità di raccolta e commercio, dall’esame chimico e storico delle sofisticazioni più frequenti alle normative che ne regolano l’additivazione. Il tutto esposto con un linguaggio semplice e chiaro, adatto anche a chi il tè lo conosce appena.

Porgendo i miei sinceri complimenti per l’unicità e la preziosità del libro, ringrazio il Dott. Storto per aver accettato il mio invito.

– Dott. Storto, ha iniziato la sua attività presso i Laboratori chimici delle Dogane; successivamente si è occupato di qualità dei prodotti petroliferi e di innovazione tecnologica, soprattutto di energie alternative. Cosa l’ha spinta verso il tè?
Ho fatto per qualche anno il chimico in un laboratorio alle Dogane, dove analizzavo le merci più strane. Poi sono passato ad occuparmi della qualità prodotti, pur restando sempre in ambito scientifico. La passione per la chimica mi ha portato a studiare a fondo il tè, con cui già avevo un rapporto personale molto intenso e che considero una bevanda – modo di vita.
– Il libro è stato realizzato grazie anche alla collaborazione di Salvatore Pellegrino, fondatore del primo Museo italiano del tè in Sicilia. Come è nata l’idea?
Il libro è stato scritto perché il mio amore per il tè ha incontrato, per quelle strane coincidenze che danno sale alla vita, la passione e la professionalità editoriale di Riccardo Mancini, mio amico e grande editore scomparso l’anno scorso. Al suo intuito, alla sua voglia di fare e di fare bene, è dovuta la realizzazione del libro. Fu lui a presentarmi Salvatore Pellegrino, che nel suo paesello siciliano ha creato una casa-museo del tè che ha dell’incredibile.
L’incontro in Sicilia è stato indimenticabile. Salvatore è un ragazzo simpaticissimo, oltre che enormemente competente. Ha passato anni a viaggiare in Cina e ogni volta che va lì, per puro piacere e non per guadagnare soldi, compra teiere, tazzine, confezioni di tè, fino a dare vita ad una collezione prestigiosa. Quasi tutte le fotografie del libro sono state fatte nel suo museo.
Una chiacchierata con lui è in grado di svelare più segreti sul tè che anni di studio sui libri. Ricorderò sempre con affetto quelle tazzine di tè che prendemmo accovacciati a un tavolino basso, accompagnandole con dolcetti arabi squisiti che aveva fatto lui stesso.
– Come già detto, il suo è un testo che si differenzia da tutti gli altri pubblicati fino ad oggi sull’argomento, in quanto ne illustra soprattutto le caratteristiche tecniche e merceologiche. Perché ha ritenuto importante far emergere questi aspetti?
La merceologia un tempo serviva essenzialmente a ridurre i costi di produzione delle merci. Oggi invece è diventata, per vari motivi, un’arma efficace –se non l’unica- in mano ai consumatori per compiere scelte consapevoli e non soltanto dettate dai continui messaggi promozionali che, ovviamente, hanno interesse a far vendere i prodotti e non a spiegare come sono realmente.
La merceologia, per poter spiegare una merce, ricorre a conoscenze di botanica, di chimica, di fisica, di tecnica industriale e quindi, per poterla portare alla gente comune occorre usare un linguaggio il più possibile chiaro e comprensibile. Io, che non ho alcun interesse economico né con il tè né con altri prodotti, ho cercato di utilizzare quest’arma di conoscenza per iniziare un discorso divulgativo che ha un senso di in-formazione culturale.
Per quanto riguarda il tè, ritengo che la scelta tra le sue tantissime varietà, non debba essere dettata solo dal gusto personale, ma anche dalla conoscenza di quello che si compra e si beve.
Se so che il tè nero è stato molto più “lavorato” –e come-, se so da dove viene, da chi è stato scelto e commercializzato, posso compiere una scelta più consapevole.
