Alla ricerca del tempo perduto: un premio per il vostro racconto del tè di Natale

“Una sera d’inverno, appena rincasato, mia madre accorgendosi che avevo freddo, mi propose di prendere, contro la mia abitudine, un po’ di tè.
Dapprima rifiutai, poi, non so perché, mutai parere.
Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti, chiamati maddalene, che sembrano lo stampo della valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo. E poco dopo, sentendomi triste per la giornata cupa e la prospettiva di un domani doloroso, portai macchinalmente alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto della maddalena. Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attento al fenomeno straordinario che si svolgeva in me.
Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa. E subito, m’aveva reso indifferenti le vicissitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita…non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale.
Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo che era connessa col gusto del tè”.
(M. Proust)

Lo spunto mi è stato dato dalla recensione che una cliente della bottega virtuale ha redatto in merito al Tè di Natale, la quale si è ricordata, bevendolo, di un’opera di Proust. Le ha evocato la ricerca del tempo perduto.
Non c’è espressione più calzante rispetto alle motivazioni che mi hanno guidata nella scelta degli ingredienti di questa miscela. È bello che siano arrivate dirette, filtrate solo dai profumi.


Quello perduto è il tempo pulito dell’infanzia, quello dilatato, infinito, delle notti trascorse ad aspettare i regali, delle colazioni di torte, canditi, campane e pigiami caldi di sonno contento. Quel tempo eterno che gioisce solo del suo essere tempo.
Questo è il tempo che cerchiamo  di ricostruire ogni giorno, consciamente o inconsciamente, quello a cui aneliamo ma che spesso dimentichiamo, perché trascinati dal risucchio asfissiante delle cose, dalla rigidità delle idee, dai sacrifici, dalle perdite.
Quando 3 anni fa ho creato questa miscela ho pensato esattamente a questo: colmare il desiderio di questa ricerca, dando contemporaneamente, nel solo spazio di una tazza, un’opportunità e un monito che riconciliassero e rammentassero quel tempo.
Per questo ho voluto la morbidezza dell’arancia vanigliata, per questo ho voluto l’aroma di biscotto. Perché il biscotto è il primo incontro con la dolcezza che ci viene concesso da bambini e nella vita adulta  ne rimane ancora il più potente richiamo.
Le scaglie di carota e i boccioli di rosa simboleggiano la leggerezza di coriandoli e fiori.

Una settimana fa poi, durante un corso che ho condotto presso il ristorante Umami, una partecipante mi ha raccontato di aver instaurato insieme a suo marito una sorta di rituale che consiste nel ritrovarsi ogni mattina nella cucina di casa, dopo aver accompagnato i figli a scuola, per fare colazione insieme, preparando il tè.
In quell’istante ho avuto la conferma che il rito della tazza calda, più di ogni altra cosa, serve a tornare per recuperare. Prima ancora di rischiare di perderlo quel tempo.

 

Tutto questo voglio tentare di dirvi con il mio Tè di Natale. Tutto questo potete dire voi regalandolo.
E altro ancora vorrei mi raccontaste dei pensieri che vi suscita, dei luoghi in cui vi porta, delle atmosfere che vi evoca.
Scrivetemi fino al 20 dicembre, nei commenti o in una email, il vostro racconto del Tè di Natale: ditemi del giorno o del momento più significativo in cui lo avete gustato, a chi lo avete regalato e perché, quali tazze e teiere avete scelto per prepararlo o servirlo, quali colori avevate intorno quando lo avete annusato. Raccontatemi se siete riusciti a recuperare, fosse anche per poco, quel tempo perduto.
Al racconto più bello spetterà la pubblicazione nel blog, nella pagina Facebook di Insieme a tè e la consegna di un grande pacco regalo dietro la porta di casa, a sorpresa. Come ogni Natale d’infanzia che si rispetti.

