Wistaria Tea House: il regno della resistenza culturale

Esiste un luogo in un angolo di Taipei, dove si instaura un dialogo tra il tè, il bevitore e il paradiso.
Un dipinto, un vaso di fiori, una finestra aperta rappresentano il cielo. Una teiera, una tazza, un cucchiaino simboleggiano la terra. Attraverso l’energia del tè, l’uomo, il cielo e la terra comunicano liberamente.

Si chiama Wistaria Tea House questo luogo, la casa da tè del glicine.
Ha l’età e la saggezza di una nonna, è nata nel 1920, costruita in una casa di legno in stile giapponese sulla Xinsheng Road, una delle strade principali di Taipei.
L’hanno chiamata così dopo che tre glicini nel cortile antistante hanno creato un’ampia zona ombreggiata che conduce fino all’ingresso del palazzo.


La dimora è stata la residenza del governatore generale di Taiwan sotto il dominio giapponese nel 1945. Successivamente, sotto l’amministrazione della Repubblica cinese nel 1950 è diventata un dormitorio pubblico.
È nel 1981 che si trasforma in una sala da tè, grazie a Mr. Zhou Yu, figura celebre in fatto di tè cinese e taiwanese. Si è fatta luogo d’incontro per i dissidenti politici in lotta per una Taiwan democratica e da allora è stata e continua ad essere un posto privilegiato di incontri per letterati, artisti e accademici.
Nel 1997 è stata designata come monumento storico del governo di Taipei.


All’interno di una stanza più ampia ci sono diverse camere tappezzate con tatami giapponesi e adornate con accessori curati in ogni dettaglio. I materiali naturali predominano nettamente.
Tutto è collegato in un cerchio che promuove il flusso del Qi (Ch’i), che nella concezione cinese del cosmo è l’energia fondamento dell’esistenza da cui ha origine la materia.
La carta dei tè è scritta a mano, solo in cinese, sebbene il personale parli inglese in modo da sostenere i turisti nella scelta delle foglie. I tè sono selezionati personalmente da Zhou Yu che predilige piantagioni antiche e ne assicura l’alta qualità. Il suo è uno spirito non solo alla ricerca dei sapori migliori, ma anche di un equilibrio in fase di coltivazione che rappresenta un aspetto del dialogo tra uomo e natura che il tè dovrebbe ispirare.
Si servono prevalentemente tè verdi, Oolong ossidati in varia percentuale, invecchiati e Pu-Erh pregiati.
L’acqua è volutamente presa da una sorgente di montagna che viene opportunamente bollita in cucina e portata ai tavoli in bollitori di argilla mantenuti caldi con bruciatori ad olio.
I metodi di preparazione possono essere differenti, a seconda del tipo di tè, del tempo a disposizione e del desiderio degli ospiti.
Il metodo più consueto è il Lao Ren Tea, espressione più antica del noto Gongfu Cha.
Il Lao Ren Tea è il tè del vecchio (老人 lao ren dal cinese si traduce old people), chiamato così probabilmente perché l’invecchiamento riconduce ai fondamenti della vita e perché detta ritmi lenti, come quelli assaporati durante la cerimonia.


La preparazione e la degustazione possono essere guidate, se non si preferisce stare in solitudine a leggere o scrivere.
Il più delle volte, oltre ad una teierina in terra Yixing, si adopera una tazza alta nera (cha hai) per la preparazione. Una tazza bianca alta (wen xiang) serve per sentire l’aroma delle foglie sia durante l’infusione che successivamente, una volta svuotata. In un’ultima tazza bianca più bassa (rukou) si beve il tè.
Si può arrivare a godere di 15 infusioni delle stesse foglie per esempio di un Pu-Erh invecchiato, deliziandosi anche con spuntini a base di mango e ciliegie essiccati e semi di anguria. Il pranzo invece è in stile giapponese.
I tempi sono dilatati, l’atmosfera è calma: si può restare seduti per l’intero giorno senza essere disturbati mai. Si può chiacchierare, lavorare, osservare, ascoltare musica cinese, talvolta anche dal vivo. Sono le sonorità dell’erhu ad avvolgere, a rilassare.


