Buon viaggio

“Non c’è felicità per chi non viaggia.
A forza di stare nella società degli uomini,
anche il migliore di loro si perde.
Mettiti in viaggio.
I piedi del viandante diventano fiori,
la sua anima cresce e dà frutti
e i suoi vizi sono lavati via dalla fatica del viaggiare.
La sorte di chi sta fermo non si muove,
dorme quando quello è nel sonno
e si alza quando quello si desta.
Allora vai, viaggia”.

(Passo dei Brahmana – tratto da Un altro giro di giostra, T. Terzani)

Un’odissea sconosciuta

C’è un’odissea sconosciuta che la bellezza è costretta a percorrere nel nostro corpo dopo l’annuncio degli occhi. Dura pochi istanti, forse meno: è tortuosa, complicata, eppure impalpabile.
Noi vediamo il bello e la retina, subito, urla un allarme, chiamando in causa l’istinto e ordinando poi alla pupilla di fissarlo senza distrarsi. Il nostro sguardo si incanta, ghermisce le forme, immagina; improvvisamente comincia a spedire al cuore, attraverso la gola, quella sostanza aerea di cui sono fatti i sogni e che crea languore. La centrale cardiaca, per non compromettere i battiti, getta ovunque le sensazioni ricevute: ai muscoli, nelle vene, nelle nostre zone segrete.
La bellezza però non sta ferma. Ripercorre allora una strada inversa, portando con sé masse di emozioni, cariche di intensità e stupore. Raggiunge di nuovo il cervello, costringendo l’occhio a non smarrire quanto è riuscito a catturare un secondo fa.
La bellezza è fisica, totalmente affidata alla carne, ma ha bisogno di strade segrete che corrono sotto la nostra pelle per farsi riconoscere.
I filosofi hanno raccomandato per secoli di cercarla nello spirito. Indipendentemente dall’epoca, ne abbiamo bisogno come dell’aria e dell’acqua. Forse perché nel nostro intimo siamo convinti dell’eterna verità racchiusa nella frase di Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo”.

La bellezza abbraccia tutti i sentimenti e li rende puri. La natura ha voluto concedere alla bellezza tutte le licenze, le ha aperto i cieli, ha fatto innamorare di lei la fantasia.

(Armando Torno)

(Geisha, periodo Meiji – Foto tratta dall’album di Okinawa Soba)


Nel giardino segreto

Una notte fredda e piovosa in piena primavera giunge inaspettata, è quasi stridente. Come l’interruzione improvvisa di un legame che si riteneva fosse speciale.
È una dissonanza che crea fastidio: il sopraggiungere della pioggia sembrava impossibile, incalcolabile, dato il cielo terso di pochi attimi prima acceso da un turchese ardente.

Non c’è più spazio per il rito della tisana della sera, non c’è più musica intrisa di abbracci sul divano blu, non c’è più la sopracciglia destra che sfugge al controllo e si riversa sull’occhio verde a renderlo maliardo. I saponi profumati, le perle bianche, la luce verde della notte, non ci sono più i plumcake ad allietare i risvegli, non ci sono più i risvegli. Le estremità dei piedi che si cercano inconsapevoli nel sonno, il sorriso ad occhi chiusi dopo il suono della sveglia, l’amore consumato e riassaporato senza stanchezza fino a sorprendere l’alba.
Non è più nulla e certamente nulla è mai stato, come una primavera affatto autentica, incerta, bugiarda.

Una tazza di tè profumato al gelsomino mi scalda in questa notte e mi riconduce in un luogo e in un tempo lontani, mi riconcilia con il ricordo di un sentimento vero, puro, incondizionato. E quando ci si imbatte in una notte di primavera piovosa e fredda, si avverte il bisogno di chiudere gli occhi e arrivare fino al mare, di godere di quella brezza tiepida che imprime nell’aria odore di pane caldo.

- Luglio 2007 -

Il tè al gelsomino ha il sapore della tua bocca ormai, della tua saliva.
Bevendolo mi addentro in un percorso lento e sensuale e così scivolo nel nostro giardino, tra l’ombra e il sole. E ti rivedo, intento ad insinuare un gelsomino fresco tra i miei capelli di rame.

Toccarti è stato un dono, una concessione di un Dio cieco.
La tua pelle ha una consistenza diversa da quella di tutti gli altri esseri umani: è impastata di miele e seta, di grano e fiori.

