Takasugi-an: a sfiorare il cielo

È sorretta da due tronchi di castagno segati, senza radici. Ci si può accedere solo attraverso una scala non fissata: oscilla.
Non vi è alcuna rete di sicurezza, scegliere di raggiungerla è un atto di fiducia, di abbandono. È una sala da tè unica al mondo, si chiama Takasugi-an.
È un progetto partorito dalla mente di Terunobu Fujimori, un architetto e storico dell’architettura giapponese. Egli ha realizzato alcuni tra gli edifici più originali e audaci del Giappone, molti dei quali sono delle sale da tè.


Takasugi-an si trova a Chino, nella prefettura di Nagano, sull’Honshu, l’isola più grande del Giappone. Chino conta circa 57.000 abitanti e, tra le altre cose, è la casa del più antico tesoro nazionale: la Venere di Jomon.
A metà percorso ci si tolgono le scarpe, all’interno il pavimento è costituito da stuoie di bambù. La superficie corrisponde all’estensione di circa quattro tatami.
C’è una sola finestra, che richiama volutamente il tradizionale kakejiku, ossia la pergamena in seta e carta di riso dipinta a mano che rappresenta l’espressione artistica più diffusa nel Sol Levante e che spesso è un elemento caratterizzante delle case da tè. I kakejiku, attraverso i paesaggi raffigurati, servono ad indicare solitamente nei luoghi dove si serve il tè il periodo dell’anno corrente. La finestra di Takasugi-an mostra non solo i cambiamenti ciclici delle stagioni, attraverso una straordinaria tavolozza di colori, ma anche le trasformazioni della città di Chino. E in lontananza, si scorge il primo progetto di Fujimori: il Jinchokan Moriya Historical Museum.


Un rifugio che ambisce a sfiorare il cielo è un sogno che abita in ciascuno di noi; tutti hanno desiderato almeno una volta di possedere una casa sull’albero. Immergendosi in maniera completa nei suoni e negli odori della natura, si conquista la possibilità di conciliarsi con la parte più arcaica di se stessi, con l’origine.
Fujimori realizza con questa sala da tè un’estensione del proprio corpo, un inno ad una semplicità ruvida in cui risiede l’equilibrio tra quiete, misura, raffinatezza e armonia. Perché la vera bellezza trasuda dall’essenzialità, perché la casa del tè sia anche casa per l’anima.


L’acqua per il tè viene scaldata su un focolare a fiamma libera, utile anche a scaldarsi nei mesi più freddi. Il più delle volte si prepara del tè Matcha, accennando un Chanoyu intimo e frugale. Certamente due dei quattro principi fondamentali della cerimonia giapponese si realizzano in modo pieno nel Takasugi-an: Wa, armonia tra le persone e con la natura e Jaku, tranquillità e pace della mente, espresse in una condizione in cui l’anima rimane aperta.


L’assenza di qualunque altro oggetto o ornamento è voluta, favorisce la rappresentazione del vuoto a cui la meditazione Zen si ispira. L’assenza di contenuto lascia spazio al pensiero, alla contemplazione e alla purificazione dei sensi.
L’isolamento è imprescindibile per incentivare l’allontanamento dalla materialità della vita quotidiana e solo in questo modo ci si innalza, si arriva a lambire le nuvole.



“Sugli alberi noi trascorrevamo ore ed ore. Per il piacere di arrivare più in alto che si poteva e trovare bei posti dove fermarci a guardare il mondo laggiù, e fare scherzi e voci a chi passava sotto“. (I. Calvino – Il barone rampante)


Enogastronomia Di Leva: tornare a casa

Francesco e Margherita iniziarono nel 1930. Marito e moglie, avviarono un’attività specializzata nella lavorazione di latte di mandorla, sciroppi di frutta, infusi e liquori a base di agrumi. L’antica bottega si trovava nella bellissima Sorrento, a pochi passi da Piazza Tasso: lì nacque l’antenato del limoncello, il Citrus.
Ancora bambino, Giovanni, quintogenito di Francesco, si appassionò alla faccende del laboratorio di famiglia che produceva più di cento bottiglie al giorno. Così, intorno al 1970, scelse di assumere la direzione dell’azienda.
Durante gli anni ’90 la storia della famiglia Di Leva si connette strettamente al Limoncello che esporta in ogni parte del mondo, i cui limoni vengono pelati manualmente e lavorati tassativamente entro le 24 ore successive alla raccolta.

