Di acqua, di aria e di fuoco: un incontro fiabesco

La storia di quest’incontro ha inizio mentre il sole seduce il cielo fino a far arrossire le nuvole. Un insolito calore è nell’aria, come se dietro i tetti giacesse un’enorme teiera che libera volute vermiglie.

È un incontro fiabesco, che prende forma dopo due anni di pensieri condivisi.
Il gelsomino ondeggia sotto la spinta del vento; c’è un silenzio conciliante: solo la vastità della luce può colmarlo.

Anna è una donna sorprendente. Le sue mani si muovono con l’emozione.
Da trent’anni vive l’arte della ceramica in un luogo che non ha chiamato laboratorio ma tempio, Tempio d’Argilla. Mentre io venivo al mondo, lei iniziava a collezionare bellezza.

Un incontro di tale valore non può che essere onorato nella mia casa, il luogo che consacro alle cose e alle persone che per qualche ragione mi lambiscono il cuore.

Attendiamo la sera preparando il tè. La luce naturale delle candele colora l’angolo che abbiamo eletto nostro.
La sintonia è sincera, tangibile. L’intimità non è solo quella dei piedi nudi, ma anche dei sorrisi, della musica, dei racconti.


 


Quando due anime affini hanno la fortuna di incontrarsi, quella di concretizzare l’empatia diventa una necessità, una conseguenza naturale. L’una riesce a tradurre i desideri dell’altra con una tazza profumata e l’altra ad interpretare le attese dell’una con il tocco di una mano che sull’argilla imprime un’intenzione. Così si compie l’incastro, la magia.
Gli elementi sono gli stessi, per il tè e per una ceramica d’arte: l’acqua, l’aria e il fuoco. Anna vi ha aggiunto la terra, che concilia con l’origine, con l’arcaicità. Del resto, dalla terra il tè germoglia.




Le parole rotolano tra progetti di lavoro condivisi e meandri privati del nostro vissuto.
Mi racconta che da alcuni mesi sta lavorando al tema del perdono, “inteso come accettazione, compassione e capacità di lasciare andare. Inteso non come giudizio indulgente, né negazione del problema, al contrario lucida e consapevole liberazione dalla rabbia, dal rancore, dalla punizione imposta a se stessi o agli altri. Il perdono inteso come strada verso la libertà interiore“.
Rimango in silenzio, la guardo disegnare, rimango rapita dall’abilità della mente che, alleata col cuore, proietta i suoi segni.


Le tazze sono vuote, come anche la teiera: si è fatto tardi. Se attendiamo ancora possiamo vedere il cielo che restituisce la corte al sole rischiarando le nuvole.

Accompagno la mia ospite a riposare, con la promessa di pubblicare, al mio ritorno da Firenze, la sua meravigliosa intervista e mostrarvi ciò che ha creato in esclusiva per la bottega virtuale.
A piedi ancora nudi, a candele spente, intono una ninna nanna in punta di voce che narra anch’essa di perdono: per ringraziarla e per cullarla, con la stessa grazia e delicatezza che lei ha concesso a me.

A presto.

 

Insieme

Antonella fa la traduttrice in un piccolo paese di campagna. Insieme a suo marito cura anche l’orto e il frutteto, durante l’estate prepara marmellate e confeziona verdure nei barattoli di vetro per poi poterne godere in inverno.
Si sveglia all’alba, quando c’è freddo accende la stufa, si mette al lavoro e scalda l’acqua per il Giardino della nonna. Dopo qualche ora va a svegliare i suoi due figli, uno dei quali spesso prepara crostate per la colazione.

Giorgio cercava un motivo per depositare un attimo i pennelli con cui stava imbiancando casa da otto giorni e sua moglie voleva raccontargli cosa aveva visto per strada e chi aveva incontrato tornando dalla Posta. Il momento era perfetto per bere insieme una tazza di Sempr’amore.

