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Luisa

Si riaffaccia il primo freddo e si scava nell’armadio per indossare una giacca più pesante. Nella tasca destra capita di ritrovare un vecchio biglietto giallo dimenticato da diverso tempo. È un pezzetto di carta a quadretti che profuma di frutti e fiori, un po’ stropicciato dall’imbarazzo che ha voluto nasconderlo.
L’ho scritto nella boutique del tè in cui lavoravo, un giorno qualunque in un momento di pausa tra un cliente e l’altro. Seduta sullo sgabello di legno in mezzo alle scatole di latta color amaranto.
Ogni tanto mi capitava di scrivere poche righe per imprimere alcuni dettagli di qualche cliente. Perché mi colpiva, mi incuriosiva o mi affezionava. Era il mio modo di fotografarli per non scordarli.

Su questo biglietto ho ritrovato Luisa, una signora anziana che da subito mi ha conquistata ma che ho faticato a conquistare. Ho pensato che se lo trascrivo qui non rischio di perderlo di nuovo.

Il tè nero che preferisce contiene molti germogli dorati, tanti quante le estremità dei suoi capelli.
Entra silenziosa, a testa bassa. Ha la voce roca, indossa sempre qualcosa di rosso e porta con sé una bottiglina d’acqua naturale. Sotto il cappotto porta una borsa piccola in cui custodisce il denaro.
Luisa si reca nella boutique del tè mediamente ogni tre giorni. Spesso è di cattivo umore, è burbera e di poche parole ma dinanzi a un gesto affettuoso arrossisce e concede un piccolo spazio in cui è disposta ad accogliere.
La sua timidezza sa di rimpianto, il sorriso è sommesso. Quando si chiude la porta di vetro alle spalle, prima di andare rinnova il saluto e manda un bacio con la punta dell’indice.
Luisa ama il teatro e la poesia napoletana e conserva le bustine di tè in una grande borsa di plastica su cui si inseguono gatti e cani; talvolta le si riversa sul pavimento e le sfuggono tracce di spezie ed erbette, tracce di casa e di famiglia. Non sa cucinare ma è certa che se non fosse sola sarebbe una cuoca eccezionale.
Ha un’amica spagnola e quando racconta di lei l’azzurro che bagna i suoi occhi si increspa. Sulle mani e nei gesti porta il peso della ricchezza dei suoi anni e racconta di alberi in fiore.
È ancora molto bella, mi racconta sempre l’ultimo film visto al cinema. “Sposati e fatti una famiglia, ché rimanere da soli fa soffrire”: questo mi ha detto l’ultima volta che l’ho salutata.
Ha un odore di acqua fresca fiorita e questo, misto al suo fare timido, mi mette addosso una strana voglia di prenderle le mani.

Mi sembra di vederla arrivare dietro la porta di vetro e questa volta voglio precederla: le mando un bacio con la punta dell’indice.