Veniamo a rifugiarci tra questi alberi per nasconderci da una realtà che non ci appartiene. In questo giardino possediamo ogni cosa e ad ogni cosa abbiamo dato un nome. Qui diventiamo sole quando guardiamo il sole.
Restiamo seduti su una panchina di pietra a guardarci per un tempo infinito. Il tuo capo è raccolto sotto il mio e così ti proteggo, così ti assorbo.
Ti bacio piano perché nessuno ci senta e nel silenzio il profumo dei gelsomini ci stordisce. È un desiderio innocente e carnale, tenero e crudele. Vorrei vederti nudo non per averti ma per conoscerti.

Nel giardino segreto ho imparato l’amore, ho conosciuto la grazia. Lì ho incontrato il dolore, lì ho depositato il mio rimpianto.
L’amore dev’essere quello spazio che si colma quando un uomo e una donna sono vicini. Quando si allontanano torna a svuotarsi e l’amore finisce.
Resta però una tazza calda che esala note di gelsomino insieme a un sentore di miele e seta, di grano e fiori”
.

Un’ombra con il tetto rotto

“La vera poesia sfugge a tutte le logiche pragmatiche, ai condizionamenti, ai moralismi di qualsiasi provenienza. Nel suo nocciolo primo e ineffabile essa è come la vita dell’universo: qualcosa che fluisce trasformandosi senza tregua, alternando in sé la luce e l’ombra, il bene e il male, la vita e la morte, la notte e il giorno. Non possiamo, perciò, chiederle di essere “questo” o “quello”: non possiamo imprigionarla nelle nostre piccole categorie mentali o nei nostri limitati punti di vista. Dobbiamo solo abbandonarci al suo movimento, fluire con lei, lasciarci bagnare dalla sua freschezza e intridere dai suoi aromi sottili come quelli di un tè, lasciarci scottare e rinfrancare dai suoi fuochi, lasciarci spostare dai suoi soffi delicati e potenti. Mentre ci risucchia nel suo gorgo di bellezza e di pena, di forza e dolcezza, la poesia trasforma la nostra anima, le ridà ali liberandola dalla sua pesantezza, senza che noi ce ne accorgiamo”.

Questo stralcio rubato alla bellissima intervista che Paolo Lagazzi mi ha gentilmente concesso più di un anno fa, mi offre lo spunto per comunicarvi che domani 21 Marzo si celebra la Giornata Mondiale della Poesia, istituita nel 1999 dall’UNESCO.
La data segna l’inizio della primavera che, come anche Alda Merini ci ha insegnato, è la stagione che più di ogni altra solletica gli istinti poetici più reconditi e pungola il desiderio di destarsi da ogni torpore, da ogni assenza o distanza.
È una manifestazione che unisce e rinsalda la memoria di un veicolo di espressione che sta alla base di tutte le forme della creatività artistica e diventa luogo privilegiato di incontri tra energie.
In molte città italiane si terranno letture, performance poetiche e musicali, carovane di versi itineranti, mostre e dibattiti. I Parchi Letterari proporranno percorsi sensoriali nei luoghi che hanno ispirato i più grandi poeti italiani: il Parco D’Annunzio ad Anversa degli Abruzzi, il Parco Quasimodo a Modica (Rg), il Parco Pasolini alle porte di Roma, il Parco Campanella a Cosenza.

Anch’io, a mio modo, desidero dare un contributo a questo evento attraverso il mio vettore privilegiato di emozioni. Perché una tazza di tè, come la poesia, genera un significato attraverso gli aromi che la compongono.
La forma delle foglie narra una serie infinita di storie; il colore del liquore, la sua intensità, la persistenza, sollecitano immagini, suggeriscono che il mondo non si esaurisce solo nel visibile.
Come la poesia, anche il rito della tazza calda diventa arte di esprimere, di stimolare, di scegliere. Perché la poesia è un “canto di emergenza” come dice Paul Celan e il rito del tè si fa canto di intimità. La poesia è “un’ombra con il tetto rotto, ma nei buchi ci sono le stelle“, come scrive Pablo Neruda e l’atto di sorbire il tè squarcia il tetto della mente.
Le parole di un componimento poetico sono cristalline, vibranti, vegetali, fruttate, come i sentori di un tè. E spesso si possono bere, possono liberare. Sono antichissime e recentissime, come le gestualità dei riti del tè che si rinnovano e commemorano simbologie magiche.

