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Il terrorismo mediatico: Renata Pisu e “La fine del tè”

Il 20 giugno 2011 è stato pubblicato sul noto quotidiano La Repubblica un articolo redatto dalla giornalista Renata Pisu in merito al tè verde giapponese e a ciò che è accaduto a Fukushima. Devo a Paola Ghirotti l’opportunità di esserne venuta a conoscenza.
È un articolo che ho riletto più volte, che ho stampato, osservato con estrema attenzione e su cui ho riflettuto a lungo. Ne trovate il testo integrale qui.
Prima di condividerlo con voi oggi, ho ritenuto di volerlo condividere con numerose Associazioni che promuovono scambi culturali tra Giappone e Italia (Istituto Giapponese di cultura, Fuji, Sakura, Iroha, Lailac, Aretè, Nipponica, Fondazione Italia-Giappone, Istituto italiano di cultura a Tokyo, Comitato per Ishinomaki), con l’Ambasciata italiana a Tokyo, con l’ente semi-governativo JETRO, con la community italiana Tea Time che si definisce il primo sito italiano dedicato al mondo del tè, con le scuole che organizzano cerimonie del tè giapponese in Italia, con l’Associazione Italiana Cultura del tè, con alcuni blogger italiani che vivono in Giappone, con produttori e distributori giapponesi di tè e con colleghi importatori che gestiscono boutique specializzate nella vendita di tè in foglia in vari luoghi d’Italia.
Ciascuna di queste persone ha investito tempo ed energie in termini sia pratici che emotivi, al fine di promuovere e diffondere la cultura del tè in Italia, ognuno con i propri mezzi; la Sig.ra Pisu ha citato “la perdita di identità e cultura“, ha affermato che le “esportazioni del tè sono ferme“, che “ora non si berrà più tè in Giappone“, che “il tè rischia la messa al bando totale“, che si stanno compiendo “cerimonie dell’addio”. Ebbene le testimonianze di tutti coloro che hanno ritenuto di rispondere alla mia sollecitazione e che per questo ringrazio (le ho raccolte in questo documento in continuo aggiornamento) si sono rivelate preziose al fine di confutare ognuna delle asserzioni della giornalista, che scoprirete prive di ogni fondamento. Vi invito a leggere l’intero documento perché tutte le testimonianze esprimono punti di vista interessanti e degni di nota, possono aiutarvi a comprendere meglio come funzionano alcuni meccanismi che ruotano intorno al mondo del tè (le testimonianze dei produttori giapponesi sono state naturalmente tradotte dall’inglese).
Sono ferita e profondamente irritata da quanto scritto dalla Sig.ra Pisu, ritengo sia stato commesso uno sbaglio grave, grossolano, di imperdonabile superficialità. Se commettessi l’errore di mostrarmi indifferente, rischierei di confondere, spaventare e probabilmente allontanare tutti coloro per la cui fiducia e per il cui interesse ho lavorato fino ad oggi.

Ci sono diverse parole chiave a proposito delle quali desidero esprimere un’opinione, perché ritengo possano essere motivo di confusione, di tendenziosità. Insinuare dubbi, incutere paura, senza per altro citare alcuna fonte direttamente verificabile, trovo sia un atto di rara vigliaccheria, di chiara scorrettezza.
Fare informazione richiede un’assunzione di responsabilità non trascurabile, perché avere la possibilità di arrivare nelle case di centinaia di migliaia di persone significa potenzialmente condizionare i loro pensieri e le loro azioni, che a loro volta potenzialmente influenzano pensieri e azioni di altre persone ancora, fino ad arrivare a caratterizzare il Paese, a definirne il costume, lo spessore, la sensibilità.

