Articoli marcati con tag ‘tè giapponese’

雛祭り Hinamatsuri: la primavera negli occhi

Akari o tsukemashou bonbori ni
Ohana o agemashou momo no hana
Go-nin bayashi no fue taiko
Kyo wa tanoshii Hinamatsuri

Facciamo luce con le lampade
Facciamo fiorire i fiori di pesco
I cinque musicisti di corte suonano il flauto e il tamburo
Oggi è una bella Hinamatsuri


Sono alcuni dei versi tratti dalla canzone Ureshii Hinamatsuri, intonata il terzo giorno del terzo mese dell’anno in occasione della Festa delle bambine.
Il popolo giapponese dedica un giorno di preghiera in nome della felicità delle giovani ragazze e questo coincide con la fioritura dei peschi (Momo no Sekku), perché simboleggi freschezza, crescita, bellezza.
In ogni casa in cui vi sia una bambina è consuetudine allestire una piccola impalcatura a cinque o sette piani coperti da un tappeto rosso, su cui vengono disposte delle bambole vestite con il tipico abbigliamento di corte risalente al periodo Heian. Questa sorta di altare narra l’ordine gerarchico sociale della tradizione culturale nipponica: sul primo livello siedono le bambole che rappresentato l’imperatore e l’imperatrice con accanto due lampade bonbori; seguono due ministri, tre dame di corte, tre samurai, alcuni musicisti e infine i servi Shi-Cho. Sulla sinistra un alberello di mandaranci e sulla destra un albero di ciliegio o di pesco. A completare l’opera, alcuni accessori di uso quotidiano tipici dell’aristocrazia del periodo Heian, tra cui gli  utensili per la cerimonia del tè.


In origine, lo scopo di questa celebrazione era quello di allontanare la cattiva sorte: alle bambole infatti venivano trasferite tutte le influenze negative collezionate durante l’anno. Attraverso una cerimonia venivano poi purificate e abbandonate nei corsi d’acqua perché la corrente le portasse via.


Le bambine ricevono in dono le bambole Hina alla nascita, spesso sono tramandate di generazione in generazione. Sono esposte una sola volta l’anno, quotidianamente non sono utilizzate come giocattoli ma riposte con cura in grandi scatole rivestite in seta o in apposite cassette di legno.
Sono dunque considerate oggetti di grande valore, soprattutto simbolico. Subito dopo la fine dell’Hinamatsuri bisogna infatti provvedere immediatamente a metterle via, perché in caso contrario si rischia che la bambina non si sposi presto.

Offerti anche alle bambole raffiguranti l’imperatore e l’imperatrice, gli Hishimochi sono i dolci tradizionali di questa ricorrenza. Sono costituiti da tre strati di mochi: verde, bianco e rosa che rappresentano rispettivamente la buona salute, la purezza e l’allontanamento dagli spiriti cattivi. Di pari passo, gli stessi colori disegnano uno splendido scenario primaverile in cui l’erba si affaccia sotto la neve mentre i fiori di pesco iniziano a sbocciare.

A Firenze, gli ultimi giorni di marzo, l’associazione nazionale Iroha per lo scambio culturale tra Italia e Giappone ha allestito la sua Hinamatsuri.
La zona prescelta è stata quella definita da molti “l’altra Firenze”, ossia l’Oltrarno. Nella bellissima piazza Tasso, presso la silenziosa sala delle ex Leopoldine, si sono succeduti tre giorni dedicati alla diffusione e condivisione della cultura giapponese.
L’intento principale è stato quello di raccogliere fondi per gli agricoltori di Fukushima, che dopo un anno dalla sciagura ancora faticano a riprendere la propria attività.

I profumi, la luce, i suoni erano quelli tipici di un risveglio. La bellezza dell’essenzialità investiva ogni cosa, a partire dall’ingresso, discreto e sommesso.
La stessa padrona di casa, la maestra Yoko Shimada, presidente di Iroha ed esponente di una delle più antiche e note scuole di cerimonia del tè, la Omotesenke, è una rara sintesi di grazia e semplicità.

La stessa armonia fluttuava intorno alla figura della maestra Hitomi Matsumoto, studiosa esperta della vestizione presso la scuola Suzunoya di Tokyo, e delle sue allieve che hanno mostrato la suggestione della vestizione di kimono femminile; le allieve della maestra Hanayagi Suginami invece hanno improvvisato uno spettacolo di danza tradizionale giapponese.
Il maestro Amane Tatsumura, artista delicato esponente dell’antica tradizione della tessitura nishiki, ha allestito una piccola mostra delle sue opere più affascinanti.

