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Fate, streghe ed elfi ai fornelli

Il cibo incantato delle fiabe è un cibo estremamente semplice, semplice come le storie raccontate che si esauriscono nel puro piacere del narrare.

Sono soprattutto frutti, prodotti della terra, dolci e torte, cibo quotidiano legato al mondo contadino e ai suoi costumi.
Esiste, tra sogno e superstizione, un fantasticare legato alla penuria e agli stenti della vita quotidiana che proietta nel mondo fatato aspettative e desideri imbandendo le tavole – e non solo – di ogni ben di dio, così come paure, sapori e simboli ancestrali giungono a popolare le cucine di streghe, orchi e folletti.
Roberto Carretta – “La cucina delle fiabe”

Mi è piaciuto molto questo libro.
È dedicato a tutti coloro che credono ancora nel piacere dell’incanto.
L’ho scoperto per caso su uno scaffale in libreria e vi ho trovato racconti e ricette che attraversano un arco di tempo lunghissimo, dal tardo Medioevo alla letteratura contemporanea. Un’occasione per tornare a godere di sapori antichi spesso dimenticati.
Potrete impossessarvi delle ricette più giuste per far innamorare i vostri principi e principesse, per chiedere le grazie alle fate, per ammansire gli orchi cattivi. Dal pandolce della fata ai biscotti di Madama Fortuna.

Ho scelto per voi la ricetta che più mi ha deliziata, permettendomi di personalizzarla con l’aggiunta del tè.
Questa volta faremo a meno della fotografia: lasceremo tutto alla nostra immaginazione. Come ogni fiaba che si rispetti.

La fiaba del Purim – la Festa ebraica delle Sorti caratterizzata da banchetti e lazzi per i bambini – si abbandona ad una catena di nonsense alimentari: «…un mercante andò al mercato, vide una contadina e le comprò un tacchino. Portò l’oca a casa e arrostì la gallina. Chiese alla moglie di fargli una frittata di sei uova, perciò lei gli fece un homentash a sei punte, si spaventò e morì…».

Homentash di Tina

Ingredienti:
• 200 g di burro
• 4 uova
• 400 g di zucchero
• 400 g di farina
• 100 g di mandorle dolci
• 50 g di mandorle amare
• 1 bustina di lievito in polvere
• latte
• pasta sfoglia
• marmellata di prugne
• canditi
• semi di papavero
• 1 cucchiaio di tè al mirtillo

Amalgamate i tuorli con il burro, aggiungete lo zucchero e montate il tutto fino ad ottenere una crema morbida e soffice.
Aggiungete la farina bianca, le mandorle ridotte in polvere e il lievito; infine gli albumi montati a neve e un po’ di latte.
Farcite con questo composto una crosta di pasta sfoglia, disponendo poi, tra la pasta e il ripieno, uno strato sottile di marmellata di prugne, canditi e semi di papavero. Guarnite nel mezzo con mandorle intere e cospargete la superficie di zucchero a velo prima di infornare.
Prima di servire spolverizzate con le foglie di tè al mirtillo.

Questa ricetta appartiene ad un’anziana sapiente signora, gran maestra di favole e racconti, che a novant’anni la prepara ancora con le sue mani in un piccolo appartamento di una calle veneziana.

Che tu sia per me il coltello

Vieni, accucciati sotto la mia ala. Non dire nulla ma ammetti in cuor tuo che è possibile immaginare il matrimonio anche così: due individui che si osservano, uno di fronte all’altro, in un rito prolungato, lentissimo – il rito dell’esecuzione di una persona amata.

David Grossman

Un regalo

Per Aurélien la vita era un’ape d’oro, una strana ape d’oro che brilla in lontananza, si leva in volo, si inebria di profumo in profumo, cozza contro le vetrate del sole e cerca, nell’immensità del cielo, il nettare del proprio fiore.