Il termine “avvelenata” significa letteralmente “uccisa dal veleno, velenosa”, ossia una sostanza che causa gravissimi danni, perfino la morte (cit. dal Dizionario della lingua italiana). Associarla al tè, per altro all’interno del titolo dell’articolo, trovo sia scorretto, ingiusto. È la prima informazione falsa a cui seguono decine di altre informazioni false, inanellate senza alcun criterio, né cognizione di causa.
Ad oggi non è stato registrato alcun caso in nessuna zona del Giappone che abbia mai certificato gravissimi danni o la morte di persone che abbiano ingerito tè verde dopo l’accaduto dell’11 marzo.
Parole come “crollare“, “psicosi“, “perdita di identità“, “fine“, “addio“, “danno“, “messa al bando” non registrano una notizia, non informano in merito ad un evento, bensì alludono, giudicano, insinuano, sentenziano. Non posso pensare che una professionista della parola non conosca i significati di questi termini; posso solo pensare che abbia scelto di utilizzarli coscientemente. Sulle ragioni per cui lo abbia fatto preferirei sorvolare.
È inesatto affermare che le esportazioni sono ferme, che anche in Europa non si berrà più tè, perché come dimostrano anche le testimonianze di importatori ed esportatori contenute nel documento che ho redatto, il tè continua ad essere commercializzato e bevuto regolarmente, in Giappone e in Italia, dai grossi distributori ai piccoli negozi, dalle case private ai luoghi di aggregazione.
Ci sono naturalmente delle condizioni più rigide a cui il tè è sottoposto rispetto al passato, perché possa arrivare nelle nostre tazze. Prima tra tutte, è necessario che ottenga il nullaosta sanitario dal nostro Ministero della salute e che rispetti il regolamento di esecuzione (UE) N. 351/2011 della Commissione del 23 maggio 2011 (che modifica il regolamento N. 297/2011 datato l’11 aprile) che impone condizioni speciali per l’importazione di alimenti originari del Giappone o da esso provenienti, a seguito dell’incidente alla centrale nucleare di Fukushima [ qui trovate il testo integrale del regolamento].
Per ottenere il nullaosta sanitario, al momento dell’ingresso nel territorio nazionale (nei porti, aeroporti e dogane interne), tutte le partite di merci di interesse sanitario, compresi quindi gli alimenti di origine non animale destinati al consumo umano, provenienti da Paesi extra-europei, devono essere sottoposte ad un controllo igienico-sanitario a cura dell’Ufficio di sanità marittima e aerea (USMAF) competente territorialmente.
Direttamente sulla merce quindi, il personale tecnico dell’USMAF, presa visione della documentazione d’origine che deve necessariamente accompagnare ogni importazione, effettua controlli sanitari (documentali, ispettivi e/o analitici) utili ad evitare che prodotti contaminati, adulterati, tossici o comunque non rispondenti alle normative sanitarie vigenti, possano essere commercializzati in Italia e negli altri Paesi dell’Unione Europea. Al termine di tali controlli, l’USMAF, verificata la non pericolosità della merce, rilascerà il Nulla Osta all’importazione, documento che ne permetterà l’introduzione nel territorio comunitario. E a conferma di quanto scritto, vi allego l‘immagine che mostra la tracciabilità del pacco contenente i tè giapponesi che sto attendendo da Uji (Kyoto) a mezzo di corriere espresso EMS. A differenza delle spedizioni precedenti l’11 marzo, adesso è comparsa la nuova dicitura: “Awaiting presentation to customs commissioner” ( trad. “In attesa di essere presentato al commissario di dogana”).

Sarebbero molte le cose da dire, da specificare, analizzare e spiegare, ma correrei il rischio di diventare prolissa. Mi limito pertanto alle più importanti, a quelle più indispensabili.
Lasciare intendere che il tè in Giappone è prodotto esclusivamente a Shizuoka è inesatto; in Giappone si coltiva e produce tè in molte altre zone, come Saitama, Mie, Kagoshima, Fukuoka e Kyoto (Uji, Kyotanabe).
Affermare che “sul tè si è costruita una cultura” è quantomai riduttivo: il Giappone ha edificato la sua identità culturale anche attraverso l’arte pittorica, la letteratura, la poesia, la tradizione musicale, la tradizione artistica artigianale della ceramica, il teatro, il cibo, il culto dei fiori.
L’asserzione “il tè giapponese è un tè che si vuole migliore di qualsiasi altro tè” rasenta l’assurdità. Mi chiedo chi lo voglia, dove lo voglia, perché. È un’affermazione che non significa nulla. Non esiste un tè migliore in assoluto, i criteri di giudizio per definire un tè sono molteplici, spaziano dalla metodologia di raccolta, alla tipologia di lavorazione, alla modalità di consumo, fino ad arrivare al gusto personale. Ci sono varie eccellenze in fatto di tè anche in Cina, a Taiwan, in India e mi sorprende che la Sig.ra Pisu non abbia avuto occasione di scoprirlo, dato che nel corso della sua carriera ha prestato particolare attenzione all’Asia orientale (ma forse non al tè).