Il mio contributo dunque viene dal Giappone, si chiama Sencha (Extra Premium) Wazuka. Si dispiega in ampie distese di velluto verde, in una zona situata nel distretto di Sōraku, nei pressi di Uji, Kyoto. Lo trovate nella bottega virtuale.
Wazuka è stato per tradizione il luogo di coltivazione del tè giapponese dal 13° secolo. Durante il periodo Kamakura (1185-1333), Jishin-shounin, il più noto sacerdote del tempio Kaijuusen, ricevette alcuni semi della pianta del tè e ritenne che Wazuka fosse il luogo più adatto per piantarli e coltivarli. Così è iniziata la storia del tè a Wazuka.
Durante il periodo Edo (1603-1867), questo luogo divenne il territorio della Famiglia Imperiale e il tè coltivato lì si offriva a palazzo.
L’aroma, il sapore e la forma delle foglie del Sencha Wazuka sono considerati i migliori in Giappone nel vasto panorama dei Sencha. Si tratta di un aroma speciale, frutto della commistione di piccoli fiumi che mantengono il terreno perfettamente umido e splendide colline avvolte spesso dalla foschia, da una sottile nebbia che protegge le foglie dalla luce diretta del sole. Grazie alla combinazione naturale di queste condizioni, si riesce a garantire una crescita lenta e un clima fresco che promettono un aroma straordinariamente dolce e persistente.
È un tè rarissimo, al momento non rintracciabile in Italia: la difficile reperibilità accresce il suo valore.
Raccolte a mano (pratica di solito riservata raramente ai Sencha) solo una volta l’anno, in aprile, le foglie di questo tè subiscono una brevissima cottura a vapore della durata di 30 – 40 secondi, grazie alla quale la freschezza è preservata e la condizione originaria rimane pressoché invariata. Il colore del liquore risulta abbagliante.


Questa la mia poesia: l’armonia della natura, l’equilibrio perfetto tra condizioni, forme e colori che procurano un’emozione.

La camomilla di nonna Mimma

Camomilla
La camomilla ha un posto nei ricordi di ognuno.
Il mio è rimasto in via Michelangelo Buonarroti, in una cucina piccola e accogliente, su un frigorifero bianco. Era lì che la nonna Mimma era solita conservare i suoi mazzetti di fiori di camomilla, in un barattolo di vetro.
Erano i tempi in cui alcune donne ancora la raccoglievano, per poi spargerla sui teli di cotone al sole, lasciarla essiccare e sgranarla. Mi raccontava che nella sua giovinezza molti uomini la utilizzavano come tabacco per la pipa.
Avevo poco più di cinque anni e quell’odore di fiori soleggiati mi colpiva, mi piaceva molto osservare la ritualità e allo stesso tempo l’ormai veloce abilità con cui lei sapeva prepararla. Il pentolino di rame dal manico rotto, il colino che aveva perso la sua lucentezza e le grandi tazze bianche e blu.
Rimanevo spesso a riposare da lei nel primo pomeriggio e l’aroma di camomilla, che spesso sorseggiavamo dopo pranzo, nutriva la flanella delle lenzuola. Per qualche tempo ho creduto che anche i fiori disegnati sui cuscini sprigionassero quell’odore.
Al risveglio, il più delle volte c’era il gelato, sedute sul balconcino stretto.
Amavo l’immagine di mia nonna riflessa nello specchio mentre spazzolava a lungo la sua chioma grigia, per poi raccoglierla in un corposo chignon che affrancava con fermagli di corno.

La camomilla mi fa tornare ai suoi occhi, che non ci sono più.
A lei devo il merito di avermi trasmesso il fascino e l’arte dell’infuso, di avermi insegnato il piacere suscitato da un aroma familiare. Per questa ragione da oggi, nella bottega virtuale, la sezione dedicata agli infusi si arricchisce con i fiori di camomilla.
È il modo in cui posso rendere omaggio al suo ricordo, ai miei ricordi. È la mia maniera per concederle di entrare nelle vostre case e tenervi compagnia alla sera, o dopo pranzo com’era sua consuetudine.
La tazza che vedete nella fotografia apparteneva a lei, è una delle sue cose che ho voluto tenere dopo che ci ha lasciati, insieme ad una scatola di legno in cui conservava bottoni, ditali, uncinetto e medagliette.
Nella sua tazza bianca e blu bevo la mia camomilla dal 4 ottobre. E vi ritrovo la morbidezza delle sue lenzuola.

