Un’ombra con il tetto rotto

“La vera poesia sfugge a tutte le logiche pragmatiche, ai condizionamenti, ai moralismi di qualsiasi provenienza. Nel suo nocciolo primo e ineffabile essa è come la vita dell’universo: qualcosa che fluisce trasformandosi senza tregua, alternando in sé la luce e l’ombra, il bene e il male, la vita e la morte, la notte e il giorno. Non possiamo, perciò, chiederle di essere “questo” o “quello”: non possiamo imprigionarla nelle nostre piccole categorie mentali o nei nostri limitati punti di vista. Dobbiamo solo abbandonarci al suo movimento, fluire con lei, lasciarci bagnare dalla sua freschezza e intridere dai suoi aromi sottili come quelli di un tè, lasciarci scottare e rinfrancare dai suoi fuochi, lasciarci spostare dai suoi soffi delicati e potenti. Mentre ci risucchia nel suo gorgo di bellezza e di pena, di forza e dolcezza, la poesia trasforma la nostra anima, le ridà ali liberandola dalla sua pesantezza, senza che noi ce ne accorgiamo”.

Questo stralcio rubato alla bellissima intervista che Paolo Lagazzi mi ha gentilmente concesso più di un anno fa, mi offre lo spunto per comunicarvi che domani 21 Marzo si celebra la Giornata Mondiale della Poesia, istituita nel 1999 dall’UNESCO.
La data segna l’inizio della primavera che, come anche Alda Merini ci ha insegnato, è la stagione che più di ogni altra solletica gli istinti poetici più reconditi e pungola il desiderio di destarsi da ogni torpore, da ogni assenza o distanza.
È una manifestazione che unisce e rinsalda la memoria di un veicolo di espressione che sta alla base di tutte le forme della creatività artistica e diventa luogo privilegiato di incontri tra energie.
In molte città italiane si terranno letture, performance poetiche e musicali, carovane di versi itineranti, mostre e dibattiti. I Parchi Letterari proporranno percorsi sensoriali nei luoghi che hanno ispirato i più grandi poeti italiani: il Parco D’Annunzio ad Anversa degli Abruzzi, il Parco Quasimodo a Modica (Rg), il Parco Pasolini alle porte di Roma, il Parco Campanella a Cosenza.

Anch’io, a mio modo, desidero dare un contributo a questo evento attraverso il mio vettore privilegiato di emozioni. Perché una tazza di tè, come la poesia, genera un significato attraverso gli aromi che la compongono.
La forma delle foglie narra una serie infinita di storie; il colore del liquore, la sua intensità, la persistenza, sollecitano immagini, suggeriscono che il mondo non si esaurisce solo nel visibile.
Come la poesia, anche il rito della tazza calda diventa arte di esprimere, di stimolare, di scegliere. Perché la poesia è un “canto di emergenza” come dice Paul Celan e il rito del tè si fa canto di intimità. La poesia è “un’ombra con il tetto rotto, ma nei buchi ci sono le stelle“, come scrive Pablo Neruda e l’atto di sorbire il tè squarcia il tetto della mente.
Le parole di un componimento poetico sono cristalline, vibranti, vegetali, fruttate, come i sentori di un tè. E spesso si possono bere, possono liberare. Sono antichissime e recentissime, come le gestualità dei riti del tè che si rinnovano e commemorano simbologie magiche.

