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Emergenza Giappone: opinioni e nuovi sviluppi

Gran parte dell’ultima settimana è trascorsa cercando di discernere le notizie plausibili da quelle improbabili. Distinguere le sfumature della stampa italiana da quelle della stampa internazionale non è impresa semplice, al contrario spesso è assai faticoso.
Ho svolto molte ricerche, ho letto e ascoltato (qualora vi interessasse, qui potete trovare una serie di link circa le informazioni sulle operazioni relative all’emergenza nucleare); mi sono mossa su vari fronti, continuando per il momento a mantenere ferma l’importazione di tutti i tè giapponesi.

I giornali di oggi asseriscono che la centrale di Fukushima sarà smantellata; il premier giapponese Naoto Kan intende rivedere l’intero piano di costruzione di nuove centrali nucleari.
L’Ambasciata d’Italia a Tokyo riferisce che le autorità giapponesi stanno concentrando gli sforzi per risolvere il problema della fuoriuscita nell’ambiente dell’acqua altamente contaminata rivenuta all’interno dei locali delle turbine dei reattori. Al momento, pare sia in corso il travaso di quest’acqua nel condensatore di vapore del reattore numero 1, mentre si sta predisponendo la stessa operazione per gli altri due reattori.
Kyodo news questa mattina scrive che la concentrazione di iodio-131 rilevata nel mare appena intorno alla centrale di Fukushima risulta 4.385 volte superiore rispetto al limite consentito dalla legge; parallelamente la IAEA (International Atomic Energy Agency) dichiara di aver riscontrato nel terreno del villaggio di Litate, situato a 40 Km dalla centrale, un livello di radiazioni tale da consigliare l’evacuazione (qui il video in cui Danis Flory, vice direttore generale dell’AIEA, racconta gli ultimi risvolti in merito).
Hidehiko Nishiyama, portavoce dell’agenzia per la sicurezza nucleare e industriale, ammette che le radiazioni potrebbero continuare a riversarsi nel mare e dunque è necessario monitorare attentamente la situazione.

La U.S. Food and Drug Administration continua a vigilare sulle importazioni di tutti i generi alimentari, tè compreso; essa provvede a intercettare e mettere in quarantena i cibi provenienti dalle quattro prefetture più vicine ai reattori.
La World Healt Organization ha pubblicato le linee guida per la sicurezza alimentare utili ai rivenditori che devono far fronte alle domande dei clienti preoccupati. Del resto i giapponesi hanno già bandito l’esportazione dei prodotti contaminati e intanto proseguono il monitoraggio della situazione nell’area intorno alle zone nevralgiche (qui trovate la lettura aggiornata quotidianamente del livello di radioattività ambientale divisa per prefetture).

Dal canto mio ho cercato di rispondere, spero nel migliore dei modi, alle email di tutti coloro che hanno espresso dubbi e preoccupazioni e ho tentato di fare da tramite tra clienti e fornitori, con l’auspicio di favorire un dialogo che potesse rassicurare gli uni e gli altri.
Ho contattato il Dott. Gianluigi Storto, autore del noto libro Il tè. Verità e bugie, pregi e difetti, in qualità di chimico e in relazione alla sua passata esperienza presso i laboratori chimici delle dogane. Tenevo a conoscere la sua opinione in merito a quanto sta accadendo, con particolare attenzione circa le sorti del tè. Questa la sua risposta, per la cui solerzia e gentilezza tengo a ringraziarlo sentitamente:

“Ciao carissima Acilia.
Ho letto i tuoi post e la tanta preoccupazione che si rileva dai commenti dei tuoi amici.
Allora, occorrerebbe fare un po’ il punto della situazione, per evitare di creare un allarme esagerato, anche se questo non significa prendere le cose alla leggera.
Intanto non bisogna confondere gli effetti di una esplosione atomica con quelli di una perdita di radioattività come sta succedendo in questi giorni in Giappone. Mentre infatti nel primo caso all’enorme calore della bomba (che uccide sul colpo chi si trova da quelle parti), segue il cosiddetto fallout radioattivo, che consiste nella pioggia radioattiva causata dall’enorme quantità di vapore d’acqua che condensa sopra il “fungo” atomico trascinando a terra gli isotopi radioattivi, portando la radioattività a livelli altissimi, nel secondo caso, quello delle perdite radioattive, non si ha la pioggia radioattiva e dunque le radiazioni sono soltanto quelle emesse dalle fonti primarie e che il vento tende naturalmente a diluire. Quindi qui non c’é concentrazione attorno all’area dove è scoppiata la bomba, ma al contrario diluizione attorno al punto di emissione e concentrazione locale determinata dai venti predominanti.
In Giappone dalle parti delle centrali sono ora presenti due isotopi radioattivi, lo iodio e il cesio. Il primo impiega circa otto giorni a dimezzarsi e dunque nel giro di un mese si può ritenere ragionevolmente che tali radio-isotopi avranno perso completamente la loro radioattività (ovviamente se se ne continua a disperdere nell’ambiete i tempi crescono).
Il secondo invece è molto più longevo e dunque pericoloso.
Questi isotopi tendono a cadere a terra (sono elementi pesanti), trasportati dalle pioggie e dai venti e ad accumularsi nel terreno. Il punto da tenere presente è la loro concentrazione. Se infatti questi isotopi si diluiscono, la loro radioattività può scendere a livelli molto bassi, addirittura inferiori al rumore di fondo terrestre e quindi, di fatto, è come se non ci fossero. Questo significa che più lontano è un posto dal luogo di emissione, minore sarà la concentrazione degli isotopi radioattivi di cesio e dunque la radioattività.
Dal terreno questi elementi (iodio e cesio) passano potenzialmente nel ciclo alimentare, prima nelle piante  e poi negli animali che se ne nutrono, divenendo pericolosi per l’uomo. In questo caso si può avere in effetti un aumento di concentrazione, perché tali elementi si concentrano in alcuni organi degli animali (tipicamente -ma non solo- fegato e reni) e quindi chi se ne ciba preferenzialmente, può andare incontro a dosi maggiori di radioattività residua.
Cosa dire a proposito del tè? A parte il fatto, direi banale, che le foglioline raccolte prima dell’evento non possono essere radioattive, sarebbe bene non consumare tè raccolto dopo l’evento nelle zone interessate dalla ricaduta radioattiva.
Come fare a sapere quanto è radioattiva una partita di té? A parte le analisi dirette (molto complesse) sulle singole partite, direi che sarebbe meglio in linea di massima essere prudenti.
Se non ci saranno ulteriori peggioramenti di diffusione radioattiva, direi che nel giro di qualche mese la diluizione della radioattività emessa sarà tale che la ricaduta a terra sarà ininfluente, anche se le zone più vicine resteranno le più danneggiate per l’esposizione di questi giorni. Se invece si continuerà ad immettere in aria cesio radioattivo, allora è meglio aspettare e cercare di saperne di più prima di procedere ad acquisti di beni provenienti da quelle parti. Penso anche che vari Paesi metteranno in atto misure di controllo, ma per qualche tempo (otto- dodici mesi?) credo sarebbe meglio lasciar stare il té giapponese.
Un caro saluto, Gianluigi”

