Nelle mani di Cosimo

Cosimo fa il contadino. Suo figlio Michele è morto tre anni fa a causa di un tumore.
Era amico di mio padre, Michele. Quando ha combattuto con il tempo per provare a capire e a risolvere, mio padre non lo ha abbandonato un istante.

Ad ogni stagione Cosimo si presenta a casa per regalarci i frutti della sua terra.
Ogni volta ci sorprende, ogni volta lo invitiamo a sedersi e ogni volta lui rimane sulla porta, non vuole dare fastidio. Viene con il volto annerito e rugoso, dice poche parole sommesse: nelle mani cesti di olive, oppure di pesche o uva.

Per questo Natale io vi regalo questa piccola storia. E vi auguro di riuscire a mantenere saldo il valore della memoria, della riconoscenza, del pudore, di riuscire ad emozionare con gesti piccoli, come fa Cosimo.
Vi metto tutti nelle sue mani, segnate, indurite ma tenaci, autentiche. Nelle stesse mani in cui lui trattiene la bellezza dei frutti.

Carissimi auguri, grazie sempre per la vostra presenza.

 

Natale nell’Ukiyo


Ukiyo significa mondo fluttuante. Ukiyo-e si riferisce alle immagini del mondo fluttuante.
Si tratta di un genere di stampa artistica giapponese su blocchi di legno, prodotta tra il XVII e il XX secolo: solitamente raffigura paesaggi.
È questa la suggestione del nuovo Natale e delle novità che porta con sé nella bottega virtuale.
Negli ultimi mesi, quello in cui ci stiamo muovendo è senza dubbio un mondo che fluttua, instabile,  soggetto a continue variazioni. Cambiano le priorità, i punti di vista, cambia la natura attraverso i suoi tumulti.
La nuova proposta natalizia asseconda questo sentire: si ispira all’arte giapponese da cui prende il nome, è momentanea, figlia di questo tempo, evoca i colori e le insurrezioni della natura.

La collezione “Ukiyo” propone 10 pezzi di ceramiche giapponesi artigianali ad edizione limitata, ciascuno dei quali porta il nome di noti pittori, incisori e calligrafi giapponesi. Perché l’arte nipponica meglio di ogni altra sa cogliere i mutamenti attraverso un profondo rapporto di rispetto. Che sia questo l’auspicio per l’anno che arriva.

Le mani di un artigiano hanno creato questi accessori esclusivamente per voi, perché possiate sorbire i vostri tè nella piena consapevolezza di averli preparati in tazze e teiere irripetibili.
Sono tutti realizzati in gres semirefrattario; gli smalti utilizzati sono composti da rocce in polvere (feldspati, rocce basaltiche, polvere di marmo) e cenere di legna di ulivo.
I pigmenti sono per lo più rame e ferro, i quali combinati di volta in volta con smalti diversi reagiscono regalando colori diversi. Così la magia si rinnova ad ogni tocco.

La carrellata degli artisti parte da Hokusai, Utagawa e Sharaku, che ispirano 3 set composti da teiera e due tazze.
Utamaro, Toyokuni, Takanobu e Inoue prestano le suggestioni della loro poetica a 4 coppie di tazze. Infine, Shubun, Okamoto e Kiyohara, l’unica donna della selezione che per altro sposò un pittore italiano, omaggiano 3 splendide chawan per la preparazione del tè Matcha.


Il fascino di questi materiali si accentua col trascorrere del tempo, perché come recita il filosofo Yanagi Sóetsu “La bellezza nasce dall’uso“. Da sempre la cerimonia del tè incarna il culto della bellezza insita negli oggetti comuni di uso quotidiano, frutto del lavoro di umili artigiani. Questo dunque lo spirito di queste opere uniche, questo il messaggio che portano.
Sembrano partorite dalla terra, alcune sono la sintesi di boschi che spaziano fino al mare, fluiscono come acqua di cascate e si solcano con colate di cielo.


Nell’arte pittorica giapponese un ruolo dominante è riservato anche al vuoto, come del resto nella poesia haiku e nell’allestimento della stanza del tè. Dal vuoto si irradia l’energia che genera l’esperienza estetica e nella condizione del vuoto l’anima rimane aperta.
Il vuoto lascia spazio al pensiero, alla purificazione dei sensi. Sta a voi completarlo.