Le forme della leggerezza


Alla sera, prima di dormire, la mamma scioglieva la sua voce squillante da soprano in glissandi di frasi per leggerci le mirabolanti avventure di Salgari, mentre il babbo, nei momenti più imprevedibili, sapeva improvvisare, candido e sornione, delle storielle tanto sgangherate quanto irresistibili. In forme diverse era sempre l’esprit della leggerezza a ventilare i nostri passi nel mondo, e io sono certo di dovere a questa primissima educazione quella sete di cose e parole lievi, aeree e fatate che mi avrebbe sempre accompagnato negli anni”.
(Paolo Lagazzi, tratto da Forme della leggerezza – Ed. Archinto)

Questo libro è stato un dono inaspettato, arrivatomi circa un anno fa per mano di un corriere. Dopo la bellissima esperienza dell’intervista, dopo il tè condiviso nella sua casa insieme alla sua famiglia e la delicata amicizia che ne è derivata, Paolo mi ha fatto l’onore di regalarmi un’altra delle sue creature, dedicata questa volta a chi come me si sente “viandante dalle suole di vento”.
In queste pagine l’appassionante scrittore e critico letterario ha inanellato degli scritti che è andato raccogliendo in occasioni diverse negli ultimi 15 anni, ponendoli tutti sotto il segno della leggerezza, intesa come gratuità della grazia, come l’infinità del desiderio.
Partendo da Calvino e Kundera, attraverso una prosa che Davide Rondoni definisce giustamente “ariosa e saporita”, Paolo Lagazzi avvia una ricerca dell’orizzonte della leggerezza soprattutto come respiro dell’anima, liberandola dalla sua dimensione esclusivamente antropologica. Come in una passeggiata ideale tra sentieri del passato e del presente, sfiorando classici indiscussi, autori dimenticati e maestri segreti, auspica di poterci mostrare come la leggerezza si annidi tra le volute del caso, come possa essere nutriente e gratificante “riverniciare” a fresco la nostra breve avventura di uomini, perché “quando un bambino rimescola i colori, la sua tavolozza gli si svela come il grembo di tutte le figure possibili”.

Quando ho proposto a Paolo di reinventare un rito del tè tra sapori e parole nostre e altrui, provando a ridisegnare quella stessa leggerezza tracciata nelle sue pagine, ha accettato con sincero entusiasmo e trasporto.
Nasce così l’idea del Reading associato alla degustazione e al racconto di 4 tè rari che per lavorazione, aromi o potere evocativo si legano a varie forme della leggerezza, che nel tempo di un sorso sono in grado di farci librare in un frammento di spazio sospeso.
Mi piacerebbe che la voce e le parole di Paolo, insieme alle mie foglie, vi sottraessero per una sera dal peso, dal richiamo e dalla rigidità della fatica quotidiana, per schiudervi “come un guscio di noce in grado di liberare dal suo interno, col tocco limpido e arioso delle fiabe, tutte le stoffe dei sogni”.


Il luogo che ospiterà il progetto sabato 5 maggio alle ore 17:30 è lo Spazio Tadini a Milano, centro nevralgico di numerosi eventi culturali, dimora di uno dei più amati scrittori e pittori milanesi: Emilio Tadini. Un luogo che dà spazio all’arte, alla musica, alla narrativa, alla poesia, alla saggistica, al teatro, alla danza e ai dibattiti culturali. Un posto che ha accolto anche Dario Fo, Enrico Rava, Lella Costa, che merita di essere conosciuto ed esplorato: per questa ragione, unitamente al costo dell’ingresso per il nostro evento, vi sarà data la possibilità di prendere parte gratuitamente agli eventi successivi presso lo stesso Spazio per un mese.

Non voglio svelarvi le tipologie dei tè che ho selezionato, né le motivazioni che mi hanno spinta a sceglierle. Preferisco vi sorprendano durante il viaggio che compiremo insieme.

Essendo un evento unico nel suo genere realizzato per la prima volta in Italia, qualora foste interessati vi suggerisco di prenotare prima possibile contattandomi con una email. Sono a vostra completa disposizione per qualunque tipo di informazione.

Spero di vedervi numerosi.

N.B. In seguito ad un infortunio subito dalla sottoscritta ad uno dei due arti inferiori, l’evento è posticipato a sabato 20 ottobre 2012.

Tre finestre sul cortile

Un post di passaggio per ringraziare tre care amiche per le interessanti opportunità che mi hanno regalato.

La prima è Miralda Colombo, ideatrice e curatrice di un blog delizioso scritto a due mani più due manine e un cucchiaino. Ha scritto un articolo sulla rivista KIDS invitandomi a rispondere a qualche domanda circa il rapporto tra il rito del riposo dei bambini e le tisane. Così è nata La notte buona di Acilia.

