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Nel giardino segreto

Una notte fredda e piovosa in piena primavera giunge inaspettata, è quasi stridente. Come l’interruzione improvvisa di un legame che si riteneva fosse speciale.
È una dissonanza che crea fastidio: il sopraggiungere della pioggia sembrava impossibile, incalcolabile, dato il cielo terso di pochi attimi prima acceso da un turchese ardente.

Non c’è più spazio per il rito della tisana della sera, non c’è più musica intrisa di abbracci sul divano blu, non c’è più la sopracciglia destra che sfugge al controllo e si riversa sull’occhio verde a renderlo maliardo. I saponi profumati, le perle bianche, la luce verde della notte, non ci sono più i plumcake ad allietare i risvegli, non ci sono più i risvegli. Le estremità dei piedi che si cercano inconsapevoli nel sonno, il sorriso ad occhi chiusi dopo il suono della sveglia, l’amore consumato e riassaporato senza stanchezza fino a sorprendere l’alba.
Non è più nulla e certamente nulla è mai stato, come una primavera affatto autentica, incerta, bugiarda.

Una tazza di tè profumato al gelsomino mi scalda in questa notte e mi riconduce in un luogo e in un tempo lontani, mi riconcilia con il ricordo di un sentimento vero, puro, incondizionato. E quando ci si imbatte in una notte di primavera piovosa e fredda, si avverte il bisogno di chiudere gli occhi e arrivare fino al mare, di godere di quella brezza tiepida che imprime nell’aria odore di pane caldo.

- Luglio 2007 -

Il tè al gelsomino ha il sapore della tua bocca ormai, della tua saliva.
Bevendolo mi addentro in un percorso lento e sensuale e così scivolo nel nostro giardino, tra l’ombra e il sole. E ti rivedo, intento ad insinuare un gelsomino fresco tra i miei capelli di rame.

Toccarti è stato un dono, una concessione di un Dio cieco.
La tua pelle ha una consistenza diversa da quella di tutti gli altri esseri umani: è impastata di miele e seta, di grano e fiori.

Veniamo a rifugiarci tra questi alberi per nasconderci da una realtà che non ci appartiene. In questo giardino possediamo ogni cosa e ad ogni cosa abbiamo dato un nome. Qui diventiamo sole quando guardiamo il sole.
Restiamo seduti su una panchina di pietra a guardarci per un tempo infinito. Il tuo capo è raccolto sotto il mio e così ti proteggo, così ti assorbo.
Ti bacio piano perché nessuno ci senta e nel silenzio il profumo dei gelsomini ci stordisce. È un desiderio innocente e carnale, tenero e crudele. Vorrei vederti nudo non per averti ma per conoscerti.

Nel giardino segreto ho imparato l’amore, ho conosciuto la grazia. Lì ho incontrato il dolore, lì ho depositato il mio rimpianto.
L’amore dev’essere quello spazio che si colma quando un uomo e una donna sono vicini. Quando si allontanano torna a svuotarsi e l’amore finisce.
Resta però una tazza calda che esala note di gelsomino insieme a un sentore di miele e seta, di grano e fiori”
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Profumo fiorito di noce

Il tram è il luogo dei pensieri.
Ci sono tutte le rappresentazioni delle vita in un tram.
Osservando i gesti più impercettibili di ciascun passeggero riesco ad avvertire esattamente cosa mi manca.
L’autista fischietta, mi perdo nel sorriso di un uomo anziano mentre sua moglie gli sfiora la mano e intanto rimbalzo tra la luna e una coppia di ragazzi che ha l’aria di chi farà l’amore appena tornato a casa.
Vorrei essere capace di contemplare le cose come se potessi separare l’immagine che hanno in sé dall’immagine che abbiamo loro imposto.
Il pianto di un bambino mi risveglia da me stessa e mi accorgo che i rivestimenti in legno contribuiscono a rendere più evidente il contrasto del tempo e ad accentuarne il peso.
Di tanto in tanto gli sguardi si incrociano nel vuoto e per qualche attimo si trovano a condividere un frammento di spazio sospeso. Ti scopri a pensare che sarebbe bello parlare con uno di loro, così all’improvviso, chiedergli cosa desidererebbe in quell’istante per esempio, e un po’ ti vergogni per questo.
Gli occhi fissi sulla frenesia al di là del finestrino ti ricordano che a casa non c’è nessuno ad attendere il tuo ritorno. Allora non vorresti più scendere, vorresti accompagnare tutti.
Inizia a piovere e nella pioggia c’è un po’ dell’inquietudine di ognuno, nelle folate attraverso cui la stanchezza della giornata si rovescia sulla terra.

