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Di natura e di fiori


Dilegua l’eco della campana del tempio;
persiste la fragranza delicata dei fiori;
ed è sera.

(Matsuo Basho)

La natura è il fulcro intorno a cui l’intera cultura giapponese si muove. È il tema centrale e costante dell’arte tradizionale, l’elemento distintivo degli haiku, del sumie, dell’ikebana, dell’architettura, del cibo. Tutte le forme culturali giapponesi si prefiggono l’obiettivo di una fusione armonica tra il soggetto e il mondo circostante.

I nuovi preziosi accessori, di esclusiva manifattura giapponese, disponibili da pochi giorni nella bottega virtuale, assecondano lo stesso principio: attraverso la scelta dei materiali, delle linee e delle decorazioni rappresentano un inno all’espressione della natura.


Le due teiere (kyusu yokode) sono opere del forno Banko-Yaki, uno dei più noti nel campo della manifattura tradizionale giapponese delle ceramiche. Il nome Banko-Yaki fu coniato da Nunami Rozan, un ricco mercante esperto di tè e appassionato di ceramica; proviene dal timbro con cui egli era solito firmare le sue pentole e i suoi piatti: “Banko fueki“, che significa ”resistente in eterno”. Era un concetto legato alla speranza di tramandare le sue ceramiche attraverso numerose generazioni, anche dopo la sua morte.
Sulla prima teiera è scolpita a mano una peonia, definita meravigliosamente dal poeta Corrado Govoni una “rosa incinta di rosso” e considerato dalle popolazioni asiatiche il fiore degli imperatori, i soli che potessero coltivarlo e coglierlo; ad impreziosire la seconda c’è invece una decorazione smaltata raffigurante gli steli, le foglie e il pannicolo della pianta del riso.

Questi due utensili sono invece i protagonisti del noto Chanoyu, la cerimonia del tè giapponese. L’uno è il chashaku, la spatola di bambù utile a prelevare il tè Matcha dalla sua scatolina e l’altra una bellissima chawan, la tipica tazza in cui il Matcha si prepara e si beve. Sono entrambi realizzati a mano, il primo da Nakata Kizo, un esperto artigiano di frustini di bambù (chasen) nato nel 1940 a Takayama, Ikoma, prefettura di Nara; la seconda, prodotta a Seto nella prefettura di Aichi, da artigiani che lavorano le ceramiche di Shino, uno degli stili della provincia di Mino del tardo 16° secolo, noto in Giappone per il caratteristico smalto.
Questa chawan necessita di una temperatura di cottura bassa e di un lento processo di raffreddamento che non consente allo smalto di sciogliersi totalmente: il risultato è una particolarissima glassa densa che al tatto risulta irregolare e fluttuante. E a conferma dei richiami agli elementi della natura, anche la decorazione di questa tazza ricorda delle foglie, che al tempo stesso sembrano anche caratteri, quasi a sottolineare che la calligrafia, perché sia bella, è necessario riproduca forme simili a quelle prodotte dalla natura.
Il susudake chashaku è ricavato invece dal bambù di antichi soffitti di case di paglia, dove ha acquisito un colore ramato assorbendo per molti decenni il fumo dell’ “irori”, il tradizionale focolare incassato nel pavimento nelle case giapponesi. Questo colore naturale bruno-dorato lo rende un accessorio rarissimo e prezioso rispetto ai consueti chashaku.

In ricordo della tradizione giapponese, dei riferimenti alla natura e del valore della bellezza, coloro che acquisteranno i primi pezzi dei quattro accessori sopra citati (e anche quest’altra meravigliosa chawan), riceveranno in omaggio una coppia di fiori giapponesi realizzati a mano con carta washi dalla talentuosa Miyako Kato (che tempo addietro ha già elaborato per Insieme a Tè delle bellissime agendine settimanali).
I fiori sono protagonisti indiscussi della cultura nipponica: il Giappone detiene il primato mondiale per la varietà di alberi di ciliegio, ne conta circa 200 specie. Le donne conservano i fiori in barattoli e li servono in bevande bollenti che preparano per occasioni speciali; le popolazioni pianificano con estrema cura le proprie escursioni per non perdere la fioritura degli alberi di fiori di ciliegio.
Anche il crisantemo è un fiore rappresentativo dell’impero del Sol Levante, sta a simboleggiare pace, serenità, lunga vita. Ed è anche nome di donna, Kiku. Ancora oggi, a Hirakata in provincia di Osaka, si allestiscono esposizioni di bambole di crisantemi, che riproducono per lo più attori del teatro kabuki e che solo in pochissimi artigiani ormai sanno produrre.
Lo stesso dicasi per la peonia, per il fiore di loto, il glicine, la nandina, il cui nome in Giappone si pronuncia come le parole “difficoltà” e “cambiamento” e per questa ragione si crede abbia la facoltà di scongiurare la sfortuna.