Di pari passo, anche a seguito della notizia della partita di fave con tracce di radioattività bloccata a Taiwan la scorsa settimana (di cui vi ho fatto cenno nel post precedente), ho ottenuto ulteriori aggiornamenti dal mio fornitore residente a Uji (Kyoto), area da cui, vi ricordo, provengono tutti i tè giapponesi della bottega virtuale:

In regard to the beans that were detected in Taiwan, Vicia faba. They were detected on March 20th and had come from Kagoshima. But they were transported from Narita (Tokyo) airport. The radiation level was not dangerous but below the set standards. The Japanese government suspects that the consignment might have received this radiation on the Narita airport.
We do not ship through the Narita airport but from the Osaka Kansai International Airport. This way we neither pass the effected area nor do we get in touch with any place that might be effected.
I am not sure why the had the beans shipped all the way to Tokyo before they were send to Taiwan.
I hope this answers some of your concerns. We expect that Japan will recover soon and all the anxiety will calm down again”.

TRADUZIONE: In merito alle fave che sono state scoperte a Taiwan (Vicia faba). Esse sono state individuate il 20 Marzo e provenivano da Kagoshima. Ma erano state trasportate dall’aeroporto di Narita (Tokyo).
Il livello di radiazioni non era pericoloso, ma sotto gli standard previsti. Il Governo giapponese sospetta che la partita potrebbe essere stata contaminata dalle radiazioni all’aeroporto di Narita.
Noi non effettuiamo spedizioni attraverso l’aeroporto di Narita, ma dall’aeroporto internazionale di Osaka Kansai. In questo modo non passiamo attraverso l’area colpita, né entriamo in contatto con nessun luogo che possa essere stato contaminato.
Non sono certo della ragione per cui le fave siano arrivate fino a Tokyo prima di essere spedite a Taiwan.
Spero che questo risponda ad alcune delle tue preoccupazioni. Ci attendiamo che il Giappone recuperi presto e tutte le apprensioni rientrino di nuovo”.

Lo stesso fornitore ha tenuto a mettermi al corrente di un documento prodotto dalla commissione europea il 25 marzo che dovrà necessariamente essere associato ad ogni tipo di importazione dal Giappone, da oggi fino al 30 giugno (mensilmente revisionato in seguito ai dati analitici ottenuti). Esso sancisce la messa in atto di una nuova regolamentazione che impone al produttore di attestare che i suoi prodotti siano stati coltivati o lavorati prima dell’11 marzo, che non siano originari delle prefetture a rischio (Fukushima, Gunma, Ibaraki, Tochigi, Miyagi, Yamagata, Niigata, Nagano, Yamanashi, Saitama, Tokyo e Chiba), oppure qualora lo fossero che siano accompagnati da una relazione analitica che attesti il rispetto dei limiti dei livelli di radionuclidi iodio-131, cesio-134 e cesio-137 imposti da Euratom (European Atomic Energy Community) alla fine degli anni ’80.
L’ultima pagina di questo documento consiste in un’autocertificazione che deve essere compilata dal produttore, successivamente firmata da un rappresentante autorizzato delle autorità competenti giapponesi e infine controfirmata dalla dogana del Paese dell’Unione Europea a cui la merce è indirizzata.

A conferma di quanto dichiarato dal mio fornitore, anche Joshua Kaiser, fondatore del marchio Rishi Tea, sottoscrive che più del 95% dei tè esportati dal Giappone sono prodotti molto a sud della zona del disastro e che i cibi al di fuori del raggio di 200 Km non stanno mostrando nessun segno di contaminazione.
In definitiva, l’unica zona che al momento desta reale preoccupazione in fatto di tè è quella di Okukuji (Cha-no-Sato Park) nella prefettura di Ibaraki, nei pressi delle cascate di Fukuroda; tuttavia le foglie provenienti da questi giardini sono quasi esclusivamente consumate nel mercato interno giapponese e i quantitativi sono molto limitati.