I tè per l’estate

Finalmente pare che l’estate abbia deciso di palesarsi.
I gelsomini rifioriscono, le giornate si spengono su un cielo terso, nei campi lampeggiano i papaveri, l’aria ricomincia a profumare di buono.
Molti di voi mi hanno scritto nelle ultime settimane per chiedermi se e come poter utilizzare i tè della mia selezione per farne delle tazze fredde e dissetanti. Di seguito vi lascio dunque alcuni suggerimenti, uniti a qualche novità.

Il Mizudashicha è senza dubbio il tè più adatto ad accompagnare le giornate calde. Alcuni lo hanno già assaggiato lo scorso anno; è un tè verde importato direttamente dal Giappone (di cui in Italia al momento detengo con grande orgoglio l’esclusiva), costituito dalle foglie di uno straordinario Gyokuro Kyotanabe: quest’ultima, situata tra le montagne Ikoma e il fiume Kizu, è considerata la patria del Gyokuro della qualità più elevata.
È confezionato in pratiche bustine-filtro da circa 10 g ciascuna, utili a preparare in soli 5 minuti 1/2 litro di tè con acqua fredda. Potete portarlo ovunque: per improvvisi pic-nic, colazioni, giornate al mare o merende in terrazza. Avete la possibilità di prepararlo a casa e conservarlo in un pratico thermos per diverse ore, senza che diventi amaro, né astringente: per non rinunciare a dissetarvi in modo sano durante i lunghi viaggi, in ufficio, per la strada, accompagnando ogni spostamento nelle giornate più afose.
Il liquore è verde brillante e il sapore è quello tipico di un Gyokuro, di erba fresca in prossimità del mare.


In generale, i tè che si prestano particolarmente ad essere gustati anche freddi, sono quelli verdi, naturali, aromatizzati o profumati, a seconda dei gusti.
Il Matcha, per esempio, riserva sorprese interessanti se unito al latte freddo, declinato in vari tipi di bevande con frutta o spezie. Ne trovate qualche ricetta quiqui. E in questo testo ne trovate altre.
Se invece desiderate acquisire un modo per gustarlo freddo senza aggiunta di altro:
- Raffreddate la chawan in frigorifero per circa un’ora
- Setacciate il Matcha per evitare la formazione di grumi
- Versate nella chawan 2 chashaku (o 1 cucchiaino raso) di Matcha
- Versate circa 80 ml di acqua fredda (0°C) e mescolate con il chasen

Potete sperimentare invece il Genmaicha seguendo questo metodo di  preparazione:
- Utilizzate 7 o 10 g di tè per 500 ml di acqua fredda
- Mettete le foglie in una caraffa dotata di chiusura ermetica e versatevi l’acqua fredda
- Conservate in frigorifero per circa 2 o 3 ore
- Al fine di uniformare il sapore del tè, agitate la caraffa in orizzontale prima di versarlo in ciascun bicchiere

Il Gyokuro Shincha Wakana BIO e il Sencha Extra Premium Wazuka rendono ottimi risultati se preparati in questo modo:
- Utilizzate 8 g di uno dei due tè per una teiera da circa 400 ml
- Riempite la teiera con del ghiaccio (fatto con un’acqua oligominerale a basso residuo fisso)
- Attendete che il ghiaccio si sciolga in modo naturale, a temperatura ambiente
- L’infusione sarà terminata quando il ghiaccio si sarà sciolto completamente
- Versate nei bicchieri

L’Houjicha può essere preparato secondo due metodi differenti. Il primo appartiene all’antica tradizione contadina giapponese e consiste nel far bollire 10 g circa di foglie per 30 secondi in 500 ml di acqua, per poi filtrare e mettete in frigorifero per almeno un’ora, prima di aggiungere qualche cubetto di ghiaccio e servire.
Il secondo invece consiste nel fare un’infusione a caldo piuttosto forte, utilizzando 8 g per 200 ml di acqua a 80°C per 2 o 3 minuti e versando immediatamente nei bicchieri colmi di ghiaccio.
In linea di massima, quest’ultima metodologia può considerarsi adatta anche per tutti i tè verdi aromatizzati.

Il Rooibos, gli infusi di frutta Tino e Gobbolino e la nuova tisana benessere al Ginkgo (che da oggi trovate nella bottega virtuale nella categoria degli infusi aromatizzati) sono infine le alternative ai tè freddi adatte anche ad anziani e bambini.

