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Una nomenclatura spirituale del tè: intervista a Renzo Cremona

L’ospite di oggi ha esordito giovanissimo: la sua prima raccolta di versi si intitola Foreste sensoriali. È nato a Chioggia (Venezia) ed è laureato in lingua e letteratura cinese.
Renzo Cremona è uno scrittore molto particolare, ha una spiccata sensibilità e difende la libertà di espressione e di ricerca.
Tra le altre cose, ha scritto un delizioso libretto che si lega all’universo del tè e ha dimostrato di saperne cogliere aspetti sorprendenti. 
Un uomo piacevole, molto intelligente e dotato di una gentilezza antica.
Lo ringrazio ancora per aver accettato di sottoporsi a questa breve intervista e per averla resa un’occasione di crescita e arricchimento.

Il Canone del tè

- Renzo, come e dove ha avuto luogo il tuo incontro con il tè?
Il tè è stato un mondo che si è dischiuso piano piano attorno a me, e mi è difficile riuscire a rintracciare nel tempo il momento preciso in cui l’ho conosciuto. Se guardo indietro, però, e cerco di afferrare il ricordo che va più lontano di tutti gli altri, ho sempre la stessa immagine nitida dell’occasione in cui ho percepito chiaramente che bere un tè è in verità un po’ come mettere un piede in un mondo parallelo: ho una decina d’anni, e io e mia madre andiamo a trovare, in un bel pomeriggio di primavera, una zia che è rientrata dopo molti anni dall’estero. Fuori c’è il sole, entriamo in casa e ci sediamo. Subito lei va a mettere l’acqua sul fuoco e prepara le tazze, la teiera, i cucchiaini. La chiacchierata tranquilla, il clima rilassato e senza fretta, l’aria accogliente della casa producono in me una reazione a catena.
Da quel pomeriggio in poi, tutte le volte che ci siamo visti, io pregustavo già da prima il sapore del tè, ma, più di tutto, l’atmosfera che l’avrebbe accompagnato. Sarà forse stato che ho sempre percepito quanto bene si accordi una tazza di tè bollente ad una piacevole conversazione, sarà anche stata la sensazione di condividere in quel momento qualcosa di speciale, ma, ecco, credo che sia stato proprio allora che ho capito, anzi, sentito che il tè non è una bevanda, bensì un momento di tempo e di spazio tutto per noi.
Con gli anni ho poi proseguito la strada iniziata, inoltrandomi anche su sentieri poco battuti, e intraprendere in un secondo momento un corso di studi in orientalistica all’università mi ha sicuramente spinto ancor più verso la scoperta di questo mondo inesplorato – e in Italia ancora sconosciuto ai più, purtroppo – che è il tè.


- In che modo il tè è riuscito a ispirarti?
Il mio rapporto col tè è, se vogliamo, di natura sinestesica, va a coinvolgere un’intera rete sensoriale che si dipana da un centro che ha carattere variabile. Può essere che sia lo stato d’animo a condurmi verso un tè anziché un altro, o che viceversa sia la qualità del tè stesso ad evocare delle percezioni, delle immagini particolari. Come una palla che rimbalza all’interno di una grande stanza vuota, poi, ci sono naturalmente echi, richiami, ombre e variazioni di luce che vengono prodotte dai nuovi movimenti.
Quando ho scritto il terzo quadro, ad esempio, la sensazione che ho provato assaporando un eccezionale Bai Mudan giallo – di cui, fino a poco più di un anno fa, non sapevo nemmeno l’esistenza – ha provocato dentro di me una specie di corto circuito che è andato a coinvolgere il gusto, la parola, il pensiero, lo stato d’animo, tutto: non so spiegare cosa esattamente abbia causato una tale serie di associazioni; posso solo dire che in queste associazioni sono presenti tutti gli elementi che ho potuto percepire assaporando fisicamente il tè in questione. E che si tratta, naturalmente, di elementi soggettivi.