Il tema centrale della manifestazione ruotava intorno alla cucina tradizionale giapponese. Il maestro chef Tatsumori Ota, insieme a Ikuko Sagiyama, docente di lingua e letteratura giapponese presso l’Università di Firenze,  hanno raccontato l’arte giapponese di presentare i cibi e allestire la tavola, unitamente alla storia della cucina kaiseki 懐石料理.
Un’attenzione particolare è stata posta alla cucina chakaiseki, ossia quella che si adopera per preparare il pasto che accompagna la cerimonia del tè (cha significa tè).
Nata nel XVI secolo, è una cucina che si presenta estremamente leggera, declinata su stoviglie e vassoi semplici. Precede la degustazione del tè e di base è composta da una zuppa, tre contorni (ichijū sansai), di cui uno cotto alla griglia, e del riso.
Le sue origini sono da rintracciare nel buddhismo Zen più antico: ancora oggi celebra il connubio tra uomo e natura, il punto di contatto tra i sensi e la rappresentazione di quanto ci circonda.
Dunque i sapori, il gusto estetico, i profumi della cucina kaiseki rispettano l’avvicendarsi delle stagioni e impongono l’assoluta freschezza di tutti gli ingredienti utilizzati. Le modalità di preparazione sono rigorosamente locali, perché si presuppone celino una saggezza ancestrale; i piatti sono adornati con cura con elementi naturali come fiori o foglie di bambù e acero e il cibo viene cotto in modo tale da esaltare i suoi sapori originari.

Quanto al tè, l’Hinamatsuri fiorentina ha previsto un piccolo angolo degustazione e vendita di Sencha, Gyokuro, Genmaicha e Houjicha da affiancare a sfiziosi piatti caserecci giapponesi e italiani che hanno contribuito ad allestire il buffet della solidarietà.

Lasciamo dunque che i cinque musicisti suonino il flauto e il tamburo. Che oggi e che anche domani sia una bella Hinamatsuri.
Del resto la primavera è uno stato d’animo: si porta negli occhi.

Omaggio all’artigianato artistico: 7 nuove teiere giapponesi

Il pruno bianco
ritorna secco.
Notte di luna.

(Yosa Buson)

Dal candore dei fiori di prugno desidero cominciare.
Delicati e fragili, sono alcuni tra i primi fiori a sbocciare all’inizio dell’anno, nonostante il gelo dell’inverno. In Giappone, nel corso degli anni hanno assunto una connotazione religiosa e commemorativa; hanno scritto anche una gustosa leggenda che li riguarda.
Insieme alle foglie d’acero, ai fiori di glicine blu e a quelli della sanguinella, i fiori di prugno sono i protagonisti di una delle nuove sette preziosissime teiere giapponesi (kyusu) che da oggi entrano a far parte della bottega virtuale. Si tratta di una piccola linea esclusiva, che in futuro nutro la speranza di ampliare, di ceramiche realizzate e dipinte a mano da una serie di artisti giapponesi: un inno non solo alla bellezza e alla raffinatezza, ma anche alla praticità e alla qualità, un omaggio all’artigianato artistico.
Banko-Yaki, Tokoname, Kutani-Yaki, Gyokko, Shoyou: sono solo alcuni dei nomi che concorrono a rappresentare questo microcosmo di grande fascino. Hanno una bella musicalità, raccontano storie di mani e di luoghi, tradizioni, forme e colori che abbiamo l’opportunità di accostare ai nostri riti del tè quotidiani.
Essendo lavorata a mano, ognuna di queste teiere è un’opera d’arte unica, irripetibile: non esistono due esemplari perfettamente uguali. Anche per questa ragione, al momento è disponibile un solo pezzo per ogni tipologia: non sono prodotte in serie, sono ordinate e commissionate agli artigiani che provvedono a realizzarle appositamente e che richiedono l’attesa di un tempo. Ciascuna passa dalle mani del ceramista alle vostre, dal suo tavolo di lavoro al tavolo della vostra cucina, ad intrecciare passioni comuni, a mischiare gli odori. Mi piace pensare che qualcuno abbia fatto qualcosa apposta per me e che io possa fare qualcosa apposta per voi.