Le cose, in genere, sono molto più semplici di quello che sembra. Con la scienza, inoltre, non si può barare. Se io scrivessi una fesseria, sarei immediatamente scoperto. La scienza è onesta, solo che a volte la gente la teme perché pensa sia difficile. Ma questo è un problema diverso, culturale e di comunicazione.
РQual ̬ il suo rapporto quotidiano con il t̬?
Personalmente lo preferisco al caffè, perché sono molto sensibile alla caffeina e quindi preferisco l’effetto più prolungato della caffeina contenuta nel tè rispetto a quella presente nel caffè, che ha un effetto immediato ma che scompare più velocemente.
Ne prendo in genere una tazza al mattino e una al pomeriggio, verso le 16.00. A volte, specie se devo scrivere, arrivo a cinque tazze. Dipende molto dalle condizioni… il tè oltre che una bevanda, è un uso sociale che agevola i rapporti personali.
– Lei afferma che il tè bianco ha un contenuto di polifenoli semplici più alto rispetto al tè verde. Questo significa che possiede le note proprietà antiossidanti e antitumorali che fino ad oggi abbiamo riconosciuto solo al tè verde?
Il tè bianco è ricavato delle foglioline apicali, le più tenere e ricche di polifenoli, di Camellia sinensis appena colte, senza alcun tipo di lavorazione. Il tè verde viene lavorato pochissimo, il tè nero viene sottoposto a lavorazioni importanti per favorire la formazione naturale di composti del tutto nuovi. Il tè bianco, dunque, possiede più polifenoli allo stato originario rispetto al tè verde e, naturalmente, al tè nero. Sicuramente possiede quindi tutte le caratteristiche di tali polifenoli.
РIn merito al t̬ nero cinese affumicato Lapsang Souchong, asserisce che un tempo non veniva offerto alle donne. Ci spiegherebbe perch̩?
Sugli usi e costumi è difficile dare spiegazioni semplici che non tengano conto della storia di quel posto in quel tempo (perché in Europa fino a un paio di generazioni fa era considerato disdicevole che le donne fumassero per strada?). Nel caso del Lapsang Souchong, è un tè che ha un sapore fortissimo che, sempre per motivazioni di tipo culturale, non si riteneva adatto al più delicato palato femminile (per analoghe ragioni da noi, in genere, le donne non fumano sigari toscani).
– Molti amanti del tè verde sono soliti utilizzare le stesse foglie per due o più infusioni. Cosa perdono e cosa acquistano?
L’infusione ripetuta delle foglie del tè ha una lunga storia. Nacque per scopi non proprio nobili, quando il tè era venduto in locali appositi, come oggi i nostri caffè. Le foglioline che avevano già subito l’infusione venivano recuperate, messe a seccare e riproposte agli avventori, semplicemente per guadagnare più soldi. Poichè la cosa non era detta, si trattava di un tipico esempio di frode.
Anche nei mercati orientali, dove ancora oggi il tè è venduto sfuso, può capitare di acquistare tè che in realtà ha già subito una  prima infusione. Il problema è che, siccome durante l’infusione il tè perde parecchie sostanze colorate, la seconda infusione sarebbe molto più chiara e ciò permetterebbe di scoprire la frode. Così commercianti orientali con pochi scrupoli, aggiungono alle foglioline di tè esauste, dei coloranti artificiali spesso pericolosi per la salute, per ridare agli infusi successivi l’apparenza di primo infuso.
Detto questo, è vero che oggi molti praticano le infusioni successive non certamente per frode ma perché ritengono che, per esempio, così facendo il tè contenga meno caffeina. In realtà si tratta di una leggenda metropolitana e, di fatto, può capitare esattamente il contrario. [Chi vuole saperne di più può leggere il mio articolo pubblicato su http://www.teatime.it/doc/Tea-infusion.pdf ]