- Raccontaci del libro.
Credo di dovere spendere qualche parola per spiegare il perché del titolo. Non era e non è mia intenzione fare il verso al celeberrimo manuale di Lu Yu, il letterato e poeta cinese di epoca Tang che ha messo per iscritto tutta una serie di informazioni relative all’origine, alla produzione e alla preparazione del tè.
Il mio libro ha uno scopo e una natura completamente differenti: non si propone, infatti, di organizzare un lavoro attorno all’utilizzo della bevanda stabilendo dei precetti di correttezza, ma di apprestare una sorta di nomenclatura spirituale del tè, lasciando intravedere l’atmosfera che si crea attorno al tè stesso. Mi piaceva tuttavia l’idea di un canone, sia perché scandisce un insieme di norme – quasi a voler indicare, in senso lato, quale debba essere lo stato d’animo nel momento in cui ci si accosta ad un tè anziché ad un altro – sia perché costituisce un paradigma esistenziale in grado di rappresentare, di volta in volta, dei modelli di vita differenti, sovrapponibili, interscambiabili o semplicemente paralleli.
Il tutto è nato da un progetto comune con Paolo Candeo del “Signore del tè” di Torreglia: pensavamo a come poter sensibilizzare le persone su un tema così poco conosciuto quale è il tè, e così abbiamo organizzato un recital in cui io leggo il contenuto dell’intero libretto, mentre agli ospiti intervenuti viene offerta una degustazione guidata.
Il libro è organizzato in dieci quadri, otto dei quali contrassegnati dal nome di un diverso tipo di tè, più uno di apertura e uno di chiusura (acqua e fuoco) che richiamano gli elementi fondamentali nella preparazione della bevanda. Si tratta di brevissimi monologhi drammatici che percorrono i profumi e i sapori del nostro presente e del nostro passato, ma anche di un viaggio nel tempo che ci abita, fatto di nostalgie sottili, di incanti improvvisi e di braci che non si estinguono.


- Esiste un rapporto tra il tè e la poesia?
Certo che esiste. E ti dirò di più: esiste un rapporto anche tra il tè e la calligrafia, perlomeno come viene intesa in Estremo Oriente, dove è assurta al ruolo – giusto e meritato – di vera e propria arte. La calligrafia, infatti, riproduce molto da vicino le movenze dello spirito e del flusso vitale che ci attraversa, ed è la condensazione, su carta, dell’intero che ci costituisce. Anche il tè produce delle scritture nel nostro animo, e anche il tè è in grado di creare delle bellissime calligrafie: con il movimento quasi impercettibile dell’acqua, con il vapore che si solleva lento dalla tazza, con le linee che lascia sulla ceramica, persino con le bolle dell’acqua che salgono in superficie mentre lo si prepara. La poesia è per eccellenza quel genere che, come diceva Jean Cocteau, «imita una realtà di cui il nostro mondo possiede soltanto l’intuizione», perciò il tè è una forma di poesia, in quanto momento perfetto in cui si ricrea la bellezza di un ordine intangibile di cui raramente abbiamo esperienza. Quando parlo di ordine, però, non mi riferisco affatto alla ritualità della cerimonia annessa, bensì a quella disposizione d’animo che si produce nella persona che si predispone ad assaporarlo e a farlo parlare.


- Che ruolo ha il tè nella tua giornata? Quale tipologia preferisci?
Considero il tè terapeutico. Ha la capacità di riportare ordine dentro il caos. A me basta mettere l’acqua sul fuoco, preparare le foglie, sentirle sotto le dita, odorarne il profumo, guardarne il colore.
Preferisco non bere tè in tazze che non abbiano il fondo bianco o, al limite, trasparente e incolore: vedere il colore di un tè è un’esperienza metafisica – come del resto berlo – perché traspone la realtà tangibile in un mondo perfetto e incorruttibile dove anche le minime differenze di sfumatura sono il riflesso di un universo possibile, un dono prezioso che ci viene fatto e che testimonia della bellezza inesprimibile di cui è ancora capace il nostro mondo stanco e logorato.
Non passa giornata senza che io abbia bevuto in media sette-otto tazze di tè (in genere differente, ma non disdegno affatto il bis). Amo tutti i tè, ma in modo particolare lo Yinzhen bianco, il giallo Junshan Yinzhen, il Bai Mudan giallo di cui parlavo prima, il verde Taiping Houkui, e due Oolong che ho conosciuto di recente e mi hanno subito conquistato: l’Oolong “King’s Grade” (proveniente dalla regione del Doi Tung, in Thailandia), che ha un leggerissimo ma delizioso retrogusto di albicocche e limone pur non essendo aromatizzato, e il Milky Oolong, con quella lieve sfumatura di latte vaporizzato che lo rende unico. Poi ultimamente ho provato due tè fenomenali: un Pu-erh bianco in mattonella e il verde Qiandao Chun, dolcissimo e morbido, prodotto nello Zhejiang nella sola quantità di 150 chili all’anno. Amo anche un buon Darjeeling e molti neri.
Come vedi, mi riesce difficile dirti quale tipologia preferisco: il tè è un vero universo da esplorare continuamente.

