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Volute di fumo e di pensieri: degustando tè e parole

Questo è il titolo che ho dato all’evento che si terrà domani a Canosa di Puglia (BA) presso l’Hotel del Centro: la F.I.D.A.P.A mi ha chiesto di organizzare un incontro-degustazione per sperimentare il primo approccio con il tè in foglia.
Ho accettato l’invito molto volentieri e ho proposto alla gentile presidentessa di trasformare l’incontro in un percorso non solo olfattivo e gustativo, ma anche emotivo. Le varie tipologie di tè saranno dunque accompagnate dalla lettura di poesie e stralci di narrativa che per qualche ragione si legano, esaltano o arricchiscono le sfumature di gusto delle foglie.
Ho selezionato questi testi proprio dal blog, perché in questi quattro anni ne ho raccolti diversi nella categoria Volute di fumo e di pensieri. Mi piace approfittare di questa occasione per poterveli riproporre, dedicandoli soprattutto a chi in passato non ha avuto modo di leggerli.

- Il gelsomino notturno, di G. Pascoli [accompagnerà la tazza di Jasmine Pearl]
- Ode al suo aroma, di P. Neruda [accompagnerà il Genmaicha Hanafubuki]
- Portatemi il tramonto in una tazza, di E. Dickinson [accompagnerà Brezza di seta]
- Il tè di Ninetta, di P. Lagazzi [sosterrà ancora la tazza di Brezza di seta]
- Il setaccio, di S. Heaney [affiancherà il Giardino della nonna]
- Sogno infantile, di A. Machado [esalterà la tazza del Tè di Natale]

Hotel_del_Centro

Hotel del Centro - Canosa di Puglia (BA)



*Tengo a ringraziare di cuore tre cari lettori/clienti che hanno scritto di me qui, qui e qui.

Affogato al tè Houjicha e pinoli nella no man’s land

Fin dai primi anni della mia giovinezza pensavo che ognuno di noi ha la propria “no man’s land”, in cui è totale padrone di se stesso. C’è una vita a tutti visibile e ce n’è un’altra che appartiene solo a noi, di cui nessuno sa nulla. Ciò non significa che, dal punto di vista dell’etica, una sia morale e l’altra immorale. Semplicemente, l’uomo di tanto in tanto sfugge a qualsiasi controllo, vive nella libertà e nel mistero, da solo o in compagnia di qualcuno, anche soltanto un’ora al giorno, o una sera alla settimana, un giorno al mese; vive di questa sua vita libera e segreta da una sera (o da un giorno) all’altra e queste ore ore hanno una loro continuità.
Queste ore possono aggiungere qualcosa alla vita visibile dell’uomo oppure avere un loro significato del tutto autonomo; possono essere felicità, necessità, abitudine, ma sono comunque sempre indispensabili per raddrizzare la linea generale dell’esistenza.
In questa “no man’s land” possono accadere strane cose, si possono incontrare altri esseri simili, si può leggere e capire un libro con particolare intensità, o ascoltare musica in modo inconsueto, oppure nel silenzio e nella solitudine può nascere il pensiero che in seguito ti cambierà la vita, che porterà alla rovina o alla salvezza. Forse in questa “no man’s land” gli uomini piangono, o bevono, o ricordano cose che nessuno conosce, o osservano i propri piedi scalzi, o provano una nuova scriminatura sulla testa calva, oppure sfogliano una rivista illustrata con immagini di belle donne seminude e muscolosi lottatori.
Ma non bisogna credere che quest’altra vita, questa “no man’s land”, sia la festa e tutto il resto i giorni feriali. Non per questa via passa la distinzione: solo per quella del mistero assoluto e della libertà.          

(Tratto da “Il giunco mormorante”, di Nina Berberova – Adelphi)
 

In una sera di queste, una sera nella no man’s land, ho sperimentato questa ricetta. Il sapore è indeciso, né dolce, né salato, sfugge al controllo. È un piatto libero: si può servire a colazione, a pranzo o a cena come dessert, a merenda o in piena notte, se si ha voglia di dissetarsi. È intrigante, un concentrato di attese.

