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Volute di fumo e di pensieri: degustando tè e parole

Questo è il titolo che ho dato all’evento che si terrà domani a Canosa di Puglia (BA) presso l’Hotel del Centro: la F.I.D.A.P.A mi ha chiesto di organizzare un incontro-degustazione per sperimentare il primo approccio con il tè in foglia.
Ho accettato l’invito molto volentieri e ho proposto alla gentile presidentessa di trasformare l’incontro in un percorso non solo olfattivo e gustativo, ma anche emotivo. Le varie tipologie di tè saranno dunque accompagnate dalla lettura di poesie e stralci di narrativa che per qualche ragione si legano, esaltano o arricchiscono le sfumature di gusto delle foglie.
Ho selezionato questi testi proprio dal blog, perché in questi quattro anni ne ho raccolti diversi nella categoria Volute di fumo e di pensieri. Mi piace approfittare di questa occasione per poterveli riproporre, dedicandoli soprattutto a chi in passato non ha avuto modo di leggerli.

- Il gelsomino notturno, di G. Pascoli [accompagnerà la tazza di Jasmine Pearl]
- Ode al suo aroma, di P. Neruda [accompagnerà il Genmaicha Hanafubuki]
- Portatemi il tramonto in una tazza, di E. Dickinson [accompagnerà Brezza di seta]
- Il tè di Ninetta, di P. Lagazzi [sosterrà ancora la tazza di Brezza di seta]
- Il setaccio, di S. Heaney [affiancherà il Giardino della nonna]
- Sogno infantile, di A. Machado [esalterà la tazza del Tè di Natale]

Hotel_del_Centro

Hotel del Centro - Canosa di Puglia (BA)



*Tengo a ringraziare di cuore tre cari lettori/clienti che hanno scritto di me qui, qui e qui.

Paolo Lagazzi: tè, poesia e meditazione

Lo avevo menzionato qui, citando uno stralcio del suo libro “La casa del poeta” attinente al tè di Attilio Bertolucci.
Oggi ho l’onore e il piacere di ospitarlo personalmente: gli sono molto grata per aver accolto l’invito con rara gentilezza e disponibilità. Sono emozionata, è un privilegio per me aver stabilito un contatto diretto con lui. Le sue vicende personali, i suoi interessi e la sua professione si intrecciano con molte delle mie passioni: il tè, la scrittura, la lettura, la poesia e la cultura giapponese. Per questo, e anche per molto altro, questa intervista si è rivelata una delle esperienze più belle e significative della mia storia di donna e di blogger.

Paolo L., così usava chiamarlo il suo amico e maestro Bertolucci, è un uomo che non si può circoscrivere in una serie di definizioni. Contraddistinto da una raffinata umiltà, laureato in lettere moderne, è stato prestigiatore, cantautore, chitarrista, scrittore e critico letterario.
Ha scritto 7 saggi, 1 libro intervista, 2 libri di fiabe e ha curato 19 testi delle più note case editrici.
Dal 1986 fino alla sua chiusura, ha curato l’inserto quindicinale “Il Nuovo Raccoglitore” di cultura della Gazzetta di Parma a cui hanno contribuito famosi scrittori e critici del Novecento.
Ha collaborato a diversi quotidiani come Il Giornale, La Voce, l’Unità e Avvenire; a molte riviste letterarie e di cultura italiane tra le quali Nuovi argomenti, ParagoneLa nuova rivista europea, Poesia, Diario, Stazione di posta, Nuova Corrente, oltre ad alcune straniere, come l’americana YIP (Yale Italian Poetry), la francese Cahiers du CERCIC, le giapponesi Shigaku e Kai no hi.
Fa parte attualmente delle giurie di due tra i più importanti premi di poesia esistenti in Italia: il Premio Internazionale di Poesia Attilio Bertolucci e il Premio Internazionale Mario Luzi.