Chiunque volesse acquistare il libro può scrivere direttamente all’autore e ottenere così una copia autografata.
In alternativa, si può ordinare presso i siti Internet che si occupano di vendita di libri online, quali IBS, Libreria Universitaria e quant’altro, o si può richiederlo in qualsiasi libreria indicando il codice ISBN di riferimento: 978-88-88030-91-3 e l’editore (Edizioni Eva, Isernia).

tè verde
non falcio le erbe del giardino: tutte potrebbero servire un giorno, tanto quelle fiere e lucenti con i loro profumi quanto quelle inerti e basse, quasi timorose e inodori, che preferiscono rimanere nell’ombra ad ammorbidire il terreno.
con il tempo ho imparato che anche il ramo più corto può servire ad ospitare le barche in cerca di rifugio, anche le fronde più rade possono offrire riparo quando la luce si fa più impietosa. e ho appreso i ronzii che si nascondono tra le foglie, le voci sconosciute con cui gli alberi ci parlano, il numero segreto dei passi con cui scendere nelle nostre cantine.
e che la vita è qualcosa da non tenere troppo sul fuoco, che appena rimane un attimo di più nell’acqua diventa aspra e pungente, che se la vuoi assaporare fino in fondo può far conoscere aghi da legare la lingua.
vanno tuttavia bagnate le piante che ci abitano, e costantemente sorvegliate, perché l’infuso non abbia a soffrirne, poi, e le stanze non soffochino; perché si dia spazio a quello che si muove verso la luce, perché i mattini siano più freschi e le notti più morbide su cui cadere. perché, infine, si tagli quello che in noi è troppo, che è fuori, e ha nostalgia dell’infinito.

Libri e Caffè (e tè)

L’ho scoperto per caso, il tram con cui vado a lavoro mi ha offerto l’occasione.
Libri e Caffè: un nome chiaro e diretto che non lascia spazio ai dubbi. Un posto silenzioso, accogliente ed elegante che esalta il piacere della pausa: quella di una buona lettura e quella di una tazza calda.
L’idea è originale e ben realizzata, l’ambiente conquista al primo sguardo e la disponibilità della giovane proprietaria di certo invoglia ad accomodarsi.
Cura per i dettagli, buona musica, grandi poltrone in cui ammorbidirsi. Sono belle le luci e il modo con cui si distribuiscono e l’allestimento delle vetrine è molto particolare.
Saggistica, narrativa italiana e straniera, poesia, libri di viaggio, cinema, teatro, musica, arte e libri per bambini: l’offerta è varia e una particolare attenzione è rivolta alle piccole case editrici difficilmente reperibili in altre librerie di stampo sfacciatamente commerciale.
Potrete trovare Un saluto attraverso le stelle dimenticato da qualcuno su una poltrona, o sul tavolino di cristallo Il libro del desiderio che si intreccia con il vostro caffè. È un luogo vissuto, che conserva i libri in maniera sbadata e che per questo diventa affascinante e insolito. È uno spazio dove la cultura si consuma, si assapora e si compenetra con i gusti e le esperienze degli altri. Un angolo che favorisce il piacere della conversazione e del confronto.

Libri e Caffè propone periodicamente un tema di approfondimento, scegliendo tra i titoli che non sono stati valorizzati dalle dinamiche editoriali. In più, si rende disponibile per la realizzazione di mostre pittoriche e fotografiche, presentazione di libri, organizzazione di convegni e feste private.
Bella ed efficace la scelta del logo e molto interessante anche la piccola selezione di articoli di cartoleria che ribadisce l’originalità del posto. Ricettari, rubriche, biglietti d’auguri, quaderni, carte da lettera, album fotografici realizzati con carte di ottima qualità.

Quanto al tè, ne possiedono un vasto assortimento, purtroppo di natura industriale e servito rigorosamente in bustina. Una nota stonata, in un contesto così attento ai dettagli e alla qualità dei prodotti che offre.
Pessimo sia il tè verde naturale, l’unico a disposizione e non bene specificato se cinese, giapponese o indiano, sia il tè nero Darjeeling, non bene identificato se di primo, secondo o terzo raccolto, né di quale giardino.
Più indicato sarebbe senza dubbio il tè sfuso a foglia intera, un ulteriore gesto di cura nei confronti del cliente. Vanterebbero una selezione più modesta, ma di migliore qualità e raffinatezza.
La quiche con prosciutto e piselli, unica pietanza prevista nel menu (del giorno), è di qualità medio-bassa e di certo non tiene il passo con la ricercatezza che contraddistingue tutto il resto.