(Immagine tratta dall’album di Morten Rand-Hendriksen)

La cerimonia del tè non serve a “riassumere la concezione estetica del Giappone“, le simbologie ad essa collegate hanno significati molto più profondi di quelli espressi dalla giornalista.
Il Cha no yu vanta una tradizione antichissima, una produzione letteraria a riguardo estremamente corposa, una lunga dinastia di maestri che vi hanno dedicato la vita; la cerimonia del tè è un’arte, intimamente connessa con la spiritualità. I suoi principi fondamentali si esprimono attraverso l’armonia tra le persone e la natura, il rispetto verso le cose e la gratitudine per la loro esistenza, la purezza interiore. Durante la cerimonia del tè giapponese si agisce l’uno per l’altro per raggiungere il solo scopo di creare un istante di perfetta armonia.
La ricerca della semplicità è voluta, l’intera cerimonia è un inno alla frugalità (dal luogo in cui si svolge, ai gesti, agli allestimenti, agli oggetti utilizzati); dunque l’affermazione della giornalista “vasellame raffinato, anche se di fattura apparentemente semplice” risulta inadeguata, spicciola, pressappochista, oltre che indicativa di scarsa conoscenza della materia. La sua visione che ne deriva è di pura forma, come del resto l’intera impostazione dell’articolo.

Concludo lasciandovi qualche spunto utile che potete approfondire anche da soli qualora vogliate.
Marco Casolino, autore del libro “Come sopravvivere alla radioattività“, Ed. Cooper, primo ricercatore presso l’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) e parte del team del RIKEN, ha redatto due articoli estremamente interessanti nel suo blog che vi esorto a leggere con attenzione: questo datato il 26 giugno e questo datato il 30.
Il comunicato stampa del Ministero giapponese della salute edito il 2 giugno 2011 ha emesso una restrizione della distribuzione degli alimenti (con particolare riferimento al tè) prodotti solo nelle prefetture situate nei pressi di Fukushima: Ibaraki, Kanagawa, Chiba, Tochigi. [se desiderate leggere tutti i dettagli, qui trovate il testo integrale del comunicato].
Nel complesso, pare siano stati effettuati finora più di 3.300 controlli in tutto il Giappone orientale (vi invito a leggere questo documento, con particolare attenzione alle pagine 21-25).
Il 12 maggio 2011 sono stati registrati e comunicati dati allarmanti sulle foglie di tè prodotte a Minamiashigara (e nelle vicinanze dove sono situate anche Odowara, Kiyokawa, Yugawara, Aikawa e Manazuru), nella parte occidentale della prefettura di Kanagawa (a 250 km dalla centrale nucleare di Fukushima). Le misurazioni hanno svelato dai 530 ai 780 becquerels/Kg di cesio radioattivo, mentre i limiti di legge sono fissati a 500 bq/Kg. Il governo centrale ha dunque chiesto alla prefettura, alle amministrazioni municipali e alle cooperative locali di agricoltori di bloccare volontariamente la vendita delle foglie di tè e i primi ad aderire alla richiesta sono stati proprio i contadini che lavorano nelle piantagioni del villaggio di Kiyokawa, i quali hanno iniziato anche ad sradicare le piante di tè.
Se desiderate tracciare nuovamente l’intero percorso di quanto accaduto fino ad oggi, potete leggere i vari approfondimenti che questo sito ha dedicato a Fukushima con un nutrito archivio notizie, un live blogging e un contatto Facebook per continuare a tenersi aggiornati.