La seconda è Elena Torresani, la redattrice del blog di Maggie, uno spazio delle idee per far conoscere chi e come sta salvando il mondo. Mi ha intervistata durante una lunga e piacevolissima chiacchierata e mi ha dedicato un articolo nel suo spazio virtuale.
È stato per me un onore, per la devozione e l’accurata selezione degli argomenti e delle protagoniste che Elena conferma ogni giorno in ciò che scrive.

La terza è Sandra Salerno, che nel suo ormai famoso e amato blog Un tocco di zenzero ha ospitato 3 dei Sei sentieri della bottega virtuale, associandoli a 3 raffinate e originali ricette.
Da molti anni cura progetti legati al mondo del cibo e del vino, è una talentuosa fotografa e una consulente gastronomica appassionata e curiosa. Negli ultimi tempi è diventata anche cuoca a domicilio.


Creando queste 3 ricette ha dato ancora più prestigio a queste foglie che, per storia, lavorazione e aroma sono già fortemente caratterizzate.
Tengo a condividerle con voi perché possiate divertirvi a sperimentare il tè anche come ingrediente, sfruttando le sue potenzialità non solo in tazza.
Utilizzando l’oolong Li Shan, Sandra ha articolato un profumatissimo risotto alla lavanda, aromatizzando l’acqua di cottura con del finocchio e alcune foglie di tè.
Due proposte a base di pesce invece ha riservato per il tè verde Anji Bai e il tè bianco Ye Sheng selvatico. Il primo declinato in una insalata di sgombro affumicato con semi di senape e alchechengi, il secondo in uno spiedino di branzino in infusione nel tè con funghi champignon neri.


Mi piace sempre vedere in quanti modi il tè possa farsi stimolo. Nelle parole, tra i fornelli, sulla carta stampata, nelle consuetudini dei bambini.
Ringrazio di cuore tutti coloro che scelgono di aprire una finestra su questo che voglio definire cortile, e non mondo del tè, perché ne dà la giusta dimensione di intimità e valore. Perché come il cortile, dà luce e lascia passare aria.

Anna Biancardi: un modo di essere nel fare

Ho iniziato a raccontarvi della genesi di questo progetto in questo post.
Le protagoniste sono essenzialmente tre: una donna, la ceramica, l’arte. Con questa intervista mi accosto a loro con discrezione ed estrema delicatezza: lascio spazio alle parole di Anna Biancardi e alle immagini di quanto ha realizzato.
Il mio grazie è sincero e totale. Benvenuta tra i miei carissimi ospiti.

1- Sul tuo sito hai scritto: Quando la terra, l’acqua, l’aria e il fuoco danzano al ritmo del mio cuore, allora nasce una ceramica d’arte. Che ritmo ha il tuo cuore?
Ha il ritmo dell’alternarsi della vita e della morte. Con il movimento dei quattro elementi, in un processo irreversibile, la massa d’argilla informe e morbida, si trasforma in una struttura organizzata ed “eterna”. Ritorna ad essere la roccia madre da cui proviene.
L’arte della ceramica è un ritorno all’origine: in senso metaforico il ritmo del cuore è l’equilibrio dinamico, l’alternarsi degli opposti.

2- Quando hai capito per la prima volta che lavorare l’argilla sarebbe stata la tua vita?
Provengo da una formazione pittorica ricevuta in tenera età da mia madre prima e da due anziani pittori dopo; ma a 14 anni, nel laboratorio dell’istituto d’arte misi le mani nella creta per la prima volta. E non le tolsi più.
Ho sperimentato molti materiali durante la mia formazione, ma ad esempio scolpire il legno o il marmo richiede un’aggressività che non è costante nel mio carattere, mentre l’argilla nella sua morbidezza permette lo spostamento, il movimento e il ripensamento dopo l’azione. La determinazione che richiede nell’essere modellata mi è connaturata.