Ingredienti (per 4 persone):

• 250 g di latte parzialmente scremato
• 200 g di panna da montare
• 1 cucchiaio di tè Houjicha Kaori Fumi
• 40 g di zucchero
• 35 g di pinoli
• 2 tuorli
• 50 g di infuso di tè Houjicha molto concentrato

Versate il latte in una casseruola e scaldatelo per 5 minuti mescolando lentamente. Spegnete, aggiungete le foglie di tè e lasciate in infusione per 10 minuti. Filtrate il latte e rimettetelo nella casseruola.
Aggiungete la panna montata e mescolate a fuoco medio per circa 3 minuti. A parte montate i tuorli con lo zucchero e quando il composto sarà spumoso, unitevi a filo il latte con la panna precedentemente preparati.
Mescolate tutto su fuoco basso per 6 minuti e per 3 minuti portate a bollore.
Versate il composto in un contenitore da freezer largo e basso foderato con pellicola per alimenti e lasciate raffreddare.
Mettete in freezer per circa 8 ore.
Togliete dal freezer e tagliate a pezzettoni; tritate i pezzettoni per circa 15 secondi e poi frullate per un minuto. Se lo ritenete necessario, rimettete in freezer.
Servite guarnendo con pinoli e affogando con il tè Houjicha freddo.

Il tè di Ninetta

Attilio Bertolucci è uno dei più grandi poeti italiani del Novecento. Un uomo discreto, silenzioso, che ha sempre vissuto nella verità della poesia. Uno dei pochi per cui nutro un’ammirazione sincera, che si è appartato non dalla vita ma dalla storia, “che della vita è solo l’ombra distorta”.

Paolo Lagazzi, scrittore e critico letterario, in questo bellissimo libro narra l’incontro con il  poeta e il viaggio che ha condotto per ventiquattro estati alla scoperta di Bertolucci uomo. È stato accolto nella sua casa diventando suo amico fraterno e grazie al suo racconto oggi possiamo leggere le poesie di Attilio con il privilegio della conoscenza dovuta a questa magica frequentazione.

Mai avrei pensato di trovare in queste pagine il profumo del tè; scoprire che Bertolucci e sua moglie Ninetta hanno condiviso la mia stessa passione attraverso la celebrazione di un rito intimo e quotidiano, è una coincidenza che ho accolto con sorpresa e commozione. 

(Foto tratta dal libro)

Un’autentica maturità intima si coniugava in lei con la più rara delicatezza, con un senso innato e profondo della discrezione. Spesso sapeva rendersi invisibile, ma nel suo improvviso riapparire c’era sempre il senso “musicale” di un andare e venire a tempo, senza alcuna impazienza o forzatura.
Lui si abbandonava con gratitudine e voluttà alla sottile ragnatela protettiva che lei sapeva allestire attorno ai loro spazi quotidiani.
Tra i riti di casa Bertolucci, uno che Ninetta officiava con uno stile tutto suo, era il rito del tè. Sapeva preparare un ottimo tè scuro, forte e un po’ amaro, lievemente odoroso di tabacco; una bevanda schietta e corroborante, che era come un’emanazione diretta del suo temperamento, della sua capacità di accogliere gli altri e di confortarli.
 
Tratto da La casa del poeta – Ventiquattro estati a Casarola con Attilio Bertolucci, di Paolo Lagazzi, Ed. Garzanti

Gianluigi Storto: il chimico del tè

Sono stati scritti diversi libri sul tè, la maggior parte dei quali molto attraente soprattutto dal punto di vista iconografico e fotografico. Raccontano la storia delle origini e dei paesi produttori, ne elencano alcune tipologie e dispensano consigli su come servirlo e utilizzarlo in cucina.

Mancava il parere di un chimico, per di più esperto di merceologia, che offrisse un quadro più completo ed esauriente, aiutandoci a scoprire aspetti della bevanda ancora sconosciuti o spesso ignorati.
Gianluigi Storto, autore de Il Tè. Verità e bugie, pregi e difetti, edito nel 2006 dalla casa editrice Avverbi, spazia dalle proprietà farmacologiche e tossicologiche alle modalità di raccolta e commercio, dall’esame chimico e storico delle sofisticazioni più frequenti alle normative che ne regolano l’additivazione. Il tutto esposto con un linguaggio semplice e chiaro, adatto anche a chi il tè lo conosce appena.

Porgendo i miei sinceri complimenti per l’unicità e la preziosità del libro, ringrazio il Dott. Storto per aver accettato il mio invito.


- Dott. Storto, ha iniziato la sua attività presso i Laboratori chimici delle Dogane; successivamente si è occupato di qualità dei prodotti petroliferi e di innovazione tecnologica, soprattutto di energie alternative. Cosa l’ha spinta verso il tè?
Ho fatto per qualche anno il chimico in un laboratorio alle Dogane, dove analizzavo le merci più strane. Poi sono passato ad occuparmi della qualità prodotti, pur restando sempre in ambito scientifico. La passione per la chimica mi ha portato a studiare a fondo il tè, con cui già avevo un rapporto personale molto intenso e che considero una bevanda – modo di vita.