Le sostanze contenute nel tè si sciolgono ciascuna con una sua tipica velocità. Così, con una classica infusione da quattro minuti, nel primo tè alcune sostanze si scioglieranno prima e alcune rimarranno nelle foglioline. Nel secondo infuso il rapporto fra le varie sostanze disciolte sarà diverso da quello presente nel primo infuso e così si otterrà un tè dal gusto decisamente differente.
– Qual è il suo ricordo più bello legato al tè?
Le tazze di tè bevute presso una famiglia inglese quando da ragazzo andai in Gran Bretagna a studiare inglese, il tè con Salvatore Pellegrino di cui ho detto prima, tutti i tè che prendo a casa camminando, con mia moglie che (gioiosamente) si arrabbia perché non mi siedo mai a tavola, la telefonata di Riccardo Mancini che mi annunciò l’imminente uscita del libro…
Il tè non è un episodio, è un’abitudine quotidiana e si lega alla vita intera di una persona, al suo modo di essere piuttosto che a singoli eventi.
– Svelando verità e bugie appartenenti a molte credenze popolari, ha scardinato anche una delle convinzioni più radicate in fatto di tè: cosa intende quando dice che la teina non esiste?
Una cosa semplicissima, che la cosiddetta teina, in realtà è pura e semplice caffeina. Non ci sono due sostanze diverse ma una sola e poiché in chimica per chiamare una cosa si usa un solo nome, nel linguaggio della scienza si usa la parola caffeina perché la caffeina fu scoperta per prima nel caffè. Quando un chimico trovò una sostanza simile nelle foglie del tè, ovvero in una pianta del tutto diversa da quella del caffè, che cresce in zone completamente diverse, che ha una classificazione botanica del tutto differente, beh, non immaginava che potesse essere la stessa del caffè e allora la chiamò teina. Poi altri chimici più attenti si accorsero che invece si trattava della stessa sostanza e allora la parola teina sparì dal vocabolario scientifico, restando in quello degli appassionati di tè.
È un fatto nominale, l’alcaloide del tè e del caffè possiamo chiamarlo anche “pirulina” e non cambia niente, l’importante è che si sappia che è la stessa sostanza che dà al caffè e al tè le loro decise e ben note proprietà neurostimolanti.
– Di tè ne esistono molte qualità e tipologie. Lei afferma che per potersi orientare è necessario disporre di un sistema classificatorio: non crede che questo approccio possa sacrificare l’aspetto emotivo e istintivo pure indispensabili nell’atto della scelta?
Sicuramente sì, tant’è vero che neanch’io, senza libro alla mano, saprei orientarmi. Però siccome il libro voleva essere il più possibile completo, era necessario dare al lettore anche la classificazione commerciale dei vari tè. Anche perché può capitare di trovarsi davanti una scritta tipo Orange Pekoe e immaginare (come è capitato a un cameriere di un ottimo albergo in cui ero ospite) che si tratti di un tè all’arancia, mentre Orange indica solo il tipo di tè ed è legato al nome della storica famiglia regnante olandese, gli Orange.
РNegli ultimi anni si ̬ creata una gran confusione intorno alle definizione di t̬ biologici e non. Qual ̬ la differenza?
Da un punto di vista strettamente scientifico la definizione di cibo biologico, e quindi anche di tè biologico, non significa assolutamente niente. In pratica, oggi per biologico si intende un alimento cresciuto senza gli ausili dei prodotti chimici, fertilizzanti, antimicrobici, erbicidi, disinfettanti, eccetera.
Bisogna però stare attenti a non fare l’uguaglianza automatica biologico = sano. Questa è una tipica stupidaggine portata avanti da chi poco ha studiato o da chi ha precisi interesse economici a vendere i suoi prodotti piuttosto di altri.