Ebbene questo omaggio sintetizza tutti questi significati, simboleggia universalmente un nuovo inizio. Potrete applicare questi fiori all’asola della giacca, utilizzarli come segnalibri o per adornare la tavola, insinuarli tra i capelli per un’acconciatura inusuale, incastonarli o avvilupparli ovunque desideriate. L’armonia e la freschezza dei colori diventeranno la vostra armonia, il recupero della vostra freschezza.

Novità in Puglia e in Giappone

Mancherò qualche giorno perché andrò a Gragnano (NA) a seguire il Master del tè.
Nell’attesa di potervi raccontare quanto appreso, vi lascio una ricetta finger food velocissima in cui i sapori tipicamente meridionali sorreggono e arricchiscono quelli orientali in modo originale e stuzzicante. L’idea nasce infatti per accompagnare una tazza di Genmaicha Hanafubuki o Houjicha Kaori Fumi: nelle cene improvvise, per un aperitivo sfizioso, a merenda o per un brunch innovativo.

Crocchette J’improvise

Ingredienti:
- 1 mozzarella fresca
- 6 taralli pugliesi medi all’olio di oliva con semi di finocchio
-  25 g di burro
- rosmarino fresco q.b

Tagliate la mozzarella a tocchetti e frantumate i taralli in un mortaio. Amalgamate in una ciotola questi due ingredienti con le mani. Rosolate subito dopo in una padella antiaderente i 25 g di burro insieme al rosmarino, fino a farlo imbiondire.
Prendete l’impasto con un cucchiaio per poi passarlo in un altro (formate delle quenelle), oppure prendete il composto e lavoratelo con le mani fino a ottenere delle crocchette.
Cuocete le crocchette nel burro aromatizzato al rosmarino per pochi minuti (girandole almeno una volta), finché non risulteranno dorate. Servite ancora calde (e filanti).

Rimanendo in Giappone, colgo l’occasione per comunicarvi che da pochissimi giorni la categoria “Accessori” della bottega virtuale si è ampliata grazie all’inserimento di due nuovi prodotti esclusivamente orientali: il chasen e il set 3 pezzi per la preparazione del tè Matcha.

Rimanendo in Puglia invece, vi lascio due accenni di alcune nuove proposte che si affacceranno nella bottega nei prossimi mesi: una confettata realizzata e adornata artigianalmente per una coppia di sposi di Bari e un pensiero-ricordo realizzato, sempre artigianalmente, per il primo compleanno del mio nipotino, dedicato agli invitati della sua festicciola.




Torno presto. Vi abbraccio.