Il mio contributo dunque viene dal Giappone, si chiama Sencha (Extra Premium) Wazuka. Si dispiega in ampie distese di velluto verde, in una zona situata nel distretto di Sōraku, nei pressi di Uji, Kyoto. Nei prossimi giorni arriverà nella bottega virtuale direttamente dal Sol Levante.
Wazuka è stato per tradizione il luogo di coltivazione del tè giapponese dal 13° secolo. Durante il periodo Kamakura (1185-1333), Jishin-shounin, il più noto sacerdote del tempio Kaijuusen, ricevette alcuni semi della pianta del tè e ritenne che Wazuka fosse il luogo più adatto per piantarli e coltivarli. Così è iniziata la storia del tè a Wazuka.
Durante il periodo Edo (1603-1867), questo luogo divenne il territorio della Famiglia Imperiale e il tè coltivato lì si offriva a palazzo.
L’aroma, il sapore e la forma delle foglie del Sencha Wazuka sono considerati i migliori in Giappone nel vasto panorama dei Sencha. Si tratta di un aroma speciale, frutto della commistione di piccoli fiumi che mantengono il terreno perfettamente umido e splendide colline avvolte spesso dalla foschia, da una sottile nebbia che protegge le foglie dalla luce diretta del sole. Grazie alla combinazione naturale di queste condizioni, si riesce a garantire una crescita lenta e un clima fresco che promettono un aroma straordinariamente dolce e persistente.
È un tè rarissimo, al momento non rintracciabile in Italia: la difficile reperibilità accresce il suo valore.
Raccolte a mano (pratica di solito riservata raramente ai Sencha) solo una volta l’anno, in aprile, le foglie di questo tè subiscono una brevissima cottura a vapore della durata di 30 – 40 secondi, grazie alla quale la freschezza è preservata e la condizione originaria rimane pressoché invariata. Il colore del liquore risulta abbagliante.


Questa la mia poesia: l’armonia della natura, l’equilibrio perfetto tra condizioni, forme e colori che procurano un’emozione.

La camomilla di nonna Mimma

Camomilla
La camomilla ha un posto nei ricordi di ognuno.
Il mio è rimasto in via Michelangelo Buonarroti, in una cucina piccola e accogliente, su un frigorifero bianco. Era lì che la nonna Mimma era solita conservare i suoi mazzetti di fiori di camomilla, in un barattolo di vetro.
Erano i tempi in cui alcune donne ancora la raccoglievano, per poi spargerla sui teli di cotone al sole, lasciarla essiccare e sgranarla. Mi raccontava che nella sua giovinezza molti uomini la utilizzavano come tabacco per la pipa.
Avevo poco più di cinque anni e quell’odore di fiori soleggiati mi colpiva, mi piaceva molto osservare la ritualità e allo stesso tempo l’ormai veloce abilità con cui lei sapeva prepararla. Il pentolino di rame dal manico rotto, il colino che aveva perso la sua lucentezza e le grandi tazze bianche e blu.
Rimanevo spesso a riposare da lei nel primo pomeriggio e l’aroma di camomilla, che spesso sorseggiavamo dopo pranzo, nutriva la flanella delle lenzuola. Per qualche tempo ho creduto che anche i fiori disegnati sui cuscini sprigionassero quell’odore.
Al risveglio, il più delle volte c’era il gelato, sedute sul balconcino stretto.
Amavo l’immagine di mia nonna riflessa nello specchio mentre spazzolava a lungo la sua chioma grigia, per poi raccoglierla in un corposo chignon che affrancava con fermagli di corno.

La camomilla mi fa tornare ai suoi occhi, che non ci sono più.
A lei devo il merito di avermi trasmesso il fascino e l’arte dell’infuso, di avermi insegnato il piacere suscitato da un aroma familiare. Per questa ragione da oggi, nella bottega virtuale, la sezione dedicata agli infusi si arricchisce con i fiori di camomilla.
È il modo in cui posso rendere omaggio al suo ricordo, ai miei ricordi. È la mia maniera per concederle di entrare nelle vostre case e tenervi compagnia alla sera, o dopo pranzo com’era sua consuetudine.
La tazza che vedete nella fotografia apparteneva a lei, è una delle sue cose che ho voluto tenere dopo che ci ha lasciati, insieme ad una scatola di legno in cui conservava bottoni, ditali, uncinetto e medagliette.
Nella sua tazza bianca e blu bevo la mia camomilla dal 4 ottobre. E vi ritrovo la morbidezza delle sue lenzuola.