Appena varcata la soglia mi muoverò nel buio e scalderò l’acqua per una tazza di Young Hyson, i cinesi lo chiamano Prima della Pioggia. L’aroma è acerbo: mi ricorderà la sciarpa del mio vicino di posto. Aveva un profumo fiorito di noce.

Tre minuti

Bastano tre minuti.
Tre minuti, perché tutto cada nel ventre di vetro inferiore.
Tre minuti e i granelli di sabbia bianca scivolano, allo stesso ritmo delle mie labbra sul tuo collo.
Fugge invidioso il tempo, perché fugge solo.

Tre minuti per un tè al limone e zenzero.
Tre minuti per una canzone. Per una fotografia.
Tre minuti per un bacio.
Tre minuti per un abbraccio, moltiplicati per dieci.
Tre minuti per fare silenzio. Per guardare il passaggio del sole d’estate e saper raccontare ai nostri bambini quando è l’ora muta delle fate.
Tre minuti per un bicchiere di vino.
Tre minuti per una speranza.
Tre minuti perché non ho bisogno di tempo per sapere come sei: conoscersi è luce improvvisa.
Solo tre minuti, perché sei così anticamente mio.

Finale

«Al cioccolato o alla crema?»
E una figura smunta, minuta, dall’aria burbera mi rispose: «Non posso mangiarli, grazie».

È iniziata così.
Era una mattina afosa dei primi giorni di giugno.
Il reparto era stranamente immobile: una sola infermiera a condividere con noi le sue frustrazioni per le ennesime vacanze mancate.
Il gatto, che ormai avevamo adottato, sul terrazzo a fissarci. L’aria condizionata mal funzionante e alcune risate di bambini in lontananza.

Avevo già sentito parlare di lui.
Tornava ad occupare quella stanza, sempre la stessa, mediamente ogni 10 giorni. Riproponeva le stesse braccia, le stesse vene e gli stessi occhi a quelle clessidre di vetro da 250 ml che sembravano fermare il tempo. Ci tornava da solo perché sua moglie non poteva lasciare il lavoro.
Indossava sempre un pigiama celeste: diceva che l’aiutava a non dimenticare il colore del mare.
Quando capii che non poteva mangiare i biscotti, né al cioccolato, né alla crema, gli portai del gelato.

Non era burbero come dicevano. Era solo arrabbiato.
Amava e odiava la sua donna: non le perdonava il fatto di averlo voluto sposare a soli 20 anni, in quelle condizioni, ma non l’avrebbe perdonata se l’avesse lasciato.
Antonio.
In quelle bellissime notti estive, sempre insonni, mentre si faceva a gara a contare le stelle e i desideri al di là della finestra, si parlava spesso con quel salice piangente, quello che ci salutava al vento di ogni alba.
Io raccontavo dei libri che avevo letto, della musica che amavo, di alcune poesie, dei film più belli. Lui narrava dell’ultima volta che aveva potuto aiutare suo padre in campagna, di come aveva conosciuto sua moglie, dei figli che non avrebbe mai avuto, dei biscotti al cioccolato e alla crema.
L’ospedale provava a succhiarci ogni energia, ma ogni notte tornavamo lì a ricaricarci. Ad arricchirci.
Spesso ci raggiungeva anche Rosanna.
Parlammo del suo possibile trapianto una volta sola; non volli provare a convincerlo, solo a capirlo. Preferiva l’idea di morire all’improvviso, piuttosto che scegliere coscientemente di lasciarsi addormentare senza avere la certezza del risveglio.
Come biasimarlo.
Preferiva lasciare tutto all’improvviso, piuttosto che scegliere la possibilità che tutto lasciasse lui. E lo diceva con un tenero sorriso a fior di labbra.

Se n’è andato, Antonio.
Mi piace pensare sia successo in un’alba sorella delle nostre.
Io non c’ero, l’ho saputo 35 giorni dopo.
L’ultima volta che l’ho chiamato ero in attesa che il concerto di Sergio Cammariere iniziasse.

Chissà dov’ero quando se n’è andato.
Chissà se anche lì adesso piove.
Chissà se sarà più vecchio o più ragazzino.
Chissà se lì c’è posto per i ricordi. E per i biscotti al cioccolato o alla crema.