- Il libro è stato realizzato grazie anche alla collaborazione di Salvatore Pellegrino, fondatore del primo Museo italiano del tè in Sicilia. Come è nata l’idea?
Il libro è stato scritto perché il mio amore per il tè ha incontrato, per quelle strane coincidenze che danno sale alla vita, la passione e la professionalità editoriale di Riccardo Mancini, mio amico e grande editore scomparso l’anno scorso. Al suo intuito, alla sua voglia di fare e di fare bene, è dovuta la realizzazione del libro. Fu lui a presentarmi Salvatore Pellegrino, che nel suo paesello siciliano ha creato una casa-museo del tè che ha dell’incredibile.
L’incontro in Sicilia è stato indimenticabile. Salvatore è un ragazzo simpaticissimo, oltre che enormemente competente. Ha passato anni a viaggiare in Cina e ogni volta che va lì, per puro piacere e non per guadagnare soldi, compra teiere, tazzine, confezioni di tè, fino a dare vita ad una collezione prestigiosa. Quasi tutte le fotografie del libro sono state fatte nel suo museo.
Una chiacchierata con lui è in grado di svelare più segreti sul tè che anni di studio sui libri. Ricorderò sempre con affetto quelle tazzine di tè che prendemmo accovacciati a un tavolino basso, accompagnandole con dolcetti arabi squisiti che aveva fatto lui stesso.

- Come già detto, il suo è un testo che si differenzia da tutti gli altri pubblicati fino ad oggi sull’argomento, in quanto ne illustra soprattutto le caratteristiche tecniche e merceologiche. Perché ha ritenuto importante far emergere questi aspetti?
La merceologia un tempo serviva essenzialmente a ridurre i costi di produzione delle merci. Oggi invece è diventata, per vari motivi, un’arma efficace –se non l’unica- in mano ai consumatori per compiere scelte consapevoli e non soltanto dettate dai continui messaggi promozionali che, ovviamente, hanno interesse a far vendere i prodotti e non a spiegare come sono realmente.
La merceologia, per poter spiegare una merce, ricorre a conoscenze di botanica, di chimica, di fisica, di tecnica industriale e quindi, per poterla portare alla gente comune occorre usare un linguaggio il più possibile chiaro e comprensibile. Io, che non ho alcun interesse economico né con il tè né con altri prodotti, ho cercato di utilizzare quest’arma di conoscenza per iniziare un discorso divulgativo che ha un senso di in-formazione culturale.
Per quanto riguarda il tè, ritengo che la scelta tra le sue tantissime varietà, non debba essere dettata solo dal gusto personale, ma anche dalla conoscenza di quello che si compra e si beve.
Se so che il tè nero è stato molto più “lavorato” –e come-, se so da dove viene, da chi è stato scelto e commercializzato, posso compiere una scelta più consapevole.
Le cose, in genere, sono molto più semplici di quello che sembra. Con la scienza, inoltre, non si può barare. Se io scrivessi una fesseria, sarei immediatamente scoperto. La scienza è onesta, solo che a volte la gente la teme perché pensa sia difficile. Ma questo è un problema diverso, culturale e di comunicazione.

- Qual è il suo rapporto quotidiano con il tè?
Personalmente lo preferisco al caffè, perché sono molto sensibile alla caffeina e quindi preferisco l’effetto più prolungato della caffeina contenuta nel tè rispetto a quella presente nel caffè, che ha un effetto immediato ma che scompare più velocemente.
Ne prendo in genere una tazza al mattino e una al pomeriggio, verso le 16.00. A volte, specie se devo scrivere, arrivo a cinque tazze. Dipende molto dalle condizioni… il tè oltre che una bevanda, è un uso sociale che agevola i rapporti personali.

- Lei afferma che il tè bianco ha un contenuto di polifenoli semplici più alto rispetto al tè verde. Questo significa che possiede le note proprietà antiossidanti e antitumorali che fino ad oggi abbiamo riconosciuto solo al tè verde?
Il tè bianco è ricavato delle foglioline apicali, le più tenere e ricche di polifenoli, di Camellia sinensis appena colte, senza alcun tipo di lavorazione. Il tè verde viene lavorato pochissimo, il tè nero viene sottoposto a lavorazioni importanti per favorire la formazione naturale di composti del tutto nuovi. Il tè bianco, dunque, possiede più polifenoli allo stato originario rispetto al tè verde e, naturalmente, al tè nero. Sicuramente possiede quindi tutte le caratteristiche di tali polifenoli.