L’arte della lavorazione dell’argilla, la ceramica, a partire dal periodo neolitico ha conosciuto uno straordinario sviluppo in Giappone, con un’alternanza continua di tecniche e stili. Il suo utilizzo si è sempre esteso a tutti i livelli sociali, dai prodotti popolari a quelli esclusivi della cerimonia del tè.
Il filo conduttore tra gli artisti di tutte le epoche è senza dubbio l’originalità, lo splendore, l’eleganza, lo stile e l’impatto sintetizzati in ogni loro creazione.



L’invito che vi porgo è quello di visitare la pagina di ognuno di questi capolavori, per penetrare nei loro luoghi di origine, nelle interessanti tecniche di manifattura e nelle storie che stipano sotto i coperchi, per smarrirsi nelle suggestioni suscitate dalla loro forza espressiva, come ad intraprendere un viaggio.
Vi invito a muovervi tra glicini in fiore, pagliuzze d’oro impalpabili, geometrie tridimensionali, colate di lucentezza. Fino a fermarvi sotto un prugno bianco, per una notte di luna.

Un’ombra con il tetto rotto

“La vera poesia sfugge a tutte le logiche pragmatiche, ai condizionamenti, ai moralismi di qualsiasi provenienza. Nel suo nocciolo primo e ineffabile essa è come la vita dell’universo: qualcosa che fluisce trasformandosi senza tregua, alternando in sé la luce e l’ombra, il bene e il male, la vita e la morte, la notte e il giorno. Non possiamo, perciò, chiederle di essere “questo” o “quello”: non possiamo imprigionarla nelle nostre piccole categorie mentali o nei nostri limitati punti di vista. Dobbiamo solo abbandonarci al suo movimento, fluire con lei, lasciarci bagnare dalla sua freschezza e intridere dai suoi aromi sottili come quelli di un tè, lasciarci scottare e rinfrancare dai suoi fuochi, lasciarci spostare dai suoi soffi delicati e potenti. Mentre ci risucchia nel suo gorgo di bellezza e di pena, di forza e dolcezza, la poesia trasforma la nostra anima, le ridà ali liberandola dalla sua pesantezza, senza che noi ce ne accorgiamo”.

Questo stralcio rubato alla bellissima intervista che Paolo Lagazzi mi ha gentilmente concesso più di un anno fa, mi offre lo spunto per comunicarvi che domani 21 Marzo si celebra la Giornata Mondiale della Poesia, istituita nel 1999 dall’UNESCO.
La data segna l’inizio della primavera che, come anche Alda Merini ci ha insegnato, è la stagione che più di ogni altra solletica gli istinti poetici più reconditi e pungola il desiderio di destarsi da ogni torpore, da ogni assenza o distanza.
È una manifestazione che unisce e rinsalda la memoria di un veicolo di espressione che sta alla base di tutte le forme della creatività artistica e diventa luogo privilegiato di incontri tra energie.
In molte città italiane si terranno letture, performance poetiche e musicali, carovane di versi itineranti, mostre e dibattiti. I Parchi Letterari proporranno percorsi sensoriali nei luoghi che hanno ispirato i più grandi poeti italiani: il Parco D’Annunzio ad Anversa degli Abruzzi, il Parco Quasimodo a Modica (Rg), il Parco Pasolini alle porte di Roma, il Parco Campanella a Cosenza.

Anch’io, a mio modo, desidero dare un contributo a questo evento attraverso il mio vettore privilegiato di emozioni. Perché una tazza di tè, come la poesia, genera un significato attraverso gli aromi che la compongono.
La forma delle foglie narra una serie infinita di storie; il colore del liquore, la sua intensità, la persistenza, sollecitano immagini, suggeriscono che il mondo non si esaurisce solo nel visibile.
Come la poesia, anche il rito della tazza calda diventa arte di esprimere, di stimolare, di scegliere. Perché la poesia è un “canto di emergenza” come dice Paul Celan e il rito del tè si fa canto di intimità. La poesia è “un’ombra con il tetto rotto, ma nei buchi ci sono le stelle“, come scrive Pablo Neruda e l’atto di sorbire il tè squarcia il tetto della mente.
Le parole di un componimento poetico sono cristalline, vibranti, vegetali, fruttate, come i sentori di un tè. E spesso si possono bere, possono liberare. Sono antichissime e recentissime, come le gestualità dei riti del tè che si rinnovano e commemorano simbologie magiche.