Lucrezia ha offerto alla sua amica il Tè di Natale accompagnandolo con una crostata fatta in casa. Si è sentita Babette.

Il cuore di Marica ha fatto una piccola capriola imbattendosi nell’infuso di frutta Gobbolino. Lei e il suo compagno sono tra i ragazzi della generazione delle fiabe in cassetta del raccontastorie e il gatto Gobbolino è la loro preferita in assoluto, tant’è che si sono conosciuti e avvicinati parlando proprio di questa.

Deborah ha acquistato il set Sharaku perché le faccia compagnia nell’ultimo mese di gravidanza, mentre aspetta che il suo bambino si affacci.

Giovanna lavora la maglia, ama quest’arte tanto quanto il tè. Questa volta ha ascoltato l’istinto, ha fatto una sorta di esperimento, associando un filato ad ognuno dei Sei sentieri.
Solitamente, tutte le volte che inizia un nuovo lavoro sceglie un tè che possa accompagnare la nuova esperienza. Questa volta invece ha tentato il contrario: assaporando i nuovi tè, si è lasciata guidare nella scelta della lana più adatta.
Così Anji Bai, timido e delicato, le ha regalato una sensazione di appagamento e calore non comuni: il suo filato dunque è stato il cachemire purissimo. Il Jasmine Bai Hao Yin Zhen, dolce, profumato e intenso, l’ha condotta senza esitazione ad un misto di lana merinos e seta prodotta artigianalmente in Uruguay, tinta a mano in grandi calderoni. Il Song Zhong Dan Cong, dal carattere schietto e deciso, l’ha portata a scegliere un tweed prodotto in Scozia, rustico ma caldissimo.

Il nuovo anno è iniziato così, insieme.
Molti di voi hanno avuto piacere a condividere con me momenti, luoghi e stati d’animo che si intrecciano o si generano grazie ai miei tè, ridisegnando così ad ogni racconto un sapore nuovo.
Avere l’occasione di compartecipare alla vostra quotidianità, così come alla vostra straordinarietà, è uno degli aspetti più belli di questo mestiere di bottegaia. Mi piace stare a vedere quali vie intraprendono le foglie che ho scelto, in quali meandri si vanno ad infilare, cosa accendono, cosa suscitano o modificano. Cosa migliorano o peggiorano, chi uniscono, cosa ricordano. Quali speranze sorreggono, quali eventi festeggiano. Quali ferite sanano, quanti baci insaporiscono.
Grazie ai vostri racconti i miei tè si fanno energia, smettono di essere solo liquore caldo e diventano storie.

Mi sorprendo sempre di come siate capaci di rendere questo luogo assai poco virtuale. Con le vostre email, le recensioni, i messaggi su Facebook e le chiacchierate su Skype, sapete reinterpretare e reinventare questo spazio, così come lo spirito che lo anima, continuamente, allargando le pareti della bottega ogni volta un po’ di più.
Siamo in perpetuo reciproco ascolto.

Questo primo post del nuovo anno vorrei lo costruissimo insieme. Come fosse una sorta di formula magica di buon auspicio per nuovi giorni potenzialmente pieni di tutto e del loro contrario.
Mi piacerebbe che ciascuno lasciasse la traccia di un momento in cui nell’anno appena trascorso i miei tè sono stati protagonisti o spettatori di qualcosa che per voi è stato significativo. Mi piacerebbe lo faceste con estrema libertà, nel modo e attraverso il canale che preferite, che vi viene più naturale: con una email, tra i commenti, con un messaggio privato su Facebook, con una fotografia, un disegno, con un video o un qualunque supporto audio, utilizzando il vostro nome o un qualsiasi nickname. Per conoscere e riconoscere i profumi, per osservare in quanti modi le volute di fumo possono tratteggiare figure nuove, inaspettate.
Per non stare da soli davanti alla propria tazza. Per vedere quante cose può essere un tè.