- In merito al tè nero cinese affumicato Lapsang Souchong, asserisce che un tempo non veniva offerto alle donne. Ci spiegherebbe perché?
Sugli usi e costumi è difficile dare spiegazioni semplici che non tengano conto della storia di quel posto in quel tempo (perché in Europa fino a un paio di generazioni fa era considerato disdicevole che le donne fumassero per strada?). Nel caso del Lapsang Souchong, è un tè che ha un sapore fortissimo che, sempre per motivazioni di tipo culturale, non si riteneva adatto al più delicato palato femminile (per analoghe ragioni da noi, in genere, le donne non fumano sigari toscani).

- Molti amanti del tè verde sono soliti utilizzare le stesse foglie per due o più infusioni. Cosa perdono e cosa acquistano?
L’infusione ripetuta delle foglie del tè ha una lunga storia. Nacque per scopi non proprio nobili, quando il tè era venduto in locali appositi, come oggi i nostri caffè. Le foglioline che avevano già subito l’infusione venivano recuperate, messe a seccare e riproposte agli avventori, semplicemente per guadagnare più soldi. Poichè la cosa non era detta, si trattava di un tipico esempio di frode.
Anche nei mercati orientali, dove ancora oggi il tè è venduto sfuso, può capitare di acquistare tè che in realtà ha già subito una  prima infusione. Il problema è che, siccome durante l’infusione il tè perde parecchie sostanze colorate, la seconda infusione sarebbe molto più chiara e ciò permetterebbe di scoprire la frode. Così commercianti orientali con pochi scrupoli, aggiungono alle foglioline di tè esauste, dei coloranti artificiali spesso pericolosi per la salute, per ridare agli infusi successivi l’apparenza di primo infuso.
Detto questo, è vero che oggi molti praticano le infusioni successive non certamente per frode ma perché ritengono che, per esempio, così facendo il tè contenga meno caffeina. In realtà si tratta di una leggenda metropolitana e, di fatto, può capitare esattamente il contrario. [Chi vuole saperne di più può leggere il mio articolo pubblicato su http://www.teatime.it/doc/Tea-infusion.pdf ]
Le sostanze contenute nel tè si sciolgono ciascuna con una sua tipica velocità. Così, con una classica infusione da quattro minuti, nel primo tè alcune sostanze si scioglieranno prima e alcune rimarranno nelle foglioline. Nel secondo infuso il rapporto fra le varie sostanze disciolte sarà diverso da quello presente nel primo infuso e così si otterrà un tè dal gusto decisamente differente.

- Qual è il suo ricordo più bello legato al tè?
Le tazze di tè bevute presso una famiglia inglese quando da ragazzo andai in Gran Bretagna a studiare inglese, il tè con Salvatore Pellegrino di cui ho detto prima, tutti i tè che prendo a casa camminando, con mia moglie che (gioiosamente) si arrabbia perché non mi siedo mai a tavola, la telefonata di Riccardo Mancini che mi annunciò l’imminente uscita del libro…
Il tè non è un episodio, è un’abitudine quotidiana e si lega alla vita intera di una persona, al suo modo di essere piuttosto che a singoli eventi.

- Svelando verità e bugie appartenenti a molte credenze popolari, ha scardinato anche una delle convinzioni più radicate in fatto di tè: cosa intende quando dice che la teina non esiste?
Una cosa semplicissima, che la cosiddetta teina, in realtà è pura e semplice caffeina. Non ci sono due sostanze diverse ma una sola e poiché in chimica per chiamare una cosa si usa un solo nome, nel linguaggio della scienza si usa la parola caffeina perché la caffeina fu scoperta per prima nel caffè. Quando un chimico trovò una sostanza simile nelle foglie del tè, ovvero in una pianta del tutto diversa da quella del caffè, che cresce in zone completamente diverse, che ha una classificazione botanica del tutto differente, beh, non immaginava che potesse essere la stessa del caffè e allora la chiamò teina. Poi altri chimici più attenti si accorsero che invece si trattava della stessa sostanza e allora la parola teina sparì dal vocabolario scientifico, restando in quello degli appassionati di tè.
È un fatto nominale, l’alcaloide del tè e del caffè possiamo chiamarlo anche “pirulina” e non cambia niente, l’importante è che si sappia che è la stessa sostanza che dà al caffè e al tè le loro decise e ben note proprietà neurostimolanti.