3- Cosa si prova quando dal nulla si riesce a dare forma a qualcosa? Cosa significa per te creare?
Io provo completezza.
Creare è  trasformare. Sono ciò che creo e creo ciò che sono. È un modo di essere nel fare.
Non sono io che scelgo di creare, accade spesso il contrario. È un impulso potente, un guizzo interiore che si concretizza attraverso l’abilità tecnica esprimendo qualcosa che va oltre l’aspetto materiale dell’oggetto. Mentre creo traduco in forma tangibile qualcosa che proviene da quel “mondo di mezzo”, da quel bacino di memoria collettiva, una dimensione invisibile e spirituale.
Spesso l’idea originaria mi arriva da dentro durante il sonno o in uno stato di rilassamento meditativo, oppure dal mondo esterno, studiando le molteplici espressioni degli artisti classici o contemporanei che preferisco e che sono sempre fonte di grande ispirazione.
Ma succede altrettanto spesso che anche qualcosa di insignificante può suscitare in me il pretesto per un’opera. Questo non basta naturalmente, ma si parte da lì .
Poi ci sono approcci diversi nel creare. Personalmente ho una formazione progettuale, quindi dal momento in cui accolgo l’idea comincio la raccolta dati, l’elaborazione, il confronto, l’analisi degli obiettivi e la scelta degli strumenti e delle tecniche operative. Ho bisogno di avere il massimo controllo tecnico prima, per potermi permettere l’improvvisazione poi.

4- Gioielli dei sensi”, “Les mains du sabotier”, “Effetto nascita”: sono alcuni tra i tuoi progetti più importanti. Qual è il percorso attraverso cui arrivi a scegliere un tema intorno al quale sviluppare un nuovo progetto artistico?
In genere è determinato da un’incubazione più o meno lunga di esperienze personali. Oppure, come nel nostro caso, nasce da interessi condivisi con altri creativi, dove sinergie  di  molteplici espressioni convergono in un comune obiettivo.
Più raramente è un tema proposto da un committente.

5- Il tuo primo incontro con il tè.
Il primo non me lo ricordo esattamente, ma quando insegnavo ceramica alla scuola d’arte di Aosta (quasi 30 anni fa), per questioni tecniche durante le lezioni di laboratorio avevamo unito i due intervalli creando un break di 15/20 minuti. In quel lasso di tempo preparavamo il tè in un’enorme teiera rossa di metallo smaltato e lo bevevamo in una semplice ciotola in ceramica che si faceva girare tra studenti e insegnanti, oppure nelle tazze auto prodotte. Eravamo un grande e giovane team e bere il tè era diventato un rito irrinunciabile.

6- Che ruolo ha il tè nella tua quotidianità?
È una bevanda che prendo in ogni momento della mia giornata, anche durante i pasti. Una pausa per me stessa o una condivisione amichevole.

7- Qual è la tipologia che preferisci e quella che meglio ti rappresenta?
Di quello sfuso e a foglia larga preferisco i tè dolci e in generale tutti i tè aromatizzati. Ma i miei gusti dipendono dalla stagione: d’estate adoro le perle di tè profumate al gelsomino o il tè alla menta; d’inverno amo il tè più speziato, per esempio con cannella e vaniglia; in primavera i tè fruttati e fioriti; in autunno i tè nella loro naturalezza, senza alcun aroma aggiunto.

8- Nel 2009 hai realizzato un progetto che hai chiamato Le teiere bizzarre.
Com’è nata l’idea?
Lavorando su due fronti, quello artigianale e quello artistico, mi interrogo spesso sull’arte della funzione e la funzione dell’arte, su come far entrare l’arte nella vita quotidiana, su come promuovere un’attenzione diversa verso l’oggetto d’uso quotidiano, come rendere il conosciuto sorprendente e importante.
La teiera è un oggetto presente in quasi  tutte le case, perfetto quindi per essere valorizzato ad arte. Sono nate così le teiere bizzarre, oscillano tra il moderno e lo spiritoso, come Giocagiò o L’elefante, due pezzi che stravolgono le regole della foggiatura tradizionale: sono infatti ricavate da un contenitore singolo a collo lungo tornito e poi ribaltato sul fianco affinché il collo si traformi nel beccuccio. Alcune sono molto strane, altre più classiche e funzionali, ma tutte  uniche nella propria natura artistica.