Un’esperienza unica

Suo nonno paterno era grande mediatore di vini e olii. Insieme a lui in estate era solito passeggiare per vigne e uliveti. In autunno, in cantina collaborava alla misurazione dei gradi zuccherini delle uve e alla degustazione dei vini.
Nei periodi natalizi invece accompagnava il nonno materno, figlio di pasticcere per tradizione di famiglia, presso varie pasticcerie napoletane che gli chiedevano un giudizio in merito ai loro dolci.
A queste due figure Giustino Catalano deve la sua formazione gastronomica. E il fatto che l’arte della degustazione, la passione per gli odori e i sapori siano radicate nella sua famiglia, è emblematico del suo rapporto con il cibo: viscerale, carnale, appassionante.
Nel 2000 ha fondato la condotta Valle Caudina di Slow Food della quale è diventato ed è ancora oggi Fiduciario.
L’incontro con il tè è avvenuto all’età di 17 anni, quando trovandosi di fronte ad una vetrina di un bar di Napoli notò 46 scatole di tè firmate Twinings. Fu amore improvviso, da quell’istante iniziò a comprarle tutte, cercando teiere di terracotta, vari strumenti e quant’altro potesse riguardare il mondo del tè.
Ha assaggiato molti tipi di foglie muovendosi tra Russia, Cina, India, Giappone, Thailandia e Birmania. Oggi è diventato un validissimo esperto, è stato ed è tuttora docente di numerosi master sul tè.

Io cerco il tè con l’anima“, mi ha detto durante la nostra prima chiacchierata. Perché il tè non è solo sentori e profumi, è soprattutto emozione. Prima d’ogni altra cosa il tè è passione.
Da questi assunti è partita la nostra conoscenza e immediatamente dopo il desiderio di scambio, di confronto, di condivisione.
Abbiamo barattato alcuni tè e lui mi ha regalato un’esperienza preziosissima. Grazie a lui ho avuto l’occasione di gustare dei tè unici, che sono esistiti solo per qualche frammento di tempo.
Sono tè che raccontano una storia, che hanno certamente un’anima e che dal primo sorso trascinano in un turbinio  di immagini di notevole forza espressiva.

Oolong_Turquoise
L’Oolong Turquoise proviene dall’ Abkhasia (Georgia), è un raccolto del 2008, appartiene a delle piantagioni non più esistenti, a dei campi distrutti dai carri armati russi nell’agosto del 2008. Non ci sono più le piantagioni, né coloro che le coltivavano.
Il sapore è di terra impastata di nostalgia, c’è dentro l’anima russa, il senso della felicità triste. È un tè straordinario.
Non è più solo una tazza calda, è un viaggio, un percorso che penetra in luoghi lontani i cui odori in pochi istanti diventano palpabili.

Pai_Cha
Il Pai Cha è  un tè bianco rarissimo coltivato nella valle di Anji (provincia di Huang Zhu), piccolo villaggio al confine con la Valle di Meijan. È il raccolto dell’eclisse di sole del 22 luglio 2009, la più lunga mai registrata sul nostro pianeta (circa 6 minuti).
La sua è una produzione molto limitata e particolare, in quanto le sue foglie vengono lavorate come quelle di un tè verde.
Provato con un’infusione da verde (75°C per 2,30 minuti circa), si è rivelato estremamente buono. Il colore del liquore è timido, riservato, ma di un bianco di rara bellezza.
Da sempre ho l’abitudine e la passione, durante la preparazione, di annusare a lungo le foglie bagnate immediatamente dopo la prima infusione, riesco a cogliere delle sfumature più ampie. Ebbene le foglie bagnate di questo tè liberano una gamma di sentori vastissima, dal fieno mielato all’erba intinta nello sciroppo d’acero. È una tazza delicatissima.

Tre_te_rarissimi
Questi tre tè sono il risultato di un esperimento, risalente alla primavera del 2009. Sono tre tè provenienti dallo Yunnan: ad eccezione del primo, che è un nero non ossidato al 100%, gli altri due sono tè neri totalmente ossidati (per un ripasso sul concetto di ossidazione vi rimando qui).
Non hanno dei nomi, sono come venuti dal nulla, come fossero il frutto di una magia.

