Tè e arte

Mao Xiang (1611-1693), esponente di spicco della jeunesse dorée cinese, collezionista di libri e di opere d’arte, non meno di avventure amorose, ad una sola delle sue amanti dedicò il suo talento letterario, compilando un piccolo capolavoro di prosa classica, Le ricordanze del Convento del Pruno Ombroso.
Insieme alla donna, protagonista del XVI paragrafo dell’opera è l’infuso del tè, la sua preparazione e il piacere della degustazione che ne segue:

“Le piaceva bere il tè, proprio come me. Preferivamo quello che nasce sul monte Chien e Ku Tzu-chien di Pan-t’ang sceglieva la qualità migliore e ce lo spediva ogni anno. Le sue foglie sono simili a scaglie di pesce e ognuna di esse assomiglia stranamente alle ali di una cicala.
Allorché preparava il tè con acqua di fonte messa a bollire a fuoco lento dentro un piccolo bollitore, fra sottili volute di fumo, lei soffiava sempre sul fuoco e lavava con le sue mani ogni cosa.  Quando l’acqua finalmente bolliva, ne osservava le bollicine, simili a occhi di granchi; quindi porgeva le tazze di porcellana, scegliendo quelle dal color della luna e delle nubi, per creare un’atmosfera ancora più raffinata.
”

Il tè fa la sua comparsa anche nella letteratura cinese femminile: Li Qingzhao è una poetessa di epoca Song, nasce nel 1084 da una famiglia di letterati e vi respira l’aria culturale del suo tempo; ma la morte del marito le ispirano una nuova vena poetica e alcuni suoi versi suonano come il canto tormentato di un’esule, a cui un tè porta conforto e beneficio:

“Dopo la malattia, brizzolate scomposte le bande dei capelli dal giaciglio guardo la luna sparuta oltre la zanzariera.
Decotto di cardamomo in acqua bollente.
Tè solitario
.”

C’è anche chi ha voluto condurre qualche statistica, giocando con i numeri in campo letterario ed enumerando le citazioni dedicate al tè dai maggiori romanzieri europei: ne è derivata la sorprendente scoperta che il primato spetta agli scrittori russi, contro i grandi sconfitti anglosassoni.
Tolstoj menziona il tè 332 volte nella sua opera letteraria, seguito da Dostoevskij che in sette romanzi lo cita 244 volte. Quest’ultimo, in Delitto e castigo, documenta l’abitudine di “succhiare il tè attraverso lo zucchero”, alludendo all’uso del contadino di mettere un pezzo di zucchero in bocca e sorbire dal piattino il tè troppo caldo.
Tra gli autori inglesi che citano volentieri il tè, sebbene sconfitti rispetto ai romanzieri russi, Charles Dickens lo menziona 45 volte ne Il circolo Pickwick  e William Thackeray 41 ne La Fiera delle Vanità. 
Una delle citazioni più stravaganti si trova nelle dickensiane Storie di Natale e solo uno scrittore anglosassone avrebbe potuto pensare, seppure in termini di paradosso, di “impacchettare una torta di nozze in una cassa da tè”:

“Credo che, se anche si impacchettasse una torta di nozze in una cassa da tè, nella intelaiatura di un letto, in un barilotto di salmone affumicato o in qualsiasi altra cosa impensata, la donna lo indovinerebbe subito.”

Tra gli scrittori francesi, classificatisi nella statistica con 123 citazioni, il primato spetta a Guy de Maupassant, che in Forte come la morteserve l’infuso tredici volte, mentre il norvegese Hernrick Ibsen lo menziona quattro volte in due opere teatrali, Romersholm e Un nemico del popolo.

Il tè compare poi anche in musica, nelle arie dei drammi delle Opere di Pechino come quelle che facevano da sottofondo al teatro Kabuki, in Giappone, dove gli attori degustavano il tè accompagnandolo con il canto delle sue virtù, modulato sulle note dello shakuhachi, il tradizionale flauto di bambù.
L’Europa può annoverare in Maurice Ravel il suo “musicista del tè”: il grande compositore, ispirandosi al jazz, scrisse infatti la musica di un famoso balletto dedicato al tè inglese del pomeriggio, intitolato Five o’clock.

La cinematografia ci offre infine un capolavoro magistrale con la Morte di un maestro del tè, con il quale il regista giapponese Kumai Kei vinse il Leone d’argento al Festival di Venezia nel 1989. Il film è costruito sulla vicenda della misteriosa morte di Sen Rikyu, il grande maestro vissuto nel XVI secolo, al quale si deve l’impostazione dei codici gestuali della cerimonia del tè, il cha no yu. 
L’unica opera che può essere affiancata a questa, per la posizione che il tè vi occupa, sebbene in visione umoristica, è Mangia una tazza di tè, del regista sino-americano Wayne Wang: il tè si impone come infuso virtuoso e terapeutico e potente afrodisiaco. 
Gli italiani Bernardo Bertolucci, con il suo Tè nel deserto (1990), e Franco Zeffirelli, con Un tè con Mussolini (1999), mettono in scena pregiati servizi da tè, ma danno poco spazio alle regole della sua degustazione.

Bibliografia: 

  • Il tè – Ricette, tradizioni e storia, Margherita Sportelli, Xenia Editore.