Ho idea che questa signora sia affascinante. L’ho scoperta per caso e mi ha incuriosita.
Lascio che siano le sue immagini e le sue parole a raccontarvi la ragione per cui ho desiderato che fosse qui.
Ancora grazie.
- Vera, quando e come è nata la tua passione per la pittura?
Da piccolissima: adoravo scarabocchiare e soprattutto colorare e mia madre mi iscrisse ad una scuola di pittura, qualcosa di molto poco diffuso all’epoca. Passavo i più bei pomeriggi della settimana: sento ancora l’odore e l’effetto tattile di quegli impasti di tempere sotto il pennello, la gioia delle immagini che scaturivano tra i racconti di fiabe della nostra insegnante: che grande insegnante Lea Andreis!

- Ti sei laureata in lettere antiche: se e quanto questo interesse per gli studi classici ha influenzato il tuo modo di fare arte?
Gli studi classici sono indubbiamente una parte fondamentale della mia cultura, quindi della mia formazione ed esperienza, ma l’io, la personalità che cresce con te è fatto di miscellanee e percorsi così vari!
Associo la cultura classica, almeno quella delle immagini, alla solidità, all’equilibrio e questo in parte l’ho assorbito ed è stato un riferimento; ma poi è diventato intrigante il sogno, l’associazione di idee, il subconscio, l’instabile, e forse ciò ha finito col prevalere. Ma questa è una parte: l’immagine è fatta di un soggetto, che può essere un non-soggetto (astratto), di un segno, un disegno, di colori, di tecnica… e queste cose si compongono nei modi più vari, all’infinito, e Chagall può volare coniugandosi con i colori di Masaccio, mentre Simone Martini può trasformarsi in una maschera etnica. Il negativo/positivo delle pitture tribali australiane può passare attraverso la fotografia, scorrere nell’arte del Novecento e traboccare nell’arte astratta.
- Come definiresti la poetica dei tuoi quadri?
Forse in questo periodo preferisco sia letta dall’esterno, comunque qualcosa può dire il titolo di una mia mostra di qualche anno fa: Straordinario e Quotidiano. Ecco è la straordinarietà di quanto possiamo avere sotto gli occhi anche ogni giorno, che mi stimola. A volte sono gli occhi che fanno le cose e ce ne rimandano il fascino, è il tipo di rappresentazione, gli accostamenti, che suggeriscono il nuovo, che accendono luci anche insospettate. Attualmente sto dipingendo una nuova serie, diciamo che prende spunto dal genere della natura morta, ma non lo è nel vero senso della parola ed è il mio modo attuale di parlare del mondo femminile, delle sue storie, delle sue relazioni…Sono passata negli ultimi anni dai Salotti che erano un gioco di forme del cuore della casa e man mano si sono animati con una e più persone, narrando il dramma dell’11 settembre e poi stilizzando relazioni e situazioni. Sono entrata nelle camere da letto con una serie dedicata agli Amanti e alla Luna. Ho giocato a lungo con le tavole imbandite e la seduzione dei Sott/Intesi. Spesso ho estratto dei particolari di una serie per crearne un’altra: sono nate le Lune, oggi sta nascendo qualcos’altro.
- Perché proprio il tè?
Mio marito adora il tè. Mia figlia tè, teiere e tazzine. Il tè rientra nell’atmosfera quotidiana, sa di pausa, di carica, di benessere, di storia. E le teiere hanno tante belle forme intriganti, come le tazzine, i cucchiaini, le zuccheriere. Avevo altre volte inserito queste forme nelle mie immagini, ma il primo quadro sul tè mi è venuto in mente per mia figlia: è dedicato a lei, anche se è stato portato a termine per una mostra a Todi sul ‘benessere’.
Poi una parte di quel quadro è stata utilizzata come copertina di un libro di una psicologa sull’ autostima al femminile. Quanti messaggi nei semplici gesti del tè: tradizione, atmosfera, comunicazione, eleganza, relax, vita. E la comunicazione come tema, unitamente all’eleganza delle forme hanno continuato a giocare a favore del tè in tanti quadri, anche come ‘inciso’, semplice suggerimento connotativo, ma essenziale.
- Come lo collochi nelle tue creazioni?
I miei quadri dedicati al tè narrano un gioco di seduzione. Ho scelto il tè ( ma anche il caffè e gli infusi in genere) per narrare la seduzione nei suoi incontri rapidi ma densi, i suoi aspetti diretti ma misteriosi, perché il tè rappresenta momenti brevi ma intensi, ci consente soste di abbandono in cui prendono vigore forze appartate dentro di noi.
- Sei nata a Napoli: come gli occhi di un’artista vedono questa città?
Non la vedo con gli occhi di un’artista, per certi versi sono troppo coinvolta, per altri la conosco troppo poco. Comunque non è una città, è un pianeta. Sai che sono anche un po’ brasiliana ? Beh, per me Napoli è saudade.
- Ci racconti il tuo rapporto con il tè?
Io bevo tè. Prediligo i tè alla frutta e quello al gelsomino.
Mi piacciono le sale da tè. A Roma ce n’è una in particolare di fronte alla scalinata di Piazza di Spagna, ma la mia preferita per la varietà di tè che offre e il garbo con cui il tè viene servito si trova in Val Badia. Faccio acquisti sia al supermercato che in negozi specializzati.
Nella nostra casa c’è chi beve tè a tutte le ore e chi come me lo associa soprattutto a momenti confortevoli e rilassanti, magari di due chiacchiere con una tazza calda tra le mani, con un occhio ad accessori di grazia: qualche centrino, un vassoio, zuccheri speciali.
Comunque quando penso al tè mi vengono alla mente più le geishe che le brume inglesi; o forse i contrasti tra i colori caldi dell’India, i suoi profumi e la sua folla di tradizioni e le colonie inglesi. Mi vengono alla mente gli arredi cinesi, millenni di poveri e di impero, bambine di troppo e mercanti in viaggio, spazi enormi e tende, intrighi.

*Aggiornamento del 20.07.2008
Ringrazio Vera Puoti per aver pubblicato parte di questa intervista nel suo catalogo “Formule di sogno”, edito in occasione della sua mostra a Copenaghen presso l’Istituto Italiano di Cultura dal 21 agosto al 26 settembre 2008.