Il n.1 è la sintesi del raccolto di più piante dello stesso tipo di campi attigui, lavorate in un’unica volta.
Ho lasciato le foglie libere nella piccola tazza di porcellana bianca, ho voluto esaltare l’insolita grandezza delle foglie. Ho continuato a bere e bagnarle ripetutamente per tre volte, riscoprendo un liquore di rara bontà, dalle sfumature di gusto ogni volta diverse. Dopo la prima infusione erano ancora molto dure, gran parte di esse è rimasta appena dischiusa: l’ho interpretato come segno di carattere forte.
L’aroma è di impatto legnoso, in cui si insinua delicatamente una nota erbacea quasi impercettibile.

Il n.2 è il risultato del raccolto di più piante dello stesso tipo dello stesso campo, lavorate in un’unica volta.
È un tè che Giustino ama definire “pirotecnico”. L’aroma è sfacciatamente floreale, di orchidea, rimane sospeso. Sul fondo, come se giungessero gli effluvi di un albero di limoni.
Una tazza assolutamente fuori dal comune, assimilabile ad un bellissimo sguardo fugace di un passante che si continua a cercare tra la folla per lungo tempo.

Il n.3 è il frutto del raccolto di una sola pianta dello stesso campo lavorato in un’unica volta.
Un altro tè impareggiabile. Nel profumo delle foglie bagnate ho ritrovato un cesto ricolmo di frutta. Ho sentito le prugne, immediatamente dopo un accenno di castagna, per poi arrivare alla terza infusione a sfiorare un sentore di lieviti, di crosta di pane. Uno dei tè neri dalla personalità più complessa in cui mi sia mai imbattuta. Dopo il terzo sorso si espande sulla lingua con una pioggia lievissima di fiori.

Tai_Ping_Hou_Kui
In ultimo, un tè che molti di voi già conosceranno e che anch’io in precedenza ho già assaggiato in tre luoghi diversi, pur non avendo mai riconosciuto un tale livello di qualità.
Il Tai Ping Hou Kui è un tè verde cinese della provincia di Anhui. Questo è frutto del raccolto della primavera 2009, sola gemma. Fresco, erbaceo, equilibrato, corroborante.
Il liquore è limpido, in bilico tra il giallo pallido e il verde di un prato bagnato dal sole.
Il sapore è straordinariamente ampio, si allarga sotto il palato lentamente, con fare addirittura sensuale. Mi ha messo addosso un’improvvisa voglia di bossanova, come quegli istinti inspiegabili, impetuosi, irresistibili.

Non sono certa di essere riuscita a rendere giustizia alla squisitezza di queste foglie con le mie parole e le mie fotografie. Non so se sono stata in grado di ringraziare abbastanza Giustino per l’autenticità di quanto mi ha permesso di assaporare. Ho voluto raccontarvi la storia di un’esperienza, ho desiderato allargare la condivisione per espandere il piacere.

Le emozioni che rimangono sono vicine a quelle di una notte d’amore che mai più si potrà rinnovare. La sensazione è di riempimento e di vuoto, di felicità e nostalgia. È una migrazione di uccelli, passeggera: cambiando cielo riempiono lo spazio con il loro silenzio di ali.

Un Natale dolce

È stata un’affezionata lettrice/cliente a fornirmi lo spunto per gli auguri che voglio porgervi quest’anno.
È un Natale particolare, testimonia molti cambiamenti accaduti durante l’anno: la perdita di mia nonna Mimma, la nascita della bellissima nipotina Asia, l’avvio del progetto della bottega virtuale, il recupero di una relazione molto importante, il trasferimento in una nuova città e in una nuova casa. Pensieri amari si alternano a speranze, sguardi vuoti a sorrisi fiduciosi. Ma ciò che rimane è una dolcezza segreta, inespressa, legata anche a quel che non c’è più.
Alla dolcezza è connesso il regalo che la cara Loretta mi ha fatto e che tengo a condividere con voi, l’espressione della dolcezza è quanto vi auguro per questo Natale e per il nuovo anno che vi attende. La dolcezza tratteggiata in un abbraccio, in un frutto, in una torta, in un libro, in una lunga passeggiata, in una lettera, nei legami familiari, in una fotografia, in una notte.