Mi è giunto stamani questo pensiero, chiuso in un piccolo libro che ha esattamente il colore dell’oro. L’apicoltore si intitola, di Maxence Fermine.
Al centro della copertina una rosa e sulla prima pagina un haiku: “Sale nell’aria delle notti sul mare vivo ricordo”. 
È Frank ad avermelo inviato, un caro lettore.
Insieme al libro scorgo due deliziose scatoline di latta e capisco immediatamente che si tratta di tè: Xi Hu Lung Ching e Casablanca Twist.
Il primo è un tè verde cinese, uno dei più pregiati e migliori tè verdi cinesi. È un tè che si produce nei pressi dell’omonimo villaggio ad ovest del Lago Occidentale di Hangzhou e pare che la migliore qualità di questo tè cresca in una zona montuosa dominata dal Picco del Leone; lì la raccolta viene effettuata quando sui germogli non vi è che una sola foglia. La stagione migliore è quella che precede le piogge prima della Festa della Luce: un po’ come in questo momento, precede le piogge prima che la Luce dell’estate tramonti.
Il nostro amico ci consiglia di misurare 2 grammi per tazza da 150 ml, in acqua a 75 gradi con un’infusione di 3 minuti circa.
Il secondo tè invece è un darjeeling indiano aromatizzato alla menta, coltivato sulle pendici dell’Himalaya, nei dintorni della città omonima dell’India nord-occidentale. Ha un profumo straordinariamente inebriante: mi riporta alle bellissime cene estive sulla terrazza di mia nonna, quando cucinava le lumache con la menta. In bilico tra tradizione e nostalgia. 
È un tè molto particolare il cui sapore varia a seconda delle stagioni di raccolta: da quello primaverile fresco e leggero con un profumo dalle note fiorite, a quello estivo che presenta un sapore fruttato e un gusto più forte.
Qui Frank ci suggerisce che valgono le stesse indicazioni del Lung Ching, a differenza dell’acqua che va preferita a 85 gradi.

Questo post è per ringraziarti, caro Frank. Per la tua delicatezza d’animo, la tua gentilezza e la tua simpatia. Per la tua presenza.
I regali che preferisco sono quelli che giungono in un giorno qualunque, senza che vi sia alcuna occasione particolare se non quella di un’amicizia sincera.
Dare, ricevere: del resto il valore di molte cose si arricchisce del fatto di poter essere condiviso con qualcuno.

Per onorare il tuo gentilissimo gesto ho pensato di improvvisare una delicata mousse di cioccolato aromatizzata al tuo tè alla menta. Ché tanto avevo deciso di regalarmi una cenetta a lume di candela questa sera, in solitudine, e la conserverò per il dessert.
Naturalmente il primo assaggio è per te.

Vi lascio la ricetta nei commenti.

Ritorno a casa

Perché è così che ti frega, la vita.
Ti piglia quando hai ancora l’anima addormentata e ti semina dentro un’immagine, o un odore, o un suono che poi non te lo togli più. Lo scopri dopo quand’è troppo tardi. E già sei un’esule: a migliaia di chilometri da quella immagine, da quel suono, da quell’odore.

Sorseggio lentamente un bicchiere di latte e menta, prima di rendermi conto di quanto sia vero quello che asserisce Baricco.
Questa casa è pregna di immagini, odori e suoni che la vita mi ha seminato dentro: mi chiedo se e quando germoglieranno. E quali fiori daranno.
Siamo distanti da quasi 6 anni ormai, eppure ogni volta che torno ad eleggerla rifugio sicuro, è come se non l’avessi mai lasciata. Sono questi muri a raccontarmi, ad ogni ritorno, della quotidianità della mia famiglia che scorre in mia assenza.
È deserta questa sera, vestita a festa. Resto sola con lei.
Come due vecchie amiche che non si incontrano da lungo tempo, restiamo qui a fissarci, a notare quanto il tempo ci abbia cambiate.
Voglio accendere tutte le luci e poi avvolgermi con il buio più nero, per avere l’illusione di possederla tutta.
Immagini, odori, suoni, che poi non te li togli più.
Torno a ballare abbracciata a mio padre, al centro del salone, sulle note di My way, di domenica mattina, ancora in pigiama.
Torno a sentire l’odore dei canarozzetti ai peperoni, prima di tornare a scuola, turno di pomeriggio.
E frullato di pere, mele e banane. E le mani di mia madre ancora impregnate dell’odore di quella frutta.
E chiacchiere e risate notturne spese nel lettone.
E regali di compleanno accanto al cuscino, al risveglio.
E abeti di Natale, canditi sparsi sulla tovaglia a quadri, Silent night.
E il profumo di babbo sul suo cuscino.
E grandi tazze di tè senza fondo con la pappina di biscotti.
E l’odore di scuola sul grembiulino bianco.
L’odore dei cornetti all’alba e i sandali insabbiati al ritorno dal mare.
E le luci lontane, dalla veranda.
E il primo rossetto.
Voglio camminare a piedi nudi questa sera. Per sentirla di più.
Voglio riempirla di musica, elevandola ad un volume indicibile. Tanto siamo sole.
Voglio tornare a muovere qualche passo di danza ad occhi chiusi, davanti a questa parete specchiata, seguendo il ritmo.
Voglio del vino rosso, le chiedo di avvicinare il bicchiere: è per noi.
Brindiamo a quanto mi manchi. Brindiamo a quanto sei bella, a quanto non sei più mia e a quanto sei mia più che mai.