L’intenzione è quella di raccogliere tutte le tracce in un unico file, consultabile e aggiornabile in ogni momento. Mi auguro diventi il vostro diario del tè.
Teniamo memoria delle miscele che preferite, di come siete soliti prepararle, degli accessori che utilizzate, di tutti i dettagli più svariati che avrete voglia di condividere. Così chi varca la soglia della bottega per la prima volta può seguire la scia dei vostri aromi e sedere accanto a chi gli appare più affine.
Tra un anno potremo ritrovarci qui e vedere se e quanto siamo cambiati, se i nostri gusti sono rimasti gli stessi, se siamo diventati più abili nella preparazione, più golosi, esigenti o se siamo rimasti tradizionalisti. E perché no, se abbiamo intrecciato nuove amicizie e condiviso ulteriormente.

Tra le prime venti tracce ne sorteggerò una a cui desidero ricambiare lo stesso dono di compartecipazione: un invito reale a bere una tazza calda insieme, unitamente ad un accessorio del tè della mia collezione personale, quella che utilizzo ogni giorno, e uno dei miei libri sul tema.
L’anno che arriva vorrei vedesse nuove interazioni, nuovi scambi, confronti, nuova curiosità, solletico.

Lascio aperta la porta della bottega.
Tengo la stufa di Antonella accesa, vi offro la crostata di Lucrezia.
Porgo a Deborah la poltrona più ampia perché il suo pancione stia comodo. E indosso un maglione a tweed fatto da Giovanna.
Raccontatemi chi avete incontrato tornando dalla Posta.


Nelle mani di Cosimo

Cosimo fa il contadino. Suo figlio Michele è morto tre anni fa a causa di un tumore.
Era amico di mio padre, Michele. Quando ha combattuto con il tempo per provare a capire e a risolvere, mio padre non lo ha abbandonato un istante.

Ad ogni stagione Cosimo si presenta a casa per regalarci i frutti della sua terra.
Ogni volta ci sorprende, ogni volta lo invitiamo a sedersi e ogni volta lui rimane sulla porta, non vuole dare fastidio. Viene con il volto annerito e rugoso, dice poche parole sommesse: nelle mani cesti di olive, oppure di pesche o uva.

Per questo Natale io vi regalo questa piccola storia. E vi auguro di riuscire a mantenere saldo il valore della memoria, della riconoscenza, del pudore, di riuscire ad emozionare con gesti piccoli, come fa Cosimo.
Vi metto tutti nelle sue mani, segnate, indurite ma tenaci, autentiche. Nelle stesse mani in cui lui trattiene la bellezza dei frutti.

Carissimi auguri, grazie sempre per la vostra presenza.

 

Natale nell’Ukiyo


Ukiyo significa mondo fluttuante. Ukiyo-e si riferisce alle immagini del mondo fluttuante.
Si tratta di un genere di stampa artistica giapponese su blocchi di legno, prodotta tra il XVII e il XX secolo: solitamente raffigura paesaggi.
È questa la suggestione del nuovo Natale e delle novità che porta con sé nella bottega virtuale.
Negli ultimi mesi, quello in cui ci stiamo muovendo è senza dubbio un mondo che fluttua, instabile,  soggetto a continue variazioni. Cambiano le priorità, i punti di vista, cambia la natura attraverso i suoi tumulti.
La nuova proposta natalizia asseconda questo sentire: si ispira all’arte giapponese da cui prende il nome, è momentanea, figlia di questo tempo, evoca i colori e le insurrezioni della natura.

La collezione “Ukiyo” propone 10 pezzi di ceramiche giapponesi artigianali ad edizione limitata, ciascuno dei quali porta il nome di noti pittori, incisori e calligrafi giapponesi. Perché l’arte nipponica meglio di ogni altra sa cogliere i mutamenti attraverso un profondo rapporto di rispetto. Che sia questo l’auspicio per l’anno che arriva.