Sono trascorsi diversi anni da quando la nonna Margherita, e poi il nipote Giovanni, annotavano su un quaderno i piccoli e grandi segreti del mestiere. Oggi i cinque fratelli Di Leva, figli di Giovanni, hanno ampliato il sapere della famiglia gestendo con dedizione una boutique enogastronomica sita a Gragnano, in provincia di Napoli.



Entrare in questo regno, ampio e luminoso, dà la sensazione di essere tornati a casa. E la scelta del verbo tornare non è casuale, perché è proprio il ritorno a dare la sensazione netta di calore, di abbraccio, di cura.
Si varca la soglia e il sorriso di Maria Grazia, Francesco, Enrica ed Elisa vi fanno sentire attesi; la loro gestualità spontanea e radiosa li rende immediatamente familiari, vicini.
Salutano ciascun cliente ricordandone il nome, se è l’ora della colazione sono pronti ad offrirvi una fetta di torta di mele, se avete la fortuna di assistere alla consegna del pane fresco vi invitano ad assaggiarlo condividendone una porzione. L’ospitalità e l’autenticità rappresentano senza dubbio il loro valore aggiunto.

La selezione dei prodotti è ricercata, in termini di qualità, di schiettezza, di genuinità. Da Di Leva potete trovare ottimi salumi, formaggi, legumi, mieli, spezie, confetture (tra cui le note e apprezzatissime Mackays), oli, cioccolato pregiatissimo, biscotti. Nulla di ciò che può sembrare è scontato: ogni cosa concorre a realizzare un desiderio di unicità.

Colpisce la vasta scelta di pasta artigianale, naturalmente di esclusiva produzione  di Gragnano, originale nei formati, nei nomi e nella sincerità dei sapori. La qualità è superiore rispetto alle consuete paste industriali perché si adoperano le migliori miscele di semola di grano duro a basso contenuto di ceneri, perché si impiegano trafile di bronzo di piccole dimensioni per assicurare una trafilatura lenta e a bassa pressione, perché viene garantita un’essiccazione naturale che salvaguarda le proteine della pasta e quindi il suo sapore, le sue proprietà nutritive.
Così sugli scaffali si alternano Scialatielli al limone, ‘E caccavelle, penne rigate al nero di seppia, E colonn e Pumpei, fino ad arrivare ai Fidanzati Capresi, una sorta di fusilli che simulano l’intreccio di due amati. Sono nomi che raccontano storie, di luoghi, di persone, perché nel piatto si possa assaporare anche quella caratteristica sensibilità che da sempre contraddistingue il popolo partenopeo.


La selezione di vini, nazionali e internazionali, è pressoché infinita. A corredarla, ci sono birre speciali (una delle quali ottenuta con l’infusione del tè affumicato Lapsang Souchong), brassate artigianalmente con miele, con fiori o ottenute con grano di kamut e speziate con mirra e zenzero. E ancora vini dolci delicatissimi, spumanti, champagne pregiati, liquori e distillati.

Di recente, il panorama delle prelibatezze dell’enogastronomia Di Leva è stato arricchito anche dalla presenza di tè e infusi. Aromatizzati piuttosto che naturali, di varie provenienze geografiche, denotano senza dubbio da parte dei cinque fratelli una curiosità vivace nei confronti della materia e una confermata ricercatezza nelle tipologie di lavorazione del tè che giorno per giorno va perfezionandosi.



Il marchio predominante è quello di Dammann Freres, che offre una serie di latte contenenti foglie sfuse, eleganti scatole di cartone contenenti tè in filtri di seta e alcune confezioni di tè lavorati e pressati. Particolarmente interessante è la piccola selezione di tè giapponesi marchiati Keiko e raffinata la scelta di teiere e vari accessori utili alla preparazione del tè.
Merita una menzione speciale il tè giallo Meng Ding Huang Ya, coltivato sul monte Meng nella provincia cinese di Sichuan, che ho avuto occasione di assaggiare durante il Master del tè che i fratelli Di Leva hanno allestito poche settimane fa proprio all’interno dell’enoteca. È un tè che è stato coltivato nella stessa zona da più di 2000 anni, era considerato un tè imperiale durante la dinastia Tang. Ha sorpreso per il sapore perfettamente equilibrato, di impatto lievemente tostato con retrogusto di nocciola fresca, dolce.