Sul palmo della vostra mano ripongo questo cioccolatino che porta il nome di un personaggio femminile di un’opera lirica di Gaspare Spontini, Amazily.

Amazily
È una creazione artigianale di Loretta, a base di cioccolato al latte, panna, il tè di Natale della mia selezione, cioccolato bianco e tè verde Matcha. Una pralina deliziosa, scioglievole, dal sapore perfettamente equilibrato. È il regalo più unico e personalizzato che potessi ricevere e che potessi donare.
Vi lascio assaporare, intanto aziono il mio carillon.

Cari auguri.

Il mio carillon

Luisa

Si riaffaccia il primo freddo e si scava nell’armadio per indossare una giacca più pesante. Nella tasca destra capita di ritrovare un vecchio biglietto giallo dimenticato da diverso tempo. È un pezzetto di carta a quadretti che profuma di frutti e fiori, un po’ stropicciato dall’imbarazzo che ha voluto nasconderlo.
L’ho scritto nella boutique del tè in cui lavoravo, un giorno qualunque in un momento di pausa tra un cliente e l’altro. Seduta sullo sgabello di legno in mezzo alle scatole di latta color amaranto.
Ogni tanto mi capitava di scrivere poche righe per imprimere alcuni dettagli di qualche cliente. Perché mi colpiva, mi incuriosiva o mi affezionava. Era il mio modo di fotografarli per non scordarli.

Su questo biglietto ho ritrovato Luisa, una signora anziana che da subito mi ha conquistata ma che ho faticato a conquistare. Ho pensato che se lo trascrivo qui non rischio di perderlo di nuovo.

Il tè nero che preferisce contiene molti germogli dorati, tanti quante le estremità dei suoi capelli.
Entra silenziosa, a testa bassa. Ha la voce roca, indossa sempre qualcosa di rosso e porta con sé una bottiglina d’acqua naturale. Sotto il cappotto porta una borsa piccola in cui custodisce il denaro.
Luisa si reca nella boutique del tè mediamente ogni tre giorni. Spesso è di cattivo umore, è burbera e di poche parole ma dinanzi a un gesto affettuoso arrossisce e concede un piccolo spazio in cui è disposta ad accogliere.
La sua timidezza sa di rimpianto, il sorriso è sommesso. Quando si chiude la porta di vetro alle spalle, prima di andare rinnova il saluto e manda un bacio con la punta dell’indice.
Luisa ama il teatro e la poesia napoletana e conserva le bustine di tè in una grande borsa di plastica su cui si inseguono gatti e cani; talvolta le si riversa sul pavimento e le sfuggono tracce di spezie ed erbette, tracce di casa e di famiglia. Non sa cucinare ma è certa che se non fosse sola sarebbe una cuoca eccezionale.
Ha un’amica spagnola e quando racconta di lei l’azzurro che bagna i suoi occhi si increspa. Sulle mani e nei gesti porta il peso della ricchezza dei suoi anni e racconta di alberi in fiore.
È ancora molto bella, mi racconta sempre l’ultimo film visto al cinema. “Sposati e fatti una famiglia, ché rimanere da soli fa soffrire”: questo mi ha detto l’ultima volta che l’ho salutata.
Ha un odore di acqua fresca fiorita e questo, misto al suo fare timido, mi mette addosso una strana voglia di prenderle le mani.

Mi sembra di vederla arrivare dietro la porta di vetro e questa volta voglio precederla: le mando un bacio con la punta dell’indice.

Dei veri viaggi

Marchio Insieme a TèManca davvero poco all’inaugurazione della piattaforma di e-commerce. Nel frattempo la Selezione di Acilia sta decollando lentamente, in accordo con il ritmo calmo tipico del momento del tè.
Mi piace l’impronta poco commerciale che stiamo dando a questa bottega virtuale, mi piace che mi chiediate di essere guidati, che mi raccontiate con chi condividete i miei tè, dove li sorseggiate, cosa percepite al primo sorso. Che mi confidiate ogni sensazione, dall’istante in cui ricevete il pacco fino al consumo dell’ultima foglia. È bello che quasi immediatamente instauriate un rapporto confidenziale con i nomi dei tè partoriti dalla mia fantasia e che con essi vi sentiate in sintonia. Non potrei sperare in una ricompensa migliore.