9- In che modo il tè ti ha ispirata?
Il tè è una bevanda con un carattere forte, determinato da fattori che coinvolgono tutti i sensi. La tonalità delle foglie e del liquore, il profumo, la temperatura, la trasparenza, il sapore dolce o amaro. Questi temperamenti mi hanno ispirato le forme e colori.
Voglio portarvi alcuni esempi. Il tè egiziano che i miei amici nel Mar Rosso lasciano depositare sul fondo, ha dato vita ad una teiera che ho chiamato Sabbia d’oro. Il tè nero turco dal sapore profondo e tostato si è tradotto nella teiera Black Boy; i tè verdi profumati alla rosa e gelsomino mi  hanno suggerito la teiera Campo de’ fiori.

10- Le tue teiere sono quasi tutte delle kyusu, ossia teiere giapponesi con il caratteristico manico laterale. In che modo l’arte della ceramica orientale ti ha influenzata? 
Seppur molto distante dalla mia matrice culturale occidentale, lo Zen e l’arte della ceramica sono entrate nella mia vita di pari passo: come nella pittura Zen giapponese ogni pennellata esprime la totalità del vissuto dell’artista, così nell’argilla le mani del maestro imprimono tutta la sua esperienza personale nel momento presente.
La cerimonia del Tè testimonia l’essenza dello Zen del vivere nel qui ed ora. Nè religione, nè filosofia, bensì un atteggiamento interiore della coscienza che si rivela nel fare quotidiano. Per me la chiave di questo atteggiamento è “l’attenzione”.
È noto che il tè fosse una bevanda utilizzata nei monasteri per combattere la sonnolenza nelle lunghe sedute di meditazione, apprezzata dai nobili e dai guerrieri; l’assunzione del tè divenne in Oriente una vera e propria arte spirituale (Cha-do – la Via del Tè) ritualizzata nel Cha-No-Yu – la cerimonia del tè.
La ceramica che produco, rispettando questa chiave interpretativa dell’attenzione al momento presente, non vuole copiare quella giapponese, piuttosto desidera tradurne i criteri stilistici quali per esempio l’asimmetria, la spontaneità espressiva e la severità in tazze, teiere e contenitori dalle forme uniche rispecchianti la mia realtà, consone al mio credo e funzionali ai miei ritmi di vita.

11- Nel processo di creazione delle tue opere, qual è il passaggio che ritieni fondamentale? 
Il coraggio di credere all’idea.
Il passaggio dall’idea alla realizzazione è delicato, un pò come lasciarsi andare all’indietro in una  discesa in corda doppia. C’è un momento in cui devi accettare il rischio e andare, è un piccolo momento conflittuale che richiede il coraggio di sbagliare e al tempo stesso la fiducia nelle proprie capacità. Certo qui non si fa male nessuno, è una bella differenza!
Quando poi si parte, il primo passo è decisivo: impastare l’argilla, stabilire il contatto con le mani, metterla/si in movimento, entrare in sintonia con la madre terra.

12- Cos’è la bellezza in una ceramica d’arte?
La forza espressiva (estetica) unita alla perizia dell’esecuzione (funzione). È un riflesso di polvere di vita.