- Di tè ne esistono molte qualità e tipologie. Lei afferma che per potersi orientare è necessario disporre di un sistema classificatorio: non crede che questo approccio possa sacrificare l’aspetto emotivo e istintivo pure indispensabili nell’atto della scelta?
Sicuramente sì, tant’è vero che neanch’io, senza libro alla mano, saprei orientarmi. Però siccome il libro voleva essere il più possibile completo, era necessario dare al lettore anche la classificazione commerciale dei vari tè. Anche perché può capitare di trovarsi davanti una scritta tipo Orange Pekoe e immaginare (come è capitato a un cameriere di un ottimo albergo in cui ero ospite) che si tratti di un tè all’arancia, mentre Orange indica solo il tipo di tè ed è legato al nome della storica famiglia regnante olandese, gli Orange.

- Negli ultimi anni si è creata una gran confusione intorno alle definizione di tè biologici e non. Qual è la differenza?
Da un punto di vista strettamente scientifico la definizione di cibo biologico, e quindi anche di tè biologico, non significa assolutamente niente. In pratica, oggi per biologico si intende un alimento cresciuto senza gli ausili dei prodotti chimici, fertilizzanti, antimicrobici, erbicidi, disinfettanti, eccetera.
Bisogna però stare attenti a non fare l’uguaglianza automatica biologico = sano. Questa è una tipica stupidaggine portata avanti da chi poco ha studiato o da chi ha precisi interesse economici a vendere i suoi prodotti piuttosto di altri.
In alcuni casi, non utilizzare antiparassitari, per esempio, facilita la crescita di muffe cancerogene sugli alimenti e allora è preferibile assumere piccoli quantitativi di pesticidi piuttosto che correre il rischio di un cancro.
Nel caso del tè senza pesticidi ci si potrebbe imbattere in raccolti di qualità assai scadente o nello sviluppo successivo di muffe nocive.
Un’ottima soluzione per avere alimenti di ottima qualità, spesso coltivati con pochissimi  o senza aiuti chimici ma con l’impiego di tecnologie alternative meno invasive e soprattutto la cui coltivazione è attenta ai diritti dei coltivatori, è quella di comprare gli alimenti del commercio equo e solidale. Nel libro se ne parla in diversi punti.

- Il titolo del libro recita: “Il tè. Verità e bugie, pregi e difetti”. Quali sono dunque secondo lei i pregi e i difetti? 
Pregi:
Il tè contiene la caffeina, una sostanza che, presa senza esagerare e da chi è sano, esercita un benefico effetto di neurostimolazione (fa sentire svegli e meno affaticati), stimola il cuore, aiuta la circolazione, secondo alcuni studi recentissimi aiuta il metabolismo degli zuccheri (ritarderebbe e contrasterebbe il diabete), facilita la digestione, e che ha tanti altri effetti positivi che troverete sul libro.
Il tè contiene polifenoli in grande quantità e del tipo migliore. Anche un piatto di verdura ne contiene, ma quelli del tè sono particolari e più efficaci come antiossidanti. I polifenoli sono infatti antiossidanti naturali ed esercitano una naturale  attività disinfettante, proteggono le cellule dai processi di invecchiamento naturale e, secondo alcuni studi recenti, rallenterebbero i processi di proliferazione tumorale. All’Istituto di Dermatologia dell’Immacolata di Roma alcuni dermatologi ne stanno effettivamente testando l’attività antitumorale.
Il tè contiene una sostanza, la teanina (non teina, ma teanina) che è un ansiolitico naturale che contrasta con l’effetto neurostimolante della caffeina. La teanina dà ai bevitori di tè una particolare  sensazione di benessere psicologico che una vecchia pubblicità aveva definito “la forza dei nervi distesi”.
Il tè contiene oli essenziali che hanno innegabili effetti disinfettanti e digestivi, oltre che grande piacevolezza gustativa.
Il tè è una bevanda calda e spesso (soprattutto quelli neri) zuccherata: fornisce le stesse calorie di un bicchiere di vino (le calorie vengono solo dallo zucchero), riscalda e aumenta l’attenzione. Accompagnato a qualche biscotto è un ottimo modo per fare colazione o merenda.
Difetti:
La caffeina, se si esagera o non si sta bene, può essere pericolosa per il cuore e per l’umore e ostacola il sonno.
I polifenoli sono amari e a molti non piacciono. Inoltre essi hanno un effetto astringente che può risultare fastidioso, come sapevano bene le nostre nonne che davano tè a chi soffriva di dissenteria.
Il tè nero contiene un colorante (la teorubigina) che gli dà il tipico colore rossastro aranciato. In eccesso può macchiare i denti tanto che un tempo veniva utilizzato per invecchiare artificialmente gli avori.Se non è di sicura provenienza il tè può contenere pesticidi o sostanze coloranti artificiali e dannose.
In conclusione, come sempre, la differenza fra pregi è difetti sta nella dose: non bisogna esagerare. Inoltre è bene ricordare che il tè è un alimento che facilita l’attenzione e il controllo di ciò che ci circonda. Per questo è stato per secoli un elemento fondamentale della filosofia Zen, che del perfetto autocontrollo fa un principio base della propria visione del mondo.
Il tè aumenta l’attenzione al mondo e la capacità di coglierne gli aspetti più minuti. È l’alimento per chi vuole restare sveglio, in tutti i sensi.

