Le porte del paradiso

Un soldato che si chiamava Nobushige andò da Hakuin e gli domandò: «C’è davvero un paradiso e un inferno?».
«Chi sei?» volle sapere Hakuin.
«Sono un samurai» rispose il guerriero.
«Tu un soldato!» rispose Hakuin. «Quale governante ti vorrebbe come sua guardia? Hai una faccia da accattone!».
Nobushige montò così in collera che fece per snudare la spada, ma Hakuin continuò: «Sicché hai una spada! Come niente la tua arma è troppo smussata per tagliarmi la testa».
Mentre Nobushige snudava la spada, Hakuin osservò: «Qui si aprono le porte dell’inferno».
A queste parole il samurai, comprendendo l’insegnamento del maestro, rimise la spada nel fodero e fece un inchino.
«Ora si aprono le porte del paradiso» disse Hakuin.

Collera

Uno studente di Zen andò da Bankei e gli espose un suo problema: «Maestro, io ho certe collere irrefrenabili. Come posso guarirne?».
«Hai qualcosa di molto strano davvero» disse Bankei. «Fammi dunque vedere di che si tratta».
«Be’, così su due piedi non posso fartelo vedere» rispose l’altro.
«Quando potrai farmelo vedere?» domandò Bankei.
«Salta fuori quando meno me lo aspetto» rispose lo studente.
«Allora,» concluse Bankei «non dev’essere la tua vera natura. Se lo fosse, potresti mostarmelo in qualunque momento. Quando sei nato non l’avevi, e non te l’hanno dato i tuoi genitori. Pensaci un po’ sopra».

Il suono di una sola mano

Il maestro del tempio Kennin era Mokurai, Tuono Silenzioso. Aveva un piccolo protetto, un certo Toyo, un ragazzo appena dodicenne.
Toyo vedeva che i discepoli più grandi andavano ogni mattina e ogni sera nella stanza del maestro per essere istruiti nel Sanzen o per avere privatamente qualche consiglio, e che il maestro dava loro dei koan per fermare le divagazioni della mente.
Anche Toyo voleva fare il Sanzen.
«Aspetta un poco» disse Mokurai. «Sei troppo giovane».
Ma il piccolo insisteva e l’insegnante finì con l’acconsentire.
Quella sera, all’ora giusta, il piccolo Toyo si presentò alla porta della stanza Sanzen di Mokurai. Batté il gong per annunciarsi, fece tre rispettosi inchini prima di entrare, poi andò a sedersi in riguardoso silenzio davanti al maestro.
«Tu puoi sentire il suono di due mani quando battono l’una contro l’altra» disse Mokurai. «Ora mostrami il suono di una sola mano».
Toyo fece un inchino e se ne andò nella sua stanza per riflettere su questo problema. Dalla sua finestra poteva sentire la musica delle geishe. «Ah, ho capito!» proruppe.
La sera dopo, quando il suo insegnante gli chiese di illustrargli il suono di una sola mano, Toyo cominciò a suonare la musica delle geishe.
«No, no» disse Mokurai. «Questo non serve. Questo non è il suono di una sola mano. Non hai capito niente».
Temendo che quella musica potesse disturbarlo, Toyo si trasferì in un luogo tranquillo. Riprese a meditare. «Quale può essere il suono di una sola mano?». Per caso sentì gocciolare dell’acqua. «Stavolta ci sono» si figurò Toyo.
Quando tornò davanti al suo insegnante, Toyo imitò il gocciolare dell’acqua. «Che cos’è?» disse Mokurai. «Questo è il suono dell’acqua che gocciola, non il suono di una sola mano. Prova ancora».
Invano Toyo meditava per sentire il suono di una sola mano. Sentì il respiro del vento. Ma quel suono venne respinto.
Sentì il grido di un gufo. Anche questo venne rifiutato.
Nemmeno le locuste erano il suono di una sola mano.
Più di dieci volte Toyo andò da Mokurai con suoni diversi. Erano tutti sbagliati. Per quasi un anno si domandò quale potesse essere il suono di una sola mano.
Finalmente il piccolo Toyo entrò nella vera meditazione e superò tutti i suoni. «Non potevo mettere insieme nient’altro,» spiegò più tardi «così ho raggiunto il suono senza suono».
Toyo aveva realizzato il suono di una sola mano.