La musica è solo uno dei canali attraverso cui nella Wistaria Tea House si promuove la cultura. Periodicamente si ospitano mostre d’arte di pittori, fotografi o artigiani di tessuti, presentazioni di libri, workshop di talentuosi ceramisti, corsi di calligrafia cinese.
Lo stesso Zhou Yu conduce degli incontri sul tè, due dei quali ha chiamato “Semplicità infinita”, promuovendo soprattutto gli aspetti culturali della bevanda, unitamente al valore di alcuni agricoltori di Taiwan che curano le loro piantagioni con attenzione particolare.
Questa casa, prima di ogni altra cosa, è un centro creativo, intellettuale, un rifugio per la guarigione dello spirito, il regno della resistenza culturale. Un luogo prezioso dove si può fare qualunque cosa nel rispetto dell’ingegno, del tempo, del gusto.
Il fondatore sostiene che essa si fondi su 4 principi fondamentali:  correttezza, tranquillità, chiarezza e rotondità, intesa come completezza.
La tranquillità dovrebbe permettere di liberarsi dai risentimenti, al fine di ottenere chiarezza sulla propria esistenza.
Pochi simboli suggeriscono mondi.

Wistaria Tea House
No 1, Lane 16, Section 3, Xinsheng South Rd. (Heping East Rd, Daan District)
Taipei City 106, Taiwan

 

Il racconto del Tè di Natale: proclamazione del vincitore

“Esattamente un anno fa, stanco dei pochi stimoli che avevo attorno e in cerca di nuove avventure, ho deciso di trasferirmi in Inghilterra per qualche mese, perché tutto intorno a me era buio e avevo bisogno di vedere i colori.
Il mio non è il racconto del viaggio, ma del ritorno. Del momento in cui ho raccolto le persone a me care, davanti ad una tazza di tè, in una calda atmosfera natalizia.

Avevo invitato a casa mia chi veramente mi era mancato in quei momenti con lo scopo di stare un po’ insieme, ma la sorpresa più grande è stata ricevere da loro  un pacco con dentro un tè: il tuo TÈ di Natale.
Ricordo i loro volti riflessi nelle tazze rosse con gli agrifogli verdi , le fragorose risate nel sentire i miei racconti di viaggio e la voglia che quei momenti potessero durare per sempre, o perlomeno fino al momento in cui si mette di nuovo l’acqua a bollire e si inizia nuovamente.
Nella stanza i carillon suonavano canzoni natalizie, le lucine dell’albero coloravano le pareti e il freddo pungente riusciva solo ad appannare i vetri delle finestre.
Non so se sia quella magica atmosfera oppure la bellezza di sorseggiare del tè con chi ti è veramente vicino, ma posso dire che quel momento lo ricordo ancora ora e quando arriva Natale, ormai per tradizione, metto su il bollitore e preparo quel tè così particolare  e l’odore che  si perde per tutta la casa mi ricorda il viaggio, ma soprattutto il ritorno. Un ritorno che ha ancora il sapore di biscotto e carota, ma in compagnia”.

Il racconto appartiene alla penna di Ezio, anzi di SpEzio, un giovane travel blogger pugliese che ambisce a speziare le giornate di tutti, in un viaggio immaginario con una vecchia valigia sotto braccio che nasconde un bastoncino di cannella.
Colleziona cappelli, si definisce un cantastorie, desidera che i suoi lettori si sentano su una ruota panoramica mentre leggono i suoi racconti.
Si aggiudica il premio per il miglior racconto del Tè di Natale per l’autenticità, la semplicità e la delicatezza. Per la suggestione legata alla dimensione del viaggio, del conforto, dell’amicizia.  Del ritorno a ciò che è familiare.
Lo ringrazio per aver voluto condividere il suo ricordo e per averci trasferito l’emozione.

Il premio consiste in un cesto composto da un set di due tazze giapponesi artigianali, un libro di haiku, una selezione di tre tè, un set cucchiaini dosatori per le foglie e una deliziosa confettura di Moreno Cedroni di fragole e timo al limone.

I racconti arrivati sono stati molti, soprattutto attraverso le email. È stata una gioia accoglierli tutti: alcuni divertenti, altri malinconici, altri ancora di una tenerezza quasi inesprimibile. Tutti voglio ringraziare.
Tengo a trascrivere anche alcune righe di quello di Elena T., una cara cliente che vive in una paesino della provincia di Verona, che pure mi ha colpita per calore e bellezza.

