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Seduti vicino al fuoco

La pioggia batteva sui vetri
veniva la sera
tu eri la mia fidanzata
e io ti tenevo stretta
seduto vicino al fuoco.
La fiamma pian piano
ci addormentava,
accendeva il tuo viso bruno
che diveniva debole brace.
Fuori v’erano alberi fermi e soavi
nella luce del cielo che schiariva.
Uscimmo e camminammo in silenzio
fra siepi lucide e gocciolanti
alla cui ombra stavano
garofani di campo bianchi e rosa
bagnati dalla pioggia recente.
(“La fidanzata” – Attilio Bertolucci)

Ho scelto un’immagine semplice per presentarvi lo Speciale riservato a San Valentino. La pioggia, la sera, il fuoco, il sonno, il cielo, il silenzio, i garofani: ciascuno di questi elementi contribuisce a disegnare il ritratto di un’intimità elementare quanto dirompente.
Quella di Bertolucci è una poesia immediata, onesta, come immediati e onesti sono i sentimenti che voglio augurarvi di vivere. Seduti vicino al fuoco è il modo in cui voglio immaginarvi, stretti a ciò che amate: non fa differenza che sia il vostro compagno, vostro figlio, il libro che vi ha trascinati nella speranza di un sogno, il ricordo di un sapore o un odore che un tempo vi ha rese persone felici.


Seduti vicino al fuoco vi immagino sorseggiare una tazza di , scartare un regalo, piluccare dolci, deliziarvi con colori e fragranze avvolgenti.
A questo ambiscono le confezioni che ho scelto e creato per voi quest’anno: si muovono tra tulle e rasi, sfiorano accenni di saponi profumati, si dondolano tra confetti, caramelle e cioccolato. Due le costanti: il rosso, perché il fuoco stesso è rosso, perché rosso è il colore della conquista, del desiderio in espansione; e il cuore, perché è lì che voglio arrivare a toccare.


Tra le simbologie scelte, quella dei fiori di ciliegio (protagonisti di un set, di una carta regalo e di un biglietto d’auguri), la cui fioritura in Giappone rappresenta la rinascita, il rinnovamento e la forza vitale, si associa a quella delle rose rosse, sinonimo di bellezza, di voluttà.
La simbologia dei confetti si intreccia con il significato che era loro attribuito anticamente (ve ne avevo raccontato qualche tempo fa): durante la “petresciata” nel periodo di Carnevale si era soliti, nei paesi della provincia di Bari, lanciare nelle case di spose e fidanzate confetti colorati, come augurio di fecondità. Si chiamavano coccole.


La simbologia della casa invece, rappresentata da un originale infusore, fornisce lo spunto per un sogno, un progetto di vita, un invito a continuare a credere, a costruire. In più, è il luogo dove nascono e si alimentano le suggestioni emozionali.


Alla casa è legata anche l’idea regalo più innovativa dello Speciale San Valentino e della storia della bottega virtuale.
In virtù di un sentimento forte come l’amore, ho deciso di mettere a vostra disposizione la mia competenza e il mio tempo per fare una sorpresa alla persona che amate, per regalare un’esperienza unica. È il mio modo di ringraziarvi per la vostra presenza e il vostro affetto, venendo ad incontrarvi, facendo qualcosa appositamente per voi, sperando di ricambiare almeno in parte le emozioni che le vostre email sanno darmi.
L’intento è quello di allestire, nel giorno 14, un’intima sala da tè proprio in un angolo di casa vostra: perché esista solo per qualche frammento di tempo, solo per voi. Per officiare il vostro rito in piena calma e tranquillità, circondati da ciò che vi appartiene.
Sarà mia premura occuparmi di ogni accessorio utile alla preparazione e avrò il piacere di omaggiarvi le tazze e la parte restante dei due tè che verrò a servirvi. Porterò con me le note di Chopin, alcune candele, un cuore di cioccolato artigianale su cui sono incise le figure di Romeo e Giulietta in prossimità del noto balcone e un prezioso libro che vi lascerò in dono: “Poesie d’amore del ’900“, curato da Paola Decina Lombardi, all’interno del quale ritroverete la poesia di P. Reverdy “Sempre l’amore” a cui si ispira il nome della miscela di Insieme a Tè di San Valentino.

Tutto è pronto. Vi rimane solo da dirmi a che ora preferite che vi raggiunga.
Spero di trovarvi seduti vicino al fuoco.


Paolo Lagazzi: tè, poesia e meditazione

Lo avevo menzionato qui, citando uno stralcio del suo libro “La casa del poeta” attinente al tè di Attilio Bertolucci.
Oggi ho l’onore e il piacere di ospitarlo personalmente: gli sono molto grata per aver accolto l’invito con rara gentilezza e disponibilità. Sono emozionata, è un privilegio per me aver stabilito un contatto diretto con lui. Le sue vicende personali, i suoi interessi e la sua professione si intrecciano con molte delle mie passioni: il tè, la scrittura, la lettura, la poesia e la cultura giapponese. Per questo, e anche per molto altro, questa intervista si è rivelata una delle esperienze più belle e significative della mia storia di donna e di blogger.