1) Il desiderio di intervistarla è nato dal racconto del rito del tè che ha descritto nel libro “La casa del poeta. Ventiquattro estati a Casarola con Attilio Bertolucci”. Cosa ricorda di quelle tazze condivise?
Erano davvero le tazze dell’amicizia, della confidenza, dell’affetto, e di molto altro a cui non sono mai riuscito a trovare un nome. Ninetta, la moglie di Attilio, era australiana dal lato materno, e forse proprio questa origine spiega, almeno in parte, la sua propensione al tè. Fatto sta che a Casarola, nella dimora appenninica in cui i due coniugi soggiornavano tutte le estati dopo aver lasciato Roma, lei preparava ogni pomeriggio il tè non solo per Attilio e per sé, ma anche per gli eventuali ospiti di passaggio.
Sebbene nel mio libro io abbia parlato di “cerimonia” del tè per sottolineare il carattere rituale, ripetitivo, di questa abitudine dei Bertolucci, si trattava in realtà di un tè offerto in modo molto semplice, famigliare, spontaneo. Ricordo bene il gusto di quella bevanda, quasi stessi sorbendola in questo momento (i sapori e gli odori, come ci insegna Proust, sono i legami più tenaci, nella nostra coscienza e nel profondo del nostro inconscio, tra il presente e il passato): era un tè scuro, forte, vagamente odoroso di tabacco o di legno. Mi piaceva berlo senza zucchero, assaporando quel suo bouquet asciutto, così congeniale allo “stile” insieme fine e rustico della casa appenninica dei Bertolucci e al timbro pacato, caldo e schietto della loro vita. Bevendolo lentamente, a piccoli sorsi, e intanto chiacchierando con Attilio e Ninetta, avrei potuto ripetere dentro di me un famoso, bellissimo verso del poeta: “Qui siamo giunti dove volevamo”.

2) A chi appartiene il merito della sua prima educazione al tè?
È stato mio padre a porre in me il seme karmico del mio apprezzamento per il tè. Era un uomo davvero particolare, per certi versi di un’originalità un po’ sconcertante, ma soprattutto ricco di umanità, di tenerezza e di un autentico senso dello humour. Faceva il medico, ma amava tutto ciò che è bizzarro e fantastico, dai burattini al circo, dai giocolieri ai fachiri: è stato lui ad avviare me e mio fratello gemello Corrado all’hobby dei giochi di prestigio.
Quando era stanco, alla sera, dopo una giornata di lavoro, il babbo scriveva a volte dei raccontini di un umorismo candido e surreale, un po’ tra Campanile e Zavattini, sui suoi ricettari medici, e il giorno dopo ce li leggeva. Non so da cosa gli venisse la passione per il tè: comunque non l’ho mai visto in tutta la vita bere altro che tè al mattino, e ricordo una poesiola da lui composta un po’ sullo stile delle filastrocche del “Corrierino dei piccoli”: “Nulla al mondo no non c’è, / di più buon di te, o tè!”.
Devo aggiungere però che la mamma, per quanto fosse anche lei piuttosto speciale (aveva studiato da soprano), non aveva invece nessuna simpatia per il tè (la sua bevanda preferita era il caffè): il tè non era proprio nelle sue corde, e se lo preparava a me e a mio fratello prima che andassimo a scuola, nei gelidi inverni di Parma, era solo per compiacere la passione del babbo. Non sapeva calcolare né il calore dell’acqua né i tempi d’infusione della miscela; alla fine, più che una bevanda corroborante, ciò che ci propinava era una specie di assurda lava fusa. Per poterne ingerire almeno un po’ eravamo costretti ad allungarla con l’acqua in bicchieroni enormi, e ingollavamo in fretta quella mistura, già sull’uscio di casa, quasi ustionandoci. Solo molti anni dopo avrei cominciato  a scoprire il “vero” tè.