Il prossimo passo che muoverò sarà quello di inoltrare il contenuto di questo post, unitamente al documento che contiene tutte le testimonianze delle associazioni, dei colleghi e dei principali produttori giapponesi, presso la redazione de La Repubblica, auspicando il diritto di replica.
Qualora non dovessero concedercela, vorrà dire che la Sig.ra Pisu almeno su un aspetto ha ragione, il mondo sta realmente cambiando.

Degustazione raccolta fondi Giappone

Martedì 22 marzo dalle ore 20:30 alle 23:30 presso l’Enogastronomia Di Leva a Gragnano (NA), Giustino Catalano condurrà l’evento “Gyokuro…all’ombra di un tè“.
Unitamente al racconto della lavorazione e delle caratteristiche peculiari del tè giapponese Gyokuro, sarà allestita la degustazione di 5 tipologie di Gyokuro, di cui 3 appartengono alla selezione di Insieme a Tè:
– il rarissimo e pregiatissimo Temomi di Mr Yamashita
– l’ottimo Shincha Gyokuro Wakana BIO
– il particolare e straordinario Gyokuro Jirushi di Mr Yamashita che prossimamente entrerà a far parte del catalogo della bottega virtuale.

L’intero ricavato della serata sarà devoluto a favore della Croce Rossa Italiana per sostenere l’emergenza Giappone.
L’augurio e l’esortazione è che vogliate accorrere numerosi.

La quota di partecipazione è di 20,00 euro a persona. Prenotazione obbligatoria.

Per informazioni: tel.0818710230
email: info@dileva.it

Natale e tè da Doozo

Sabato 18 dicembre 2010, dalle ore 11.30 alle 19.00, presso Doozo Art Books & Sushi, sarà allestito da artiste giapponesi un mercatino di artigianato. Si potranno gustare anche tipici piatti giapponesi e tè verde.

Per informazioni:
Doozo – via Palermo 51/53, Roma
tel. 064815655
email: info@doozo.it

Omaggio all’artigianato artistico: 7 nuove teiere giapponesi

Il pruno bianco
ritorna secco.
Notte di luna.

(Yosa Buson)

Dal candore dei fiori di prugno desidero cominciare.
Delicati e fragili, sono alcuni tra i primi fiori a sbocciare all’inizio dell’anno, nonostante il gelo dell’inverno. In Giappone, nel corso degli anni hanno assunto una connotazione religiosa e commemorativa; hanno scritto anche una gustosa leggenda che li riguarda.
Insieme alle foglie d’acero, ai fiori di glicine blu e a quelli della sanguinella, i fiori di prugno sono i protagonisti di una delle nuove sette preziosissime teiere giapponesi (kyusu) che da oggi entrano a far parte della bottega virtuale. Si tratta di una piccola linea esclusiva, che in futuro nutro la speranza di ampliare, di ceramiche realizzate e dipinte a mano da una serie di artisti giapponesi: un inno non solo alla bellezza e alla raffinatezza, ma anche alla praticità e alla qualità, un omaggio all’artigianato artistico.
Banko-Yaki, Tokoname, Kutani-Yaki, Gyokko, Shoyou: sono solo alcuni dei nomi che concorrono a rappresentare questo microcosmo di grande fascino. Hanno una bella musicalità, raccontano storie di mani e di luoghi, tradizioni, forme e colori che abbiamo l’opportunità di accostare ai nostri riti del tè quotidiani.
Essendo lavorata a mano, ognuna di queste teiere è un’opera d’arte unica, irripetibile: non esistono due esemplari perfettamente uguali. Anche per questa ragione, al momento è disponibile un solo pezzo per ogni tipologia: non sono prodotte in serie, sono ordinate e commissionate agli artigiani che provvedono a realizzarle appositamente e che richiedono l’attesa di un tempo. Ciascuna passa dalle mani del ceramista alle vostre, dal suo tavolo di lavoro al tavolo della vostra cucina, ad intrecciare passioni comuni, a mischiare gli odori. Mi piace pensare che qualcuno abbia fatto qualcosa apposta per me e che io possa fare qualcosa apposta per voi.