In alcuni casi, non utilizzare antiparassitari, per esempio, facilita la crescita di muffe cancerogene sugli alimenti e allora è preferibile assumere piccoli quantitativi di pesticidi piuttosto che correre il rischio di un cancro.
Nel caso del tè senza pesticidi ci si potrebbe imbattere in raccolti di qualità assai scadente o nello sviluppo successivo di muffe nocive.
Un’ottima soluzione per avere alimenti di ottima qualità, spesso coltivati con pochissimi  o senza aiuti chimici ma con l’impiego di tecnologie alternative meno invasive e soprattutto la cui coltivazione è attenta ai diritti dei coltivatori, è quella di comprare gli alimenti del commercio equo e solidale. Nel libro se ne parla in diversi punti.
– Il titolo del libro recita: “Il tè. Verità e bugie, pregi e difetti”. Quali sono dunque secondo lei i pregi e i difetti? 
Pregi:
Il tè contiene la caffeina, una sostanza che, presa senza esagerare e da chi è sano, esercita un benefico effetto di neurostimolazione (fa sentire svegli e meno affaticati), stimola il cuore, aiuta la circolazione, secondo alcuni studi recentissimi aiuta il metabolismo degli zuccheri (ritarderebbe e contrasterebbe il diabete), facilita la digestione, e che ha tanti altri effetti positivi che troverete sul libro.
Il tè contiene polifenoli in grande quantità e del tipo migliore. Anche un piatto di verdura ne contiene, ma quelli del tè sono particolari e più efficaci come antiossidanti. I polifenoli sono infatti antiossidanti naturali ed esercitano una naturale  attività disinfettante, proteggono le cellule dai processi di invecchiamento naturale e, secondo alcuni studi recenti, rallenterebbero i processi di proliferazione tumorale. All’Istituto di Dermatologia dell’Immacolata di Roma alcuni dermatologi ne stanno effettivamente testando l’attività antitumorale.
Il tè contiene una sostanza, la teanina (non teina, ma teanina) che è un ansiolitico naturale che contrasta con l’effetto neurostimolante della caffeina. La teanina dà ai bevitori di tè una particolare  sensazione di benessere psicologico che una vecchia pubblicità aveva definito “la forza dei nervi distesi”.
Il tè contiene oli essenziali che hanno innegabili effetti disinfettanti e digestivi, oltre che grande piacevolezza gustativa.
Il tè è una bevanda calda e spesso (soprattutto quelli neri) zuccherata: fornisce le stesse calorie di un bicchiere di vino (le calorie vengono solo dallo zucchero), riscalda e aumenta l’attenzione. Accompagnato a qualche biscotto è un ottimo modo per fare colazione o merenda.
Difetti:
La caffeina, se si esagera o non si sta bene, può essere pericolosa per il cuore e per l’umore e ostacola il sonno.
I polifenoli sono amari e a molti non piacciono. Inoltre essi hanno un effetto astringente che può risultare fastidioso, come sapevano bene le nostre nonne che davano tè a chi soffriva di dissenteria.
Il tè nero contiene un colorante (la teorubigina) che gli dà il tipico colore rossastro aranciato. In eccesso può macchiare i denti tanto che un tempo veniva utilizzato per invecchiare artificialmente gli avori.Se non è di sicura provenienza il tè può contenere pesticidi o sostanze coloranti artificiali e dannose.
In conclusione, come sempre, la differenza fra pregi è difetti sta nella dose: non bisogna esagerare. Inoltre è bene ricordare che il tè è un alimento che facilita l’attenzione e il controllo di ciò che ci circonda. Per questo è stato per secoli un elemento fondamentale della filosofia Zen, che del perfetto autocontrollo fa un principio base della propria visione del mondo.
Il tè aumenta l’attenzione al mondo e la capacità di coglierne gli aspetti più minuti. È l’alimento per chi vuole restare sveglio, in tutti i sensi.