Le mani di un artigiano hanno creato questi accessori esclusivamente per voi, perché possiate sorbire i vostri tè nella piena consapevolezza di averli preparati in tazze e teiere irripetibili.
Sono tutti realizzati in gres semirefrattario; gli smalti utilizzati sono composti da rocce in polvere (feldspati, rocce basaltiche, polvere di marmo) e cenere di legna di ulivo.
I pigmenti sono per lo più rame e ferro, i quali combinati di volta in volta con smalti diversi reagiscono regalando colori diversi. Così la magia si rinnova ad ogni tocco.

La carrellata degli artisti parte da HokusaiUtagawa e Sharaku, che ispirano 3 set composti da teiera e due tazze.
UtamaroToyokuniTakanobu e Inoue prestano le suggestioni della loro poetica a 4 coppie di tazze. Infine, Shubun, OkamotoKiyohara, l’unica donna della selezione che per altro sposò un pittore italiano, omaggiano 3 splendide chawan per la preparazione del tè Matcha.


Il fascino di questi materiali si accentua col trascorrere del tempo, perché come recita il filosofo Yanagi Sóetsu “La bellezza nasce dall’uso“. Da sempre la cerimonia del tè incarna il culto della bellezza insita negli oggetti comuni di uso quotidiano, frutto del lavoro di umili artigiani. Questo dunque lo spirito di queste opere uniche, questo il messaggio che portano.
Sembrano partorite dalla terra, alcune sono la sintesi di boschi che spaziano fino al mare, fluiscono come acqua di cascate e si solcano con colate di cielo.


Nell’arte pittorica giapponese un ruolo dominante è riservato anche al vuoto, come del resto nella poesia haiku e nell’allestimento della stanza del tè. Dal vuoto si irradia l’energia che genera l’esperienza estetica e nella condizione del vuoto l’anima rimane aperta.
Il vuoto lascia spazio al pensiero, alla purificazione dei sensi. Sta a voi completarlo.

L’isola del vento


Una colazione intima, familiare, è quanto di meglio possa rappresentare lo spirito di questo luogo.
A Ventotene ci si concede al giorno con un bicchiere di frutta appena tagliata, con la marmellata di albicocche fatta in casa, con i biscotti di riso e con il tè. Sono i sapori semplici, genuini, a pennellare i tratti di quest’isola eletta dall’Odissea come rifugio delle sirene.
L’intimità qui è una condizione naturale da cui si rimane irrimediabilmente contagiati, che si rinnova ogni giorno attraverso il piacere della riscoperta e del recupero dei bisogni primordiali.
C’è silenzio, esiste il tempo e il modo per dare voce alla natura, vi è raccoglimento, contatto.

Le sue origini sono molto antiche: geologicamente risale a 100 milioni di anni fa, quando sul fondale marino si aprirono profonde fratture da cui affiorò il magma che poi ha forgiato l’isola.
Al tempo dei greci e romani era conosciuta come Pandataria (dispensatrice di ogni bene), Παντατηρια in greco antico. In realtà il suo nome sembrava in netto contrasto con quanto poi diventò. Fu il luogo in cui il primo imperatore romano Augusto esiliò la figlia Giulia per cinque anni, in seguito all’accusa di adulterio e tradimento. Poco dopo, l’imperatore Tiberio vi fece esiliare la nipote Agrippina che nell’isola si lasciò morire di fame e Nerone esiliò sua moglie Ottavia dopo averla ripudiata.
Successivamente, durante il periodo fascista furono confinati sull’isola molti antifascisti, tra i quali Sandro Pertini, Luigi Longo, Altiero Spinelli. Alcuni di loro  nella primavera del 1941 scrissero sull’isola il Manifesto di Ventotene, un documento importante che testimoniava la necessità di un’Europa libera e unita e che costituì il riferimento ideale negli anni successivi per il processo di integrazione continentale.
Quella di Ventotene è dunque la storia di un posto che per molti anni è stato uditore di sofferenze, spettatore di ingiustizie e solitudini, di desideri di riscatto. Forse anche per questa coscienza storica oggi si fa focolare di tale sensibilità.