Un’esperienza unica

Suo nonno paterno era grande mediatore di vini e olii. Insieme a lui in estate era solito passeggiare per vigne e uliveti. In autunno, in cantina collaborava alla misurazione dei gradi zuccherini delle uve e alla degustazione dei vini.
Nei periodi natalizi invece accompagnava il nonno materno, figlio di pasticcere per tradizione di famiglia, presso varie pasticcerie napoletane che gli chiedevano un giudizio in merito ai loro dolci.
A queste due figure Giustino Catalano deve la sua formazione gastronomica. E il fatto che l’arte della degustazione, la passione per gli odori e i sapori siano radicate nella sua famiglia, è emblematico del suo rapporto con il cibo: viscerale, carnale, appassionante.
Nel 2000 ha fondato la condotta Valle Caudina di Slow Food della quale è diventato ed è ancora oggi Fiduciario.
L’incontro con il tè è avvenuto all’età di 17 anni, quando trovandosi di fronte ad una vetrina di un bar di Napoli notò 46 scatole di tè firmate Twinings. Fu amore improvviso, da quell’istante iniziò a comprarle tutte, cercando teiere di terracotta, vari strumenti e quant’altro potesse riguardare il mondo del tè.
Ha assaggiato molti tipi di foglie muovendosi tra Russia, Cina, India, Giappone, Thailandia e Birmania. Oggi è diventato un validissimo esperto, è stato ed è tuttora docente di numerosi master sul tè.

Io cerco il tè con l’anima“, mi ha detto durante la nostra prima chiacchierata. Perché il tè non è solo sentori e profumi, è soprattutto emozione. Prima d’ogni altra cosa il tè è passione.
Da questi assunti è partita la nostra conoscenza e immediatamente dopo il desiderio di scambio, di confronto, di condivisione.
Abbiamo barattato alcuni tè e lui mi ha regalato un’esperienza preziosissima. Grazie a lui ho avuto l’occasione di gustare dei tè unici, che sono esistiti solo per qualche frammento di tempo.
Sono tè che raccontano una storia, che hanno certamente un’anima e che dal primo sorso trascinano in un turbinio  di immagini di notevole forza espressiva.

Oolong_Turquoise
L’Oolong Turquoise proviene dall’ Abkhasia (Georgia), è un raccolto del 2008, appartiene a delle piantagioni non più esistenti, a dei campi distrutti dai carri armati russi nell’agosto del 2008. Non ci sono più le piantagioni, né coloro che le coltivavano.
Il sapore è di terra impastata di nostalgia, c’è dentro l’anima russa, il senso della felicità triste. È un tè straordinario.
Non è più solo una tazza calda, è un viaggio, un percorso che penetra in luoghi lontani i cui odori in pochi istanti diventano palpabili.

Pai_Cha
Il Pai Cha è  un tè bianco rarissimo coltivato nella valle di Anji (provincia di Huang Zhu), piccolo villaggio al confine con la Valle di Meijan. È il raccolto dell’eclisse di sole del 22 luglio 2009, la più lunga mai registrata sul nostro pianeta (circa 6 minuti).
La sua è una produzione molto limitata e particolare, in quanto le sue foglie vengono lavorate come quelle di un tè verde.
Provato con un’infusione da verde (75°C per 2,30 minuti circa), si è rivelato estremamente buono. Il colore del liquore è timido, riservato, ma di un bianco di rara bellezza.
Da sempre ho l’abitudine e la passione, durante la preparazione, di annusare a lungo le foglie bagnate immediatamente dopo la prima infusione, riesco a cogliere delle sfumature più ampie. Ebbene le foglie bagnate di questo tè liberano una gamma di sentori vastissima, dal fieno mielato all’erba intinta nello sciroppo d’acero. È una tazza delicatissima.

Tre_te_rarissimi
Questi tre tè sono il risultato di un esperimento, risalente alla primavera del 2009. Sono tre tè provenienti dallo Yunnan: ad eccezione del primo, che è un nero non ossidato al 100%, gli altri due sono tè neri totalmente ossidati (per un ripasso sul concetto di ossidazione vi rimando qui).
Non hanno dei nomi, sono come venuti dal nulla, come fossero il frutto di una magia.

Il n.1 è la sintesi del raccolto di più piante dello stesso tipo di campi attigui, lavorate in un’unica volta.
Ho lasciato le foglie libere nella piccola tazza di porcellana bianca, ho voluto esaltare l’insolita grandezza delle foglie. Ho continuato a bere e bagnarle ripetutamente per tre volte, riscoprendo un liquore di rara bontà, dalle sfumature di gusto ogni volta diverse. Dopo la prima infusione erano ancora molto dure, gran parte di esse è rimasta appena dischiusa: l’ho interpretato come segno di carattere forte.
L’aroma è di impatto legnoso, in cui si insinua delicatamente una nota erbacea quasi impercettibile.