L’enogastronomia Di Leva entra a far parte dei luoghi del tè del nostro Paese e diventa un punto di riferimento importante soprattuto per il sud Italia, dove purtroppo la conoscenza del tè in foglia stenta ancora ad affermarsi. Non si esaurisce in un punto vendita, ma si fa luogo di cultura, di scambio, tiene a raccontare la storia del tè, aggrega appassionati e offre l’opportunità di apprendere e sperimentare.
Il Master del tè, che ha riscosso un acclarato successo, non è stato un episodio isolato; esiste la ferma intenzione di continuare ad approfondire, di proporre eventi a tema innovativi organizzati con particolare attenzione ai dettagli. E la serata dedicata ai tè del Darjeeling è stata un ottimo inizio, un’esperienza ineguagliabile.

Enogastronomia Di Leva
via Castellammare 150/156
Gragnano (NA)
Tel. 081 8706701
Email: info@dileva.it


Dove tutto diventa possibile

Che Firenze sia un grande nucleo culturale risulta evidente da subito, dopo poche centinaia di metri percorsi nel centro storico. Non si tratta solo dei bellissimi musei e monumenti, non solo delle architetture religiose e civili; ad ogni angolo di strada si inciampa in piccole stamperie, cartolerie antiche e moderne, botteghe specializzate nella vendita di materiale per la pittura, rifugi di artigiani del legno e dell’oro, gallerie d’arte. È il trionfo dell’espressione artistica e creativa. Si ha la sensazione che tutti i passanti, una volta tornati a casa, non possano fare altro che scrivere, dipingere, scolpire, leggere o suonare.
Gli stimoli arrivano dai posti più inaspettati, dai bar che espongono mostre fotografiche, dagli alimentari tipici che propongono una selezione di letteratura a tema, dai parrucchieri che allestiscono le loro boutique con quadri e sculture di prestigio.
Il Rinascimento non è solo nato a Firenze, è una condizione dell’anima che si rinnova ogni giorno in questa città.

Ponte_vecchio
La sensibilità sviluppata nei confronti della cultura e del senso, inteso come significato, si manifesta anche attraverso la diffusione del tè nel capoluogo toscano. Nella mia lenta passeggiata mi sono imbattuta in diversi posti in cui servono e vendono le foglie profumate, alcuni dei quali mi hanno sorpresa e conquistata.
Durante il pomeriggio particolarmente afoso, cercavo una comune gelateria che mi rinfrescasse con un sorbetto alla frutta. Affacciandomi su Borgo degli Albizi ho scorto invece una deliziosa tana di legno chiaro, con due panchine, alcuni libri e un odore buono che mi ha catturata al primo sguardo. Vestri: cioccolato d’autore, gelato e, a sopresa, tè verde.
È il nome di una famiglia che da circa 30 anni rappresenta la tradizione della cioccolateria italiana e che negli ultimi 5 ha acquistato nell’isola di Puntacana (Santo Domingo) una piantagione di cacao di 8 ettari. Lì coltiva, senza pesticidi e senza prodotti chimici, il cacao che poi invia e lavora in Italia presso lo storico laboratorio di Arezzo. Il risultato è un cioccolato artigianale di altissima qualità, confezionato in un packaging realizzato dalla signora Vestri e studiato appositamente per ogni prodotto.
La stessa propensione alla genuinità e la stessa cura per i dettagli si ritrova nei loro gelati, rigorosamente artigianali, realizzati senza glutine, senza aggiunta di coloranti né aromi artificiali e dai gusti ricercati. La crema di menta, aromatizzata con la pianta erbacea e non con lo sciroppo zuccherino a cui gli altri bar ci hanno abituati, mi ha ammaliata per la sua inesprimibile bontà.
Vestri è un posto pensato sia per chi vuole fare una pausa veloce e ricominciare subito a camminare, sia per chi ha bisogno di riposarsi e desidera chiacchierare comodamente. Ai primi propone anche una serie di bevande servite in bicchieri di plastica adatti al take away (da portare via): cioccolata fredda, latte di mandorle freddo, frappé, granita, affogato di yogurt con fragole fresche e tè verde giapponese Matcha freddo, che ho trovato molto gustoso, preparato con la giusta concentrazione di polvere e venduto ad un prezzo decisamente accessibile (2 euro).