3) Leggendo i suoi libri, si direbbe che abbia scelto di concentrare l’attenzione intorno a certi autori, alcuni dei quali sono Silvio D’Arzo, Attilio Bertolucci e Kikuo Takano. Quali criteri l’hanno condotta a questa selezione?
La sola, autentica ragione pur cui ho scritto su autori tanto diversi tra loro, come quelli da lei ricordati, o su altri quali Joseph Conrad, Bernard Malamud, Bruno Barilli e Pietro Citati, è che mi sono innamorato della loro opera. (continua…)

Afternoon tea Award

Ho accolto con piacere l’invito a partecipare a questa iniziativa, perché chi l’ha organizzata è una persona gioviale, dall’entusiasmo contagioso e la cui creatività sono lieta di promuovere.
Naturalmente l’argomento mi è familiare, sebbene non sia granché appassionata del tea time britannico.
Sentendomi più vicina allo spirito orientale e considerando il tè una consuetudine quotidiana che appartiene ad ogni momento della giornata, ho cercato di interpretare la proposta di Twostella raccontando semplicemente un tè del pomeriggio, immaginandolo in un angolo appartato della mia casa e consumato con le poche amiche più care.
La colonna sonora è quella di “Time for tea“, una deliziosa raccolta di brani anni ‘50 dedicati al tè, adatti a rendere l’atmosfera leggera e piacevolmente frivola.
Offrirei uno dei tè che preferisco, un verde naturale giapponese, il Gyokuro Uji, ma non sono certa incontri il gusto delle mie ospiti. Così preparo altre due teiere per un tè nero naturale Darjeeling Selimbong e un tè bianco cinese aromatizzato al melograno e lampone. Trovo che tutti costituiscano un ottimo connubio con i dolci a cui ho pensato: crepes con confettura di castagne al cacao, dolcetti allo zenzero e mandorle, un assaggio di scaglie di cioccolato fondente aromatizzato alla maggiorana, una ciotola di lamponi freschi bagnati con acqua di fiori d’arancio e delle frittelline di riso al miele di cui vi lascio la ricetta.

Ingredienti:
• 100 g di riso
• 1/2 litro di latte
• mezza stecca di cannella
• 50 g di farina
• un cucchiaino raso di lievito in polvere
• la scorza di mezzo limone grattugiata
• un vasetto di miele
• 3 uova
• olio di semi per la frittura
• un pizzico di sale
• 100 g di uvetta
• 40 g di zucchero

Mettete in ammollo l’uvetta in acqua tiepida (o in una tazza del tè nero che preferite).
Portate ad ebollizione il latte e la cannella in una casseruola. Unite il sale, il riso e fate cuocere quest’ultimo mescolando continuamente, finché il latte sarà assorbito.
Aggiungete, lontano dal fuoco, lo zucchero, la farina, l’uvetta ben asciugata, il lievito, la scorza del limone e i tuorli; mescolate bene e lasciate raffreddare il riso.
Successivamente amalgamatevi gli albumi montati a neve ben soda.
Fate scaldare l’olio nella padella e mettetevi a cucchiaiate il composto di riso. Fate cuocere, poche per volta, le frittelline, fino a quando saranno dorate e croccanti.
Scolatele su carta assorbente per eliminare l’unto in eccesso, accomodatele su un piatto da portata e servitele tiepide, versando il miele al momento di gustarle.  

Quanto all’argomento di conversazione, mi piacerebbe proporre la lettura di una poesia di A. Machado intitolata “Sogno infantile“: per scivolare insieme sui ricordi adolescenti e tornare a fantasticare di fate, baci, feste e profumi.
 

Una chiara notte
di festa e di luna,
notte dei sogni miei,
notte di allegria
(…)
la più giovane fata
mi portò in braccio
all’allegra festa
che ardeva in piazza.
Sotto il crepitio
delle luminarie,
amore tesseva
matasse di danze.
E in quella notte
di festa e di luna,
notte dei sogni miei,
notte di allegria,
la fata più giovane
mi dava un bacio
in fronte.
Tutti i roseti
davano profumi,
tutti gli amori
offriva l’amore.
 

