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Io t’invito al topazio

Meritava uno spazio esclusivo, il tè giallo.
Estremamente raro, è un tè piuttosto improbabile da trovare nei negozi e quindi forse difficile da assaggiare. Ma vale la pena parlarne, possiede delle caratteristiche molto interessanti.

Il tè giallo deve il suo nome, come si può facilmente immaginare, al colore dell’infuso che produce. Anche le foglie sono gialle, ma non è il loro colore naturale: diventano gialle per effetto del processo di cottura a fiamma viva, detto anche di “uccisione del verde”.
A livello inconscio, dato il tono cromatico, si potrebbe avere l’impressione che le foglie siano marce e spesso anche per questo pochi lo bevono.
In compenso, una leggenda narra che una principessa cinese della dinastia Tang, quando si sposò con un esponente della famiglia reale tibetana, inserì come clausola dell’accordo che foglie di tè giallo fossero portate con la sua dote in Tibet.

La fragranza del tè giallo è pura e leggera, la sensazione è quella di lasciare la bocca pulita e libera leggere note tostate. Una caratteristica particolare è che lascia un sapore dolceamaro sulla punta della lingua, e a differenza di altri tè che spesso favoriscono la salivazione, quello giallo provoca una maggiore secchezza alla bocca (ma nulla che non sia piacevolmente sopportabile).
Il tè giallo più famoso è il Chun Shan Yin Chin: una delle ragioni della sua popolarità è che le foglie restano in verticale durante l’infusione; alcune galleggiano in superficie, catturando le bollicine d’aria, altre rimangono in fondo alla tazza, ma tutte sempre in posizione straordinariamente verticale. E sapete, secondo una credenza giapponese, le foglie di tè che restano verticali portano fortuna.

Queste sfumature di colori e odori e sapori mi hanno portata a pensare ad una poesia che amo molto. Trovo sia una delle più belle rappresentazioni del Giallo.

Io t’invito al topazio,
all’alveare della pietra gialla,
alle sue api,
al miele congelato del topazio,
al suo giorno d’oro,
alla famiglia della tranquillità riverberante:
si tratta d’una chiesa minuscola,
stabilita in un fiore,
come ape,
come la struttura del sole,
foglia d’autunno della profondità più gialla,
dell’albero incendiato
raggio a raggio, lampo a corolla,
insetto e miele e autunno
si trasformano nel sale del sole:
quel miele, quel tremito del mondo,
quel frumento del cielo
è lavorato fino a convertirsi
in sole tranquillo, in pallido topazio.
P. Neruda