È strutturata come un abbraccio atteso Ventotene: da una parte il porto antico romano intagliato nel banco roccioso, dall’altra il porto nuovo. Nel mezzo si attracca, con il traghetto o l’aliscafo, e ci si sente accolti, aspettati.
Iniziando a muovere i primi passi ci si lascia inebriare dall’aroma di finocchietti selvatici, oleandri, ginestre e ammaliare da maestosi fichi d’India, nonché dalle sculture naturali scavate dal mare e dall’aria.
L’isola è una stazione di sosta per gli uccelli migratori nella rotta dall’Europa all’Africa, si ha la fortuna di assistere spesso a nutriti stormi che disegnano perimetri azzurri sulla testa. La magia è suffragata dalla presenza del faro bianco, dalle case colorate, da un vasto manto di stelle che ogni sera si replica e ogni sera smarrisce.



Il 20 settembre è una data molto importante per i 700 ventotenesi: si festeggia Santa Candida, patrona dell’isola.
È una ricorrenza profondamente e sinceramente sentita da tutti, si respira un entusiasmo pulito, una gioia inconsapevole che travolge, in mezzo a palloncini colorati, mongolfiere di carta, giochi di gruppo nel porto e straordinari fuochi pirotecnici affacciati sul mare.
La lunga processione avanza lentamente in un silenzio impastato di salsedine e tramonto, le sirene delle barche suonano, salutano il passaggio della Santa che termina il suo cammino nel mare.
All’alba la banda sveglia il paese, così ci si precipita in strada per mangiare insieme ciò che le signore dell’isola hanno preparato per tutti. È la festa della vicinanza.


A metà giugno il tempo scandisce un’altra tappa irrinunciabile: la raccolta delle lenticchie.
La lenticchia, le cui prime coltivazioni pare risalgano all’inizio del 1800, è il prodotto che incarna perfettamente la cultura non solo gastronomica dell’isola, perché richiede cura, devozione, pazienza.
È un prodotto di grande qualità, inserito dal 2002 nell’elenco dei prodotti agroalimentari tradizionali del Lazio, con proprietà organolettiche uniche nel suo genere e particolarmente resistenti alla cottura.


Gli isolani sono soliti gustarle in zuppa con basilico e pesce (qui ne trovate una declinazione interessante). Ma coloro i quali ne hanno sperimentato versioni tra le più accattivanti sono Candida e Giovanni del ristorante “Il Giardino“. È un posto delizioso, aggraziato, raffinato come il sorriso e l’incedere della padrona di casa, Anna, loro figlia.
Gli ambienti sono in piena sintonia con i colori della natura, invogliano alla scoperta, infondono serenità.
L’accoglienza presso Il Giardino ha un calore antico, come le mani di Giovanni; i piatti sono frutto di un’attenta selezione della materia prima, il pescato è sempre di giornata a Km 0. In ogni pietanza la tradizione si incastra con fare schietto alla creatività mai banale e mai eccessiva: le linguine al dentice, limone e salvia hanno una verità che innamora.



L’isola del vento è una terra dove le porte delle case rimangono aperte e si compartecipa alle cene familiari passando per la strada. Una terra dove i venditori ambulanti, i barcaioli, i venditori di pesce hanno volti conosciuti e sembianze di casa.
In questo video ripongo il mio saluto a Ventotene, il mio arrivederci. Ringrazio il fotografo Daniele Cametti Aspri per aver colto nelle sue immagini la preziosità dei dettagli, della gestualità, del ritmo dei respiri che rendono quest’isola l’esaltazione della sincerità.