Il mio contributo dunque viene dal Giappone, si chiama Sencha (Extra Premium) Wazuka. Si dispiega in ampie distese di velluto verde, in una zona situata nel distretto di Sōraku, nei pressi di Uji, Kyoto. Lo trovate nella bottega virtuale.
Wazuka è stato per tradizione il luogo di coltivazione del tè giapponese dal 13° secolo. Durante il periodo Kamakura (1185-1333), Jishin-shounin, il più noto sacerdote del tempio Kaijuusen, ricevette alcuni semi della pianta del tè e ritenne che Wazuka fosse il luogo più adatto per piantarli e coltivarli. Così è iniziata la storia del tè a Wazuka.
Durante il periodo Edo (1603-1867), questo luogo divenne il territorio della Famiglia Imperiale e il tè coltivato lì si offriva a palazzo.
L’aroma, il sapore e la forma delle foglie del Sencha Wazuka sono considerati i migliori in Giappone nel vasto panorama dei Sencha. Si tratta di un aroma speciale, frutto della commistione di piccoli fiumi che mantengono il terreno perfettamente umido e splendide colline avvolte spesso dalla foschia, da una sottile nebbia che protegge le foglie dalla luce diretta del sole. Grazie alla combinazione naturale di queste condizioni, si riesce a garantire una crescita lenta e un clima fresco che promettono un aroma straordinariamente dolce e persistente.
È un tè rarissimo, al momento non rintracciabile in Italia: la difficile reperibilità accresce il suo valore.
Raccolte a mano (pratica di solito riservata raramente ai Sencha) solo una volta l’anno, in aprile, le foglie di questo tè subiscono una brevissima cottura a vapore della durata di 30 – 40 secondi, grazie alla quale la freschezza è preservata e la condizione originaria rimane pressoché invariata. Il colore del liquore risulta abbagliante.


Questa la mia poesia: l’armonia della natura, l’equilibrio perfetto tra condizioni, forme e colori che procurano un’emozione.

Il mugicha: l’estate in Giappone

Logo sol levanteIn Giappone esiste un tipo di tè che – si dice – vanti una storia ancora più antica e più nobile rispetto a quella del tè verde: 麦茶 il mugicha (si pronuncia mughicià), ossia il tè d’orzo tostato.
Pare che il mugicha fosse una delle bevande estive predilette dagli aristocratici del Periodo Heian (794-1192 circa). La sua popolarità è continuata nei secoli successivi, rimanendo la bibita favorita non solo degli aristocratici, ma conquistandosi un posto speciale anche nel cuore della gente comune.
Nel Periodo Edo (1603-1867) il mugicha era diventata una bevanda così conosciuta ed apprezzata da un numero sempre crescente di persone che iniziarono persino a diffondersi i venditori ambulanti di questo tè. Queste attività viaggianti erano note col nome di 麦湯売りmugiyu-uri, ovvero vendita di tè d’orzo tostato.

Mugicha

Ancora adesso il mugicha rimane una delle bevande più amate dai giapponesi, soprattutto in estate quando l’afa e l’umidità sembrano prosciugare tutte le forze e le energie. Non a caso, infatti, il mugicha appare sugli scaffali dei supermercati verso i primi di giugno per poi ritornarsene nell’oblio verso la fine di settembre.
È interessante notare come il mugicha in Giappone venga servito quasi solo ed esclusivamente freddo, e per questo è considerata la bevanda tradizionale estiva per eccellenza. Il tè verde invece viene raramente servito freddo, anche in estate, mentre in Corea il mugicha si consuma freddo in estate e caldo in inverno.
Alcuni giorni fa sono stata invitata a casa di una mia amica a prendere un tè e sul suo tavolo mi aspettava proprio una refrigerante tazza di mugicha freddo accompagnata da un classico wagashi estivo: 水羊羹 mizu-yookan, ossia una gelatina preparata con marmellata di fagioli azuki, agar-agar e zucchero.
Sebbene il mugicha si trovi sfuso, la maggior parte dei giapponesi preferisce acquistarlo in pratiche bustine che si possono utilizzare sia per le infusioni a caldo che a freddo. L’infusione a freddo, in particolare, permette una preparazione rapidissima e semplice e che prevede l’uso di una bustina di mugicha imbevuta in un litro d’acqua fredda (la dosa d’acqua si può variare in base ai gusti). Il tutto viene poi lasciato riposare per circa un’ora, dopodiché la bevanda è pronta per essere gustata, naturalmente senza né zucchero né dolcificanti di alcun genere.