Vestri

Attraversando Piazza Salvemini e proseguendo per via Pietrapiana, si giunge a Piazza Ghiberti: un vasto largo improvviso dedicato al mercato di frutta, verdura e ogni altro genere alimentare. Non è tra le piazze più raffinate della città, ma grazie ai colori e ai suoni tipici dei mercati, freme di sincerità.
Al numero 22 della piazza si trova La via del tè. Da più di 40 anni questo marchio, sotto la guida di Alfredo Carrai, si è guadagnato il primato di importazione e commercializzazione del tè in foglia in Italia. Attualmente la squadra di Carrai è una delle poche, se non l’unica nel nostro Paese, ad occuparsi anche di miscelazione e creazione di nuovi mélanges.

Via Del Tè
La sala/boutique a Firenze, sede principale e storica de La via del tè, è esteticamente piacevole, elegante. Due gentilissime ragazze accolgono i clienti all’entrata aiutandoli a scegliere il posto ad essi più congeniale: sono sorridenti, disponibili e naturali.
I rivestimenti in legno scuro, le comode sedie tipiche dei vecchi bar e un ottimo jazz a basso volume, rendono l’atmosfera rilassante.
Il menu è abbastanza vario, ci sono specialità dolci e salate, tè aromatizzati freddi, cocktail analcolici a base di tè, il Gongfu cha e il tè marocchino serviti con gli oggetti caratteristici dei riti. Il Shincha Gyokuro Wakana è il tè che ho ordinato, corredato di biscotti al burro e Matcha e mandorle tartufate al Matcha. È stato servito in una piccola teiera di vetro, modello giapponese, alla giusta temperatura; la qualità delle foglie non ha deluso, forse la quantità era leggermente superiore a quella necessaria. Inoltre, giungendo al tavolo ad infusione già iniziata, sarebbe utile che il cliente fosse illuminato dal personale sui tempi di infusione del tè scelto, ché non è detto debba conoscerli.

Shincha Gyokuro Wakana
Chi mi ha accompagnato ha ordinato un tè verde freddo shakerato aromatizzato con agrumi e menta (da loro chiamato Casablanca), servito in un bicchiere da bibita di vetro con l’aggiunta di ghiaccio e quadratini di albicocca e accompagnato da frutta secca tostata e salata. Il risultato, benché alleggerito dopo poco dallo sciogliersi del ghiaccio, si è rivelato gradevole, molto fresco e dissetante.
Certo i prezzi non sono propriamente modici: € 5,60 per il tè freddo e € 9,80 per il Shincha Gyokuro Wakana. Ma è un bel posto in una bella città, rappresenta una buona occasione per chi desidera bere un tè autentico fuori casa e per chi vuole muovere i primi passi verso il piacere delle foglie. Un buon compromesso tra le sale da tè inglesi e quelle di stampo orientale, a metà tra l’essenzialità e la forma.

Shincha Wakana e Casablanca
Firenze induce a guardare, ad accorgersi. È il covo dei vecchi amori, il luogo dove tutto diventa possibile. Il profumo del verde brillante degli alberi si mescola all’odore delle brioches calde, che si mescola a quello della tempera, che si mescola a quello della gente che ti sfiora passando, che si mescola all’aroma del tè. E ti travolge, ti innamora.