*Qui trovate gli altri menu di chi ha partecipato all’iniziativa.

Il tè di Ninetta

Attilio Bertolucci è uno dei più grandi poeti italiani del Novecento. Un uomo discreto, silenzioso, che ha sempre vissuto nella verità della poesia. Uno dei pochi per cui nutro un’ammirazione sincera, che si è appartato non dalla vita ma dalla storia, “che della vita è solo l’ombra distorta”.

Paolo Lagazzi, scrittore e critico letterario, in questo bellissimo libro narra l’incontro con il  poeta e il viaggio che ha condotto per ventiquattro estati alla scoperta di Bertolucci uomo. È stato accolto nella sua casa diventando suo amico fraterno e grazie al suo racconto oggi possiamo leggere le poesie di Attilio con il privilegio della conoscenza dovuta a questa magica frequentazione.

Mai avrei pensato di trovare in queste pagine il profumo del tè; scoprire che Bertolucci e sua moglie Ninetta hanno condiviso la mia stessa passione attraverso la celebrazione di un rito intimo e quotidiano, è una coincidenza che ho accolto con sorpresa e commozione. 

(Foto tratta dal libro)

Un’autentica maturità intima si coniugava in lei con la più rara delicatezza, con un senso innato e profondo della discrezione. Spesso sapeva rendersi invisibile, ma nel suo improvviso riapparire c’era sempre il senso “musicale” di un andare e venire a tempo, senza alcuna impazienza o forzatura.
Lui si abbandonava con gratitudine e voluttà alla sottile ragnatela protettiva che lei sapeva allestire attorno ai loro spazi quotidiani.
Tra i riti di casa Bertolucci, uno che Ninetta officiava con uno stile tutto suo, era il rito del tè. Sapeva preparare un ottimo tè scuro, forte e un po’ amaro, lievemente odoroso di tabacco; una bevanda schietta e corroborante, che era come un’emanazione diretta del suo temperamento, della sua capacità di accogliere gli altri e di confortarli.
 
Tratto da La casa del poeta – Ventiquattro estati a Casarola con Attilio Bertolucci, di Paolo Lagazzi, Ed. Garzanti

Il setaccio

Non l’hai mai visto usato ma lo stesso senti
passare e cadere il materiale caricato sulla rete,
zolle e germogli in un piccolo mucchio,
la pila che aumenta a pioggia sotto il vaglio.
Cosa sarà meglio, quello che resta o quello che passa?
Oppure è la scelta stessa a creare il valore?
A gambe aperte, mano abile, si cominci un mimo
per setacciare il senso delle cose dall’immaginato.
(…)
 

Seamus Heaney – tratta dal libro La lanterna di biancospino


Il tè del sorriso

Si riversano sulla strada come cascate di piccoli ruscelli. Freschi, luminosi, di una bellezza essenziale.
Li ritrovo ogni giorno sul percorso di casa: l’aria si impregna di estate e puntualmente esplode una gioia incosciente.
Hanno forma di stella i gelsomini, racchiudono il mistero che palpita nelle piccole cose.
Il vento passa, ne ruba il profumo e si dirige verso le anziane sedute sui balconi, a sorprenderle.

Se ne coglie tutta la delicatezza in una tazza, e il liquore chiaro stordisce.
I gelsomini incontrano le foglie del tè e realizzano il miracolo dell’incanto. Il piacere si espande e il profumo diventa aroma, diventa sapore.
È il tè del sorriso, ne provoca uno ad ogni sorso.