Trovo che il Natale sia uno dei periodi più belli dell’anno. È periodo di festa e di regali e di famiglie felici.
Il mio Natale per molti anni non è stato poi così bello. Figlia di immigrati, ho trascorso la maggior parte dei miei Natali sola con i miei genitori. Quanta tristezza avevo nel cuore in quei momenti.
Ho ricordi di Natali trascorsi nella solitudine della mia stanza, in compagnia di un buon libro. Era diventato un piccolo rito comprarmi un libro da leggere il giorno di Natale. Lo sceglievo sempre qualche settimana prima e lo riponevo sul comodino in attesa del fatidico giorno.
Ora che molto è cambiato, i miei Natali sono decisamente più ricchi di sorrisi ed anche se i miei parenti sono lontani ho la fortuna di trascorrere questi giorni in compagnia delle persone che più amo.
Mi piace onorare questa magica  giornata in loro compagnia, mi piace cucinare, preparare una bella tavola piena di pietanze ed addobbare la casa a festa. Adoro il Natale e lo stare assieme.
Ma non per questo rinuncio al mio piccolo spazio che tanto mi era caro gli anni passati,  la mia tradizione personale a cui non voglio rinunciare: leggere un piccolo libro nel silenzio della mia stanza.
Da qualche anno la lettura del libro è sempre accompagnata da un’ottima tazza del tuo Tè, che mi riscalda e accompagna di pagina in pagina. Perché l’ho assaggiato per la prima volta l’anno scorso ed ha subito evocato in me ricordi di bambina, di una bambina felice ed estroversa che non aveva paura di nessuno. Ricordi di quella stessa bimba che a suon di studio e coraggio si era meritata il rispetto di tutte le persone che non la volevano.

Perché è questo quello che evoca in me questo tè di Natale. Con quel profumo di biscotto così buono che solo ad annusarlo mette allegria, ti fa pensare ai biscotti e al latte lasciati la notte a Santa Lucia, e al foglio con la firma della Befana che hai custodito per così tanto tempo, e a Babbo Natale che quella volta avevi riconosciuto come tuo vicino di casa.

Perchè questo tè è capace di scatenare vortici interni di emozioni. Non si sa mai quale nota sensibile toccherà al prossimo assaggio. Ed è per questo che va bevuto lentamente e nella tazza migliore, perché è elegante ma non pretenzioso, piace a tutti e produce una piccola consapevolezza interiore che bisogna saper ascoltare.
Io preferisco berlo nella mia tazza di fine porcellana cinese color blu oltremare, di prima mattina, quando il sonno ha sfumato i ricordi del ieri e la sveglia invece ha creato i presupposti per una nuova giornata.

Perchè questo tè è speciale, perchè questo tè è Natale“.

Buon Natale

I regali per voi sono il regalo per me.
Grazie.




Alla ricerca del tempo perduto: un premio per il vostro racconto del tè di Natale

“Una sera d’inverno, appena rincasato, mia madre accorgendosi che avevo freddo, mi propose di prendere, contro la mia abitudine, un po’ di tè.
Dapprima rifiutai, poi, non so perché, mutai parere.
Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti, chiamati maddalene, che sembrano lo stampo della valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo. E poco dopo, sentendomi triste per la giornata cupa e la prospettiva di un domani doloroso, portai macchinalmente alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto della maddalena. Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attento al fenomeno straordinario che si svolgeva in me.
Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa. E subito, m’aveva reso indifferenti le vicissitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita…non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale.
Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo che era connessa col gusto del tè”.
(M. Proust)

Lo spunto mi è stato dato dalla recensione che una cliente della bottega virtuale ha redatto in merito al Tè di Natale, la quale si è ricordata, bevendolo, di un’opera di Proust. Le ha evocato la ricerca del tempo perduto.
Non c’è espressione più calzante rispetto alle motivazioni che mi hanno guidata nella scelta degli ingredienti di questa miscela. È bello che siano arrivate dirette, filtrate solo dai profumi.


Quello perduto è il tempo pulito dell’infanzia, quello dilatato, infinito, delle notti trascorse ad aspettare i regali, delle colazioni di torte, canditi, campane e pigiami caldi di sonno contento. Quel tempo eterno che gioisce solo del suo essere tempo.
Questo è il tempo che cerchiamo  di ricostruire ogni giorno, consciamente o inconsciamente, quello a cui aneliamo ma che spesso dimentichiamo, perché trascinati dal risucchio asfissiante delle cose, dalla rigidità delle idee, dai sacrifici, dalle perdite.
Quando 3 anni fa ho creato questa miscela ho pensato esattamente a questo: colmare il desiderio di questa ricerca, dando contemporaneamente, nel solo spazio di una tazza, un’opportunità e un monito che riconciliassero e rammentassero quel tempo.
Per questo ho voluto la morbidezza dell’arancia vanigliata, per questo ho voluto l’aroma di biscotto. Perché il biscotto è il primo incontro con la dolcezza che ci viene concesso da bambini e nella vita adulta  ne rimane ancora il più potente richiamo.
Le scaglie di carota e i boccioli di rosa simboleggiano la leggerezza di coriandoli e fiori.