Nella nuova piattaforma avrete la possibilità di scrivere personalmente le recensioni di ciascun tè e di leggere naturalmente quelle degli altri iscritti. Nell’attesa, le prime impressioni mi sono giunte per email: ho creduto potesse essere interessante confrontarsi con altri palati e altre sensibilità.
Ringrazio tutti di cuore.

“Ho trasferito il tè nelle scatole di latta e così ho avuto occasione di osservare alla luce le foglie. Compro tè sfuso presso vari negozi da molti anni e ho una certa dimestichezza con il suo aspetto, o almeno con l’aspetto del tè che comunemente si può reperire nei negozi. Beh, aprendo i tuoi sacchetti ho avuto una rivelazione! Le foglie della tua selezione hanno un aspetto bellissimo… I colori sono vividi e nelle miscele ci sono sorprese che non avevo mai visto, come i boccioli di rosa interi o pezzi di frutta grandissimi. Mi ha fatto davvero piacere percepire tanta cura e passione.
L’
Houjicha Kaori Fumi è davvero un tè meraviglioso, con il quale abbiamo pasteggiato sia venerdì che domenica sera…credo che ripeteremo l’esperienza spesso. Ho assaggiato tutti gli aromatizzati e sono tutti splendidi.
Ho anche assaggiato il
Genmaicha Hanafubuki. Si tratta di un tè che io già conoscevo e apprezzavo in precedenza e l’avevo ordinato proprio perché l’avevo terminato e mi intrigava parecchio il fatto che questo avesse come base dei tè più pregiati. Ovviamente mi è piaciuto molto e sono rimasta colpita dal fatto che la differenza gustativa si riscontra in una maggiore lievità e finezza.
Grazie ancora per tutto, credo proprio che tu sia diventata la mia “spacciatrice” di tè ufficiale :-)
Loretta


“È stato un pomeriggio sereno, tutto avvolto di profumi. Potendo, li avrei assaggiati tutti assieme! Però alla fine ho optato per il Jade Arrow, che ho gradito tantissimo (mentre ti scrivo sto giusto godendomi la terza infusione): il profumo delle foglie infuse è qualcosa di incredibile.
Ero così contenta che alla fine sono riuscita a “contagiare” anche i miei familiari, che pure sono degli irriducibili della bustina: mia sorella è stata conquistata dalla dolcezza delle
Stille di Rubino; mia mamma invece non ha resistito all’aroma dell’Assam Mangalam. Pensa che sono addirittura riuscita a farle bere qualche sorso senza l’aggiunta di zucchero: e ti assicuro che è un evento più unico che raro.
Pur non avendolo ancora assaggiato, sono rimasta particolarmente colpita anche dalla fragranza dell’
Houjicha: fantastica. Sono certa di non aver mai provato un Houjicha all’altezza di questo.
L’
Assam Mangalam e il Darjeeling Phuguri mi hanno fatto ricredere sui tè neri. Li avevo sempre un po’ “snobbati” e ora invece quando mi capita di essere a casa la mattina sono diventati un appuntamento irrinunciabile! Il Darjeeling soprattutto, mi incanta guardarlo: mi sembra di avere nella tazza una spremuta d’oro zecchino.
Per quanto riguarda le bustine di Mizudashicha
beh, ho fatto male a comprarle: ora non ne potrò più fare a meno! Comodissimo, veloce da preparare, rinfrescante già solo a guardarlo…e poi quell’equilibrio perfetto tra note dolci ed erbacee. Insomma: anche questo promosso con lode.
Infine: mi hai giustamente invitata a muoverti qualche critica, se ce ne fosse stato bisogno. Ma lasciami dire che il servizio che offri con la tua “Selezione” secondo me è ineccepibile (e te lo dice una che ha una discreta esperienza di acquisti di tè sul web). L’unica pecca? Il fatto che tu non salti fuori dal pacchetto insieme ai tè! Sono certa che presentati e infusi da te abbiano un sapore ancor più speciale.
Come sono solita fare, li ho fatti mettere in posa e li ho immortalati: fotografare i tè è una cosa che mi piace tantissimo. Sarà che osservarli per me è una beatitudine tanto quanto berli, e fotografandoli mi pare di riuscire a scrutarli più in profondità.
Ho pensato che fosse una cosa un po’ sciocca mandarti la foto di un tè che mi hai appena spedito e che quindi conosci benissimo, ma te l’allego lo stesso. Ho scelto il più vanitoso, perché mi dà modo di inviarti un piccolo “omaggio floreale” fuori dall’ordinario”.
Serena F.