Un classico moderno: tofu al tè verde

Logo sol levanteSe si desidera esplorare il repertorio gastronomico giapponese, allora si passerà da famose specialità come la ざるそば zaru-soba fino ad arrivare allo 冷奴豆腐 hiyayakko-doofu, ossia blocchetti di tofu freddo conditi semplicemente con cipollotti verdi tritati, una punta di wasabi , dello zenzero grattugiato ed un goccino di salsa di soia. E non tralasciamo nella nostra lista gli eleganti 素麺 soomen, ovvero sottilissimi spaghettini di farina di frumento, serviti quasi sempre freddi, guarniti da cipollotti e zenzero giapponese (茗荷 myooga) e accompagnati da un gustosissimo condimento a base di salsa di soia e dashi. Insomma, un vero ed irrinunciabile classico della cucina giapponese.
Anche nel reparto dolci non mancano appetitose soluzioni. Senza bisogno di scomodare gelati e yogurt che sono dopotutto prodotti di origine occidentale, è senz’altro più curioso esplorare la tradizione pasticcera giapponese così inaspettatamente ricca di specialità come ad esempio la celebre あんみつ anmitsu, ossia una sorta di macedonia a base di frutta fresca tagliata a fettine (generalmente pesche, albicocche, mandarini, ecc.), cubetti di gelatina di agar-agar (nota in giapponese col nome di 寒天 kanten), ed una generosa cucchiaiata di marmellata dolce di fagioli azuki.
Ma passeggiando lentamente per le corsie di un supermercato, in un afoso pomeriggio di pioggia in cui la voglia di lasciare i locali condizionati del luminoso centro commerciale della mia zona era nulla, ne ho approfittato per esplorare con molta calma il reparto frigo, ed è lì che ho scoperto un invitante prodotto: il 抹茶とうふ maccha-toofu, ovvero il tofu aromatizzato al tè matcha. Naturalmente non me lo sono lasciato scappare e ho immediatamente acquistato quel blocchetto dall’aria appetitosa con l’intenzione di assaggiarlo e di parlarne ai lettori di questo bel sito e amanti del tè.
Si tratta dunque di un tofu in piena regola, ossia preparato con latte di soia e にがり nigari (l’agente coagulante usato per tradizione e composto da cloruro di magnesio) e aromatizzato con una generosa dose di tè matcha.

Tofu_Matcha
Questo tofu va servito freddo e volendo lo si può cospargere di 黒みつ kuromitsu, uno sciroppo dolce preparato con zucchero di canna di Okinawa. Nella confezione è già inclusa una bustina di questo aromatico sciroppo scuro e quindi è possibile assaggiare questo tofu verde sia al naturale che arricchito da qualche goccia di kuromitsu.
In entrambi i casi non si rimarrà indifferenti al sapore delicato ed alla consistenza vellutata di questo tofu rivisto in chiave classica eppure così moderna. Immaginate la cremosità del tofu fresco abbinata all’aroma squisitamente verde ed amarognolo del matcha. E adesso immaginate il tutto condito da qualche goccia di un miele ambrato e dalla dolcezza che ricorda vagamente un abbraccio tra il caramello e la liquirizia.

お茶はいかがですか。O-cha wa ikaga desu ka? Vi andrebbe una tazza di tè?

Gli altri articoli di Tsubaki:
Il mugicha: l’estate in Giappone
- Ochazuke: un incontro perfetto tra riso e tè
- Un tè da Kazuha
- Una pausa da Yamaguchi-ya
- Una merenda invernale: dorayaki e hoojicha
- La cultura del tè in Giappone e il sencha

Il mugicha: l’estate in Giappone

Logo sol levanteIn Giappone esiste un tipo di tè che – si dice – vanti una storia ancora più antica e più nobile rispetto a quella del tè verde: 麦茶 il mugicha (si pronuncia mughicià), ossia il tè d’orzo tostato.
Pare che il mugicha fosse una delle bevande estive predilette dagli aristocratici del Periodo Heian (794-1192 circa). La sua popolarità è continuata nei secoli successivi, rimanendo la bibita favorita non solo degli aristocratici, ma conquistandosi un posto speciale anche nel cuore della gente comune.
Nel Periodo Edo (1603-1867) il mugicha era diventata una bevanda così conosciuta ed apprezzata da un numero sempre crescente di persone che iniziarono persino a diffondersi i venditori ambulanti di questo tè. Queste attività viaggianti erano note col nome di 麦湯売りmugiyu-uri, ovvero vendita di tè d’orzo tostato.