Mugicha2

Ho aperto una delle bustine per mostrarvi com’è fatto il mugicha. Come vedete, si tratta soltanto di orzo tostato e frantumato. Il sapore ricorda molto quello di un caffè annacquato e sebbene questo paragone non sia molto invitante, vi posso assicurare che è delizioso.

Il mugicha però non è solo un eccellente rimedio contro l’afa della terribile estate giapponese, a quanto pare è un ottimo toccasana anche per chi soffre di stress. Inoltre, grazie alla totale assenza di caffeina, è un’ideale bevanda anche per i più piccini perché disseta in modo naturale senza stimolare il sistema nervoso.
Come sempre, le cose più semplici rimangono le migliori.

お茶はいかがですか。O-cha wa ikaga desu ka? Vi andrebbe una tazza di tè?
Tsubaki

Gli altri articoli di Tsubaki:
Ochazuke: un incontro perfetto tra riso e tè
Un tè da Kazuha
Una pausa da Yamaguchi-ya
Una merenda invernale: dorayaki e hoojicha
La cultura del tè in Giappone e il sencha

Un tè da Kazuha

Poco dopo il mio arrivo qui in Giappone, iniziai a frequentare, in compagnia di una cara amica pianista, una piccola e accogliente sala da tè dal nome poetico: 一葉 Kazuha, ossia una foglia.
Ero sempre emozionata all’idea di poter trascorrere un’oretta o due in compagnia della mia amica e di una tazza di tè pregiato servito assieme a piccoli wagashi artigianali; era una di quelle piacevoli abitudini a cui ci si affeziona e a cui non si rinuncia tanto facilmente. Ma la vita a volte va così e ciò che ci sembra non poter mutare nel tempo riesce poi, tra i mille impegni della vita quotidiana, a scivolare in quel “rimandatoio” dove vanno a finire tutte le cose che si rimandano sempre ad un futuro prossimo.
Tornai di nuovo da Kazuha una domenica pomeriggio assieme a mio marito, ma non sapevo che sarebbe passato molto tempo da allora alla mia visita successiva. Così un paio di giorni fa, passando davanti una bancarella di tè sfusi, mi sono ritrovata avvolta in una dolce nuvola profumata: era la fragranza dei tè giapponesi, un effluvio verde, acerbo e speziato al tempo stesso. Quell’odore mi ha immediatamente riportato alla mente Kazuha. Era ora di ritornarvi.
Ho regalato sia a me che a mia sorella una rilassante pausa in quell’accogliente locale. Mia sorella ha assaporato del prezioso tè 狭山 Sayama, una varietà di tè verde con alle spalle una storia di almeno ben otto secoli. Il Sayama, proveniente dalla Prefettura di Saitama, viene prodotto in modeste quantità ed è al giorno d’oggi una varietà di tè apprezzata da una stretta cerchia d’intenditori: il suo sapore deciso e sorprendentemente amarognolo mette in soggezione i più. 


L’intenso Sayama è stato accompagnato da un classicissimo dessert giapponese, 白玉ぜんざい shiratama-zenzai però in versione primaverile: gelato, pasta di fiori di sakura (fiori di ciliegio), un tocco di fagioli azuki, qualche pallina di farina di riso, il tutto adagiato su di uno strato di gelatina di petali di sakura.
Io invece ho scelto un 茎茶 kukicha e più precisamente un kukicha di Kyoto. Ho accompagnato il mio leggerissimo tè con due わらびもち warabi-mochi spolverati di kinako (farina di soia tostata) e matcha in polvere. I warabi-mochi sono piccole gelatine morbide preparate con un tipo di amido estratto dalle piante di felce, in particolar modo dalla felce aquilina.
Da Kazuha il tè viene già servito nelle tazzine e a parte vengono portati un thermos pieno d’acqua calda, una tradizionalissima 急須 kyuusu (la classica teiera giapponese) ed una scodella di terracotta nera dentro cui si versa un po’ d’acqua calda prima di versarla, a sua volta, nella teiera. Quest’operazione, apparentemente inutile, svolge in realtà due funzioni: la prima è puramente estetica ed evita di avvicinare un comunissimo thermos di plastica ad una teiera di pregio, tenendo così lontano un contrasto decisamente stridente; la seconda, invece, è molto più pratica e permette di raffreddare leggermente l’acqua affinché questa non aggredisca le delicate foglie di tè con la sua temperatura.
  