Una nomenclatura spirituale del tè: intervista a Renzo Cremona

L’ospite di oggi ha esordito giovanissimo: la sua prima raccolta di versi si intitola Foreste sensoriali. È nato a Chioggia (Venezia) ed è laureato in lingua e letteratura cinese.
Renzo Cremona è uno scrittore molto particolare, ha una spiccata sensibilità e difende la libertà di espressione e di ricerca.
Tra le altre cose, ha scritto un delizioso libretto che si lega all’universo del tè e ha dimostrato di saperne cogliere aspetti sorprendenti.
Un uomo piacevole, molto intelligente e dotato di una gentilezza antica.
Lo ringrazio ancora per aver accettato di sottoporsi a questa breve intervista e per averla resa un’occasione di crescita e arricchimento.

Il Canone del tè
РRenzo, come e dove ha avuto luogo il tuo incontro con il t̬?
Il tè è stato un mondo che si è dischiuso piano piano attorno a me, e mi è difficile riuscire a rintracciare nel tempo il momento preciso in cui l’ho conosciuto. Se guardo indietro, però, e cerco di afferrare il ricordo che va più lontano di tutti gli altri, ho sempre la stessa immagine nitida dell’occasione in cui ho percepito chiaramente che bere un tè è in verità un po’ come mettere un piede in un mondo parallelo: ho una decina d’anni, e io e mia madre andiamo a trovare, in un bel pomeriggio di primavera, una zia che è rientrata dopo molti anni dall’estero. Fuori c’è il sole, entriamo in casa e ci sediamo. Subito lei va a mettere l’acqua sul fuoco e prepara le tazze, la teiera, i cucchiaini. La chiacchierata tranquilla, il clima rilassato e senza fretta, l’aria accogliente della casa producono in me una reazione a catena.
Da quel pomeriggio in poi, tutte le volte che ci siamo visti, io pregustavo già da prima il sapore del tè, ma, più di tutto, l’atmosfera che l’avrebbe accompagnato. Sarà forse stato che ho sempre percepito quanto bene si accordi una tazza di tè bollente ad una piacevole conversazione, sarà anche stata la sensazione di condividere in quel momento qualcosa di speciale, ma, ecco, credo che sia stato proprio allora che ho capito, anzi, sentito che il tè non è una bevanda, bensì un momento di tempo e di spazio tutto per noi.
Con gli anni ho poi proseguito la strada iniziata, inoltrandomi anche su sentieri poco battuti, e intraprendere in un secondo momento un corso di studi in orientalistica all’università mi ha sicuramente spinto ancor più verso la scoperta di questo mondo inesplorato – e in Italia ancora sconosciuto ai più, purtroppo – che è il tè.

РIn che modo il t̬ ̬ riuscito a ispirarti?
Il mio rapporto col tè è, se vogliamo, di natura sinestesica, va a coinvolgere un’intera rete sensoriale che si dipana da un centro che ha carattere variabile. Può essere che sia lo stato d’animo a condurmi verso un tè anziché un altro, o che viceversa sia la qualità del tè stesso ad evocare delle percezioni, delle immagini particolari. Come una palla che rimbalza all’interno di una grande stanza vuota, poi, ci sono naturalmente echi, richiami, ombre e variazioni di luce che vengono prodotte dai nuovi movimenti.
Quando ho scritto il terzo quadro, ad esempio, la sensazione che ho provato assaporando un eccezionale Bai Mudan giallo – di cui, fino a poco più di un anno fa, non sapevo nemmeno l’esistenza – ha provocato dentro di me una specie di corto circuito che è andato a coinvolgere il gusto, la parola, il pensiero, lo stato d’animo, tutto: non so spiegare cosa esattamente abbia causato una tale serie di associazioni; posso solo dire che in queste associazioni sono presenti tutti gli elementi che ho potuto percepire assaporando fisicamente il tè in questione. E che si tratta, naturalmente, di elementi soggettivi.

– Raccontaci del libro.
Credo di dovere spendere qualche parola per spiegare il perché del titolo. Non era e non è mia intenzione fare il verso al celeberrimo manuale di Lu Yu, il letterato e poeta cinese di epoca Tang che ha messo per iscritto tutta una serie di informazioni relative all’origine, alla produzione e alla preparazione del tè.
Il mio libro ha uno scopo e una natura completamente differenti: non si propone, infatti, di organizzare un lavoro attorno all’utilizzo della bevanda stabilendo dei precetti di correttezza, ma di apprestare una sorta di nomenclatura spirituale del tè, lasciando intravedere l’atmosfera che si crea attorno al tè stesso. Mi piaceva tuttavia l’idea di un canone, sia perché scandisce un insieme di norme – quasi a voler indicare, in senso lato, quale debba essere lo stato d’animo nel momento in cui ci si accosta ad un tè anziché ad un altro – sia perché costituisce un paradigma esistenziale in grado di rappresentare, di volta in volta, dei modelli di vita differenti, sovrapponibili, interscambiabili o semplicemente paralleli.
Il tutto è nato da un progetto comune con Paolo Candeo del “Signore del tè” di Torreglia: pensavamo a come poter sensibilizzare le persone su un tema così poco conosciuto quale è il tè, e così abbiamo organizzato un recital in cui io leggo il contenuto dell’intero libretto, mentre agli ospiti intervenuti viene offerta una degustazione guidata.
Il libro è organizzato in dieci quadri, otto dei quali contrassegnati dal nome di un diverso tipo di tè, più uno di apertura e uno di chiusura (acqua e fuoco) che richiamano gli elementi fondamentali nella preparazione della bevanda. Si tratta di brevissimi monologhi drammatici che percorrono i profumi e i sapori del nostro presente e del nostro passato, ma anche di un viaggio nel tempo che ci abita, fatto di nostalgie sottili, di incanti improvvisi e di braci che non si estinguono.