Esiste un certo squilibrio, dunque, tra la libreria e il bar. Un aspetto sicuramente migliorabile, che mi auguro sia preso in seria considerazione.

Libri e Caffè srl
via Pietro Maestri, 1 – Milano
Tel. 0276016131
email: info@libriecaffe.it

La fine di tutti gli odori

Il mare aveva l’odore di una vela gonfia di vento in cui rimaneva un sentore d’acqua, di sale e di un sole freddo.
Aveva un odore semplice, il mare, ma nello stesso tempo così vasto e unico nel suo genere.
L’odore del mare gli piaceva tanto che avrebbe desiderato una volta averlo puro, non mescolato e in quantità tale da potersene ubriacare. E in seguito, quando apprese dai racconti com’era grande il mare e come si poteva percorrerlo con navi per giorni interi senza vedere terra, nulla gli fu più gradito che immaginare di trovarsi su una di quelle navi, molto in alto nella coffa dell’albero più a prua, e di volare attraverso l’odore senza fine del mare, che in realtà non era più un odore, ma un respiro, la fine di tutti gli odori.

Tratto da Il profumo, Patrick Süskind

Polignano a Mare

Perché l’odore del tè non è stato l’unico a caratterizzare i miei giorni di vacanza.
In attesa di tornare a raccontarvi, vi lascio un assaggio della mia estate.
A presto.

Polignano a Mare

Biscotti verdi dei due orologi

Li ho chiamati così sull’onda della suggestione di un libro che amo molto e che sto rileggendo con gusto: Saltatempo, di Stefano Benni. Un testo originale, spiritoso, poetico e intelligente.
Lo faccio spesso, mi piace cucinare leggendo, muovendomi abilmente tra parole e immagini, odori e colori. Da un prato di ciclamini, una corriera verso il fondovalle, ad una cascata di farina e zucchero.
Dedico questa ricetta alle due canzoni di grillo, al cesto pieno di funghi sottobraccio, all’acqua che sa di corteccia, che evocano ricordi puliti e soleggiati.

Ingredienti:
• 200 g di mandorle
• 200 g di zucchero a velo
• 2 albumi
• 1 bustina di vanillina
• 80 g di pinoli
• 4 cucchiaini di tè Matcha

Montate a neve ben ferma gli albumi con metà dello zucchero. 
Mescolate lentamente con il restante zucchero e con le mandorle tostate e polverizzate nel mixer.
Aggiungete la vanillina e il tè verde. 
Dosando con un cucchiaino fate delle palline da rotolare, se volete, su un piatto in cui avrete distribuito i pinoli. Altrimenti, se amate sentire il gusto del Matcha più forte e incisivo, mettete solo uno o due pinoli al centro del biscotto con lo scopo di guarnirlo.
Cuocete in forno caldo per 15 minuti circa a 170°.

«Dunque, mettiti sotto quel nocciolo umido di brina, e fai in modo di ascoltare il rumore delle stille che cadono. Ora ti spiegherò una cosa fondamentale. Questo, è un orologio per il mondo di fuori». E tira fuori una cipolla meravigliosa, di acciaio brunito con un disegno di stelle e pesci. Lo apre, e dentro c’è un carillon.
«È meraviglioso», dico io.
«Questo è l’orologio che segna il tuo giorno cosiddetto normale: quello del far tardi a scuola, dell’alzarsi presto, delle ore che non passano mai, dei calendari, del lei guarirà in dieci giorni, dei moti stellari, delle maree e delle partite di calcio. Ma attenzione, ora ascolta».
Ed io ascoltai il ticchettio delle gocce che cadevano dal nocciolo.
«Ecco, questo è il rumore dell’orologio dentro. Questo misura un tempo che non va dritto, ma avanti e indietro, fa curve e tornanti, si arrotola, inventa, rimette in scena. È un tempo che non puoi misurare né coi cronometri né col più sofisticato astromacchinario. È il tempo tuo, misura la tua vita che è unica, e quindi è diverso dal mio.
Tu vivrai sempre con due orologi, uno fuori e l’altro dentro. Ogni volta che sentirai il ticchettio di quello di dentro, il gocciolare dell’acqua, le crome di un grillo, qualsiasi ritmo e balbettio del mondo, tu correrai avanti o scapperai indietro e vedrai cose e altre ne rivedrai» 