Una settimana fa poi, durante un corso che ho condotto presso il ristorante Umami, una partecipante mi ha raccontato di aver instaurato insieme a suo marito una sorta di rituale che consiste nel ritrovarsi ogni mattina nella cucina di casa, dopo aver accompagnato i figli a scuola, per fare colazione insieme, preparando il tè.
In quell’istante ho avuto la conferma che il rito della tazza calda, più di ogni altra cosa, serve a tornare per recuperare. Prima ancora di rischiare di perderlo quel tempo.

 

Tutto questo voglio tentare di dirvi con il mio Tè di Natale. Tutto questo potete dire voi regalandolo.
E altro ancora vorrei mi raccontaste dei pensieri che vi suscita, dei luoghi in cui vi porta, delle atmosfere che vi evoca.
Scrivetemi fino al 20 dicembre, nei commenti o in una email, il vostro racconto del Tè di Natale: ditemi del giorno o del momento più significativo in cui lo avete gustato, a chi lo avete regalato e perché, quali tazze e teiere avete scelto per prepararlo o servirlo, quali colori avevate intorno quando lo avete annusato. Raccontatemi se siete riusciti a recuperare, fosse anche per poco, quel tempo perduto.
Al racconto più bello spetterà la pubblicazione nel blog, nella pagina Facebook di Insieme a tè e la consegna di un grande pacco regalo dietro la porta di casa, a sorpresa. Come ogni Natale d’infanzia che si rispetti.

抹 茶 Matcha: BIO o non BIO, questo è il problema


Alcuni lo chiamano ground tea, pare che l’ideogramma che lo rappresenta significhi letteralmente tè terra: 抹 茶.
Lo conosciamo tutti ormai, il tè Matcha. Il cacao verde. L’unico nel vasto panorama dei tè che si sorbisce interamente, perché si presenta in polvere piuttosto che in foglie. È il tè che si mangia.
Ha un aroma e un sapore perfettamente riconoscibili, imparagonabili. Grazie al metodo di coltivazione kabuse è acceso di un verde abbagliante, trattiene in sé il soffio del mare pur con una nota di spiccata dolcezza.
Per approfondirne ogni dettaglio torno a suggerirvi l’articolo di “Là dove fumano le tazze“, unitamente ad un video che ne sintetizza bene la raccolta, la lavorazione e la produzione.

Poco tempo fa mi sono imbattuta casualmente in un articolo redatto da un produttore di Matcha che mi è parso interessante approfondire, soprattutto perché tenta di scardinare una serie di convinzioni comuni in merito al biologico.
Nell’articolo si afferma che, a causa della coltivazione d’ombra, il tè Matcha non possa ottenere dalla luce del sole l’energia necessaria per crescere. Dunque, sempre secondo l’opinione del produttore, si trova a dover trarre questa energia dai fertilizzanti.
I giardini di tè biologici quindi, utilizzando fertilizzanti biologici, sembra non siano adatti a fornire il giusto apporto di amminoacidi alla pianta, non erogando azoto sufficiente. Il Matcha coltivato con metodi biologici risulta così avere un aroma più debole, un sapore più piatto, spesso amaro e tende a non avere il tipico umami.
Il produttore dichiara che i suoi agricoltori hanno scelto di utilizzare fertilizzanti naturali di altissima qualità ma non certificati biologici, uno dei quali è la farina di pesce, ottenuta tramite cottura, pressatura, essiccamento e macinazione di pesci o scarti di pesce , che pare fornisca una quantità equilibrata di tutti gli amminoacidi essenziali.

 

La questione mi ha incuriosita, così ho cercato di comprenderla meglio con il prezioso e consueto aiuto del Dott. Gianluigi Storto, il chimico del tè autore dell’ormai famosissimo libro Il Tè. Verità e bugie, pregi e difetti, Ed. Avverbi.

