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La cerimonia del tè – Chanoyu

L’arte del Chanoyu, perché di arte si tratta, è cosa assai complessa.
Sono certa che non si possa conoscerla e comprenderla del tutto fino in fondo; in compenso si può amarla senza alcuna riserva. 
È assolutamente affascinante, intrigante, ricolma di simbologie poetiche e fantasiose.
Letteralmente Cha no you significa “acqua calda (per il) tè” e possiamo riassumerne l’essenza con questo pensiero che appartiene ai più grandi maestri: «Non cercate la ricetta, ma lo spirito del tè».
È un’arte giapponese e nasce con Murata Shuko (1422-1502) che ne fonda le prime regole. Successivamente con Sen no Rikyu (1522-1591) diventa un vero e proprio rito, con codici e consuetudini ben definite.
La cerimonia del tè è un inno alla semplicità: tutto è semplice, sobrio, frugale. Dal luogo in cui si svolge, ai gesti, agli oggetti utilizzati, fino ad arrivare alle parole. Ne bastano appena quattro per raccoglierne i principi fondamentali:
Wa: si riferisce all’armonia tra le persone e con la natura, armonia degli utensili e la maniera in cui essi vengono usati;
Kei: indica il rispetto verso tutte le cose e sincera gratitudine per la loro esistenza;
Sei: rappresenta la purezza interiore, ma anche pulizia delle cose che ci circondano;
Jaku: indica la tranquillità e la pace della mente e corrisponde allo stato in cui l’anima rimane aperta.

Adesso abbandonate per qualche istante qualunque cosa stiate facendo. E venite con me. Celebriamo oggi la nostra cerimonia del tè.
Ho scelto per voi abiti dai colori discreti, sono quelli da preferire in questa occasione.
Ci rechiamo in un luogo riservato, si chiama la “casa del vuoto”, o chashitsu. Vi accediamo attraverso un piccolo giardino, percorrendo un viottolo sinuoso: fate attenzione ad alcune pietre, piatte e irregolari, contribuiscono ad allestire la scenografia di un sentiero di montagna.
Lungo il sentiero trovate una conca in pietra piena d’acqua: qui possiamo lavare le mani e sciacquare la bocca, purificandoci dalle preoccupazioni quotidiane.
Lasciate il vostro ego fuori dalla porta: la casa del vuoto ha un ingresso che obbliga tutti coloro che vi entrano a chinarsi, in un atteggiamento di umiltà.
Prima di farvi accomodare, mi accingo a spazzare i tatami (stuoie di bambù intrecciato, tradizionale pavimento delle case giapponesi) con una scopa di saggina, «per togliere tutta la polvere del mondo».
Ora guardatevi intorno. Osservate come ogni cosa qui dentro infonda una inspiegabile sensazione di pace e benessere. L’assenza di mobili e le linee sobrie del chashitsu evocano quasi un ritiro d’eremita: c’è un rotolo di carta di riso con una calligrafia tracciata dalla mano di un artista e qualche fiore disposto in un vaso; questo costituisce il tokonoma, il posto della Bellezza.
Al centro, un focolare scavato nel pavimento, su cui è posto un bollitore.
Ciascun utensile, come vedete, è in materiale naturale e spesso variano durante i diversi mesi dell’anno per essere sempre in accordo con la stagione, in armonia con la natura.

Mi inginocchio su un tatami e asciugo la ciotola (chawan) con un panno di seta appeso alla cintura del mio kimono.
Accendo l’incenso prelevandolo dalla sua scatolina (kogo): non sono certa che i grandi maestri lo prevedano ma a me piace molto.
Prendo il tè Matcha da una scatolina laccata (chaire) con un spatola di bambù (chashaku) e lo verso nella ciotola. Attingo l’acqua dal bollitore di ghisa o dalla teiera (kama) posta sul fornello incassato nel pavimento con il mestolo di bambù (hishaku) e la verso nella ciotola.
Adesso frullo vigorosamente il tutto con una frusta di bambù (chasen) per poter ottenere la schiuma di giada: il tè così preparato prende il nome di koicha.
In realtà dovrei frullare il tè non con il braccio ma con il mio hara, cioè il punto fittizio dove si trova il baricentro energetico, tra ombelico ed osso pubico: in pratica, il movimento dovrebbe partire dalla sorgente, dal centro del mio essere.
La grazia e al tempo stesso la forza con cui si adoperano gli oggetti è molto importante, ché «Come siamo con gli oggetti, così siamo – in modo più o meno visibile – con gli altri».
Solo adesso posso porgere la ciotola al primo di voi il quale, prima di bere a piccoli sorsi, mi ringrazierà con un istante di raccoglimento. Poco dopo pulirà il punto della tazza da cui ha bevuto con una salvietta di carta (kaishi) e passerà la ciotola al secondo di voi, che berrà e asciugherà la tazza esattamente nello stesso modo. Passerete la ciotola al terzo, al quarto e quinto di voi, perché tutti possiate gustare il tè.
Quando l’ultimo di voi avrà finito, porgerà la ciotola al primo, che a sua volta la restituirà a me. Come un cerchio perfetto che va a chiudersi, come un abbraccio.

Come avrete notato, la cerimonia non prevede né attori, né spettatori: ci sono solo “esseri” che agiscono, uno per l’altro, per raggiungere il solo scopo di creare un istante di perfetta armonia.
Mi auguro che l’economia di ciascun gesto, insieme all’attenzione ai minimi dettagli di un atto così semplice, abbiano permesso ad ognuno di voi di trovare la calma dentro di sé e di condividere un momento di felicità contemplativa.
Desideravo che qui oggi voi trovaste un’oasi di tranquillità, avvolti da un velo di bellezza e raffinatezza. Spero di esserci riuscita.

Adesso aspetto che siate voi a raccontarmi la vostra cerimonia del tè. Descrivetemi il vostro rito, il momento in cui preparate e gustate il vostro tè.
Non è difficile, in fondo «Il tè non è nient’altro che questo: far scaldare l’acqua, preparare il tè e berlo convenientemente».

*Da questo post è stato tratto un articolo pubblicato su Naturalia Domus  [Ottobre 2007].