L’isola del vento


Una colazione intima, familiare, è quanto di meglio possa rappresentare lo spirito di questo luogo.
A Ventotene ci si concede al giorno con un bicchiere di frutta appena tagliata, con la marmellata di albicocche fatta in casa, con i biscotti di riso e con il tè. Sono i sapori semplici, genuini, a pennellare i tratti di quest’isola eletta dall’Odissea come rifugio delle sirene.
L’intimità qui è una condizione naturale da cui si rimane irrimediabilmente contagiati, che si rinnova ogni giorno attraverso il piacere della riscoperta e del recupero dei bisogni primordiali.
C’è silenzio, esiste il tempo e il modo per dare voce alla natura, vi è raccoglimento, contatto.

Le sue origini sono molto antiche: geologicamente risale a 100 milioni di anni fa, quando sul fondale marino si aprirono profonde fratture da cui affiorò il magma che poi ha forgiato l’isola.
Al tempo dei greci e romani era conosciuta come Pandataria (dispensatrice di ogni bene), Παντατηρια in greco antico. In realtà il suo nome sembrava in netto contrasto con quanto poi diventò. Fu il luogo in cui il primo imperatore romano Augusto esiliò la figlia Giulia per cinque anni, in seguito all’accusa di adulterio e tradimento. Poco dopo, l’imperatore Tiberio vi fece esiliare la nipote Agrippina che nell’isola si lasciò morire di fame e Nerone esiliò sua moglie Ottavia dopo averla ripudiata.
Successivamente, durante il periodo fascista furono confinati sull’isola molti antifascisti, tra i quali Sandro Pertini, Luigi Longo, Altiero Spinelli. Alcuni di loro  nella primavera del 1941 scrissero sull’isola il Manifesto di Ventotene, un documento importante che testimoniava la necessità di un’Europa libera e unita e che costituì il riferimento ideale negli anni successivi per il processo di integrazione continentale.
Quella di Ventotene è dunque la storia di un posto che per molti anni è stato uditore di sofferenze, spettatore di ingiustizie e solitudini, di desideri di riscatto. Forse anche per questa coscienza storica oggi si fa focolare di tale sensibilità.

È strutturata come un abbraccio atteso Ventotene: da una parte il porto antico romano intagliato nel banco roccioso, dall’altra il porto nuovo. Nel mezzo si attracca, con il traghetto o l’aliscafo, e ci si sente accolti, aspettati.
Iniziando a muovere i primi passi ci si lascia inebriare dall’aroma di finocchietti selvatici, oleandri, ginestre e ammaliare da maestosi fichi d’India, nonché dalle sculture naturali scavate dal mare e dall’aria.
L’isola è una stazione di sosta per gli uccelli migratori nella rotta dall’Europa all’Africa, si ha la fortuna di assistere spesso a nutriti stormi che disegnano perimetri azzurri sulla testa. La magia è suffragata dalla presenza del faro bianco, dalle case colorate, da un vasto manto di stelle che ogni sera si replica e ogni sera smarrisce.



Il 20 settembre è una data molto importante per i 700 ventotenesi: si festeggia Santa Candida, patrona dell’isola.
È una ricorrenza profondamente e sinceramente sentita da tutti, si respira un entusiasmo pulito, una gioia inconsapevole che travolge, in mezzo a palloncini colorati, mongolfiere di carta, giochi di gruppo nel porto e straordinari fuochi pirotecnici affacciati sul mare.
La lunga processione avanza lentamente in un silenzio impastato di salsedine e tramonto, le sirene delle barche suonano, salutano il passaggio della Santa che termina il suo cammino nel mare.
All’alba la banda sveglia il paese, così ci si precipita in strada per mangiare insieme ciò che le signore dell’isola hanno preparato per tutti. È la festa della vicinanza.


A metà giugno il tempo scandisce un’altra tappa irrinunciabile: la raccolta delle lenticchie.
La lenticchia, le cui prime coltivazioni pare risalgano all’inizio del 1800, è il prodotto che incarna perfettamente la cultura non solo gastronomica dell’isola, perché richiede cura, devozione, pazienza.
È un prodotto di grande qualità, inserito dal 2002 nell’elenco dei prodotti agroalimentari tradizionali del Lazio, con proprietà organolettiche uniche nel suo genere e particolarmente resistenti alla cottura.