L’arte della lavorazione dell’argilla, la ceramica, a partire dal periodo neolitico ha conosciuto uno straordinario sviluppo in Giappone, con un’alternanza continua di tecniche e stili. Il suo utilizzo si è sempre esteso a tutti i livelli sociali, dai prodotti popolari a quelli esclusivi della cerimonia del tè.
Il filo conduttore tra gli artisti di tutte le epoche è senza dubbio l’originalità, lo splendore, l’eleganza, lo stile e l’impatto sintetizzati in ogni loro creazione.



L’invito che vi porgo è quello di visitare la pagina di ognuno di questi capolavori, per penetrare nei loro luoghi di origine, nelle interessanti tecniche di manifattura e nelle storie che stipano sotto i coperchi, per smarrirsi nelle suggestioni suscitate dalla loro forza espressiva, come ad intraprendere un viaggio.
Vi invito a muovervi tra glicini in fiore, pagliuzze d’oro impalpabili, geometrie tridimensionali, colate di lucentezza. Fino a fermarvi sotto un prugno bianco, per una notte di luna.

Di natura e di fiori


Dilegua l’eco della campana del tempio;
persiste la fragranza delicata dei fiori;
ed è sera.

(Matsuo Basho)

La natura è il fulcro intorno a cui l’intera cultura giapponese si muove. È il tema centrale e costante dell’arte tradizionale, l’elemento distintivo degli haiku, del sumie, dell’ikebana, dell’architettura, del cibo. Tutte le forme culturali giapponesi si prefiggono l’obiettivo di una fusione armonica tra il soggetto e il mondo circostante.

I nuovi preziosi accessori, di esclusiva manifattura giapponese, disponibili da pochi giorni nella bottega virtuale, assecondano lo stesso principio: attraverso la scelta dei materiali, delle linee e delle decorazioni rappresentano un inno all’espressione della natura.


Le due teiere (kyusu yokode) sono opere del forno Banko-Yaki, uno dei più noti nel campo della manifattura tradizionale giapponese delle ceramiche. Il nome Banko-Yaki fu coniato da Nunami Rozan, un ricco mercante esperto di tè e appassionato di ceramica; proviene dal timbro con cui egli era solito firmare le sue pentole e i suoi piatti: “Banko fueki“, che significa “resistente in eterno”. Era un concetto legato alla speranza di tramandare le sue ceramiche attraverso numerose generazioni, anche dopo la sua morte.
Sulla prima teiera è scolpita a mano una peonia, definita meravigliosamente dal poeta Corrado Govoni una “rosa incinta di rosso” e considerato dalle popolazioni asiatiche il fiore degli imperatori, i soli che potessero coltivarlo e coglierlo; ad impreziosire la seconda c’è invece una decorazione smaltata raffigurante gli steli, le foglie e il pannicolo della pianta del riso.

Questi due utensili sono invece i protagonisti del noto Chanoyu, la cerimonia del tè giapponese. L’uno è il chashaku, la spatola di bambù utile a prelevare il tè Matcha dalla sua scatolina e l’altra una bellissima chawan, la tipica tazza in cui il Matcha si prepara e si beve. Sono entrambi realizzati a mano, il primo da Nakata Kizo, un esperto artigiano di frustini di bambù (chasen) nato nel 1940 a Takayama, Ikoma, prefettura di Nara; la seconda, prodotta a Seto nella prefettura di Aichi, da artigiani che lavorano le ceramiche di Shino, uno degli stili della provincia di Mino del tardo 16° secolo, noto in Giappone per il caratteristico smalto.
Questa chawan necessita di una temperatura di cottura bassa e di un lento processo di raffreddamento che non consente allo smalto di sciogliersi totalmente: il risultato è una particolarissima glassa densa che al tatto risulta irregolare e fluttuante. E a conferma dei richiami agli elementi della natura, anche la decorazione di questa tazza ricorda delle foglie, che al tempo stesso sembrano anche caratteri, quasi a sottolineare che la calligrafia, perché sia bella, è necessario riproduca forme simili a quelle prodotte dalla natura.
Il susudake chashaku è ricavato invece dal bambù di antichi soffitti di case di paglia, dove ha acquisito un colore ramato assorbendo per molti decenni il fumo dell’ “irori”, il tradizionale focolare incassato nel pavimento nelle case giapponesi. Questo colore naturale bruno-dorato lo rende un accessorio rarissimo e prezioso rispetto ai consueti chashaku.