13- Raccontaci di queste 3 esclusive creazioni che hai realizzato per Insieme a tè.
Queste tre teiere nascono dall’incontro con te Acilia, dal comune desiderio di creare qualcosa di unico che fosse carico di calore umano, che entri nelle case, che produca vibrazioni positive e nel suo utilizzo rimarchi la sacralità di ogni istante .
A cosa ti sei ispirata?
Mi sono ispirata ad Acilia e al marchio della bottega virtuale, ai tè che mi hai regalato, ai riccioli dei tuoi capelli, agli scritti nel tuo blog, alle foto, ai tuoi trent’anni e soprattutto alle atmosfere che sai creare, al tuo modo di coinvolgere chi ti legge.
Come hai scelto le forme e i colori?
Ciascuna delle tre teiere è realizzata a mano partendo dal progetto disegnato. Sono modellate completamente al tornio, uno strumento antico che amo particolarmente per la sua valenza meditativa e silenziosa. Sulle pareti delle teiere sono impressi i segni del lavoro delle delle mie dita, a testimonianza di quella componente umana che si è inevitabilmente persa nella produzione industriale.
Questo metodo di foggiatura è una sorta di meditazione in movimento. Ho dato a queste teiere dei caratteri diversi: l’una è più sorridente, l’altra più seriosa, una più materna, l’altra più dominante. Ho lasciato su di loro le mie impronte.
La plasticità dei motivi in rilievo disposti sui coperchi e richiamati sulle pance o sull’attacco dei manici, si rifanno alle volute del tè fumante presenti nel marchio della bottega.
Le tonalità calde dei rivestimenti vetrosi ad alto fuoco avvolgono le forme accentuando le zone d’ombra con ossidi metallici fusi in essi. La cottura ad alta temperatura degli smalti matt (1200°) produce superfici morbide e setose al tatto, talvolta brillanti, a tratti  ruvide e materiche.
Qual è la loro poetica?
Io credo che gli oggetti non entrino in contatto soltanto con la nostra dimensione fisica e visiva, bensì anche con quella  fatta di pensieri, emozioni, spirito ed energia e quando un oggetto ci piace particolarmente ciò avviene perché sta comunicando con noi a tutti i livelli. Non solo gli oggetti parlano, sanno anche ascoltare, silenziosi testimoni dello spazio e del nostro agire in esso.
Chi acquisterà e userà le mie teiere continuerà l’opera che io ho iniziato, diventando a sua volta protagonista nell’interazione con loro, attraverso cura e attenzioni, diventando un consapevole ri-creatore del proprio vivere quotidiano. È un rapporto senza soluzione di continuità tra l’artefice, l’oggetto e il fruitore, che si declina nella poetica del divenire e produrre emozioni.

A questo proposito, per regalarvi l’emozione della creazione, ho voluto realizzare questo video con cui vi invito ad entrare nel mio laboratorio e assistere alla nascita di queste 3 creature: Sorriso di melograno, Notte d’ambra e Spire dorate.

 

L’impronta di un tempo

Benedetta De Marchi, una delle partecipanti alla serata che ho condotto da Brac lo scorso 2 febbraio, mi ha gentilmente omaggiato alcuni tra gli scatti più belli che ha realizzato durante l’evento.
Li condivido con voi per il calore e la spiritualità che sanno raccontare. Perché catturano l’impronta di un tempo, perché significano.
Mi sorprende che lei sia riuscita a cogliere in questi dettagli esattamente ciò che io desideravo trasmettere attraverso la scelta delle parole, delle luci, dei sapori.

Vi lascio anche uno degli haiku che durante la serata abbiamo letto e il ricordo di una suggestione sonora. Così sarà come se anche voi, tutti, foste stati lì.

Solitudine:
i fuochi d’artificio che fioriscono,
dopo cade una stella.
(Masaoka Shiki)






Di acqua, di aria e di fuoco: un incontro fiabesco

La storia di quest’incontro ha inizio mentre il sole seduce il cielo fino a far arrossire le nuvole. Un insolito calore è nell’aria, come se dietro i tetti giacesse un’enorme teiera che libera volute vermiglie.

È un incontro fiabesco, che prende forma dopo due anni di pensieri condivisi.
Il gelsomino ondeggia sotto la spinta del vento; c’è un silenzio conciliante: solo la vastità della luce può colmarlo.

Anna è una donna sorprendente. Le sue mani si muovono con l’emozione.
Da trent’anni vive l’arte della ceramica in un luogo che non ha chiamato laboratorio ma tempio, Tempio d’Argilla. Mentre io venivo al mondo, lei iniziava a collezionare bellezza.

Un incontro di tale valore non può che essere onorato nella mia casa, il luogo che consacro alle cose e alle persone che per qualche ragione mi lambiscono il cuore.

Attendiamo la sera preparando il tè. La luce naturale delle candele colora l’angolo che abbiamo eletto nostro.
La sintonia è sincera, tangibile. L’intimità non è solo quella dei piedi nudi, ma anche dei sorrisi, della musica, dei racconti.


 


Quando due anime affini hanno la fortuna di incontrarsi, quella di concretizzare l’empatia diventa una necessità, una conseguenza naturale. L’una riesce a tradurre i desideri dell’altra con una tazza profumata e l’altra ad interpretare le attese dell’una con il tocco di una mano che sull’argilla imprime un’intenzione. Così si compie l’incastro, la magia.
Gli elementi sono gli stessi, per il tè e per una ceramica d’arte: l’acqua, l’aria e il fuoco. Anna vi ha aggiunto la terra, che concilia con l’origine, con l’arcaicità. Del resto, dalla terra il tè germoglia.