Un tè al Ritz

Recentemente, una cara amica mi ha regalato un libretto curioso: “Un tè al Ritz”, di Helen Simpson (Guido Tommasi Editore).
Sono circa 100 pagine in cui si declina il fascino del tè inglese, insieme ad una raccolta di ricette classiche che lo accompagnano. La consuetudine del tea time, profondamente diversa da quella orientale, viene descritta qui come simbolo dell’aristocrazia e delle classi abbienti.
È un tè pomeridiano tinto di rosa quello di César Ritz, che ha il merito di aver creato il primo hotel dove fu permesso alle giovani donne di prendere il tè da sole.
L’illuminazione garbata, color albicocca tenue, rende le persone più belle che nella vita reale.

Il tè al Ritz è servito in porcellane bianche e blu, e avvia il suo rito con un arcobaleno di tramezzini ripieni di 6 farciture classiche. Lo chef del Ritz che si occupa dei tramezzini impiega circa 3 ore a preparare la quantità necessaria per un pomeriggio.
Poco dopo la tavola si arricchisce con gli scones, da mangiare con panna e marmellata, le torte e i pasticcini.

Quella che ho scelto è una delle ricette più rappresentative del libro: vi consiglio di abbinarla ad un qualunque  Assam, tè nero vigoroso e pungente, ciò che la maggior parte degli inglesi si aspetta da una tazza di tè.

The Ritz’s special smoked salmon sandwiches

Ingredienti:
100 g di ritagli di salmone affumicato
150 ml di panna liquida
25 ml di whisky
mezzo cucchiaino di pepe bianco
una spruzzata di noce moscata
150 ml di panna densa
pane nero imburrato
50 g di fette sottilissime di salmone affumicato
spicchi di limone per servire

Tritate molto finemente i ritagli di salmone affumicato.
Incorporate la panna liquida e passate il composto in un colino schiacciando con il dorso di un cucchiaio di legno.
Incorporate, sbattendo, il whisky, il pepe e la noce moscata e mettete in frigorifero.
Montate la panna densa e incorporatela al composto freddo, poca alla volta. Spalmate la farcitura sulle fette di pane nero imburrato; poi sistemateci sopra con cura le fettine di salmone affumicato. Insaporite con un po’ di pepe bianco macinato al momento e chiudendo con altre fette di pane nero, schiacciate e tagliate via le croste.
Tenete i tramezzini coperti con un panno pulito, dopo averlo immerso in acqua fredda e strizzato, fino al momento di servire.
Servite con uno spicchio di limone.

100.000

Sento di non essere mai abbastanza brava con i ringraziamenti.
100.000 visite sono però un traguardo importante e per festeggiarle nella maniera più giusta voglio impegnarmi a lasciarvi il mio grazie, sincero ed emozionato.

Questo spazio, senza la vostra presenza, non avrebbe avuto vita così lunga; ogni giorno mi giungono, spesso inaspettati, la vostra stima e il vostro affetto.
Grazie perché condividete parte del vostro tempo con me, perché credete in quello che è stato un progetto coraggioso, perché mi sostenete.
Grazie a tutti coloro che mi leggono senza aver mai lasciato una traccia: mi avete sorpresa sempre ogni volta che siete comparsi da ogni dove.
Ringrazio ciascuno di voi per tutti gli apprezzamenti, per l’entusiasmo e per il calore.
La vostra vicinanza è preziosa; mi piace scrivere sapendo che ci siete. Come se suonassi il pianoforte in una stanza vuota avendo la certezza che al di là della porta qualcuno mi ascolta.
Grazie perché siete una fonte inesauribile di forza e perché con voi posso confrontarmi: il vostro interesse alimenta la mia passione e muove la mia curiosità.
Immaginare di far parte della quotidianità di migliaia di persone mi rende felice.

