lun, 7 novembre 2005
«Al cioccolato o alla crema?»
E una figura smunta, minuta, dall’aria burbera mi rispose: «Non posso mangiarli, grazie».
È iniziata così.
Era una mattina afosa dei primi giorni di giugno.
Il reparto era stranamente immobile: una sola infermiera a condividere con noi le sue frustrazioni per le ennesime vacanze mancate.
Il gatto, che ormai avevamo adottato, sul terrazzo a fissarci. L’aria condizionata mal funzionante e alcune risate di bambini in lontananza.
Avevo già sentito parlare di lui.
Tornava ad occupare quella stanza, sempre la stessa, mediamente ogni 10 giorni. Riproponeva le stesse braccia, le stesse vene e gli stessi occhi a quelle clessidre di vetro da 250 ml che sembravano fermare il tempo. Ci tornava da solo perché sua moglie non poteva lasciare il lavoro.
Indossava sempre un pigiama celeste: diceva che l’aiutava a non dimenticare il colore del mare.
Quando capii che non poteva mangiare i biscotti, né al cioccolato, né alla crema, gli portai del gelato.
Non era burbero come dicevano. Era solo arrabbiato.
Amava e odiava la sua donna: non le perdonava il fatto di averlo voluto sposare a soli 20 anni, in quelle condizioni, ma non l’avrebbe perdonata se l’avesse lasciato.
Antonio.
In quelle bellissime notti estive, sempre insonni, mentre si faceva a gara a contare le stelle e i desideri al di là della finestra, si parlava spesso con quel salice piangente, quello che ci salutava al vento di ogni alba.
Io raccontavo dei libri che avevo letto, della musica che amavo, di alcune poesie, dei film più belli. Lui narrava dell’ultima volta che aveva potuto aiutare suo padre in campagna, di come aveva conosciuto sua moglie, dei figli che non avrebbe mai avuto, dei biscotti al cioccolato e alla crema.
L’ospedale provava a succhiarci ogni energia, ma ogni notte tornavamo lì a ricaricarci. Ad arricchirci.
Spesso ci raggiungeva anche Rosanna.
Parlammo del suo possibile trapianto una volta sola; non volli provare a convincerlo, solo a capirlo. Preferiva l’idea di morire all’improvviso, piuttosto che scegliere coscientemente di lasciarsi addormentare senza avere la certezza del risveglio.
Come biasimarlo.
Preferiva lasciare tutto all’improvviso, piuttosto che scegliere la possibilità che tutto lasciasse lui. E lo diceva con un tenero sorriso a fior di labbra.
Se n’è andato, Antonio.
Mi piace pensare sia successo in un’alba sorella delle nostre.
Io non c’ero, l’ho saputo 35 giorni dopo.
L’ultima volta che l’ho chiamato ero in attesa che il concerto di Sergio Cammariere iniziasse.
Chissà dov’ero quando se n’è andato.
Chissà se anche lì adesso piove.
Chissà se sarà più vecchio o più ragazzino.
Chissà se lì c’è posto per i ricordi. E per i biscotti al cioccolato o alla crema.
Acquista



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