Le parole rotolano tra progetti di lavoro condivisi e meandri privati del nostro vissuto.
Mi racconta che da alcuni mesi sta lavorando al tema del perdono, “inteso come accettazione, compassione e capacità di lasciare andare. Inteso non come giudizio indulgente, né negazione del problema, al contrario lucida e consapevole liberazione dalla rabbia, dal rancore, dalla punizione imposta a se stessi o agli altri. Il perdono inteso come strada verso la libertà interiore“.
Rimango in silenzio, la guardo disegnare, rimango rapita dall’abilità della mente che, alleata col cuore, proietta i suoi segni.


Le tazze sono vuote, come anche la teiera: si è fatto tardi. Se attendiamo ancora possiamo vedere il cielo che restituisce la corte al sole rischiarando le nuvole.

Accompagno la mia ospite a riposare, con la promessa di pubblicare, al mio ritorno da Firenze, la sua meravigliosa intervista e mostrarvi ciò che ha creato in esclusiva per la bottega virtuale.
A piedi ancora nudi, a candele spente, intono una ninna nanna in punta di voce che narra anch’essa di perdono: per ringraziarla e per cullarla, con la stessa grazia e delicatezza che lei ha concesso a me.

A presto.

 

Da Brac


Brac nasce dall’esigenza di esprimere la più naturale funzione del vivere quotidiano: nutrirsi. Di cibo e di conoscenza.
È un luogo dove la musica si ascolta con il giradischi, in cui i fiori si mangiano. Un luogo in cui dal cielo piovono strisce di tessuto colorate, in cui le biciclette sono appese alle pareti. È il posto ideale in cui esprimersi.

L’ho scelto per ricominciare a raccontare i tè giapponesi, perché non voglio ci si arrischi a dimenticarli.
Il 2 febbraio alle ore 16:30 vi invito pertanto a Firenze a prendere parte all’evento “Il tè in Giappone tra ritualità e poesia”, che condurrò in mezzo ai libri di arte contemporanea, a bauli, lanterne e stampe d’autore.
Intraprenderemo un viaggio nella cultura giapponese del tè, partendo dalle origini della sua comparsa, passando per le diverse tipologie, i caratteristici metodi di coltivazione e lavorazione, gli accessori della cerimonia del tè, i luoghi e le consuetudini che accompagnano la tradizione di questo Paese.
Il percorso traccerà i temi fondamentali della cultura nipponica: l’essenzialità, l’accuratezza, il culto della bellezza, l’amore per la natura, la spiritualità. Fino a sfiorare la poesia, perché leggeremo insieme una breve selezione di haiku librando nelle suggestioni musicali della violinista Ikuko Kawai.



I tè in degustazione saranno cinque:
Bancha
– Sencha Extra Premium Wazuka
– Shincha Gyokuro Wakana BIO
– Houjicha Kaori Fumi
– Genmaicha Hanafubuki

Agli ultimi due saranno affiancati degli sfiziosi finger food preparati da Brac, assecondando la sua impronta vegetariana.
Durante la serata potrete spiluccare confetti giapponesi artigianali al tè Matcha, caramelle giapponesi al tè Gyokuro e intanto annotare qualunque dettaglio vi colpisca su un taccuino che avrò piacere a regalarvi. Perché mi piace sempre che portiate a casa spunti che vi consentano di continuare il viaggio.


Da Brac si beve già del tè in foglia. Nel menu trovate una piccola selezione di tè naturali e profumati con cui potete accompagnare delicati tortini di riso, raffinati carpacci di avocado distesi su vellutate di peperoni. E la tazza si fa più buona perché si arricchisce del calore del disegno o del dipinto raffigurato sulla tovaglietta sottostante. Si tratta di opere di artisti emergenti che, dopo qualche tempo, quando passano il testimone, vengono messe in vendita.

Nella dimora dell’arte dunque, in un rifugio per nostalgici e sognatori, io vi aspetto.

La partecipazione è gratuita.
È richiesta obbligatoriamente l’iscrizione, fino ad un numero massimo di 25 persone.

Per informazioni e prenotazioni scrivete una email oppure telefonate a Brac: 0550944877.