Vestri
Borgo degli Albizi 11/R – Firenze
tel. 055 2340374

La Via del Tè
Piazza Ghiberti 22/23 – Firenze
tel. 055 2344967

Mostra Antiche Camelie della Lucchesia: il tè italiano

È risaputo: l’Asia da sempre è il maggior produttore ed esportatore di tè, sia verde che nero. India, Cina (con Taiwan) e Ceylon costituiscono la metà del mercato mondiale e producono circa 820.000 tonnellate di tè all’anno.
In Europa, le isole Azzorre erano considerate l’unico tentativo andato a buon fine: sull’isola di Sao Miguel, “piantagioni di tè Gorreana” dal 1883 si dedica a questa attività e da 5 generazioni mantiene  le tecniche più  tradizionali di coltivazione.
Negli ultimi 20 anni però, con grande sorpresa, Sant’Andrea di Compito, un piccolo paese in provincia di Lucca, si è guadagnato il titolo di secondo produttore europeo di tè e unico produttore italiano. L’idea appartiene a Guido Cattolica, responsabile per la Toscana della Società Italiana della Camelia e attualmente anche consigliere dell’Associazione Italiana Cultura del Tè.
Nel 1987 attraverso l’Orto Botanico di Lucca furono trovati i semi provenienti dalla Cina e si decise di farli germinare: giovani piantine videro la luce e furono messe a fissa dimora in alcuni filari in un terreno lungo il Rio Visona. Sia per il tipo di terreno che per l’acqua, il territorio di Sant’Andrea di Compito presenta caratteristiche idonee alle camelie di cui, come sappiamo, il tè è una specie. Nel 1990 fu effettuato manualmente il primo raccolto destinato a ottenere tè verde; ad oggi i tipi di tè dell’impianto compitese sono tre: tè verde “Polvere di Giada”, tè semi-fermentato “Opale” e tè nero “Tè delle tigri”. Pare che ciascuno di essi abbia partecipato a concorsi internazionali, posizionandosi intorno al 12° posto su un totale di circa 60 partecipanti.
 


In occasione della ventesima edizione della Mostra Antiche Camelie della Lucchesia, sabato 21 marzo è stata data la possibilità di visitare personalmente la piantagione del Sig. Cattolica e l’esperienza si è rivelata bellissima, di grande fascino e interesse.
Nella piantagione i raccolti sono annuali e la quantità di tè prodotto, considerata ancora a livello amatoriale, è minima: circa 1400 piante per 5 kg di tè in totale.
Recentemente l’esperimento è stato allargato con altri due impianti di 300 nuove piante, presso il vivaio dell’Antica Chiusa Borrini, con la speranza di riuscire ad ottenere nei prossimi anni una produzione di 10 kg di tè al massimo.
Il Sig. Cattolica si occupa personalmente della vendita del suo tè, non intende concederne la distribuzione a terze persone, né ad attività commerciali di alcun tipo. L’unico modo per assaggiare le sue foglie è recarsi in Toscana e bussare alla sua porta.
 

La Mostra delle Antiche Camelie ha riservato al tè italiano un ruolo privilegiato che ha conciliato la visita guidata alla piantagione, i racconti del Sig. Cattolica e la vendita di poche confezioni del tè (5 euro per ciascuna scatolina da 10 g), unite alle piantine e ai semi della Camelia Sinensis, riservati a chi avesse voglia di godere del fiore sul proprio balcone.
 


L’emozione di trovarsi immersi in un verde accecante, avvolti e penetrati da una freschezza sconosciuta, è stata netta. Stabilire un contatto così ravvicinato con la propria passione più grande, è occasione di rara soddisfazione.
Ascoltare il Sig. Cattolica è stato piacevole e condividere le esperienze personali con quelle degli altri presenti è stato istruttivo. Inoltre, spostandosi di qualche centinaia di metri, percorrendo i suggestivi vicoli del borgo, siamo stati testimoni della dimostrazione della cerimonia cinese del tè gongfu cha.

Delle tre qualità prodotte, l’unica a cui, a mio parere, riconoscerei una certa personalità è il tè semi-fermentato, che ha un aroma definito e genera un liquore più convinto rispetto agli altri. È piacevolmente aromatico, al contrario del tè verde che produce un liquore molto scuro e ha un sapore debole e indefinito.
È un peccato che il Sig. Cattolica abbia scelto di frantumare le foglie dei suoi tè e di proporle in bustine-filtro, per di più non sigillate ermeticamente: il packaging andrebbe forse riconsiderato e sarebbe conveniente lasciare le foglie intere, soprattutto per l’Oolong la cui caratteristica principale è la foglia lunga, arricciata, che si gonfia considerevolmente durante l’infusione. Frantumando le foglie si perde la possibilità di valutare le sfumature di colore, o la presenza di tips dorati che spesso distinguono le migliori qualità; in più, a parità di peso, nei tè sminuzzati è esposta all’aria una maggiore superficie, per cui le perdite di aroma risultano più pronunciate.
 


Al di là di ogni considerazione, rimane una bella conquista, una grande prova di coraggio e abilità.
Che il tè italiano trovi una collocazione nel mercato mondiale oppure no, per noi è motivo di grande orgoglio e sicuramente ha già trovato una collocazione nel cuore. 
 