Mugicha

Ancora adesso il mugicha rimane una delle bevande più amate dai giapponesi, soprattutto in estate quando l’afa e l’umidità sembrano prosciugare tutte le forze e le energie. Non a caso, infatti, il mugicha appare sugli scaffali dei supermercati verso i primi di giugno per poi ritornarsene nell’oblio verso la fine di settembre.
È interessante notare come il mugicha in Giappone venga servito quasi solo ed esclusivamente freddo, e per questo è considerata la bevanda tradizionale estiva per eccellenza. Il tè verde invece viene raramente servito freddo, anche in estate, mentre in Corea il mugicha si consuma freddo in estate e caldo in inverno.
Alcuni giorni fa sono stata invitata a casa di una mia amica a prendere un tè e sul suo tavolo mi aspettava proprio una refrigerante tazza di mugicha freddo accompagnata da un classico wagashi estivo: 水羊羹 mizu-yookan, ossia una gelatina preparata con marmellata di fagioli azuki, agar-agar e zucchero.
Sebbene il mugicha si trovi sfuso, la maggior parte dei giapponesi preferisce acquistarlo in pratiche bustine che si possono utilizzare sia per le infusioni a caldo che a freddo. L’infusione a freddo, in particolare, permette una preparazione rapidissima e semplice e che prevede l’uso di una bustina di mugicha imbevuta in un litro d’acqua fredda (la dosa d’acqua si può variare in base ai gusti). Il tutto viene poi lasciato riposare per circa un’ora, dopodiché la bevanda è pronta per essere gustata, naturalmente senza né zucchero né dolcificanti di alcun genere.

Mugicha2

Ho aperto una delle bustine per mostrarvi com’è fatto il mugicha. Come vedete, si tratta soltanto di orzo tostato e frantumato. Il sapore ricorda molto quello di un caffè annacquato e sebbene questo paragone non sia molto invitante, vi posso assicurare che è delizioso.

Il mugicha però non è solo un eccellente rimedio contro l’afa della terribile estate giapponese, a quanto pare è un ottimo toccasana anche per chi soffre di stress. Inoltre, grazie alla totale assenza di caffeina, è un’ideale bevanda anche per i più piccini perché disseta in modo naturale senza stimolare il sistema nervoso.
Come sempre, le cose più semplici rimangono le migliori.

お茶はいかがですか。O-cha wa ikaga desu ka? Vi andrebbe una tazza di tè?
Tsubaki


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- Ochazuke: un incontro perfetto tra riso e tè
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- Una pausa da Yamaguchi-ya
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Ochazuke: un incontro perfetto tra riso e tè

Il riso e il tè verde sono indissolubilmente legati all’immagine del Giappone perché sono due elementi fondamentali dell’alimentazione quotidiana di questo Paese. Il riso al vapore, per esempio, è protagonista di tutti i pasti della giornata, inclusa la colazione; il tè verde non solo accompagna la colazione, il pranzo e la cena, ma è anche una bevanda consumata regolarmente a qualunque ora del giorno e della notte.
Riso e tè verde sono, dunque, ingredienti deliziosamente giapponesi e l’uno non potrebbe esistere in armonia senza l’altro.
Non deve quindi stupire l’esistenza dell’ochazuke お茶漬け (tradotto non letteralmente significa a bagno nel tè verde), una zuppa di riso bianco al vapore innaffiato con tè verde caldo.
Questa delicata zuppa, sebbene sia molto semplice da preparare, racchiude in sé il sapore più puro e autentico della cucina giapponese e può essere una tappa interessante per chi si sente affascinato dalla gastronomia nipponica.           


L’ochazuke è un piatto molto confortante e per questo molto amato nelle giornate fredde o quando ci si ritrova lo stomaco sottosopra in seguito ad un’influenza, un pasto troppo abbondante o un consumo eccessivo di alcolici. Insomma, un vecchio e semplice rimedio che saprà farvi ritornare il buonumore.
Le dosi sono approssimative poiché questa è una ricetta nata dal bisogno di utilizzare avanzi di riso del giorno stesso o di quello prima, quindi vi consiglio di andare ad occhio a seconda del vostro appetito.
Naturalmente gli ingredienti da non saltare assolutamente sono il riso al vapore e il tè verde, ma per il resto sentitevi autorizzati ad essere creativi.  Pur non essendoci una ricetta precisa per l’ochazuke, in genere alcuni degli ingredienti tipici sono l’alga nori, cracker di riso sbriciolati, prugne umeboshi, polpa di salmone cotto. In alternativa, sono ottimi anche i semi di sesamo, prezzemolo, cipollotti verdi, polpa di tonno cotto, wasabi, gamberetti, qualche tocchetto di pollo alla griglia.  