РEsiste un rapporto tra il t̬ e la poesia?
Certo che esiste. E ti dirò di più: esiste un rapporto anche tra il tè e la calligrafia, perlomeno come viene intesa in Estremo Oriente, dove è assurta al ruolo – giusto e meritato – di vera e propria arte. La calligrafia, infatti, riproduce molto da vicino le movenze dello spirito e del flusso vitale che ci attraversa, ed è la condensazione, su carta, dell’intero che ci costituisce. Anche il tè produce delle scritture nel nostro animo, e anche il tè è in grado di creare delle bellissime calligrafie: con il movimento quasi impercettibile dell’acqua, con il vapore che si solleva lento dalla tazza, con le linee che lascia sulla ceramica, persino con le bolle dell’acqua che salgono in superficie mentre lo si prepara. La poesia è per eccellenza quel genere che, come diceva Jean Cocteau, «imita una realtà di cui il nostro mondo possiede soltanto l’intuizione», perciò il tè è una forma di poesia, in quanto momento perfetto in cui si ricrea la bellezza di un ordine intangibile di cui raramente abbiamo esperienza. Quando parlo di ordine, però, non mi riferisco affatto alla ritualità della cerimonia annessa, bensì a quella disposizione d’animo che si produce nella persona che si predispone ad assaporarlo e a farlo parlare.

РChe ruolo ha il t̬ nella tua giornata? Quale tipologia preferisci?
Considero il tè terapeutico. Ha la capacità di riportare ordine dentro il caos. A me basta mettere l’acqua sul fuoco, preparare le foglie, sentirle sotto le dita, odorarne il profumo, guardarne il colore.
Preferisco non bere tè in tazze che non abbiano il fondo bianco o, al limite, trasparente e incolore: vedere il colore di un tè è un’esperienza metafisica – come del resto berlo – perché traspone la realtà tangibile in un mondo perfetto e incorruttibile dove anche le minime differenze di sfumatura sono il riflesso di un universo possibile, un dono prezioso che ci viene fatto e che testimonia della bellezza inesprimibile di cui è ancora capace il nostro mondo stanco e logorato.
Non passa giornata senza che io abbia bevuto in media sette-otto tazze di tè (in genere differente, ma non disdegno affatto il bis). Amo tutti i tè, ma in modo particolare lo Yinzhen bianco, il giallo Junshan Yinzhen, il Bai Mudan giallo di cui parlavo prima, il verde Taiping Houkui, e due Oolong che ho conosciuto di recente e mi hanno subito conquistato: l’Oolong “King’s Grade” (proveniente dalla regione del Doi Tung, in Thailandia), che ha un leggerissimo ma delizioso retrogusto di albicocche e limone pur non essendo aromatizzato, e il Milky Oolong, con quella lieve sfumatura di latte vaporizzato che lo rende unico. Poi ultimamente ho provato due tè fenomenali: un Pu-erh bianco in mattonella e il verde Qiandao Chun, dolcissimo e morbido, prodotto nello Zhejiang nella sola quantità di 150 chili all’anno. Amo anche un buon Darjeeling e molti neri.
Come vedi, mi riesce difficile dirti quale tipologia preferisco: il tè è un vero universo da esplorare continuamente.