Godiamo allora dei gelsomini, dei papaveri, del cielo terso e dell’aria buona. Godiamo del mare, del sole, delle albe senza rumore. Ma non rinunciamo al piacere della tazza, del ristoro.


Notte d’estate

L’acqua della fonte
suona il suo tamburo d’argento.
Gli alberi
tessono il vento
e i fiori lo tingono
di profumo.
Una ragnatela immensa
fa della luna
una stella.

(F.Garcia Lorca)

Takasugi-an: a sfiorare il cielo

È sorretta da due tronchi di castagno segati, senza radici. Ci si può accedere solo attraverso una scala non fissata: oscilla.
Non vi è alcuna rete di sicurezza, scegliere di raggiungerla è un atto di fiducia, di abbandono. È una sala da tè unica al mondo, si chiama Takasugi-an.
È un progetto partorito dalla mente di Terunobu Fujimori, un architetto e storico dell’architettura giapponese. Egli ha realizzato alcuni tra gli edifici più originali e audaci del Giappone, molti dei quali sono delle sale da tè.


Takasugi-an si trova a Chino, nella prefettura di Nagano, sull’Honshu, l’isola più grande del Giappone. Chino conta circa 57.000 abitanti e, tra le altre cose, è la casa del più antico tesoro nazionale: la Venere di Jomon.
A metà percorso ci si tolgono le scarpe, all’interno il pavimento è costituito da stuoie di bambù. La superficie corrisponde all’estensione di circa quattro tatami.
C’è una sola finestra, che richiama volutamente il tradizionale kakejiku, ossia la pergamena in seta e carta di riso dipinta a mano che rappresenta l’espressione artistica più diffusa nel Sol Levante e che spesso è un elemento caratterizzante delle case da tè. I kakejiku, attraverso i paesaggi raffigurati, servono ad indicare solitamente nei luoghi dove si serve il tè il periodo dell’anno corrente. La finestra di Takasugi-an mostra non solo i cambiamenti ciclici delle stagioni, attraverso una straordinaria tavolozza di colori, ma anche le trasformazioni della città di Chino. E in lontananza, si scorge il primo progetto di Fujimori: il Jinchokan Moriya Historical Museum.


Un rifugio che ambisce a sfiorare il cielo è un sogno che abita in ciascuno di noi; tutti hanno desiderato almeno una volta di possedere una casa sull’albero. Immergendosi in maniera completa nei suoni e negli odori della natura, si conquista la possibilità di conciliarsi con la parte più arcaica di se stessi, con l’origine.
Fujimori realizza con questa sala da tè un’estensione del proprio corpo, un inno ad una semplicità ruvida in cui risiede l’equilibrio tra quiete, misura, raffinatezza e armonia. Perché la vera bellezza trasuda dall’essenzialità, perché la casa del tè sia anche casa per l’anima.


L’acqua per il tè viene scaldata su un focolare a fiamma libera, utile anche a scaldarsi nei mesi più freddi. Il più delle volte si prepara del tè Matcha, accennando un Chanoyu intimo e frugale. Certamente due dei quattro principi fondamentali della cerimonia giapponese si realizzano in modo pieno nel Takasugi-an: Wa, armonia tra le persone e con la natura e Jaku, tranquillità e pace della mente, espresse in una condizione in cui l’anima rimane aperta.


L’assenza di qualunque altro oggetto o ornamento è voluta, favorisce la rappresentazione del vuoto a cui la meditazione Zen si ispira. L’assenza di contenuto lascia spazio al pensiero, alla contemplazione e alla purificazione dei sensi.
L’isolamento è imprescindibile per incentivare l’allontanamento dalla materialità della vita quotidiana e solo in questo modo ci si innalza, si arriva a lambire le nuvole.