Ingredienti per una persona:

  • Una tazza scarsa di riso al vapore (il Vialone Nano è la varietà più simile al riso giapponese)
  • Tè verde q.b. (qualunque varietà va bene, ma consiglio del sencha o del bancha. Da evitare assolutamente il matcha)
  • Una prugna umeboshi
  • Alga nori sbriciolata oppure tagliata a listarelle
  • Un cucchiaino di cipollotto verde tritato
  • Un cucchiaino abbondante di polpa di salmone cotto

     

Il riso per l’ochazuke è bene che sia caldo o almeno tiepido, quindi se state usando degli avanzi freddi riscaldateli velocemente prima di riutilizzarli.
Mettere il riso in una scodella e versarvi sopra il tè verde caldo e appena preparato.
Infine, guarnire il tutto con la polpa di salmone, il cipollotto tritato, l’alga nori e l’umeboshi. Se necessario, regolare di sale.
Buon appetito! O come si dice da queste parti, いただきます!Itadakimasu!

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Tsubaki

 

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Un tè da Kazuha

Poco dopo il mio arrivo qui in Giappone, iniziai a frequentare, in compagnia di una cara amica pianista, una piccola e accogliente sala da tè dal nome poetico: 一葉 Kazuha, ossia una foglia.
Ero sempre emozionata all’idea di poter trascorrere un’oretta o due in compagnia della mia amica e di una tazza di tè pregiato servito assieme a piccoli wagashi artigianali; era una di quelle piacevoli abitudini a cui ci si affeziona e a cui non si rinuncia tanto facilmente. Ma la vita a volte va così e ciò che ci sembra non poter mutare nel tempo riesce poi, tra i mille impegni della vita quotidiana, a scivolare in quel “rimandatoio” dove vanno a finire tutte le cose che si rimandano sempre ad un futuro prossimo.
Tornai di nuovo da Kazuha una domenica pomeriggio assieme a mio marito, ma non sapevo che sarebbe passato molto tempo da allora alla mia visita successiva. Così un paio di giorni fa, passando davanti una bancarella di tè sfusi, mi sono ritrovata avvolta in una dolce nuvola profumata: era la fragranza dei tè giapponesi, un effluvio verde, acerbo e speziato al tempo stesso. Quell’odore mi ha immediatamente riportato alla mente Kazuha. Era ora di ritornarvi.
Ho regalato sia a me che a mia sorella una rilassante pausa in quell’accogliente locale. Mia sorella ha assaporato del prezioso tè 狭山 Sayama, una varietà di tè verde con alle spalle una storia di almeno ben otto secoli. Il Sayama, proveniente dalla Prefettura di Saitama, viene prodotto in modeste quantità ed è al giorno d’oggi una varietà di tè apprezzata da una stretta cerchia d’intenditori: il suo sapore deciso e sorprendentemente amarognolo mette in soggezione i più. 


L’intenso Sayama è stato accompagnato da un classicissimo dessert giapponese, 白玉ぜんざい shiratama-zenzai però in versione primaverile: gelato, pasta di fiori di sakura (fiori di ciliegio), un tocco di fagioli azuki, qualche pallina di farina di riso, il tutto adagiato su di uno strato di gelatina di petali di sakura.
Io invece ho scelto un 茎茶 kukicha e più precisamente un kukicha di Kyoto. Ho accompagnato il mio leggerissimo tè con due わらびもち warabi-mochi spolverati di kinako (farina di soia tostata) e matcha in polvere. I warabi-mochi sono piccole gelatine morbide preparate con un tipo di amido estratto dalle piante di felce, in particolar modo dalla felce aquilina.
Da Kazuha il tè viene già servito nelle tazzine e a parte vengono portati un thermos pieno d’acqua calda, una tradizionalissima 急須 kyuusu (la classica teiera giapponese) ed una scodella di terracotta nera dentro cui si versa un po’ d’acqua calda prima di versarla, a sua volta, nella teiera. Quest’operazione, apparentemente inutile, svolge in realtà due funzioni: la prima è puramente estetica ed evita di avvicinare un comunissimo thermos di plastica ad una teiera di pregio, tenendo così lontano un contrasto decisamente stridente; la seconda, invece, è molto più pratica e permette di raffreddare leggermente l’acqua affinché questa non aggredisca le delicate foglie di tè con la sua temperatura.
  