Riporto di seguito gli stralci salienti del nostro scambio epistolare sull’argomento:

“Tutta la costruzione logica dell’articolo poggia su un marchiano errore: che l’energia per la crescita delle piante non derivi solo dal sole ma anche dai nutrienti del terreno. Questo è un errore blu che qualsiasi studente delle medie che abbia letto il libro di scienze non dovrebbe fare.
L’energia per la crescita delle piante, di tutte le piante, deriva soltanto, esclusivamente, dal sole. Soltanto i raggi di luce solare riescono ad avviare la catena di reazioni fotosintetiche che portano alla rottura del fortissimo legame idrogeno-ossigeno,innescando poi la serie reattiva che porta alla produzione delle sostanze chimiche necessarie al metabolismo della pianta stessa.
Detto questo tuttavia, l’articolo contiene una verità: che cioè la composizione di una pianta dipende dal tipo di terreno, o meglio dal tipo di nutrienti che il terreno sul quale è cresciuta le ha messo a disposizione. Questi nutrienti non servono affatto a dare un po’ di energia in più, ma semplicemente a fornire gli elementi chimici che servono alla costruzione delle molecole necessarie alla crescita della pianta.
I fertilizzanti chimici servono appunto a questo, ad aumentare la disponibilità nel terreno di alcuni elementi chimici, in particolare azoto, fosforo e potassio, senza dei quali la pianta crescerebbe male (e aggiungiamo noi, senza dei quali il sapore delle sue foglie sarebbe inevitabilmente diverso).
Però…se il terreno su cui si coltiva la pianta è vergine, o comunque ricco di nutrienti, la fertilizzazione non è necessaria e la pianta è in grado di costruire tutte le sostanze che le servono (e il sapore delle sue parti, foglie comprese, sarà perfetto). Soltanto se il terreno è ormai sfruttato da secoli, l’uomo deve aggiungere potassio, fosforo e azoto se vuole che le piante crescano bene.
È innegabile che il tipo di terreno e il tipo di sostanze che la pianta ha a disposizione influenzano la quantità di alcune molecole e in definitiva il sapore dell’infuso, motivo per cui non possono esistere due té uguali e alcune piante coltivate in un certo posto (e questo vale per il vino, le arance e qualsiasi pianta) hanno un sapore, un taste differente da altre coltivate da un’altra parte.
Mi sembra però azzardato dire che sempre, in ogni caso, il non uso di fertilizzanti peggiora il sapore di un tè. Se il terreno su cui è stata coltivata la pianta è fertile, ricco naturalmente di azoto, potassio e fosforo, non è necessario aggiungerne di altro. Ma se mancano questi elementi, effettivamente la coltivazione “biologica” potrebbe far mancare alla pianta alcuni nutrienti. Motivo per cui, in generale molti scienziati e modestamente anch’io, hanno molte perplessità su tale stile di coltivazione.
Dipende quindi dal terreno e non da una legge di natura.

La coltivazione d’ombra non è al buio, ma solo sottoposta ad una minore quantità di illuminazione: ci sono piante che vivono benissimo con poca luce, per esempio quelle abituate a vivere nelle foreste, sotto l’ombra perenne degli alberi d’alto fusto. 
Quindi ombra non significa interruzione della fotosintesi. Nell’ombra ci sono sempre abbastanza fotoni per innescare e mantenere la fotosintesi clorofilliana. D’altra parte nell’articolo è detto chiaramente che si parla di una rete che dimezza semplicemente la quantità di luce.
Il punto forse è un altro, che cioè troppa clorofilla, che si sviluppa con la luce e più luce c’é più se ne sviluppa, quando si fa l’infuso del tè dà un sapore alla pianta. Con meno clorofilla, il sapore è inevitabilmente diverso, diciamo più fresco, come è scritto nell’articolo. Nulla di male, è un fatto di gusti e quindi non si discute. Ma la clorofilla ha poco a che fare con le catechine (polifenoli piccoli) che sono presenti nelle foglie, che si sviluppano anche a luce ridotta e che danno il vero sapore al tè.
Il fatto che un té coltivato all’ombra, e quindi con meno clorofilla, abbia un sapore “più fresco” non autorizza nessuno a dire che la pianta del té trae la sua energia dai nutrienti del terreno piuttosto che dalla luce del sole: sono cose differenti ed entrambe indispensabili”.

Al di là di ogni argomentazione, che certo sempre amplifica il piacere della conoscenza, la variabile più interessante rimane quella legata al ruolo che la natura gioca nella creazione del carattere individuale dei nostri tè.
Anche le condizioni atmosferiche, la quantità e la distribuzione temporale delle precipitazioni, la stagionalità, l’altitudine, la temperatura, l’abilità e la creatività profuse nella lavorazione influenzano l’assorbimento di nutrienti, il metabolismo cellulare e quindi il sapore delle parti vegetali. Dunque dovremmo rassegnarci dinanzi all’evidenza che non berremo mai una tazza identica ad un’altra, sebbene si possa trattare delle foglie di una stessa tipologia di tè, di uno stesso raccolto.
La natura avvia la sua minuta opera d’arte che, di volta in volta, sta a noi portare a compimento.