Nella notte del ricordo, ardono alcuni istanti, fra i mille di una vita. Disegnano la via di fuga della sorte. Fuochi solitari, buoni per darsi una ragione, una qualsiasi.

L’isola sconosciuta

Un uomo andò a bussare alla porta del re, e gli disse: «Datemi una barca».
La casa del re aveva molte altre porte, ma quella era la porta delle petizioni.
Siccome il re passava tutto il tempo seduto davanti alla porta degli ossequi (degli ossequi che rivolgevano a lui, ovviamente), ogni volta che sentiva qualcuno chiamare da quella delle petizioni si fingeva distratto.
«A che scopo volete una barca?», fu quello che il re domandò.
«Per andare alla ricerca dell’isola sconosciuta», rispose l’uomo.
«Che isola sconosciuta?», domandò il re con un sorriso malcelato, quasi avesse davanti a sé un matto.
«L’isola sconosciuta», ripeté l’uomo.
«Sciocchezze, isole sconosciute non ce ne sono più».
«Chi ve l’ha detto?»
«Sono tutte sulle carte».
«Sulle carte geografiche ci sono soltanto le isole conosciute».
«E qual è quest’isola sconosciuta di cui volete andare in cerca?».
«Se ve lo potessi dire allora non sarebbe sconosciuta».
«Da chi ne avete sentito parlare?», domandò il re, ora più serio.
«Da nessuno».
«In tal caso perché vi ostinate ad affermare che esiste?».
«Semplicemente perché è impossibile che non esista un’isola sconosciuta».

dal libro Il racconto dell’isola sconosciuta di Josè Saramago

OceanoTè

«Prenderete un tè con me, vero, questo pomeriggio?»
Certe cose, Bartleboom, le aveva viste solo a teatro.
E a teatro rispondevano sempre: «Sarà un piacere.»
«Un’enciclopedia dei limiti?»
«Sì…il titolo per esteso sarebbe Enciclopedia dei limiti riscontrabili in natura con un supplemento dedicato ai limiti delle umane difficoltà.»
«E voi la state scrivendo…»
«Sì.»
«Da solo.»
«Sì.»
«Latte?»
Lo prendeva sempre col limone, Bartleboom, il tè.
«Sì grazie…latte.»
Una nuvola.
Zucchero.
Cucchiaino.
Cucchiaino che gira nella tazza.
Cucchiaino che si ferma.
Cucchiaino nel piattino.
«La natura ha una sua perfezione sorprendente e questo è il risultato di una somma di limiti. La natura è perfetta perchè non è infinita. Se uno capisce i limiti, capisce come funziona il meccanismo. Tutto sta nel capire i limiti.
Per esempio, è geniale questa cosa che i giorni finiscono. E’ un sistema geniale. I giorni e poi le notti. E di nuovo i giorni. E là dove la natura decide di collocare i propri limiti, esplode lo spettacolo. I tramonti.»
«Ancora un po’ di tè?»

tratto da Oceanomare, Alessandro Baricco