Gli isolani sono soliti gustarle in zuppa con basilico e pesce (qui ne trovate una declinazione interessante). Ma coloro i quali ne hanno sperimentato versioni tra le più accattivanti sono Candida e Giovanni del ristorante “Il Giardino“. È un posto delizioso, aggraziato, raffinato come il sorriso e l’incedere della padrona di casa, Anna, loro figlia.
Gli ambienti sono in piena sintonia con i colori della natura, invogliano alla scoperta, infondono serenità.
L’accoglienza presso Il Giardino ha un calore antico, come le mani di Giovanni; i piatti sono frutto di un’attenta selezione della materia prima, il pescato è sempre di giornata a Km 0. In ogni pietanza la tradizione si incastra con fare schietto alla creatività mai banale e mai eccessiva: le linguine al dentice, limone e salvia hanno una verità che innamora.



L’isola del vento è una terra dove le porte delle case rimangono aperte e si compartecipa alle cene familiari passando per la strada. Una terra dove i venditori ambulanti, i barcaioli, i venditori di pesce hanno volti conosciuti e sembianze di casa.
In questo video ripongo il mio saluto a Ventotene, il mio arrivederci. Ringrazio il fotografo Daniele Cametti Aspri per aver colto nelle sue immagini la preziosità dei dettagli, della gestualità, del ritmo dei respiri che rendono quest’isola l’esaltazione della sincerità.

Ode al presente

Questo
presente
liscio
come una tavola,
fresco,
quest’ora,
questo giorno
terso
come una coppa nuova
– del passato
non c’è una sola
ragnatela –
tocchiamo
con le dita
il presente,
ne scolpiamo
il profilo,
ne guidiamo
il germe,
è vivente,
vivo,
non ha nulla
dell’ieri irrimediabile,
del passato perduto,
è nostra
creatura,
sta crescendo
in questo
momento, sta trasportando
sabbia, sta mangiando
nelle nostre mani,
prendilo,
non lasciarlo scivolare,
che non sfumi in sogni
o in parole,
afferralo,
trattienilo
e dagli ordini
finché non ti obbedisca,
fanne strada,
campana,
macchina,
bacio, libro,
carezza,
taglia la sua deliziosa
fragranza di legname
e con essa
fatti una sedia,
intrecciane
lo schienale,
provala,
o anche
una scala!

Sì,
una scala,
sali
nel presente.
gradino
dopo gradino,
fermi
i piedi sopra il legno
del presente,
verso l’alto,
non molto in alto,
soltanto
fin dove tu possa
riparare
le grondaie
del tetto,
non molto in alto,
non andartene in cielo,
raggiungi
le mele,
non le nuvole,
quelle
lasciale
andare per il cielo, andare
verso il passato.
Tu
sei
il tuo presente,
la tua mela:
prendila
dal tuo albero,
innalzala
nella tua
mano,
brilla
come una stella,
toccala,
addentala e incamminati
fischiettando per strada.

(P. Neruda)

 

Le cose da crescere

Lo spunto per augurarvi delle buone vacanze mi arriva quest’anno da un librino sfizioso che ho ricevuto in regalo da un caro amico, perché sostenesse la mia “curiosità verde”: Dai diamanti non nasce niente, di Serena Dandini, edito da Rizzoli.
È una piacevolissima passeggiata sentimentale alla ricerca della bellezza, è dedicato a chi vede nella passione per le piante un modo di essere, una filosofia di vita.
Scorrendo le pagine, tra citazioni letterarie, pittoriche e cinematografiche, tra aneddoti e riflessioni più o meno ironiche, si comprende che attraverso il giardino ci si può scoprire coltivatori di se stessi. Perché si comincia dal proprio spazio privato, che però è anche esposto e dunque pubblico, di conseguenza condiviso.
La Dandini tenta di dirci che il paesaggio naturale, la vegetazione, ci insegna ad allargare l’orizzonte. “Per sua natura il giardiniere è proiettato in avanti, almeno fino alla prossima fioritura: sa aspettare e progettare, deve avere fiducia e intravedere un poi, un domani, un non ancora“.
Del resto Cicerone affermava: “Se possedete una biblioteca e un giardino avete tutto quel che vi serve“. Questo verde ci è necessario come una cura.
Il giardino non è solo un appezzamento dietro casa, ma una metafora ad ampio spettro che coinvolge il mondo. Se impariamo ad avere cura delle nostre piantine, sarà più facile coltivare i nostri sogni: dedicarci con attenzione e passione a qualcosa ci aiuta a tirare fuori i nostri istinti migliori“.
Questo libro fa il suo dovere: arricchisce lo sguardo. Dopo averlo letto si impara a camminare per strada alzando gli occhi in direzione dei balconi altrui, “per riposarli su qualcosa di verde e di vivo che ci ricordi chi eravamo prima di diventare schiavi delle applicazioni del nostro smartphone“.