Qui trovate altre fotografie della Mostra e altri particolari degli eventi dedicati al tè.

Dulcis Caffè

La natura è capace di spettacoli straordinari, ne ho avuto conferma visitando la Sardegna. Una terra affascinante, che in ogni cosa esprime passione nei confronti della tradizione. Cucina, artigianato, musica, lingua, monumenti, simboli: tutto è unico. Anche il mare.

 


Su reposu est pius saboridu pustis de su trabagliu (Il riposo è più gradito dopo la fatica), recita la saggezza popolare locale. Difatti l’approdo a questa sala da tè è giunto graditissimo dopo una giornata trascorsa a camminare per le vie di Cagliari.
 

La tentazione di sorseggiare una tazza tiepida in prossimità del mare è molto forte e Dulcis Caffè è sembrato subito un rifugio piacevole.
Lo affianca il ristorante di Luigi Pomata, giovane cuoco emergente, proprietario di entrambi i locali; insieme propongono una vasta offerta di sapori: ostriche, champagne, vino, sushi, specialità di pesce, aperitivi, piccola pasticceria, caffè e tè.
Sul terrazzo l’atmosfera è placida, si gode di un bel silenzio. L’ora è quella tipica del tea time, ma il cameriere si stupisce quando gli chiedo una tazza di tè.
L’accoglienza è cortese e attenta, l’ordine e la pulizia esaltano il design essenziale dell’arredamento.
La carta dei tè non è granché ricca, ma esibisce gran parte delle tipologie di tè esistenti sul mercato: English Breakfast, Lapsang Souchong, qualche tè nero aromatizzato, Assam, Ceylon e un paio di Darjeeling. I tè verdi ne escono penalizzati purtroppo, se ne scorge appena uno aromatizzato al limone e zenzero. Il costo medio di ciascuna tazza si aggira intorno ai 4,00 euro.
Peccato imbattersi nell’errore (sempre più comune) di definire il Rooibos “tè rosso”, denota un approccio superficiale e scarsa conoscenza della materia.
 

Gli accessori sono graziosi, bella la scelta della teiera in ghisa e della tazza in ceramica chiara. Ahimè, le foglie giungono al tavolo già infuse da un tempo indefinito e il risultato è pressoché imbevibile. Per di più, la temperatura dell’acqua è troppo alta per un tè verde e la quantità è eccessiva per circa 300 ml.
Prendendo tra le dita alcune foglie risulta evidente che nella totalità sono spezzate e questo senza dubbio depone a sfavore della qualità del tè.
Certo l’entusiasmo si spegne e lascia spazio alla delusione; fortunatamente il caffè shakerato di chi mi accompagna è accettabile.
L’intenzione è buona, l’impegno è discreto, la volontà c’è tutta e questo è da premiare, soprattutto se si considera che in questa regione la cultura del tè stenta ancora a prendere piede.
È apprezzabile la scelta di utilizzare le foglie sfuse piuttosto che le consuete bustine industriali, ma se non si acquisisce il giusto metodo di preparazione e non si seleziona un valido fornitore, si rischia di vanificare tutto.
Pagando il conto e scambiando qualche parola con il cameriere, mi permetto di suggerirgli qualche piccolo accorgimento: la sua disponibilità lascia sperare bene.

Una sala da tè allestita su un terrazzo affacciato sul mare è cosa molto rara, e all’unicità di questa idea bisogna dare merito. Lasciamo che trascorra un po’ di tempo e auguriamoci che l’esperienza faccia il suo corso. 

Dulcis Caffè
viale Regina Margherita 14 – Cagliari
 

*In seguito al commento del lettore emilio, che ha mosso qualche dubbio sui diritti di proprietà del locale recensito, pubblico un’importante rettifica.
È stata mia premura contattare direttamente il Sig. Luigi Pomata tramite email, cito testualmente: “Il ristorante Luigi Pomata è mio e di mio cugino ed io sono sempre presente, non saltuariamente ma costantemente, eccetto quando sono impegnato in trasmissioni televisive, conferenze, catering, ecc…
Comunque c’è il mio staff storico, ossia le stesse persone che cucinano e servono anche quando ci sono io.
Il locale accanto invece, chiamato Dulcis Caffè, dal dicembre 2007 non è più di mia proprietà, né la gestione della cucina, né l’organizzazione
“.
Ringrazio il Sig. Pomata per la disponibilità e il chiarimento, e allo stesso modo ringrazio emilio per avermi permesso di correggere un’informazione in parte errata.