In ricordo della tradizione giapponese, dei riferimenti alla natura e del valore della bellezza, coloro che acquisteranno i primi pezzi dei quattro accessori sopra citati (e anche quest’altra meravigliosa chawan), riceveranno in omaggio una coppia di fiori giapponesi realizzati a mano con carta washi dalla talentuosa Miyako Kato (che tempo addietro ha già elaborato per Insieme a Tè delle bellissime agendine settimanali).
I fiori sono protagonisti indiscussi della cultura nipponica: il Giappone detiene il primato mondiale per la varietà di alberi di ciliegio, ne conta circa 200 specie. Le donne conservano i fiori in barattoli e li servono in bevande bollenti che preparano per occasioni speciali; le popolazioni pianificano con estrema cura le proprie escursioni per non perdere la fioritura degli alberi di fiori di ciliegio.
Anche il crisantemo è un fiore rappresentativo dell’impero del Sol Levante, sta a simboleggiare pace, serenità, lunga vita. Ed è anche nome di donna, Kiku. Ancora oggi, a Hirakata in provincia di Osaka, si allestiscono esposizioni di bambole di crisantemi, che riproducono per lo più attori del teatro kabuki e che solo in pochissimi artigiani ormai sanno produrre.
Lo stesso dicasi per la peonia, per il fiore di loto, il glicine, la nandina, il cui nome in Giappone si pronuncia come le parole “difficoltà” e “cambiamento” e per questa ragione si crede abbia la facoltà di scongiurare la sfortuna.

Ebbene questo omaggio sintetizza tutti questi significati, simboleggia universalmente un nuovo inizio. Potrete applicare questi fiori all’asola della giacca, utilizzarli come segnalibri o per adornare la tavola, insinuarli tra i capelli per un’acconciatura inusuale, incastonarli o avvilupparli ovunque desideriate. L’armonia e la freschezza dei colori diventeranno la vostra armonia, il recupero della vostra freschezza.

Novità in Puglia e in Giappone

Mancherò qualche giorno perché andrò a Gragnano (NA) a seguire il Master del tè.
Nell’attesa di potervi raccontare quanto appreso, vi lascio una ricetta finger food velocissima in cui i sapori tipicamente meridionali sorreggono e arricchiscono quelli orientali in modo originale e stuzzicante. L’idea nasce infatti per accompagnare una tazza di Genmaicha Hanafubuki o Houjicha Kaori Fumi: nelle cene improvvise, per un aperitivo sfizioso, a merenda o per un brunch innovativo.

Crocchette J’improvise

Ingredienti:
– 1 mozzarella fresca
– 6 taralli pugliesi medi all’olio di oliva con semi di finocchio
–  25 g di burro
– rosmarino fresco q.b

Tagliate la mozzarella a tocchetti e frantumate i taralli in un mortaio. Amalgamate in una ciotola questi due ingredienti con le mani. Rosolate subito dopo in una padella antiaderente i 25 g di burro insieme al rosmarino, fino a farlo imbiondire.
Prendete l’impasto con un cucchiaio per poi passarlo in un altro (formate delle quenelle), oppure prendete il composto e lavoratelo con le mani fino a ottenere delle crocchette.
Cuocete le crocchette nel burro aromatizzato al rosmarino per pochi minuti (girandole almeno una volta), finché non risulteranno dorate. Servite ancora calde (e filanti).