Il tè e l’arte floreale

Quando, nel perlaceo tremolio di un’alba primaverile, gli uccelli sussurrano misteriosamente fra gli alberi, non avete mai avuto la sensazione che parlino di fiori, ciascuno con il proprio compagno?
Per l’umanità, l’amore per i fiori deve esser nato contemporaneamente alla poesia amorosa.
Nella gioia come nella tristezza, i fiori sono i nostri amici fedeli. Con i fiori mangiamo, beviamo, danziamo e amoreggiamo. Con i fiori ci sposiamo e battezziamo. Senza di loro non osiamo morire.

I maestri del tè nutrono una religiosa venerazione per i fiori. Non colgono mai a caso, ma scelgono con cura ogni ramo e ogni frasca, senza perdere mai di vista la composizione artistica che hanno in mente. Tagliare più di quanto è strettamente necessario sarebbe per loro una vergogna.
Lasciano sempre le foglie, se ve ne sono, insieme al fiore, poiché il loro scopo è quello di presentare la vita floreale integra nella sua bellezza.
Quando un maestro del tè ha disposto un fiore in un modo che lo soddisfa, lo colloca nel tokonoma, il posto d’onore nella stanza del tè. Accanto a esso non metterà nulla che possa interferire con l’effetto prodotto, neppure un dipinto, a meno che non abbia un particolare motivo estetico per accostarli.
Il fiore nel tokonoma è come un principe sul trono; gli ospiti o i discepoli che entrano nella stanza lo saluteranno con un profondo inchino, prima di rivolgersi al padrone di casa.
Quando un fiore appassisce, il maestro lo affida teneramente al fiume, oppure lo seppellisce con ogni cura. Talvolta vengono persino eretti monumenti in sua memoria.

L’arte di disporre i fiori sembra sia nata contemporaneamente al tèismo (in inglese Teaism, culto del tè), nel XV secolo.
Le nostre leggende attribuiscono la prima composizione floreale agli antichi santi buddisti, che raccoglievano i fiori recisi dalla tempesta e, nel loro infinito amore per ogni essere vivente, li mettevano in vasi colmi d’acqua.
Si narra che uno dei primi a praticare quest’arte sia stato ōami, il grande pittore ed esperto d’arte della corte di Ashikaga Yoshimasa. Con il perfezionarsi del rito del tè sotto Rikyū, alla fine del XVI secolo, anche l’arte di disporre i fiori giunge a pieno sviluppo.
La composizione di fiori di un maestro del tè perde significato se viene tolta dal luogo per il quale è stata originariamente concepita, giacché le sue linee e le sue proporzioni sono state pensate in funzione dell’ambiente circostante.
Il maestro del tè ritiene che il suo compito debba limitarsi alla scelta dei fiori, lasciando che siano questi ultimi a narrare la propria storia. Se entrate in una stanza del tè alla fine dell’inverno, potrete vedere un sottile ramo di ciliegio selvatico accostato a una camelia in boccio; è un’eco dell’inverno che sta per lasciarci, unita a un annuncio di primavera. Se invece vi recate a un tè pomeridiano in un giorno d’estate particolarmente caldo, nell’ombrosa frescura del tokonoma potrete scoprire un unico giglio in un vaso appeso; cosparso di rugiada, sembra sorridere all’insensatezza della vita.

Tratto da Lo zen e la cerimonia del tè, Kakuzo Okakura

Panta rei

Non è semplice riuscire a ritrovare la stessa intimità e calma di cui godevo appena qualche tempo fa. Tra i fornelli intendo.
Ogni giorno mi rendo conto di quanto la mia vita sia cambiata e stia cambiando. I luoghi, le persone, le azioni, i pensieri: sento che tutto è in continuo divenire.

Cucinare è sempre stato un dono che ho concesso a me stessa e agli altri e ho sempre amato farlo con estrema cura e dedizione. Mi manca farlo anche per voi qui, ma in questo periodo di importanti scelte e cambiamenti diventa sempre più complicato.
Aspetto di ritrovare un nuovo nido, un nuovo porto, un nuovo calore.