Il mio augurio dunque per queste vacanze è di sporcarvi le mani con la terra, di accostarvi alle piante e alla possibilità di imparare a cogliere i segnali. Di usare questo tempo più calmo per predisporre il terreno giusto per le cose da crescere. Perché “trafficare con le piante è una promessa di felicità“.

Io vi aspetto nella bottega che rimarrà aperta per l’intero mese di agosto, con l’intento di continuare a garantirvi una “Bella estate“.

Il cimitero dei vecchi tè, di vecchie condivisioni


Il terrorismo mediatico: Renata Pisu e “La fine del tè”

Il 20 giugno 2011 è stato pubblicato sul noto quotidiano La Repubblica un articolo redatto dalla giornalista Renata Pisu in merito al tè verde giapponese e a ciò che è accaduto a Fukushima. Devo a Paola Ghirotti l’opportunità di esserne venuta a conoscenza.
È un articolo che ho riletto più volte, che ho stampato, osservato con estrema attenzione e su cui ho riflettuto a lungo. Ne trovate il testo integrale qui.
Prima di condividerlo con voi oggi, ho ritenuto di volerlo condividere con numerose Associazioni che promuovono scambi culturali tra Giappone e Italia (Istituto Giapponese di cultura, Fuji, Sakura, Iroha, Lailac, Aretè, Nipponica, Fondazione Italia-Giappone, Istituto italiano di cultura a Tokyo, Comitato per Ishinomaki), con l’Ambasciata italiana a Tokyo, con l’ente semi-governativo JETRO, con la community italiana Tea Time che si definisce il primo sito italiano dedicato al mondo del tè, con le scuole che organizzano cerimonie del tè giapponese in Italia, con l’Associazione Italiana Cultura del tè, con alcuni blogger italiani che vivono in Giappone, con produttori e distributori giapponesi di tè e con colleghi importatori che gestiscono boutique specializzate nella vendita di tè in foglia in vari luoghi d’Italia.
Ciascuna di queste persone ha investito tempo ed energie in termini sia pratici che emotivi, al fine di promuovere e diffondere la cultura del tè in Italia, ognuno con i propri mezzi; la Sig.ra Pisu ha citato “la perdita di identità e cultura“, ha affermato che le “esportazioni del tè sono ferme“, che “ora non si berrà più tè in Giappone“, che “il tè rischia la messa al bando totale“, che si stanno compiendo “cerimonie dell’addio”. Ebbene le testimonianze di tutti coloro che hanno ritenuto di rispondere alla mia sollecitazione e che per questo ringrazio (le ho raccolte in questo documento in continuo aggiornamento) si sono rivelate preziose al fine di confutare ognuna delle asserzioni della giornalista, che scoprirete prive di ogni fondamento. Vi invito a leggere l’intero documento perché tutte le testimonianze esprimono punti di vista interessanti e degni di nota, possono aiutarvi a comprendere meglio come funzionano alcuni meccanismi che ruotano intorno al mondo del tè (le testimonianze dei produttori giapponesi sono state naturalmente tradotte dall’inglese).
Sono ferita e profondamente irritata da quanto scritto dalla Sig.ra Pisu, ritengo sia stato commesso uno sbaglio grave, grossolano, di imperdonabile superficialità. Se commettessi l’errore di mostrarmi indifferente, rischierei di confondere, spaventare e probabilmente allontanare tutti coloro per la cui fiducia e per il cui interesse ho lavorato fino ad oggi.

Ci sono diverse parole chiave a proposito delle quali desidero esprimere un’opinione, perché ritengo possano essere motivo di confusione, di tendenziosità. Insinuare dubbi, incutere paura, senza per altro citare alcuna fonte direttamente verificabile, trovo sia un atto di rara vigliaccheria, di chiara scorrettezza.
Fare informazione richiede un’assunzione di responsabilità non trascurabile, perché avere la possibilità di arrivare nelle case di centinaia di migliaia di persone significa potenzialmente condizionare i loro pensieri e le loro azioni, che a loro volta potenzialmente influenzano pensieri e azioni di altre persone ancora, fino ad arrivare a caratterizzare il Paese, a definirne il costume, lo spessore, la sensibilità.

