Ne avrete sentito parlare almeno una volta. Vi sarà inciampata nelle orecchie anche solo per caso, questa parola. Zen.
Ne abbiamo mai compreso realmente il vero significato? A me è sempre parsa una parola inafferrabile, lontana.
…Fino a quando non mi è capitato tra le dita un piccolo libro: 101 Storie Zen. Sono state queste pagine ad accendere la mia curiosità; così ho provato a documentarmi, muovere qualche piccola ricerca. E questo è il sunto di ciò che ne ho ricavato:
Lo Zen fu trapiantato in Cina da Bodhidharma, che vi giunse dall’India nel sesto secolo e fu portato verso l’est fino in Giappone a partire dal dodicesimo secolo.
E’ stato spesso così descritto: “Uno speciale insegnamento senza scritture, al di là delle parole e delle lettere, che mira all’essenza spirituale dell’uomo, che vede direttamente nella sua natura.” Dunque non è ginnastica, nè una tecnica di benessere. Non è una filosofia, nè una psicologia, nè una dottrina: lo Zen è al di là dei concetti e delle forme. Pare sia essenzialmente un’esperienza, un mezzo per “svegliarci” a noi stessi, qui e ora, nella perfezione dell’istante.
Il segreto consiste nel rimanere seduti, semplicemente, senza scopo e senza spirito di profitto, in una posizione di grande concentrazione. Attraverso questa meditazione si parte alla ricerca di sè, per realizzare la propria vera natura.
Così lo Zen ha finito col significare pace, comprensione, devozione all’arte e al lavoro, appagamento, intuito. E’ stato detto che se si ha lo Zen nella propria vita, non si ha più nessuna paura, nessun dubbio, nessun desiderio superfluo. Sereni, si gode la vita in beata tranquillità: questo è lo spirito dello Zen, che si dispiega anche in migliaia di templi sia in Cina che in Giappone.
Ma l’aspetto più interessante è stato capire come questa realtà si possa intrecciare anche con il mondo del tè.
La semplice preparazione di una tazza di tè è diventata per gli orientali un’esperienza estetica di notevole spessore spirituale, un’ estensione della pratica meditativa della dottrina Zen ad ogni atto della vita quotidiana. L’estrema lentezza e concentrazione dei gesti, tipici del rito del tè, corrispondono alla creazione di uno spazio e di una situazione che permettono di realizzare “l’illuminazione”.
Bere il tè quindi diventa una sorta di processo contemplativo, in cui l’umiltà dell’allestimento veicola un messaggio di spiritualità e semplicità.
Dunque questa nuova categoria che oggi inauguro, Storie Zen, altro non è che il risultato di innumerevoli avventure nello Zen, un modo per parlarvi di varie scoperte dell’ io. Un’occasione per portarci ad andare al di là del pensiero.
Con la speranza che tutti i miei lettori possano, leggendole, realizzarle nella loro quotidiana esperienza di vita.

Una tazza di tè
Nan-in, un maestro giapponese dell’era Meiji, ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen.
Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare.
Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi. «E’ ricolma. Non ce n’entra più!».
«Come questa tazza,» disse Nan-in «tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?».