Rimanendo in Giappone, colgo l’occasione per comunicarvi che da pochissimi giorni la categoria “Accessori” della bottega virtuale si è ampliata grazie all’inserimento di due nuovi prodotti esclusivamente orientali: il chasen e il set 3 pezzi per la preparazione del tè Matcha.

Rimanendo in Puglia invece, vi lascio due accenni di alcune nuove proposte che si affacceranno nella bottega nei prossimi mesi: una confettata realizzata e adornata artigianalmente per una coppia di sposi di Bari e un pensiero-ricordo realizzato, sempre artigianalmente, per il primo compleanno del mio nipotino, dedicato agli invitati della sua festicciola.




Torno presto. Vi abbraccio.

Un classico moderno: tofu al tè verde

Logo sol levanteSe si desidera esplorare il repertorio gastronomico giapponese, allora si passerà da famose specialità come la ざるそば zaru-soba fino ad arrivare allo 冷奴豆腐 hiyayakko-doofu, ossia blocchetti di tofu freddo conditi semplicemente con cipollotti verdi tritati, una punta di wasabi , dello zenzero grattugiato ed un goccino di salsa di soia. E non tralasciamo nella nostra lista gli eleganti 素麺 soomen, ovvero sottilissimi spaghettini di farina di frumento, serviti quasi sempre freddi, guarniti da cipollotti e zenzero giapponese (茗荷 myooga) e accompagnati da un gustosissimo condimento a base di salsa di soia e dashi. Insomma, un vero ed irrinunciabile classico della cucina giapponese.
Anche nel reparto dolci non mancano appetitose soluzioni. Senza bisogno di scomodare gelati e yogurt che sono dopotutto prodotti di origine occidentale, è senz’altro più curioso esplorare la tradizione pasticcera giapponese così inaspettatamente ricca di specialità come ad esempio la celebre あんみつ anmitsu, ossia una sorta di macedonia a base di frutta fresca tagliata a fettine (generalmente pesche, albicocche, mandarini, ecc.), cubetti di gelatina di agar-agar (nota in giapponese col nome di 寒天 kanten), ed una generosa cucchiaiata di marmellata dolce di fagioli azuki.
Ma passeggiando lentamente per le corsie di un supermercato, in un afoso pomeriggio di pioggia in cui la voglia di lasciare i locali condizionati del luminoso centro commerciale della mia zona era nulla, ne ho approfittato per esplorare con molta calma il reparto frigo, ed è lì che ho scoperto un invitante prodotto: il 抹茶とうふ maccha-toofu, ovvero il tofu aromatizzato al tè matcha. Naturalmente non me lo sono lasciato scappare e ho immediatamente acquistato quel blocchetto dall’aria appetitosa con l’intenzione di assaggiarlo e di parlarne ai lettori di questo bel sito e amanti del tè.
Si tratta dunque di un tofu in piena regola, ossia preparato con latte di soia e にがり nigari (l’agente coagulante usato per tradizione e composto da cloruro di magnesio) e aromatizzato con una generosa dose di tè matcha.

Tofu_Matcha
Questo tofu va servito freddo e volendo lo si può cospargere di 黒みつ kuromitsu, uno sciroppo dolce preparato con zucchero di canna di Okinawa. Nella confezione è già inclusa una bustina di questo aromatico sciroppo scuro e quindi è possibile assaggiare questo tofu verde sia al naturale che arricchito da qualche goccia di kuromitsu.
In entrambi i casi non si rimarrà indifferenti al sapore delicato ed alla consistenza vellutata di questo tofu rivisto in chiave classica eppure così moderna. Immaginate la cremosità del tofu fresco abbinata all’aroma squisitamente verde ed amarognolo del matcha. E adesso immaginate il tutto condito da qualche goccia di un miele ambrato e dalla dolcezza che ricorda vagamente un abbraccio tra il caramello e la liquirizia.

お茶はいかがですか。O-cha wa ikaga desu ka? Vi andrebbe una tazza di tè?

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