Un pensiero va a chi mi ha invogliata ad iniziare questo percorso e un abbraccio a chi mi ha aiutata a colorarlo.
Grazie anche a coloro che sono capitati qui per caso e che poi sono tornati.

Le parole sono l’unico mezzo attraverso cui in questi anni sono riuscita a donarvi qualcosa. Queste ve le lascio con la speranza di riuscire a donarvi oggi un’emozione.
Ancora grazie.

“Amo le cupe conifere, le rocce, l’idea di innalzarmi, il diminuire impercettibile della vegetazione a mano a mano che si sale, e l’aria sempre più rarefatta: sento che la natura si disincarna.
Andando, salendo verso le vette, vedo scomparire progressivamente villaggi, fattorie, strade, pali elettrici; ora, a perdita d’occhio, un paesaggio in cui mi delizio della solitudine, un luogo essenziale in cui posso essere me stessa, essere con me stessa e venire al mondo. Per me, la realtà ha sempre preso forma nella solitudine, sotto il segno del desiderio; nella solitudine, ho imparato che soltanto ciò che si desidera intimamente può avverarsi”.

(da Variazioni selvagge, Hélène Grimaud, Bollati Boringhieri)

Libri per Tè

La scrittura e la lettura si legano perfettamente all’universo del tè. Condividono il potere evocativo, conducono verso la calma, esaltano il culto della lentezza, celebrano il valore del dettaglio.
Numerosi scrittori si sono lasciati ispirare dal tè, o lo hanno scelto come pretesto intorno a cui far agire i propri personaggi, spesso con risultati molto piacevoli.
Quella che vi propongo è una selezione di titoli di vario genere, perché anche coloro che non amano bere il tè possano apprezzarlo attraverso il gusto delle parole.

- Bevendo il tè con i morti, di Livia Candiani, Viennepierre.
Una raccolta di poesie bellissime, un libro di alti contenuti.
“In India dove ho vissuto per un po’, quando ti succede, quando ti muore qualcuno, vengono a trovarti, le donne soprattutto, e siedono con te, ti circondano le spalle con un braccio, scuotono un po’ la testa, sussurrano: “Mmm, nnn, ntc, ntc…” sai quei piccoli versi per dire “Eh, non doveva andare così, ma è così che va…” e ti fanno il tè, o ti mettono uno scialle sui piedi”.

- Gli angeli preferiscono il tè, di Giusi Fioretti, Ennepilibri.
A metà tra un giallo e un fantasy, è un testo scorrevole e accattivante. Il titolo è un riferimento scherzoso alla condizione esistenziale dei protagonisti della storia che, come recita una filastrocca del romanzo “preferiscono il tè, lo preferiscono al me, di cui non sanno il perché essendo privi del Sé”.

- I giorni del tè e delle rose, di Jennifer Donnelly, Sonzogno.
Un romanzo di ampio respiro, delicato, ben scritto, che descrive una Londra molto suggestiva e che racconta dell’amore, di sogni e di speranza.

- Il profumo del tè alla menta, di Vittorino Mason, Nordpress.
Un romanzo semplice e sincero, il viaggio di chi in viaggio si sente già prima di partire, di chi atterra in un Paese che in qualche modo già gli appartiene.
“Le pagine di un percorso dove il profumo del tè alla menta ha pervaso di armonia ogni momento lasciandomi dentro un’indelebile sapore di poesia”.

- La luna lontana e il profumo del tè, di Don Lee, Kowalski.
Una narrazione molto raffinata per un noir ambientato in Giappone, che indaga il tema della ricerca della propria identità.

- Mi chiamo Sally, ogni tanto bevo una tazza di tè, di Silvana Turchi, Vele Bianche.
Un romanzo limpido con un ottimo ritmo, che esordisce sulle pianure della riflessione e che all’improvviso sale sulle vette di una montagna, metafora dei saliscendi della vita.
È la storia di un dramma familiare curato con la complicità di una natura intima e grandiosa.