“Sugli alberi noi trascorrevamo ore ed ore. Per il piacere di arrivare più in alto che si poteva e trovare bei posti dove fermarci a guardare il mondo laggiù, e fare scherzi e voci a chi passava sotto“. (I. Calvino – Il barone rampante)


Un’esperienza unica

Suo nonno paterno era grande mediatore di vini e olii. Insieme a lui in estate era solito passeggiare per vigne e uliveti. In autunno, in cantina collaborava alla misurazione dei gradi zuccherini delle uve e alla degustazione dei vini.
Nei periodi natalizi invece accompagnava il nonno materno, figlio di pasticcere per tradizione di famiglia, presso varie pasticcerie napoletane che gli chiedevano un giudizio in merito ai loro dolci.
A queste due figure Giustino Catalano deve la sua formazione gastronomica. E il fatto che l’arte della degustazione, la passione per gli odori e i sapori siano radicate nella sua famiglia, è emblematico del suo rapporto con il cibo: viscerale, carnale, appassionante.
Nel 2000 ha fondato la condotta Valle Caudina di Slow Food della quale è diventato ed è ancora oggi Fiduciario.
L’incontro con il tè è avvenuto all’età di 17 anni, quando trovandosi di fronte ad una vetrina di un bar di Napoli notò 46 scatole di tè firmate Twinings. Fu amore improvviso, da quell’istante iniziò a comprarle tutte, cercando teiere di terracotta, vari strumenti e quant’altro potesse riguardare il mondo del tè.
Ha assaggiato molti tipi di foglie muovendosi tra Russia, Cina, India, Giappone, Thailandia e Birmania. Oggi è diventato un validissimo esperto, è stato ed è tuttora docente di numerosi master sul tè.

Io cerco il tè con l’anima“, mi ha detto durante la nostra prima chiacchierata. Perché il tè non è solo sentori e profumi, è soprattutto emozione. Prima d’ogni altra cosa il tè è passione.
Da questi assunti è partita la nostra conoscenza e immediatamente dopo il desiderio di scambio, di confronto, di condivisione.
Abbiamo barattato alcuni tè e lui mi ha regalato un’esperienza preziosissima. Grazie a lui ho avuto l’occasione di gustare dei tè unici, che sono esistiti solo per qualche frammento di tempo.
Sono tè che raccontano una storia, che hanno certamente un’anima e che dal primo sorso trascinano in un turbinio  di immagini di notevole forza espressiva.

Oolong_Turquoise
L’Oolong Turquoise proviene dall’ Abkhasia (Georgia), è un raccolto del 2008, appartiene a delle piantagioni non più esistenti, a dei campi distrutti dai carri armati russi nell’agosto del 2008. Non ci sono più le piantagioni, né coloro che le coltivavano.
Il sapore è di terra impastata di nostalgia, c’è dentro l’anima russa, il senso della felicità triste. È un tè straordinario.
Non è più solo una tazza calda, è un viaggio, un percorso che penetra in luoghi lontani i cui odori in pochi istanti diventano palpabili.

Pai_Cha
Il Pai Cha è  un tè bianco rarissimo coltivato nella valle di Anji (provincia di Huang Zhu), piccolo villaggio al confine con la Valle di Meijan. È il raccolto dell’eclisse di sole del 22 luglio 2009, la più lunga mai registrata sul nostro pianeta (circa 6 minuti).
La sua è una produzione molto limitata e particolare, in quanto le sue foglie vengono lavorate come quelle di un tè verde.
Provato con un’infusione da verde (75°C per 2,30 minuti circa), si è rivelato estremamente buono. Il colore del liquore è timido, riservato, ma di un bianco di rara bellezza.
Da sempre ho l’abitudine e la passione, durante la preparazione, di annusare a lungo le foglie bagnate immediatamente dopo la prima infusione, riesco a cogliere delle sfumature più ampie. Ebbene le foglie bagnate di questo tè liberano una gamma di sentori vastissima, dal fieno mielato all’erba intinta nello sciroppo d’acero. È una tazza delicatissima.

Tre_te_rarissimi
Questi tre tè sono il risultato di un esperimento, risalente alla primavera del 2009. Sono tre tè provenienti dallo Yunnan: ad eccezione del primo, che è un nero non ossidato al 100%, gli altri due sono tè neri totalmente ossidati (per un ripasso sul concetto di ossidazione vi rimando qui).
Non hanno dei nomi, sono come venuti dal nulla, come fossero il frutto di una magia.