Ode al presente

Questo
presente
liscio
come una tavola,
fresco,
quest’ora,
questo giorno
terso
come una coppa nuova
- del passato
non c’è una sola
ragnatela -
tocchiamo
con le dita
il presente,
ne scolpiamo
il profilo,
ne guidiamo
il germe,
è vivente,
vivo,
non ha nulla
dell’ieri irrimediabile,
del passato perduto,
è nostra
creatura,
sta crescendo
in questo
momento, sta trasportando
sabbia, sta mangiando
nelle nostre mani,
prendilo,
non lasciarlo scivolare,
che non sfumi in sogni
o in parole,
afferralo,
trattienilo
e dagli ordini
finché non ti obbedisca,
fanne strada,
campana,
macchina,
bacio, libro,
carezza,
taglia la sua deliziosa
fragranza di legname
e con essa
fatti una sedia,
intrecciane
lo schienale,
provala,
o anche
una scala!

Sì,
una scala,
sali
nel presente.
gradino
dopo gradino,
fermi
i piedi sopra il legno
del presente,
verso l’alto,
non molto in alto,
soltanto
fin dove tu possa
riparare
le grondaie
del tetto,
non molto in alto,
non andartene in cielo,
raggiungi
le mele,
non le nuvole,
quelle
lasciale
andare per il cielo, andare
verso il passato.
Tu
sei
il tuo presente,
la tua mela:
prendila
dal tuo albero,
innalzala
nella tua
mano,
brilla
come una stella,
toccala,
addentala e incamminati
fischiettando per strada.

(P. Neruda)

 

Le cose da crescere

Lo spunto per augurarvi delle buone vacanze mi arriva quest’anno da un librino sfizioso che ho ricevuto in regalo da un caro amico, perché sostenesse la mia “curiosità verde”: Dai diamanti non nasce niente, di Serena Dandini, edito da Rizzoli.
È una piacevolissima passeggiata sentimentale alla ricerca della bellezza, è dedicato a chi vede nella passione per le piante un modo di essere, una filosofia di vita.
Scorrendo le pagine, tra citazioni letterarie, pittoriche e cinematografiche, tra aneddoti e riflessioni più o meno ironiche, si comprende che attraverso il giardino ci si può scoprire coltivatori di se stessi. Perché si comincia dal proprio spazio privato, che però è anche esposto e dunque pubblico, di conseguenza condiviso.
La Dandini tenta di dirci che il paesaggio naturale, la vegetazione, ci insegna ad allargare l’orizzonte. “Per sua natura il giardiniere è proiettato in avanti, almeno fino alla prossima fioritura: sa aspettare e progettare, deve avere fiducia e intravedere un poi, un domani, un non ancora“.
Del resto Cicerone affermava: “Se possedete una biblioteca e un giardino avete tutto quel che vi serve“. Questo verde ci è necessario come una cura.
Il giardino non è solo un appezzamento dietro casa, ma una metafora ad ampio spettro che coinvolge il mondo. Se impariamo ad avere cura delle nostre piantine, sarà più facile coltivare i nostri sogni: dedicarci con attenzione e passione a qualcosa ci aiuta a tirare fuori i nostri istinti migliori“.
Questo libro fa il suo dovere: arricchisce lo sguardo. Dopo averlo letto si impara a camminare per strada alzando gli occhi in direzione dei balconi altrui, “per riposarli su qualcosa di verde e di vivo che ci ricordi chi eravamo prima di diventare schiavi delle applicazioni del nostro smartphone“.

Il mio augurio dunque per queste vacanze è di sporcarvi le mani con la terra, di accostarvi alle piante e alla possibilità di imparare a cogliere i segnali. Di usare questo tempo più calmo per predisporre il terreno giusto per le cose da crescere. Perché “trafficare con le piante è una promessa di felicità“.

Io vi aspetto nella bottega che rimarrà aperta per l’intero mese di agosto, con l’intento di continuare a garantirvi una “Bella estate“.