Il n.2 è il risultato del raccolto di più piante dello stesso tipo dello stesso campo, lavorate in un’unica volta.
È un tè che Giustino ama definire “pirotecnico”. L’aroma è sfacciatamente floreale, di orchidea, rimane sospeso. Sul fondo, come se giungessero gli effluvi di un albero di limoni.
Una tazza assolutamente fuori dal comune, assimilabile ad un bellissimo sguardo fugace di un passante che si continua a cercare tra la folla per lungo tempo.

Il n.3 è il frutto del raccolto di una sola pianta dello stesso campo lavorato in un’unica volta.
Un altro tè impareggiabile. Nel profumo delle foglie bagnate ho ritrovato un cesto ricolmo di frutta. Ho sentito le prugne, immediatamente dopo un accenno di castagna, per poi arrivare alla terza infusione a sfiorare un sentore di lieviti, di crosta di pane. Uno dei tè neri dalla personalità più complessa in cui mi sia mai imbattuta. Dopo il terzo sorso si espande sulla lingua con una pioggia lievissima di fiori.

Tai_Ping_Hou_Kui
In ultimo, un tè che molti di voi già conosceranno e che anch’io in precedenza ho già assaggiato in tre luoghi diversi, pur non avendo mai riconosciuto un tale livello di qualità.
Il Tai Ping Hou Kui è un tè verde cinese della provincia di Anhui. Questo è frutto del raccolto della primavera 2009, sola gemma. Fresco, erbaceo, equilibrato, corroborante.
Il liquore è limpido, in bilico tra il giallo pallido e il verde di un prato bagnato dal sole.
Il sapore è straordinariamente ampio, si allarga sotto il palato lentamente, con fare addirittura sensuale. Mi ha messo addosso un’improvvisa voglia di bossanova, come quegli istinti inspiegabili, impetuosi, irresistibili.

Non sono certa di essere riuscita a rendere giustizia alla squisitezza di queste foglie con le mie parole e le mie fotografie. Non so se sono stata in grado di ringraziare abbastanza Giustino per l’autenticità di quanto mi ha permesso di assaporare. Ho voluto raccontarvi la storia di un’esperienza, ho desiderato allargare la condivisione per espandere il piacere.

Le emozioni che rimangono sono vicine a quelle di una notte d’amore che mai più si potrà rinnovare. La sensazione è di riempimento e di vuoto, di felicità e nostalgia. È una migrazione di uccelli, passeggera: cambiando cielo riempiono lo spazio con il loro silenzio di ali.

Un Natale dolce

È stata un’affezionata lettrice/cliente a fornirmi lo spunto per gli auguri che voglio porgervi quest’anno.
È un Natale particolare, testimonia molti cambiamenti accaduti durante l’anno: la perdita di mia nonna Mimma, la nascita della bellissima nipotina Asia, l’avvio del progetto della bottega virtuale, il recupero di una relazione molto importante, il trasferimento in una nuova città e in una nuova casa. Pensieri amari si alternano a speranze, sguardi vuoti a sorrisi fiduciosi. Ma ciò che rimane è una dolcezza segreta, inespressa, legata anche a quel che non c’è più.
Alla dolcezza è connesso il regalo che la cara Loretta mi ha fatto e che tengo a condividere con voi, l’espressione della dolcezza è quanto vi auguro per questo Natale e per il nuovo anno che vi attende. La dolcezza tratteggiata in un abbraccio, in un frutto, in una torta, in un libro, in una lunga passeggiata, in una lettera, nei legami familiari, in una fotografia, in una notte.

Sul palmo della vostra mano ripongo questo cioccolatino che porta il nome di un personaggio femminile di un’opera lirica di Gaspare Spontini, Amazily.

Amazily
È una creazione artigianale di Loretta, a base di cioccolato al latte, panna, il tè di Natale della mia selezione, cioccolato bianco e tè verde Matcha. Una pralina deliziosa, scioglievole, dal sapore perfettamente equilibrato. È il regalo più unico e personalizzato che potessi ricevere e che potessi donare.
Vi lascio assaporare, intanto aziono il mio carillon.

Cari auguri.

Il mio carillon