Paolo L., così usava chiamarlo il suo amico e maestro Bertolucci, è un uomo che non si può circoscrivere in una serie di definizioni. Contraddistinto da una raffinata umiltà, laureato in lettere moderne, è stato prestigiatore, cantautore, chitarrista, scrittore e critico letterario.
Ha scritto 7 saggi, 1 libro intervista, 2 libri di fiabe e ha curato 19 testi delle più note case editrici.
Dal 1986 fino alla sua chiusura, ha curato l’inserto quindicinale “Il Nuovo Raccoglitore” di cultura della Gazzetta di Parma a cui hanno contribuito famosi scrittori e critici del Novecento.
Ha collaborato a diversi quotidiani come Il Giornale, La Voce, l’Unità e Avvenire; a molte riviste letterarie e di cultura italiane tra le quali Nuovi argomenti, ParagoneLa nuova rivista europea, Poesia, Diario, Stazione di posta, Nuova Corrente, oltre ad alcune straniere, come l’americana YIP (Yale Italian Poetry), la francese Cahiers du CERCIC, le giapponesi Shigaku e Kai no hi.
Fa parte attualmente delle giurie di due tra i più importanti premi di poesia esistenti in Italia: il Premio Internazionale di Poesia Attilio Bertolucci e il Premio Internazionale Mario Luzi.

1) Il desiderio di intervistarla è nato dal racconto del rito del tè che ha descritto nel libro “La casa del poeta. Ventiquattro estati a Casarola con Attilio Bertolucci”. Cosa ricorda di quelle tazze condivise?
Erano davvero le tazze dell’amicizia, della confidenza, dell’affetto, e di molto altro a cui non sono mai riuscito a trovare un nome. Ninetta, la moglie di Attilio, era australiana dal lato materno, e forse proprio questa origine spiega, almeno in parte, la sua propensione al tè. Fatto sta che a Casarola, nella dimora appenninica in cui i due coniugi soggiornavano tutte le estati dopo aver lasciato Roma, lei preparava ogni pomeriggio il tè non solo per Attilio e per sé, ma anche per gli eventuali ospiti di passaggio.
Sebbene nel mio libro io abbia parlato di “cerimonia” del tè per sottolineare il carattere rituale, ripetitivo, di questa abitudine dei Bertolucci, si trattava in realtà di un tè offerto in modo molto semplice, famigliare, spontaneo. Ricordo bene il gusto di quella bevanda, quasi stessi sorbendola in questo momento (i sapori e gli odori, come ci insegna Proust, sono i legami più tenaci, nella nostra coscienza e nel profondo del nostro inconscio, tra il presente e il passato): era un tè scuro, forte, vagamente odoroso di tabacco o di legno. Mi piaceva berlo senza zucchero, assaporando quel suo bouquet asciutto, così congeniale allo “stile” insieme fine e rustico della casa appenninica dei Bertolucci e al timbro pacato, caldo e schietto della loro vita. Bevendolo lentamente, a piccoli sorsi, e intanto chiacchierando con Attilio e Ninetta, avrei potuto ripetere dentro di me un famoso, bellissimo verso del poeta: “Qui siamo giunti dove volevamo”.

2) A chi appartiene il merito della sua prima educazione al tè?
È stato mio padre a porre in me il seme karmico del mio apprezzamento per il tè. Era un uomo davvero particolare, per certi versi di un’originalità un po’ sconcertante, ma soprattutto ricco di umanità, di tenerezza e di un autentico senso dello humour. Faceva il medico, ma amava tutto ciò che è bizzarro e fantastico, dai burattini al circo, dai giocolieri ai fachiri: è stato lui ad avviare me e mio fratello gemello Corrado all’hobby dei giochi di prestigio.
Quando era stanco, alla sera, dopo una giornata di lavoro, il babbo scriveva a volte dei raccontini di un umorismo candido e surreale, un po’ tra Campanile e Zavattini, sui suoi ricettari medici, e il giorno dopo ce li leggeva. Non so da cosa gli venisse la passione per il tè: comunque non l’ho mai visto in tutta la vita bere altro che tè al mattino, e ricordo una poesiola da lui composta un po’ sullo stile delle filastrocche del “Corrierino dei piccoli”: “Nulla al mondo no non c’è, / di più buon di te, o tè!”.
Devo aggiungere però che la mamma, per quanto fosse anche lei piuttosto speciale (aveva studiato da soprano), non aveva invece nessuna simpatia per il tè (la sua bevanda preferita era il caffè): il tè non era proprio nelle sue corde, e se lo preparava a me e a mio fratello prima che andassimo a scuola, nei gelidi inverni di Parma, era solo per compiacere la passione del babbo. Non sapeva calcolare né il calore dell’acqua né i tempi d’infusione della miscela; alla fine, più che una bevanda corroborante, ciò che ci propinava era una specie di assurda lava fusa. Per poterne ingerire almeno un po’ eravamo costretti ad allungarla con l’acqua in bicchieroni enormi, e ingollavamo in fretta quella mistura, già sull’uscio di casa, quasi ustionandoci. Solo molti anni dopo avrei cominciato  a scoprire il “vero” tè.

3) Leggendo i suoi libri, si direbbe che abbia scelto di concentrare l’attenzione intorno a certi autori, alcuni dei quali sono Silvio D’Arzo, Attilio Bertolucci e Kikuo Takano. Quali criteri l’hanno condotta a questa selezione?
La sola, autentica ragione pur cui ho scritto su autori tanto diversi tra loro, come quelli da lei ricordati, o su altri quali Joseph Conrad, Bernard Malamud, Bruno Barilli e Pietro Citati, è che mi sono innamorato della loro opera. (continua…)