Riemergere

Ho trovato quello che cercavo.

Per 120 giorni ho osservato, ascoltato.
Ho alternato lunghe giornate di silenzio a piene immersioni di vita reale, di contatto vero. Sentivo la necessità di mischiarmi tra la gente,  di immergermi nei rumori, di sentire le risate. Di vedere il mare.
Ho viaggiato, fotografato, ho cucinato per gli amici, letto libri con avidità nuova. Mi sono arresa all’amore.
Non ho smesso un solo giorno di bere tè, di continuare a sperimentarne di nuovi, e ad ogni sorso sempre mi ha colto quel salto in mezzo al petto che rimbalza fino al sorriso.

Questi sono i luoghi che, insieme alle vostre numerose email e messaggi, mi hanno permesso di riemergere.







In questo processo di ribaltamento e di recupero di un’emotività reale, ho compreso che la mia passione per il tè avrebbe dovuto iniziare a traslare su assi nuovi, diventando più concreta, più diretta, tangibile.

Lo stimolo è stato questo libro che, quando mi è giunto tra le mani, mi ha trasmesso un’energia costruttiva.
Devo a Francesca Martinengo la partecipazione a questa rassegna di oltre cinquanta foodblog tra i più visitati nel panorama italiano. Grazie a lei, di ciascun blogger si può conoscere la personalità, i temi principali trattati nel suo spazio virtuale e alcune delle sue ricette più rappresentative.
È stato un piacere sincero prendere parte ad un vademecum prezioso per un’esplorazione del gusto del tutto innovativa.



Ho dunque provato a cementare i rapporti con alcune figure e luoghi appartenenti alla mia terra, con l’intento di intessere una rete di appassionati reali, oltre che virtuali. Ché si possano guardare negli occhi mentre si chinano su una tazza odorosa.
In questi 4 mesi ho maturato il bisogno di vedere, di toccare, di concedere di annusare e di contagiare, oltre che scrivere, certa che questo avrebbe favorito anche il recupero degli stimoli perduti, di riscontri palpabili, di condivisioni totali.
Questi i luoghi che fino ad adesso hanno accettato la sfida e che ringrazio per la fiducia e la curiosità: Umami e Psicoluoghi.
Di volta in volta vi racconterò i progetti, gli eventi e le finestre che intenderemo aprire in ciascuno di essi, ampliando la condivisione e sperando di allargare i confini. Pochi giorni fa si è iniziato dallo Yoga Fest nel castello svevo di Barletta (BT), con un tè di benvenuto insieme a Psicoluoghi, le cui fotografie potete vedere qui.

Alla luce di queste numerose novità, il ritorno sui social network si fa mio malgrado indispensabile, non certo per i contenuti ma per una più veloce diffusione delle informazioni di ordine pratico e organizzativo, soprattutto legata agli eventi. Per i contenuti, vi prego di continuare a commentare nel blog, che vorrei rimanesse la Nostra Casa del Tè per antonomasia.

A questo proposito, l’evento di maggio scorsoLe forme della leggerezza” co-condotto con lo scrittore Paolo Lagazzi, rinviato a causa di un mio infortunio, si terrà sabato 20 ottobre, sempre presso lo Spazio Tadini a Milano. Qualora aveste piacere ad inoltrare l’invito ai vostri amici, potete farlo da qui.


La mia motivazione imprescindibile siete voi, il vostro affetto, la vostra stima. Mi siete mancati, tanto quanto mi è mancato raccontarvi. È bello che mi abbiate aspettata, come chi ti conosce da sempre e sa esattamente quello che farai perché sa che quello è il tuo bene.

Talvolta dunque le pause si rivelano preziose perché germoglino nuovi cammini. Riposare serve a riacquisire le forze, a fare spazio al vuoto che cede il passo al pensiero.
Del resto, come diceva Plutarco, “il riposo è il condimento che rende dolce il lavoro”.

 

Solo vita

Ogni frutto
stringe il seme come giurando.
Cadendo giura e in forma di radice risponde
alla terra che chiama. Alla terra che canta
la promessa infinita.
C’è solo vita
niente altro.
Solo vita.

Mariangela Gualtieri – da “Bestia di gioia