Se ami, ama apertamente

Venti monaci e una monaca, che si chiamava Eshun, facevano esercizio di meditazione con un certo maestro di Zen. Nonostante la sua testa rapata e il suo abito dimesso, Eshun era molto carina. Diversi monaci si innamorarono segretamente di lei.
Uno di questi le scrisse una lettera d’amore, insistendo per vederla da sola.
Eshun non rispose.
Il giorno dopo il maestro fece lezione ai suoi discepoli e alla fine della conferenza Eshun si alzò. Rivolgendosi a quello che le aveva scritto, disse: «Se veramente mi ami, vieni qui e prendimi subito tra le tue braccia».

Storie Zen

Ne avrete sentito parlare almeno una volta. Vi sarà inciampata nelle orecchie anche solo per caso, questa parola. Zen.
Ne abbiamo mai compreso realmente il vero significato? A me è sempre parsa una parola inafferrabile, lontana.
…Fino a quando non mi è capitato tra le dita un piccolo libro: 101 Storie Zen. Sono state queste pagine ad accendere la mia curiosità; così ho provato a documentarmi, muovere qualche piccola ricerca. E questo è il sunto di ciò che ne ho ricavato:
Lo Zen fu trapiantato in Cina da Bodhidharma, che vi giunse dall’India nel sesto secolo e fu portato verso l’est fino in Giappone a partire dal dodicesimo secolo.
E’ stato spesso così descritto: “Uno speciale insegnamento senza scritture, al di là delle parole e delle lettere, che mira all’essenza spirituale dell’uomo, che vede direttamente nella sua natura.” Dunque non è ginnastica, nè una tecnica di benessere. Non è una filosofia, nè una psicologia, nè una dottrina: lo Zen è al di là dei concetti e delle forme. Pare sia essenzialmente un’esperienza, un mezzo per “svegliarci” a noi stessi, qui e ora, nella perfezione dell’istante.
Il segreto consiste nel rimanere seduti, semplicemente, senza scopo e senza spirito di profitto, in una posizione di grande concentrazione. Attraverso questa meditazione si parte alla ricerca di sè, per realizzare la propria vera natura.
Così lo Zen ha finito col significare pace, comprensione, devozione all’arte e al lavoro, appagamento, intuito. E’ stato detto che se si ha lo Zen nella propria vita, non si ha più nessuna paura, nessun dubbio, nessun desiderio superfluo. Sereni, si gode la vita in beata tranquillità: questo è lo spirito dello Zen, che si dispiega anche in migliaia di templi sia in Cina che in Giappone.

Ma l’aspetto più interessante è stato capire come questa realtà si possa intrecciare anche con il mondo del tè.
La semplice preparazione di una tazza di tè è diventata per gli orientali un’esperienza estetica di notevole spessore spirituale, un’ estensione della pratica meditativa della dottrina Zen ad ogni atto della vita quotidiana. L’estrema lentezza e concentrazione dei gesti, tipici del rito del tè, corrispondono alla creazione di uno spazio e di una situazione che permettono di realizzare “l’illuminazione”.
Bere il tè quindi diventa una sorta di processo contemplativo, in cui l’umiltà dell’allestimento veicola un messaggio di spiritualità e semplicità.

Dunque questa nuova categoria che oggi inauguro, Storie Zen, altro non è che il risultato di innumerevoli avventure nello Zen, un modo per parlarvi di varie scoperte dell’ io. Un’occasione per portarci ad andare al di là del pensiero.
Con la speranza che tutti i miei lettori possano, leggendole, realizzarle nella loro quotidiana esperienza di vita.

Una tazza di tè
Nan-in, un maestro giapponese dell’era Meiji, ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen.
Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare.
Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi. «E’ ricolma. Non ce n’entra più!».
«Come questa tazza,» disse Nan-in «tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?».