Quello del tè da Kazuha è un rituale che mi regala serenità, una serenità che sono contenta di aver potuto trasmettere anche a mia sorella. Sorseggiare una tazza di tè è come rallentare le lancette dell’orologio, assaporando così ogni singolo istante, senza ingordigia e senza fretta.

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Tsubaki

 

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La cultura del tè in Giappone e il sencha 

Una pausa da Yamaguchi-ya

Non mi serve andare tanto lontano per poter degustare, e magari anche acquistare, del buon tè. Qui in Giappone il tè è la bevanda principe che, seppur messa a dura prova dal caffè, riesce a proteggere tenacemente il suo ruolo all’interno della società giapponese.
Assieme al numero sempre crescente di caffetterie, coffee shops (famosissimi i locali monomarca Segafredo e Lavazza), e lussuosissime sale da tè inglese, le tradizionali botteghe di tè indigeno continuano ad offrire i loro prodotti sia alla popolazione locale che ai turisti curiosi.
In un qualunque quartiere del Giappone, assieme alle immancabili 豆腐屋 toofu-ya (botteghe di tofu), s’incontrano almeno un paio di botteghe del tè, che oltre a vendere numerose varietà di tè nazionale, generalmente dispongono anche di utensili per la sua preparazione (teiere, colini, tazzine, ecc.), e alga nori. La vendita di alga nori nelle botteghe di tè è molto diffusa, perché pare che solo attraverso questi negozietti, e non tramite la grande distribuzione, si riesca ad ottenere la miglior qualità di entrambi i prodotti.     

 
Le botteghe del tè sono onnipresenti addirittura all’interno di grandi centri commerciali e supermercati, offrendo così la possibilità ai clienti di non rinunciare ad un momento di antica tradizione nemmeno nel bel mezzo di un frenetico shopping moderno.
Nel mio quartiere, ad esempio, ci sono due botteghe del tè, una delle quali si trova proprio all’interno dell’UNY, un centro commerciale che ospita al suo interno un supermercato più negozi di telefonia mobile, abbigliamento, casalinghi, cosmetici, ecc.
山口屋  Yamaguchi-ya è il nome di questa piccola bottega che, nonostante sia davvero microscopica, riesce sempre ad attirare folti gruppi di clienti grazie al suo fornito assortimento di tè e grazie anche alla disponibilità e gentilezza di 山口さん Yamaguchi-san, la proprietaria, che con il suo cordiale ed accogliente sorriso invita chiunque ad assaggiare gratuitamente una delle varietà di tè da lei consigliate.
E con l’insistente pioggia che in queste ultime settimane ha ingrigito un po’ tutta la prefettura del Kanagawa, una pausa da Yamaguchi-ya è sempre ben accetta.
Proprio alcuni giorni fa sono passata a dare un’occhiata – ed un’annusata – alle nuove miscele di tè, curiosando fra i tanti e fragranti frutti che prolifiche piantagioni come quelle di Shizuoka o di Uji regalano agli appassionati del tè, deliziandoli con i loro ventagli di profumi e colori.
Yamaguchi-ya era, come al solito, circondata da un nutrito numero di clienti ansiosi di assaggiare alcune delle nuove miscele primaverili, tra cui un pregiatissimo tipo di 煎茶 sencha di nome 春野の茶 haruno no cha (tradotto in italiano: tè di campo primaverile) di agricoltura biologica controllata, proveniente dalle piantagioni Yamatomo, nella prefettura di Shizuoka.
Come sempre, la signora Yamaguchi prepara una tazza di tè per tutti, prendendo un po’ d’acqua calda dal suo 釜 kama (teiera di ghisa) aiutandosi con un ひしゃく hishaku o mestolo di bambù. 


Il sapore di questo haruno no cha mi riporta indietro nel tempo, regalandomi ricordi di spensierati giri in bicicletta, assieme a mia nonna, attraverso i verdi campi della campagna torinese baciata dalla confortevole e delicata luce del tardo pomeriggio. Un sapore puro che si trasforma prima in un ricordo e poi in un malinconico sorriso.
E con queste rievocazioni d’infanzia scaturite da un sorso di tè, v’invito ad andare alla ricerca di buon tè giapponese con cui allietare le vostre giornate.   

お茶はいかがですか O-cha wa ikaga desu ka? Vi andrebbe un po’ di tè?
Tsubaki

 

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