Il n.1 è la sintesi del raccolto di più piante dello stesso tipo di campi attigui, lavorate in un’unica volta.
Ho lasciato le foglie libere nella piccola tazza di porcellana bianca, ho voluto esaltare l’insolita grandezza delle foglie. Ho continuato a bere e bagnarle ripetutamente per tre volte, riscoprendo un liquore di rara bontà, dalle sfumature di gusto ogni volta diverse. Dopo la prima infusione erano ancora molto dure, gran parte di esse è rimasta appena dischiusa: l’ho interpretato come segno di carattere forte.
L’aroma è di impatto legnoso, in cui si insinua delicatamente una nota erbacea quasi impercettibile.

Il n.2 è il risultato del raccolto di più piante dello stesso tipo dello stesso campo, lavorate in un’unica volta.
È un tè che Giustino ama definire “pirotecnico”. L’aroma è sfacciatamente floreale, di orchidea, rimane sospeso. Sul fondo, come se giungessero gli effluvi di un albero di limoni.
Una tazza assolutamente fuori dal comune, assimilabile ad un bellissimo sguardo fugace di un passante che si continua a cercare tra la folla per lungo tempo.

Il n.3 è il frutto del raccolto di una sola pianta dello stesso campo lavorato in un’unica volta.
Un altro tè impareggiabile. Nel profumo delle foglie bagnate ho ritrovato un cesto ricolmo di frutta. Ho sentito le prugne, immediatamente dopo un accenno di castagna, per poi arrivare alla terza infusione a sfiorare un sentore di lieviti, di crosta di pane. Uno dei tè neri dalla personalità più complessa in cui mi sia mai imbattuta. Dopo il terzo sorso si espande sulla lingua con una pioggia lievissima di fiori.

Tai_Ping_Hou_Kui
In ultimo, un tè che molti di voi già conosceranno e che anch’io in precedenza ho già assaggiato in tre luoghi diversi, pur non avendo mai riconosciuto un tale livello di qualità.
Il Tai Ping Hou Kui è un tè verde cinese della provincia di Anhui. Questo è frutto del raccolto della primavera 2009, sola gemma. Fresco, erbaceo, equilibrato, corroborante.
Il liquore è limpido, in bilico tra il giallo pallido e il verde di un prato bagnato dal sole.
Il sapore è straordinariamente ampio, si allarga sotto il palato lentamente, con fare addirittura sensuale. Mi ha messo addosso un’improvvisa voglia di bossanova, come quegli istinti inspiegabili, impetuosi, irresistibili.

Non sono certa di essere riuscita a rendere giustizia alla squisitezza di queste foglie con le mie parole e le mie fotografie. Non so se sono stata in grado di ringraziare abbastanza Giustino per l’autenticità di quanto mi ha permesso di assaporare. Ho voluto raccontarvi la storia di un’esperienza, ho desiderato allargare la condivisione per espandere il piacere.

Le emozioni che rimangono sono vicine a quelle di una notte d’amore che mai più si potrà rinnovare. La sensazione è di riempimento e di vuoto, di felicità e nostalgia. È una migrazione di uccelli, passeggera: cambiando cielo riempiono lo spazio con il loro silenzio di ali.

Amacha e la festa dei fiori

Amacha letteralmente significa tè zuccherato, tè dolce. In realtà, non si tratta esattamente di tè.
Oltre alle coltivazioni di kabusecha, i giapponesi si sono distinti anche per la produzione di particolari tipi di ortensie di montagna (hydrangee), il cui infuso tipicamente dolciastro assume per loro anche un valore simbolico.
L’Amacha è uno dei protagonisti della festa con cui si celebra la nascita di Buddha in Giappone; cade ogni anno intorno a metà aprile, è considerata una delle feste nazionali ed è conosciuta anche col nome di Hana-Matsuri, la festa dei fiori.
La leggenda narra che Buddha sia nato nel giardino di Lumini, nel sud dell’attuale Nepal. Immediatamente dopo la nascita, pare che Buddha abbia mosso sette passi e, indicando verso l’alto e verso il basso, abbia detto: “Sono solo in cielo e sulla terra”. Dopo, nove draghi sarebbero discesi dal cielo battezzandolo con acqua pura.
Questo giorno rappresenta la commemorazione di tale evento; ogni tempio buddista allestisce sul terreno una sala dei fiori (Hanamido) che ricorda l’atmosfera del giardino di Lumini, al centro della quale viene posta una statua del Buddha alla nascita. La cerimonia si identifica in un rito chiamato Kambutsu-e, durante il quale la miniatura di bronzo viene sistemata al centro di un fiore di loto e viene lavata con il tè dolce Amacha: ogni persona che visita il tempio versa poche gocce dell’infuso con un cucchiaio di bambù per tre volte. L’Amacha rappresenta l’acqua pura versata dai draghi sulla testa del Buddha.