Stille_di_rubino


“Stamane ho provato
Brezza di seta: eccellente. Davvero notevole… Scorrendo con gli occhi gli ingredienti, la presenza della banana mi aveva suscitato una certa perplessità (ho un rapporto strano con questo frutto) e invece amalgama meravigliosamente tutti gli aromi (quanti e quali!), conferisce dolcezza al liquore e lo equilibra in una perfetta armonia. Notevole.
Ci credi se ti dico che già prima di aprire la scatola riuscivo a percepire lievemente quel profumo soave che ormai collego a “tè”?

Darjeeling Phuguri (sapor di mela verde), Darjeeling Gopaldhara, Jasmine Pearl (un tè principesco, il cui aroma quasi stordisce), Linyun White Snow (color di zenzero candito), Jade arrow e Tian Mu Quing Ding BIO… celestiali! Graditissima sorpresa sono stati il Giardino della nonna e l’East Frisian Sunday Blend. Il Giardino è una golosità, sa proprio “di buono” ;-) , non c’è che dire, gli aromi sono amalgamati in dolcezza. Ne comprerò ancora, è un buon tè da offrire, è stato molto apprezzato.
Stamattina invece ho fatto colazione col East Frisian: chi si aspettava una bontà simile! Ho guardato un po’ sospettosa quel colore così scuro, ormai abituata agli ambrati e ai mielati, ma mi son dovuta ricredere. Mi piace più dell’English Breakfast, ha un aroma stupendo, come di legno dolce”.
Lilium


“Il Giardino della nonna mi ha stupito, lo sto bevendo proprio adesso. Il profumo delle foglie secche aveva un nonsoché di crostata, un ricordo di burro (dato probabilmente dal granulato di yogurt). Sembrava troppo stucchevole al naso e non mi ispirava granchè, anche perché generalmente preferisco i verdi puri. Ma ora che lo bevo devo dire che è un tè che seduce e che in parte smentisce il profumo delle foglie secche. Lo trovo dolce al punto giusto (forse è la lemongrass che bilancia il tutto), rotondo e non spigoloso, fruttato e piacevolissimo da bere in un pomeriggio di primavera inoltrata come questo.
L’
Oolong Darjeeling Gopaldhara mi è piaciuto, l’ho trovato abbastanza persistente e con una personalità abbastanza spiccata, veramente piacevole. Il Linyum White Snow invece lì per lì non mi ha detto molto, l’ho trovato un po’ indefinito, anche se nella seconda infusione si rivela un po’ di più. Però non mi ha soddisfatto al 100%, magari  ho semplicemente sbagliato a farlo”.
Riccardo


“L’appuntamento quotidiano nella pausa pomeridiana è diventato un rito per la scoperta di nuovi sapori e profumi, inebrianti, con l’ulteriore piacere di usare le mie diverse teiere. Dal profumo della ciliegia (Hanai) a quello del lampone (Stille di rubino), l’insospettabile yogurt (Giardino della nonna), il tutto legato dal tè bianco o verde rende queste tazze, sorbite rigorosamente senza l’aggiunta di dolcificanti, dei veri viaggi. Ho notato che ho una netta preferenza per ingredienti come il pepe (Fresco tramonto) che lascia una freschezza veramente piacevole sopratutto in estate.
Sorrido perché il mio compagno al primo assaggio mi ha guardato sconfortato dicendo: “sono solo un maschio, sento solo l’acqua calda,  lo sai che a noi maschi dovete dare solo pasta all’amatriciana , mentre tu hai l’espressione di una che sta gustando un’esperienza unica”. Però diligentemente ogni pomeriggio mi aiuta ad allestire la tavola per il tè e lo beve con me. È anche per questo che lo amo”.
Paola