Pasqualina

Ha un nome buffo, insolito per una sala da tè.
Si chiamava così la moglie di colui che ne ha fondato le origini: Pasqualina Locatelli.

La Pasqualina segue le orme della tradizione familiare, che dal 1912 si prende cura dei clienti in maniera appassionata e sincera.
Si trova ad Almenno San Bartolomeo, un piccolo paese in provincia di Bergamo (e da circa un anno ha aperto anche nel centro di Bergamo stessa); Pasqualina e Pietro ne avevano fatto un’osteria e, dopo quasi cento anni, Riccardo Schiavi la trasforma in una deliziosa sala da tè.

Almenno San Bartolomeo
Verde, bianco e legno chiaro: questi sono i colori che compongono l’ambiente, vestendolo di luce e armonia.
Frequentata da persone di ogni età, La Pasqualina dispone di un personale giovane, costituito per la maggior parte da donne, molto cortesi, disponibili, efficienti.
La carta dei tè è assai ricca e propone un numero maggiore di tè naturali rispetto alle solite miscele aromatizzate. Il percorso è suddiviso in aree geografiche e a ciascun Paese è associato un breve paragrafo contenente informazioni utili e interessanti.
È possibile acquistare tutti i tè in confezioni da 100 g, per rinnovare il piacere stando comodamente sul proprio divano.
Cina, Taiwan, India, Ceylon, Giappone, Corea, Kenya, Java, qualche miscela aromatizzata con ingredienti semplici e una piccola selezione di infusi e tisane.  Il valore aggiunto è dato dal fatto che per i Darjeeling sono specificati anche i tipi di raccolti.
Un’idea curiosa, che senza dubbio colpisce e incuriosisce i clienti, è “Un tè per ogni ora: i consigli della Pasqualina”. In questa parte del menu si scoprono scelte coerenti e precise dedicate a chi non conosce bene la bevanda e ha voglia di lasciarsi guidare. Le proposte sono essenzialmente quattro: tè del mattino e da colazione, tè del pomeriggio e da pasticceria, tè della sera e tè dello spirito e delle grandi occasioni.
Il servizio è buono: il tè arriva in una piccola teiera di ghisa, posta su un vassoio insieme ad una tazza di stile occidentale di ceramica bianca, pochi biscotti al burro e due tipi di zucchero in cristalli.
È apprezzabile la scelta della tazza bianca, in quanto permette di vedere l’autentico colore del liquore e la cosa denota attenzione e sapienza. Tuttavia, per un puro capriccio estetico, in nome di una maggiore completezza, sarebbe stata forse più adatta una ciotola bianca giapponese che assecondasse lo stile della teiera.


Ho scelto un Gyokuro Tanabe, un tè verde naturale giapponese di pregiata qualità, perché trovo sia un valido biglietto da visita per una sala da tè. L’aroma è molto fresco e intenso, richiede una temperatura dell’acqua molto bassa e un tempo di infusione molto breve: può essere facile sbagliare. Invece il liquore ha la giusta temperatura, l’aroma spiccatamente erbaceo tipico del Gyokuro e non si rivela affatto amaro, a dimostrazione del fatto che i tempi di infusione sono stati rispettati. Peccato non vedere le foglie.
Qualora desideriate accompagnare la vostra tazza con del cibo salato, il menu vanta una vasta gamma di focacce e pani preparati con farine di diverso tipo, variamente farciti e serviti insieme ad una salvietta umida e agrumata per detergere le mani.

Una piccola esposizione di teiere di ghisa conquista lo sguardo sulla via dell’uscita; la selezione è raffinata, i prezzi decisamente accessibili e il certificato Iwachu  ne garantisce la manifattura giapponese e l’indiscutibile qualità.

Ma La Pasqualina non intende limitarsi solo al tè; soddisfa anche i desideri dei più golosi, cimentandosi nella realizzazione di torte da credenza, di un ottimo gelato e del cioccolato arricchito con spezie naturali: tutti preparati artigianalmente con ingredienti freschi e di stagione.
Al gelato, che Riccardo Schiavi definisce “Un desiderio che si scioglie in bocca”, è stato dedicato un menu speciale, accompagnato da bellissime fotografie, un’introduzione curata e la predilezione per ingredienti naturali acquistati direttamente dai coltivatori.