Il termine “avvelenata” significa letteralmente “uccisa dal veleno, velenosa”, ossia una sostanza che causa gravissimi danni, perfino la morte (cit. dal Dizionario della lingua italiana). Associarla al tè, per altro all’interno del titolo dell’articolo, trovo sia scorretto, ingiusto. È la prima informazione falsa a cui seguono decine di altre informazioni false, inanellate senza alcun criterio, né cognizione di causa.
Ad oggi non è stato registrato alcun caso in nessuna zona del Giappone che abbia mai certificato gravissimi danni o la morte di persone che abbiano ingerito tè verde dopo l’accaduto dell’11 marzo.
Parole come “crollare“, “psicosi“, “perdita di identità“, “fine“, “addio“, “danno“, “messa al bando” non registrano una notizia, non informano in merito ad un evento, bensì alludono, giudicano, insinuano, sentenziano. Non posso pensare che una professionista della parola non conosca i significati di questi termini; posso solo pensare che abbia scelto di utilizzarli coscientemente. Sulle ragioni per cui lo abbia fatto preferirei sorvolare.
È inesatto affermare che le esportazioni sono ferme, che anche in Europa non si berrà più tè, perché come dimostrano anche le testimonianze di importatori ed esportatori contenute nel documento che ho redatto, il tè continua ad essere commercializzato e bevuto regolarmente, in Giappone e in Italia, dai grossi distributori ai piccoli negozi, dalle case private ai luoghi di aggregazione.
Ci sono naturalmente delle condizioni più rigide a cui il tè è sottoposto rispetto al passato, perché possa arrivare nelle nostre tazze. Prima tra tutte, è necessario che ottenga il nullaosta sanitario dal nostro Ministero della salute e che rispetti il regolamento di esecuzione (UE) N. 351/2011 della Commissione del 23 maggio 2011 (che modifica il regolamento N. 297/2011 datato l’11 aprile) che impone condizioni speciali per l’importazione di alimenti originari del Giappone o da esso provenienti, a seguito dell’incidente alla centrale nucleare di Fukushima [ qui trovate il testo integrale del regolamento].
Per ottenere il nullaosta sanitario, al momento dell’ingresso nel territorio nazionale (nei porti, aeroporti e dogane interne), tutte le partite di merci di interesse sanitario, compresi quindi gli alimenti di origine non animale destinati al consumo umano, provenienti da Paesi extra-europei, devono essere sottoposte ad un controllo igienico-sanitario a cura dell’Ufficio di sanità marittima e aerea (USMAF) competente territorialmente.
Direttamente sulla merce quindi, il personale tecnico dell’USMAF, presa visione della documentazione d’origine che deve necessariamente accompagnare ogni importazione, effettua controlli sanitari (documentali, ispettivi e/o analitici) utili ad evitare che prodotti contaminati, adulterati, tossici o comunque non rispondenti alle normative sanitarie vigenti, possano essere commercializzati in Italia e negli altri Paesi dell’Unione Europea. Al termine di tali controlli, l’USMAF, verificata la non pericolosità della merce, rilascerà il Nulla Osta all’importazione, documento che ne permetterà l’introduzione nel territorio comunitario. E a conferma di quanto scritto, vi allego l‘immagine che mostra la tracciabilità del pacco contenente i tè giapponesi che sto attendendo da Uji (Kyoto) a mezzo di corriere espresso EMS. A differenza delle spedizioni precedenti l’11 marzo, adesso è comparsa la nuova dicitura: “Awaiting presentation to customs commissioner” ( trad. “In attesa di essere presentato al commissario di dogana”).

Sarebbero molte le cose da dire, da specificare, analizzare e spiegare, ma correrei il rischio di diventare prolissa. Mi limito pertanto alle più importanti, a quelle più indispensabili.
Lasciare intendere che il tè in Giappone è prodotto esclusivamente a Shizuoka è inesatto; in Giappone si coltiva e produce tè in molte altre zone, come Saitama, Mie, Kagoshima, Fukuoka e Kyoto (Uji, Kyotanabe).
Affermare che “sul tè si è costruita una cultura” è quantomai riduttivo: il Giappone ha edificato la sua identità culturale anche attraverso l’arte pittorica, la letteratura, la poesia, la tradizione musicale, la tradizione artistica artigianale della ceramica, il teatro, il cibo, il culto dei fiori.
L’asserzione “il tè giapponese è un tè che si vuole migliore di qualsiasi altro tè” rasenta l’assurdità. Mi chiedo chi lo voglia, dove lo voglia, perché. È un’affermazione che non significa nulla. Non esiste un tè migliore in assoluto, i criteri di giudizio per definire un tè sono molteplici, spaziano dalla metodologia di raccolta, alla tipologia di lavorazione, alla modalità di consumo, fino ad arrivare al gusto personale. Ci sono varie eccellenze in fatto di tè anche in Cina, a Taiwan, in India e mi sorprende che la Sig.ra Pisu non abbia avuto occasione di scoprirlo, dato che nel corso della sua carriera ha prestato particolare attenzione all’Asia orientale (ma forse non al tè).