Affogato al tè Houjicha e pinoli nella no man’s land

Fin dai primi anni della mia giovinezza pensavo che ognuno di noi ha la propria “no man’s land”, in cui è totale padrone di se stesso. C’è una vita a tutti visibile e ce n’è un’altra che appartiene solo a noi, di cui nessuno sa nulla. Ciò non significa che, dal punto di vista dell’etica, una sia morale e l’altra immorale. Semplicemente, l’uomo di tanto in tanto sfugge a qualsiasi controllo, vive nella libertà e nel mistero, da solo o in compagnia di qualcuno, anche soltanto un’ora al giorno, o una sera alla settimana, un giorno al mese; vive di questa sua vita libera e segreta da una sera (o da un giorno) all’altra e queste ore ore hanno una loro continuità.
Queste ore possono aggiungere qualcosa alla vita visibile dell’uomo oppure avere un loro significato del tutto autonomo; possono essere felicità, necessità, abitudine, ma sono comunque sempre indispensabili per raddrizzare la linea generale dell’esistenza.
In questa “no man’s land” possono accadere strane cose, si possono incontrare altri esseri simili, si può leggere e capire un libro con particolare intensità, o ascoltare musica in modo inconsueto, oppure nel silenzio e nella solitudine può nascere il pensiero che in seguito ti cambierà la vita, che porterà alla rovina o alla salvezza. Forse in questa “no man’s land” gli uomini piangono, o bevono, o ricordano cose che nessuno conosce, o osservano i propri piedi scalzi, o provano una nuova scriminatura sulla testa calva, oppure sfogliano una rivista illustrata con immagini di belle donne seminude e muscolosi lottatori.
Ma non bisogna credere che quest’altra vita, questa “no man’s land”, sia la festa e tutto il resto i giorni feriali. Non per questa via passa la distinzione: solo per quella del mistero assoluto e della libertà.          

(Tratto da “Il giunco mormorante”, di Nina Berberova – Adelphi)
 

In una sera di queste, una sera nella no man’s land, ho sperimentato questa ricetta. Il sapore è indeciso, né dolce, né salato, sfugge al controllo. È un piatto libero: si può servire a colazione, a pranzo o a cena come dessert, a merenda o in piena notte, se si ha voglia di dissetarsi. È intrigante, un concentrato di attese.

Ingredienti (per 4 persone):

• 250 g di latte parzialmente scremato
• 200 g di panna da montare
• 1 cucchiaio di tè Houjicha Kaori Fumi
• 40 g di zucchero
• 35 g di pinoli
• 2 tuorli
• 50 g di infuso di tè Houjicha molto concentrato

Versate il latte in una casseruola e scaldatelo per 5 minuti mescolando lentamente. Spegnete, aggiungete le foglie di tè e lasciate in infusione per 10 minuti. Filtrate il latte e rimettetelo nella casseruola.
Aggiungete la panna montata e mescolate a fuoco medio per circa 3 minuti. A parte montate i tuorli con lo zucchero e quando il composto sarà spumoso, unitevi a filo il latte con la panna precedentemente preparati.
Mescolate tutto su fuoco basso per 6 minuti e per 3 minuti portate a bollore.
Versate il composto in un contenitore da freezer largo e basso foderato con pellicola per alimenti e lasciate raffreddare.
Mettete in freezer per circa 8 ore.
Togliete dal freezer e tagliate a pezzettoni; tritate i pezzettoni per circa 15 secondi e poi frullate per un minuto. Se lo ritenete necessario, rimettete in freezer.
Servite guarnendo con pinoli e affogando con il tè Houjicha freddo.