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Nelle mani di Cosimo

Cosimo fa il contadino. Suo figlio Michele è morto tre anni fa a causa di un tumore.
Era amico di mio padre, Michele. Quando ha combattuto con il tempo per provare a capire e a risolvere, mio padre non lo ha abbandonato un istante.

Ad ogni stagione Cosimo si presenta a casa per regalarci i frutti della sua terra.
Ogni volta ci sorprende, ogni volta lo invitiamo a sedersi e ogni volta lui rimane sulla porta, non vuole dare fastidio. Viene con il volto annerito e rugoso, dice poche parole sommesse: nelle mani cesti di olive, oppure di pesche o uva.

Per questo Natale io vi regalo questa piccola storia. E vi auguro di riuscire a mantenere saldo il valore della memoria, della riconoscenza, del pudore, di riuscire ad emozionare con gesti piccoli, come fa Cosimo.
Vi metto tutti nelle sue mani, segnate, indurite ma tenaci, autentiche. Nelle stesse mani in cui lui trattiene la bellezza dei frutti.

Carissimi auguri, grazie sempre per la vostra presenza.

 

Il ciglio del lupo: Natale nel bosco

“Non andare nel bosco, non uscire”, dissero.
“E perché no? Perché non dovrei andare nel bosco stasera?”, domandò lei.
“C’è un lupo grande che mangia le creature come te. Non andare nel bosco, non andare. Diciamo sul serio”.

Naturalmente lei uscì.
Se ne andò comunque nel bosco e, ovviamente, incontrò il lupo, proprio come le avevano detto.
“Hai visto? Te l’avevamo detto” osservarono, soddisfatti.
“Questa è la mia vita, non una favola, stupidi che non siete altro” disse lei. “Io devo andare nel bosco, devo incontrare il lupo, altrimenti la mia vita non avrà mai inizio”.
Ma il lupo che incontrò aveva una zampa imprigionata nella trappola.
“Aiutami, oh aiutami! Ahi, ahiii!” urlava. “Aiutami, ti prego, ti darò la giusta ricompensa”.
“Come posso essere sicura che non mi farai del male?” chiese lei. Stava a lei porre domande. “Come faccio a sapere che non mi ucciderai e non lascerai di me le ossa soltano?”.
“Domanda sbagliata”, ribattè il lupo. “Devi soltanto credere alla mia parola”. E riprese a urlare e a gemere e a lamentarsi.
“Oh, ahiiii! C’è una sola domanda che vale la pena porre, cara ragazza. Oh! Ahiii!”.
“Senti lupo, correrò il rischio. Ecco qua” e fece scattare la trappola, e il lupo tirò fuori la zampa e lei gliela fasciò con erbe e foglie.
“Ah, grazie, cara ragazza, grazie mille”, sospirò il lupo.
E siccome lei aveva letto troppi racconti del tipo sbagliato, si mise a gridare: “Avanti, ora uccidimi pure, e finiamola con questa faccenda”.
Invece no, non andò così. Il lupo le posò la zampa sul braccio.
“Sono un lupo di un altro tempo e di un altro luogo”, affermò.
E strappatosi dall’occhio un ciglio, glielo porse dicendo: “Usalo, e sii saggia. D’ora in poi saprai chi è buono e chi tanto buono non è. Guarda semplicemente con i miei occhi e vedrai con chiarezza.

Per avermi lasciato vivere, ti permetto di vivere in modo che non si è dato mai. Rammenta, c’è un’unica domanda che valga la pena porre, cara ragazza”.

Così se ne tornò al villaggio, felice di aver salva la vita. E questa volta quando dissero: “Resta qui come mia sposa”, oppure “Fa’ come ti dico”, o “Dì quel che ti dico di dire”, prendeva il ciglio del lupo attraverso quello che guardava e vedeva i loro moventi quali mai li aveva visti prima.
Guardò il suo corteggiatore che disse: “Vado così bene per te”, e vide che non andava bene per niente al mondo. E così, e in tanti altri modi ancora, fu salvata, non da tutte ma da molte sventure.
Inoltre, con questa capacità nuova, non soltanto vide l’infido e il crudele, ma iniziò a crescere immensa di cuore, perché guardava ogni persona e la soppesava in modo nuovo attraverso il dono del lupo che aveva salvato.
E vide quelli davvero gentili,
e a loro si avvicinò,
trovò il suo compagno,
e rimase con lui per tutti i giorni della sua vita,
seppe distinguere i coraggiosi,
e a loro si avvicinò,
comprese le persone leali,
e a loro si accostò,
vide lo smarrimento sotto la collera,
e si affrettò ad alleviarla,
vide amore negli occhi dei timidi,
e a loro si avvicinò,
vide la sofferenza sulle labbra tirate,
e ne corteggiò il riso,
vide il bisogno nell’uomo senza parole,
e per lui parlò,
vide la fede in profondità nella donna
che diceva di non avere fede,
e delle sua fede si riaccese.
Ogni cosa vide
con il suo ciglio di lupo,
tutte le cose vere,
e tutte le cose false,
e quelle rivolte verso la vita,
tutte le cose viste soltanto
attraverso gli occhi di ciò
che pesa il cuore con il cuore
e non con la mente soltanto.
Fu così che apprese che è vero quel che si dice, che il lupo è il più saggio di tutti. Se ascolti con attenzione, il lupo nel suo ululare sempre va ponendo la domanda più importante. Non dove si troverà il cibo, dove si svolgerà il prossimo combattimento, né dove la prossima danza, ma la domanda più importante onde vedere dentro e al di là e soppesare il valore di tutto ciò che vive: Dov’è l’anima?
Dov’è l’anima?