Bianco, verde o nero, quello al gelsomino è uno dei tè profumati più antichi in assoluto. In Cina lo si beve da moltissimi anni (茉莉花茶) in ogni momento della giornata.
Si ottiene grazie ad una particolare lavorazione: le foglie del tè vengono accatastate per qualche ora accanto ai fiori di gelsomino appena raccolti, in modo che il tè assorba più possibile la fragranza dei petali. Si tende a ripetere l’operazione più volte a seconda del livello qualitativo che si desidera ottenere, arrivando fino ad un massimo di sette ripetizioni.
Completato il processo, i fiori possono essere allontanati dalle foglie del tè oppure mescolati con esse in minima parte. Contrariamente al pensiero comune, la presenza dei petali non è indice di qualità.
Raggiungere il corretto equilibrio tra fiori e tè non è semplice, anche in questa armonia risiede il fascino. Se l’aroma del fiore è troppo forte e dominante, il liquore assume un sapore amaro; generalmente, la giusta proporzione è costituita dal 70% di tè e 30% di fiori.

Non esiste il connubio migliore, le sensazioni si distinguono a seconda della base del tè utilizzato: il gelsomino riserva ad ogni tipo di foglia una caratteristica diversa.
È bene gustarlo puro, non troppo caldo, e qualora fosse tè verde o tè bianco, osservando tempi di infusione molto bassi. A sfiorarlo appena.

La notte, patria della pace e del silenzio, è la migliore alleata di una tazza di tè al gelsomino. Una brezza tiepida diffonde il profumo e gli occhi si chiudono sul ricordo.

Il gelsomino notturno   

E s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso a’ miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.
Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l’ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.
Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l’erba sopra le fosse.
Un’ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l’aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.
Per tutta la notte s’esala
l’odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s’è spento…
È l’alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l’urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.

(G. Pascoli)

Gelsomini

Ode al suo aroma

L’aroma del nostro nettare ambrato evoca molteplici immagini e sensazioni. I profumi conducono in spazi infiniti.

Mia dolce, di che profumi,
di quale frutto,
di quale stella, di quale foglia?

Vicino
alla tua piccola orecchia
o sulla tua fronte
mi chino,
inchiodo
il naso tra i capelli
e il sorriso
cercando, conoscendo
l’origine del tuo aroma:
è dolce, ma non è fiore,
non è la pugnalata
del garofano penetrante
o impetuoso aroma
di violenti gelsomini,
è qualcosa, è terra,
è aria,
legna o mele,
odore della luce sulla pelle,
aroma
della foglia dell’albero della vita
con polvere di strada
e freschezza di ombra mattutina
nelle radici,
odore di pietra e fiume,
ma più simile a una pesca,
al tiepido pulsare segreto
del sangue,
odore
di casa pulita
e di cascata,
fragranza di colomba
e chioma,
aroma della mia mano
che ha percorso la luna
del tuo corpo,
le stelle
della tua pelle stellata,
l’oro,
il grano,
il pane del tuo contatto,
e lì,
nella longitudine
della tua luce folle,
nella tua circonferenza di giara,
nella coppa,
negli occhi dei tuoi seni,
tra le tue grandi palpebre,
e la tua bocca di schiuma,
in tutto lasciò,
lasciò la mia mano
odore d’inchiostro e selva,
sangue e frutti perduti,
fragranza
di pianeti dimenticati,

il mio stesso corpo
immerso
nella freschezza del tuo amore, amata,
come in una sorgente
o nel suono
di un campanile,
lassù
tra l’odore del cielo
e il volo degli ultimi uccelli,
amore,
odore,
parola
della tua pelle, della lingua
della notte nella tua notte,
del giorno nel tuo sguardo.

Dal tuo cuore
sale il tuo aroma,
come dalla terra
la luce fino alla cima del ciliegio:
nella tua pelle io trattengo
il tuo battito
e aspiro
l’onda di luce che sale,
la frutta immersa
nella sua fragranza,
la notte che respiri,
il sangue che percorre
la tua bellezza
fino ad arrivare al bacio
che mi aspetta
sulla tua bocca.

(P. Neruda)