(Immagine tratta dall’album di Morten Rand-Hendriksen)

La cerimonia del tè non serve a “riassumere la concezione estetica del Giappone“, le simbologie ad essa collegate hanno significati molto più profondi di quelli espressi dalla giornalista.
Il Cha no yu vanta una tradizione antichissima, una produzione letteraria a riguardo estremamente corposa, una lunga dinastia di maestri che vi hanno dedicato la vita; la cerimonia del tè è un’arte, intimamente connessa con la spiritualità. I suoi principi fondamentali si esprimono attraverso l’armonia tra le persone e la natura, il rispetto verso le cose e la gratitudine per la loro esistenza, la purezza interiore. Durante la cerimonia del tè giapponese si agisce l’uno per l’altro per raggiungere il solo scopo di creare un istante di perfetta armonia.
La ricerca della semplicità è voluta, l’intera cerimonia è un inno alla frugalità (dal luogo in cui si svolge, ai gesti, agli allestimenti, agli oggetti utilizzati); dunque l’affermazione della giornalista “vasellame raffinato, anche se di fattura apparentemente semplice” risulta inadeguata, spicciola, pressappochista, oltre che indicativa di scarsa conoscenza della materia. La sua visione che ne deriva è di pura forma, come del resto l’intera impostazione dell’articolo.

Concludo lasciandovi qualche spunto utile che potete approfondire anche da soli qualora vogliate.
Marco Casolino, autore del libro “Come sopravvivere alla radioattività“, Ed. Cooper, primo ricercatore presso l’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) e parte del team del RIKEN, ha redatto due articoli estremamente interessanti nel suo blog che vi esorto a leggere con attenzione: questo datato il 26 giugno e questo datato il 30.
Il comunicato stampa del Ministero giapponese della salute edito il 2 giugno 2011 ha emesso una restrizione della distribuzione degli alimenti (con particolare riferimento al tè) prodotti solo nelle prefetture situate nei pressi di Fukushima: Ibaraki, Kanagawa, Chiba, Tochigi. [se desiderate leggere tutti i dettagli, qui trovate il testo integrale del comunicato].
Nel complesso, pare siano stati effettuati finora più di 3.300 controlli in tutto il Giappone orientale (vi invito a leggere questo documento, con particolare attenzione alle pagine 21-25).
Il 12 maggio 2011 sono stati registrati e comunicati dati allarmanti sulle foglie di tè prodotte a Minamiashigara (e nelle vicinanze dove sono situate anche Odowara, Kiyokawa, Yugawara, Aikawa e Manazuru), nella parte occidentale della prefettura di Kanagawa (a 250 km dalla centrale nucleare di Fukushima). Le misurazioni hanno svelato dai 530 ai 780 becquerels/Kg di cesio radioattivo, mentre i limiti di legge sono fissati a 500 bq/Kg. Il governo centrale ha dunque chiesto alla prefettura, alle amministrazioni municipali e alle cooperative locali di agricoltori di bloccare volontariamente la vendita delle foglie di tè e i primi ad aderire alla richiesta sono stati proprio i contadini che lavorano nelle piantagioni del villaggio di Kiyokawa, i quali hanno iniziato anche ad sradicare le piante di tè.
Se desiderate tracciare nuovamente l’intero percorso di quanto accaduto fino ad oggi, potete leggere i vari approfondimenti che questo sito ha dedicato a Fukushima con un nutrito archivio notizie, un live blogging e un contatto Facebook per continuare a tenersi aggiornati.

Il prossimo passo che muoverò sarà quello di inoltrare il contenuto di questo post, unitamente al documento che contiene tutte le testimonianze delle associazioni, dei colleghi e dei principali produttori giapponesi, presso la redazione de La Repubblica, auspicando il diritto di replica.
Qualora non dovessero concedercela, vorrà dire che la Sig.ra Pisu almeno su un aspetto ha ragione, il mondo sta realmente cambiando.