Andate nel bosco, andate. Se non andate nel bosco, nulla mai accadrà, e la vostra vita non avrà mai inizio.

(Clarissa Pinkola Estés, “Donne che corrono coi lupi” – Ed. Frassinelli)

Buon Natale.


Dovrebbe essere grato chi dà

Quando Seisetsu era il maestro di Engaku a Kamakura, a un certo punto ebbe bisogno di un alloggio più grande, perché quello in cui insegnava era sovraffollato.
Umezu Seibei, un mercante di Edo, decise di donare cinquecento pezzi d’oro che si chiamavano ryo, per la costruzione di una scuola più comoda. E portò questa somma all’insegnante.
Seisetsu disse: «Bene. Lo accetto».
Umezu diede a Seisetsu il sacco dell’oro, ma il contegno dell’insegnante non gli garbò troppo. Con tre ryo si poteva vivere per un anno, là ce n’erano cinquecento e il mercante non si era nemmeno sentito dir grazie.
«In quel sacco ci sono cinquecento ryo» osservò Umezu.
«Me l’hai già detto» rispose Seisetsu.
«Anche se fossi un mercante ricchissimo, cinquecento ryo sono sempre un mucchio di soldi» disse Umezu.
«Vuoi che ti ringrazi?» domandò Seisetsu.
«Dovresti farlo» rispose Umezu.
«E perché?» volle sapere Seisetsu, «dovrebbe essere grato chi dà».

Una parabola

In un sutra Buddha raccontò una parabola:
Un uomo che camminava per un campo si imbatté in una tigre. Si mise a correre, tallonato dalla tigre.
Giunto a un precipizio si afferrò alla radice di una vite selvatica e si lasciò penzolare oltre l’orlo.
La tigre lo fiutava dall’alto. Tremando, l’uomo guardò giù dove, in fondo all’abisso, un’altra tigre lo aspettava per divorarlo. Soltanto la vite lo reggeva.
Due topi, uno bianco e uno nero, cominciarono a rosicchiare pian piano la vite.
L’uomo scorse accanto a sé una bellissima fragola. Aggrappandosi alla vite con una mano sola, con l’altra spiccò la fragola. Com’era dolce.

Imparare a star zitti

Gli allievi della scuola di Tendai solevano studiare meditazione anche prima che lo Zen entrasse in Giappone.
Quattro di loro, che erano amici intimi, si ripromisero di osservare sette giorni di silenzio.
Il primo giorno rimasero zitti tutti e quattro. La loro meditazione era cominciata sotto buoni auspici; ma quando scese la notte e le lampade a olio cominciarono a farsi fioche, uno degli allievi non riuscì a tenersi e ordinò a un servo: «Regola quella lampada!».
Il secondo allievo si stupì nel sentire parlare il primo: «Non dovremmo dire neanche una parola» osservò.
«Siete due stupidi. Perché avete parlato?» disse il terzo.
«Io sono l’unico che non ha parlato» concluse il quarto.

Pioggia di fiori

Subhuti era discepolo di Buddha. Era capace di capire la potenza del vuoto, il punto di vista che nulla esiste se non nei suoi rapporti di soggettività e di oggettività.
Un giorno Subhuti, in uno stato d’animo di vuoto sublime, era seduto sotto un albero. Dei fiori cominciarono a cadergli tutt’intorno.
«Ti stiamo lodando per il tuo discorso sul vuoto» gli mormorarono gli dei.
«Ma io non ho parlato del vuoto» disse Subhuti.
«Tu non hai parlato del vuoto, noi non abbiamo udito il vuoto» risposero gli dei.
«Questo è il vero vuoto». E le gemme cadevano su di lui come una pioggia.

La strada fangosa

Una volta Tanzan ed Ekido camminavano insieme per una strada fangosa. Pioveva a dirotto.
Dopo una curva, incontrarono una bella ragazza, in chimono e sciarpa di seta, che non poteva attraversare la strada.
«Vieni, ragazza» disse subito Tanzan. Poi la prese in braccio e la portò oltre le pozzanghere.
Ekido non disse nulla finché quella sera non ebbero raggiunto un tempio dove passare la notte. Allora non poté più trattenersi: «Noi monaci non avviciniamo le donne» disse a Tanzan «e meno che meno quelle giovani e carine. È pericoloso. Perché l’hai fatto?».
«Io quella ragazza l’ho lasciata laggiù» disse Tanzan. «Tu stai ancora portandola con te?».