La cura e l’attenzione si dimostrano anche considerando i bisogni di ciascuno e non trascurando alcuna esigenza; pertanto, a tutti coloro che sono costretti a fare i conti con qualche chilo di troppo, La Pasqualina dedica una serie di centrifughe di verdura e frutta dai gusti intriganti, con l’indicazione precisa delle calorie.

Riccardo Schiavi ha creato un luogo dove si può trascorrere piacevolmente l’intera giornata, dalla colazione all’aperitivo; un luogo dove si chiacchiera amabilmente e ci si avventura in percorsi olfattivi e gustativi affascinanti. Un posto dove le ore si sciolgono nel tepore di un ritmo calmo.
Quello che rimane è una bella sensazione, unita sicuramente alla voglia di tornare.

Pasqualina
via Papa Giovanni XXIII, 39
Almenno San Bartolomeo (BG)
Tel. 035540040
email: info@lapasqualina.it

Il tè a Cesano Boscone: fiera dell’artigianato e dei sapori

La domenica pomeriggio, ai primi cenni di primavera, mi piace andare alla ricerca di luoghi nascosti e ignorati dalla maggior parte della gente. Mi piace andare a scoprire piccoli paesi caratteristici che hanno sempre l’abilità di sorprendermi, posti che mi consentano di passeggiare e di godere di un sano silenzio.

La scorsa settimana è stata la volta di Cesano Boscone, un comune della provincia di Milano che conta circa 23.000 abitanti.
È un paese curato, che si distingue per l’impegno e l’entusiasmo dedicati alla promozione di spettacoli teatrali, mostre fotografiche, rassegne cinematografiche e iniziative legate alla solidarietà. Un borgo che dal 1990 edita un periodico comunale che informa i cittadini sulle attività, gli appuntamenti, i progetti e le decisioni dell’amministrazione locale. Un paese che ha creato “La casa dell’acqua”, un piccolo chiosco che richiama la tradizionale cascina lombarda e che erogando acqua naturale, fredda e gasata proveniente dall’acquedotto e ulteriormente filtrata, promuove il consumo dell’acqua del rubinetto buona, sicura e gratuita.

La Fiera dei prodotti del parco agricolo e La Fiera dell’artigianato e dei sapori mi hanno spinta fino al centro storico di questo posto. Si tratta di circa 10 bancarelle impegnate nella vendita di formaggio, miele, frutta e verdura, farine e cereali, marmellata, latte fresco, vini e liquori artigianali.
L’atmosfera è quella di uno scorcio di campagna; con l’aiuto di qualche pecora, un asino, una manciata di attrezzi da lavoro utilizzati nei campi e l’odore di cibi antichi, ci si sente parte di un tempo ormai molto lontano. Un sole tiepido e il cielo terso contribuiscono a sottolineare la sensazione di intimità e calma, restituendo morbidezza a forme e colori.

Il tè è stata una piacevole sorpresa, la testimonianza di un interesse crescente e di una diffusione sempre più ampia, propri di questi ultimi tempi.
Confezionato purtroppo in bustine trasparenti (il tè non dovrebbe mai essere esposto alla luce diretta) sigillate in maniera approssimativa e prodotto da un marchio non identificato, propone tuttavia nomi fantasiosi ed evocativi. Una tavolozza di colori che ricorda le tinte di un’estate inattesa.
Infusi di frutta, rooibos definiti erroneamente tè rossi, tè neri dalle foglie violacee consigliati per favorire il sonno, tè bianchi dalle foglie molto scure e troppo piccole: il risultato generale denota una certa confusione sull’argomento, ma il tutto ha una connotazione genuina, una bella ingenuità.
Mi è piaciuto guardare persone di ogni età accostarsi alla bancarella e avvicinare il naso alle bustine, mi è piaciuta la loro curiosità e lo stupore.

Nonostante tutto, anche a questo servono le piccole fiere di paese: a promuovere la conoscenza, seppure imprecisa, del tè e a favorirne l’avvicinamento. E anche per questo vanno apprezzate e premiate.