Nell’attesa vi lascio lo spunto per questa sfiziosa ricetta e la scia di una suggestione.

Perle di caprino con marmellata di fragole e tè allo zenzero

Ingredienti (per 6 persone):
• 200 g di caprino
• 50 g di panna
• 30 g di pecorino grattugiato
• 1 mazzetto di erba cipollina
• sale
• pepe rosa
• 150 g di marmellata di fragole
• 1 limone non trattato
• 2 cucchiai di tè allo zenzero

Lavate e tagliate a pezzettini l’erba cipollina.
Amalgamate i formaggi con la panna in un frullatore e aggiustate con sale e pepe.
Dal composto ottenuto formate delle palline, o quenelle, e sistematele in un contenitore in frigorifero.
Lavate bene il limone, tagliatelo a tocchi e frullatelo. Aggiungete la marmellata di fragole, il tè allo zenzero e cuocete per 10 minuti a fuoco medio.
Servite le perle di formaggio in piatti individuali accompagnate da un cucchiaio di marmellata di fragole tiepida.
(Se non amate il caprino, potete sostituirlo con robiola o ricotta)

“Parlava e così fui sommerso, dopo quello del sorriso e dell’odore, dal terzo, maggiore sortilegio, quello della voce. Essa era un po’ gutturale, velata, risuonante di armonici innumerevoli; come sfondo alle parole in essa si avvertivano le risacche impigrite dei mari estivi, il fruscio delle ultime spume sulle spiagge, il passaggio dei venti sulle onde lunari, il canto delle Sirene…”
(Giuseppe Tomasi di Lampedusa, La sirena)

Un nuovo cielo

E di nuovo cambio casa
di nuovo cambiano le cose
di nuovo cambio luna e quartiere
come cambia l’orizzonte, il tempo, il modo di vedere.
(Ivano Fossati)

Si riparte. Valigia alla mano, mi dirigo verso un nuovo cielo.
La destinazione è Roma: mi trasferirò lì per i prossimi mesi.
È una buona occasione per diventare grande, si tratta di lavoro. Del primo lavoro.
Sono felice perché, finalmente, è tutta vita che si muove. Sono sussulti che accendono e speranze che riscaldano.
Sto inciampando in una serie di belle possibilità, in bilico tra stupore e meraviglia. È bello poter misurare le proprie capacità, mettere alla prova le proprie abilità e accrescere la propria conoscenza. Mi entusiasma l’idea di poter arricchire il mio sentire e il mio dire: è un sottile piacere quello di espandersi, di impregnarsi, di abbracciare.

Temo sarò costretta a prendere una piccola pausa da questa isola di conversazione, come un amico una volta l’ha definita.
Vi lascio un tè da sorseggiare, un libro da consumare e qualche carezza da trattenere.

Il tè è un P’u-Êrh, originario della provincia di Yunnan, nell’estremo sud occidentale della Cina. La sua specifica denominazione mi piace molto, la trovo particolarmente evocativa: I-P’êng-Hsüeh, che letteralmente significa manciata di neve. È simile al calice di uno dei fiori che più amo, il fiore di loto. Ha un aroma molto delicato e un gusto lieve.

Il libro si intitola I labirinti del tempo. Storia di un’imperfetta armonia, di Roberto Carretta, Medusa Edizioni.
È un libro di rara bellezza e raffinatezza, nei contenuti, nelle immagini e nelle intenzioni. Nasce da un lungo, accurato e appassionato lavoro di ricerca e ogni pagina trasuda fascino e cura per i dettagli.
È questo il libro che vi lascio perché sono certa sarà in grado di incuriosirvi, stimolarvi e sedurvi e sentirete l’esigenza di assaporarlo molto lentamente; ci racconta del tempo che segna l’uomo e dell’uomo che segna il tempo. «Come un movimento colto con la coda dell’occhio, un’impressione fugace».
È un percorso che dai miti greci arriva alle più recenti ipotesi della scienza moderna, in merito a quello che resta un mistero intimamente legato al nostro essere. È un bellissimo viaggio attraverso i silenziosi chiostri medievali, i simboli rinascimentali e le allegorie barocche e il tutto si dondola tra storia e poesia.
Scoprirete così il tempo prima del tempo, i nomi del tempo, la cattura del tempo, il tempo sospeso, i giochi del tempo, fino ad interrogarvi sulla possibile esistenza di «una scorta di istanti, minuti, ore non contaminati dall’uso».

A presto, vi stringo.