Chiunque volesse acquistare il libro può scrivere direttamente all’autore e ottenere così una copia autografata.
In alternativa, si può ordinare presso i siti Internet che si occupano di vendita di libri online, quali IBS, Libreria Universitaria e quant’altro, o si può richiederlo in qualsiasi libreria indicando il codice ISBN di riferimento: 978-88-88030-91-3 e l’editore (Edizioni Eva, Isernia).

 

tè verde
“non falcio le erbe del giardino: tutte potrebbero servire un giorno, tanto quelle fiere e lucenti con i loro profumi quanto quelle inerti e basse, quasi timorose e inodori, che preferiscono rimanere nell’ombra ad ammorbidire il terreno.
con il tempo ho imparato che anche il ramo più corto può servire ad ospitare le barche in cerca di rifugio, anche le fronde più rade possono offrire riparo quando la luce si fa più impietosa. e ho appreso i ronzii che si nascondono tra le foglie, le voci sconosciute con cui gli alberi ci parlano, il numero segreto dei passi con cui scendere nelle nostre cantine.
e che la vita è qualcosa da non tenere troppo sul fuoco, che appena rimane un attimo di più nell’acqua diventa aspra e pungente, che se la vuoi assaporare fino in fondo può far conoscere aghi da legare la lingua.
vanno tuttavia bagnate le piante che ci abitano, e costantemente sorvegliate, perché l’infuso non abbia a soffrirne, poi, e le stanze non soffochino; perché si dia spazio a quello che si muove verso la luce, perché i mattini siano più freschi e le notti più morbide su cui cadere. perché, infine, si tagli quello che in noi è troppo, che è fuori, e ha nostalgia dell’infinito”.

Il tè e la pittura: intervista a Vera Puoti

Ho idea che questa signora sia affascinante. L’ho scoperta per caso e mi ha incuriosita.
Lascio che siano le sue immagini e le sue parole a raccontarvi la ragione per cui ho desiderato che fosse qui.
Ancora grazie.

РVera, quando e come ̬ nata la tua passione per la pittura?
Da piccolissima: adoravo scarabocchiare e soprattutto colorare e mia madre mi iscrisse ad una scuola di pittura, qualcosa di molto poco diffuso all’epoca. Passavo i più bei pomeriggi della settimana: sento ancora l’odore e l’effetto tattile di quegli impasti di tempere sotto il pennello, la gioia delle immagini che scaturivano tra i racconti di fiabe della nostra insegnante: che grande insegnante Lea Andreis!

– Ti sei laureata in lettere antiche: se e quanto questo interesse per gli studi classici ha influenzato il tuo modo di fare arte?
Gli studi classici sono indubbiamente una parte fondamentale della mia cultura, quindi della mia formazione ed esperienza, ma l’io, la personalità che cresce con te è fatto di miscellanee e percorsi così vari!
Associo la cultura classica, almeno quella delle immagini, alla solidità, all’equilibrio e questo in parte l’ho assorbito ed è stato un riferimento; ma poi è diventato intrigante il sogno, l’associazione di idee, il subconscio, l’instabile, e forse ciò ha finito col prevalere. Ma questa è una parte: l’immagine è fatta di un soggetto, che può essere un non-soggetto (astratto), di un segno, un disegno, di colori, di tecnica… e queste cose si compongono nei modi più vari, all’infinito, e Chagall può volare coniugandosi con i colori di Masaccio, mentre Simone Martini può trasformarsi in una maschera etnica. Il negativo/positivo delle pitture tribali australiane può passare attraverso la fotografia, scorrere nell’arte del Novecento e traboccare nell’arte astratta.