Quello del tè da Kazuha è un rituale che mi regala serenità, una serenità che sono contenta di aver potuto trasmettere anche a mia sorella. Sorseggiare una tazza di tè è come rallentare le lancette dell’orologio, assaporando così ogni singolo istante, senza ingordigia e senza fretta.

お茶はいかがですか。O-cha wa ikaga desu ka? Vi andrebbe una tazza di tè?
Tsubaki

 

Gli altri articoli di Tsubaki:
Una pausa da Yamaguchi-ya
– Una merenda invernale: dorayaki e hoojicha
– La cultura del tè in Giappone e il sencha 

Il Sol LevanTè

Il Giappone si estende su oltre 3000 isole che si allungano per oltre 3000 km: è una nazione di grande personalità, di estremo fascino e di rara bellezza. A rappresentarla è una cultura che combina influenze asiatiche, europee e statunitensi e che per questo diventa unica.
Quello nipponico è un popolo legato radicalmente alle tradizioni e ogni sua forma di espressione si fa arte: cucina, architettura, musica, letteratura, pittura, teatro, giochi.
Molti di noi ne subiscono la suggestione, avvertendo spesso il desiderio di accostarsi alle sue consuetudini, certi di apprendere aspetti utili e interessanti.

I giapponesi, come è noto, sono appassionati cultori, consumatori e produttori di tè; dalla cerimonia del tè al consumo giornaliero, sono soliti conferire alla tazza calda un importante valore pratico e simbolico. Anche da questo nasce la voglia di offrirvi l’opportunità di aprire una finestra sugli usi e costumi del tè in Giappone.
Grazie all’aiuto di una ragazza italiana che vive a Sagamihara, nella prefettura di Kanagawa, potremo visitare i locali dove il tè si vende e si gusta, sperimentare ricette tipiche, conoscere gli oggetti caratteristici del luogo utili alla preparazione e leggere quanto di più curioso e accattivante possa esistere in fatto di tè, lontano dalla nostra esperienza e immaginazione.
Tsubaki, questo il suo pseudonimo, in lingua giapponese significa Camelia; ha 29 anni e collabora con due riviste italiane: “Mondo Japan” e “Luna & Fonte”. Il tè era la bevanda della sua famiglia: una tazza fumante di Darjeeling riuniva tutti intorno al tavolo, mentre attualmente uno dei suoi preferiti è il tè nero aromatizzato al bergamotto, arancia e limone. Da quando vive in Giappone, il tè è una passione che cresce e anche per questo sono lieta di avviare questo percorso di conoscenza, perché sia uno scambio reciproco.
Do quindi il benvenuto a Tsubaki, che ritroveremo di tanto in tanto con quella che diventerà la sua rubrica: Il Sol LevanTè. La ringrazio sentitamente per aver accettato la mia proposta di collaborazione.

Camminando per le affollate stradine che intrappolano in un abbraccio le stazioni di Shibuya, Shinjuku e molte altre, i nostri curiosi occhi occidentali si posano inevitabilmente sulle insegne sparse che pubblicizzano le caffetterie e i bar più alla moda; luoghi che forse sono più d’incontro che non  oasi di vero culto del caffè. Tuttavia, da qualche decennio questi caffè spuntano come funghi e in ogni dove. I giapponesi amano darsi appuntamento in questi angoli profumati dall’aria così occidentale. Trovarsi al Café Excelsior di Tokyo Midtown anziché allo Starbucks di Azabu è, per i nostri amici nipponici, sinonimo di raffinata modernità. Persino le italiche Illy, Segafredo e Lavazza hanno investito capitali qui nel Sol Levante, aprendo lussuosissimi locali monomarca nei più prestigiosi quartieri tokyoti come Nihonbashi e Omotesando.
Caffè, caffè e ancora caffè. Il caffè viene proposto in mille modi: dalle preparazioni più tradizionali a quelle più curiose e di foggia nipponica, magari con l’aggiunta di matcha in polvere, kuromitsu di Okinawa, kinako di Hokkaido. Senza ombra di dubbio, la presenza del caffè nel Sol Levante è così forte da essere diventata quasi capillare.
Eppure c’è qualcosa che rimane immutato nel tempo, qualcosa d’inespugnabile che da secoli scandisce, con delicati e fragranti rintocchi, la vita quotidiana di questo popolo: l’amore per il tè.
Il Giappone è un Paese, si dice, dalle mille contraddizioni; un Paese la cui facciata è in continua evoluzione. I quartieri cambiano ad una velocità impressionante; cambiano le mode, cambia persino la lingua che si rimodella per ospitare concetti e pensieri nuovi: pensiamo al katakana, uno dei sillabari della lingua giapponese, utilizzato principalmente per la trascrizione di parole di origine straniera. Questo è un Paese perennemente innamorato dell’Occidente, ed è per questo motivo che importa dalle terre lontane, soprattutto dal Nord America e dall’Europa, tutto ciò che più lo affascina.
Ma questa è anche una terra dal cuore puro ed inalterato. La sua parte esteriore evolve costantemente, ma all’interno il Giappone rimane il medesimo e non permette a nessuno di intaccare le sue tradizioni.