- Caffè, tè, me?, di Trudy Baker, Rachel Jones, Donald Bain, Sperling & Kupfer.
Le autrici sono due ex hostess della Eastern Airlines che hanno realizzato quest’opera a sei mani con Donald Bain, da anni scrittore di best-seller e rinomato autore della serie televisiva La signora in giallo.
È un romanzo di humor, un salto indietro negli anni Sessanta, gli anni d’oro dell’aviazione civile, gli anni a cui si ispira questa vecchia e grossolana battuta: “Caffè, tè, me?” pronunciata dalle hostess entrando nella cabina di pilotaggio…

- Il tè delle streghe topoline, di Barberl Haas, Il Punto d’Incontro.
Una lettura avvincente adatta ai più piccoli, che narra di magia e di amicizia. Uno squarcio fantastico sul mondo delle streghe buone che ogni mercoledì pomeriggio si incontrano per bere il tè.

- Tè e tenerezza, di Katie Fforde, Polillo.
Un libro di narrativa femminile, i cui ingredienti principali sono la campagna inglese e uno spiccato romanticismo. Ha un passo lento e piacevole, e lo stesso calore di una tazza profumata in un pomeriggio d’inverno.

- Un tè alla salvia per Salma, Fadia Faqir, Guanda.
Un romanzo di grande attualità che descrive l’orrore di vite oppresse da codici d’onore arcaici e patriarcali. Un libro che non si riesce ad abbandonare, nato dalla penna di una donna impegnata sul fronte della tutela dei diritti civili delle donne nei paesi di religione musulmana.

- Una tazza di libri, uno scaffale di tè, Gianandrea Antonellis, Edizioni Il Chiostro.
Una raccolta di racconti dedicati ai libri che vanno gustati senza fretta, suggendoli parola per parola, frase per frase, come si farebbe con una calda tazza di tè.

- Pensieri del tè, Guido Ceronetti, Adelphi.
Il libro di un poeta, filosofo, traduttore, giornalista, drammaturgo e marionettista, la cui penna è tagliente e dissacratoria.
Una raccolta di aforismi il cui stile, a dispetto del titolo del libro che rimanda a momenti di calma e relax, segue un ritmo nervoso e incostante, particolarmente adatto alle tematiche affrontate.

- Un tè a Ramallah: diario di sei mesi di interposizione pacifica in Palestina, Aa.Vv., Editrice Berti.
È il diario di chi si è spinto nelle zone più remote e meno frequentate dai giornalisti. Un libro importante e controcorrente pubblicato con la rivista Terre di mezzo che mostra ciò che i grandi media non sanno o non vogliono vedere.

- Tè al rhum, Annalisa Rossi, Il Filo.
Prima pubblicazione della scrittrice, è un racconto appassionato e coinvolgente. Narra di sogni, ricordi e incertezze di una donna tesa alla perenne ricerca di qualcosa. Un omaggio al valore catartico della scrittura, che spesso aiuta a metabolizzare e comprendere molte scelte.

- L’alga del tè, di Simone Falorni, Tabula Fati.
Un racconto intrigante e avvincente con un finale a sorpresa.
“Come rifiutarsi, una volta ottenuto il dono? E cosa dare in cambio, che abbia altrettanto valore?”

- Il tè e l’amore per il mare, di Fazil’ Iskander, Edizioni E/O.
Un volume diviso in una serie di deliziosi racconti che rappresentano momenti di vita dello stesso personaggio. Un libro gradevole, adatto anche ai giovanissimi.
“Sentiva che il mare, che amava tanto, poteva essere crudele e indifferente, ma lo amava lo stesso, come si ama la vita, sapendo che può essere sia indifferente che crudele, e tuttavia aspettandosi ostinatamente da lei il miracolo della felicità”.

- Tre tazze di tè. La storia di un uomo che ha sconfitto il terrorismo…una scuola alla volta, di Greg Mortenson e David O. Relin, Nuovi Mondi Media.
Un libro prezioso, la storia vera di un uomo semplice che, da solo, promuove l’educazione e la cultura in alcune delle zone più povere e inaccessibili del pianeta.
“Una storia vera, di speranza e di emozione”.

- L’eleganza del riccio, di Muriel Barbery, Edizioni E/O.
Scritto da una donna con pensieri, emozioni, gesti molto femminili. Forse un romanzo più per donne che per uomoni in cui il tè è un appuntamento quotidiano dedicato a un’amica.
[Suggerito e recensito da Insula]