– Come definiresti la poetica dei tuoi quadri?
Forse in questo periodo preferisco sia letta dall’esterno, comunque qualcosa può dire il titolo di una mia mostra di qualche anno fa: Straordinario e Quotidiano. Ecco è la straordinarietà di quanto possiamo avere sotto gli occhi anche ogni giorno, che mi stimola. A volte sono gli occhi che fanno le cose e ce ne rimandano il fascino, è il tipo di rappresentazione, gli accostamenti, che suggeriscono il nuovo, che accendono luci anche insospettate. Attualmente sto dipingendo una nuova serie, diciamo che prende spunto dal genere della natura morta, ma non lo è nel vero senso della parola ed è il mio modo attuale di parlare del mondo femminile, delle sue storie, delle sue relazioni…Sono passata negli ultimi anni dai Salotti che erano un gioco di forme del cuore della casa e man mano si sono animati con una e più persone, narrando il dramma dell’11 settembre e poi stilizzando relazioni e situazioni. Sono entrata nelle camere da letto con una serie dedicata agli Amanti e alla Luna. Ho giocato a lungo con le tavole imbandite e la seduzione dei Sott/Intesi. Spesso ho estratto dei particolari di una serie per crearne un’altra: sono nate le Lune, oggi sta nascendo qualcos’altro.

РPerch̩ proprio il t̬?
Mio marito adora il tè. Mia figlia tè, teiere e tazzine. Il tè rientra nell’atmosfera quotidiana, sa di pausa, di carica, di benessere, di storia. E le teiere hanno tante belle forme intriganti, come le tazzine, i cucchiaini, le zuccheriere. Avevo altre volte inserito queste forme nelle mie immagini, ma il primo quadro sul tè mi è venuto in mente per mia figlia: è dedicato a lei, anche se è stato portato a termine per una mostra a Todi sul ‘benessere’.
Poi una parte di quel quadro è stata utilizzata come copertina di un libro di una psicologa sull’ autostima al femminile. Quanti messaggi nei semplici gesti del tè: tradizione, atmosfera, comunicazione, eleganza, relax, vita. E la comunicazione come tema, unitamente all’eleganza delle forme hanno continuato a giocare a favore del tè in tanti quadri, anche come ‘inciso’, semplice suggerimento connotativo, ma essenziale.

– Come lo collochi nelle tue creazioni?
I miei quadri dedicati al tè narrano un gioco di seduzione. Ho scelto il tè ( ma anche il caffè e gli infusi in genere) per narrare la seduzione nei suoi incontri rapidi ma densi, i suoi aspetti diretti ma misteriosi, perché il tè rappresenta momenti brevi ma intensi, ci consente soste di abbandono in cui prendono vigore forze appartate dentro di noi.

– Sei nata a Napoli: come gli occhi di un’artista vedono questa città?
Non la vedo con gli occhi di un’artista, per certi versi sono troppo coinvolta, per altri la conosco troppo poco. Comunque non è una città, è un pianeta. Sai che sono anche un po’ brasiliana ? Beh, per me Napoli è saudade.

РCi racconti il tuo rapporto con il t̬?
Io bevo tè. Prediligo i tè alla frutta e quello al gelsomino.
Mi piacciono le sale da tè. A Roma ce n’è una in particolare di fronte alla scalinata di Piazza di Spagna, ma la mia preferita per la varietà di tè che offre e il garbo con cui il tè viene servito si trova in Val Badia. Faccio acquisti sia al supermercato che in negozi specializzati.
Nella nostra casa c’è chi beve tè a tutte le ore e chi come me lo associa soprattutto a momenti confortevoli e rilassanti, magari di due chiacchiere con una tazza calda tra le mani, con un occhio ad accessori di grazia: qualche centrino, un vassoio, zuccheri speciali.
Comunque quando penso al tè mi vengono alla mente più le geishe che le brume inglesi; o forse i contrasti tra i colori caldi dell’India, i suoi profumi e la sua folla di tradizioni e le colonie inglesi. Mi vengono alla mente gli arredi cinesi, millenni di poveri e di impero, bambine di troppo e mercanti in viaggio, spazi enormi e tende, intrighi.

*Aggiornamento del 20.07.2008
Ringrazio Vera Puoti per aver pubblicato parte di questa intervista nel suo catalogo “Formule di sogno”, edito in occasione della sua mostra a Copenaghen presso l’Istituto Italiano di Cultura dal 21 agosto al 26 settembre 2008.