È dall’VIII secolo, infatti, che il tè giapponese, o お茶 o-cha come viene chiamato qui, rappresenta un irrinunciabile compagno della giornata. È una bevanda che segnala l’inizio di un nuovo giorno: al mattino, infatti, nelle case di milioni di giapponesi si prepara immancabilmente il tè, quasi sempre un 煎茶sencha, che accompagnerà una colazione tradizionale a base di zuppa di miso, riso al vapore e un pezzo di pesce alla griglia, ma magari anche solo un semplice onigiri o pane e marmellata.
Durante il giorno, sia nelle case che negli uffici, fabbriche o scuole, ad una tazza di buon o-cha non si rinuncia mai. E per facilitare il consumo di quest’antica bevanda, l’o-cha è in vendita ventiquattr’ore su ventiquattro, presso konbini (negozietti sempre aperti che vendono generi di prima necessità e non solo) e distributori automatici dove è possibile acquistare un’infinita varietà di tè verde in pratiche bottigliette e lattine che saranno disponibili calde o fredde, a  seconda delle proprie esigenze.


Nei ristoranti, in genere, i giapponesi pasteggiano col tè verde, soprattutto con sushi e sashimi; abbinare sushi e sashimi ad altre bevande, infatti, sembra addirittura imbarazzante.
Nelle case, però, durante il pranzo oppure la cena, il tè non sempre accompagna i cibi; mangiando, i giapponesi preferiscono bere l’acqua oppure del buon sake, per poi chiudere in bellezza il pasto con del tè verde di primissima qualità servito in tazze alte se si è in famiglia, oppure in tazze basse se si hanno ospiti.


Come potrete immaginare, le qualità di tè in vendita qui in Giappone sono numerose quanto i tipi di vino in Italia. Ogni Prefettura del Giappone vanta una propria varietà di tè, ma quelli della Prefettura di Shizuoka sono tra i maggiormente apprezzati. Da quest’antica regione del Paese provengono eccellenti varietà di tè come il sencha, il kabusecha, il genmaicha e molti altri. E proprio come gli italiani con il vino e il caffè, anche i giapponesi sono particolarmente esigenti quando si tratta di acquistare il tè, che sarà quasi sempre della miglior qualità e rigorosamente in foglie. Le bustine sono generalmente malviste, tant’è che nei supermercati il 95% del tè in vendita è esclusivamente in foglie, e il restante 5% è tè in bustine, prevalentemente 麦茶 mugicha, o tè d’orzo, dal color ambrato e dal forte sapore che ricorda quello del caffè. Il mugicha è quasi sempre venduto in bustine con cui si fa un’infusione a freddo e si prepara una rinfrescante bevanda molto amata dai giapponesi, soprattutto in estate.
L’o-cha quotidiano dei giapponesi è una bevanda semplice, preparata solo con acqua e tè in foglie di prima qualità; nella sua preparazione non c’è traccia del complesso intreccio di minuziose regole che governano il 茶道 sadou o cerimonia del tè.
L’o-cha è la quintessenza della semplicità giapponese; una bevanda dall’inconfondibile e confortante profumo di campi verdi e di tatami, una bevanda dal colore limpido e pulito, una bevanda che ad ogni sorso regala la stessa serenità che si prova osservando una sconfinata risaia baciata dal sole del tardo pomeriggio.

Un saluto dal Giappone  e…お茶はいかがですか。O-cha wa ikaga desu ka? Ovvero, vi andrebbe un po’ di tè?