Kambutsue

Foto tratta dall’album di Nemo’s great uncle

Si preparano litri di Amacha perché i visitatori possano anche portarlo a casa e berlo insieme ai propri familiari. E al tramonto, quando lunghe processioni si mettono in cammino e ogni partecipante porta la sua lanterna illuminata, i bambini bevono il tè dolce. Accendere e mantenere viva la luce della lanterna significa illuminare e purificare il proprio spirito, oltre che manifestare la devozione al Buddha.
In passato la gente era convinta che l’Amacha vantasse poteri magici: erano soliti utilizzarlo come inchiostro per scrivere formule magiche che poi appendevano al portone della propria casa, con la speranza di tenere lontani tutti gli animali sgradevoli.

Le varietà delle ortensie del gruppo Amacha sono molte, tutte ascrivibili alla specie Hydrangea serrata e conosciute nel Sol Levante come yama ajisai. Sono localizzate quasi tutte sulle montagne del centro e nord del Giappone; la maggior parte di esse ha foglie strette con superficie opaca e porta infiorescenze bianche, rosa o blu, influenzate dal grado di acidità del terreno.
In Europa sono comparse per la prima volta intorno 1740, ma nei giardini giapponesi erano già ampiamente diffuse durante il XVII secolo.
L’infuso più dolce si ottiene dalle foglie lunghe di Nagaba amacha, che cresce nel centro dell’isola di Honshu ed è particolarmente ricca di una sostanza naturale edulcorante. Prima dell’introduzione dello zucchero, il popolo nipponico usava questa ortensia come dolcificante.

Buddha_amacha
Le altre varietà del gruppo Amacha utilizzate per l’infuso sono:

- Amagi amacha (ortensia da tè Amagi): proveniente dalla zona delle montagne della penisola di Izu in Giappone. Ha un aspetto molto elegante, fiori bianchi e foglie lunghe e strette che anche non seccate hanno un sapore dolce-amaro. In passato le foglie erano usate anche per preparare una sorta di farinata chiamata Amacha gayu.

- Koamacha (ortensia da tè piccola): introdotta da Philipp Franz von Siebold nel suo “Flora Japonica”. Le foglie sono molto piccole e il peduncolo della foglia insieme agli steli hanno un insolito colore rossiccio. Attualmente non è più molto usata in quanto si tende a preferire piante con foglie più grandi che garantiscano un raccolto più abbondante.

- Odoriko amacha (ortensia da tè ballerina): si ottiene da un seme di Amagi amacha e fiorisce più a lungo e più copiosamente delle altre ortensie dello stesso gruppo. Ha infiorescenze formate da grandi fiori sterili bianchi con fiori fertili colorati.

- Yae no amacha (ortensia da tè a fiore doppio): è una specie molto rara dal fiore doppio che proviene dalla regione di Nigata. Ha fiori azzurri, bianchi o rosa affatto uniformi. Scoperta abbastanza recentemente (nel 1960), è una delle più graziose ortensie del gruppo Amacha.

- Oamacha: tradizionalmente conosciuta in Giappone, è apprezzata sia come cespuglio ornamentale, sia per il sapore zuccherino delle foglie verdi punteggiate da curiose macchioline di colore rosso bruno. I fiori sono bianchi rosati, hanno delle bellissime sfumature.

Yae_no_amacha

Pillole di Matcha

Il tè si presenta in una miriade di forme. Può essere rugoso e rattrappito come stivali mongoli, dritto ma floscio come la giogaia di uno zebù, convoluto come le nuvole che fluttuando escono da dietro una montagna, leggermente ondulato come acqua increspata da una lieve brezza“. [Lu Yu, da il Canone del tè]

Il tè si presenta in una miriade di forme. Nel pensiero comune si è soliti collegarlo all’immagine di una tazza fumante, una bustina, una foglia; le menti più esperte lo riconducono anche a panetti di foglie pressate (nel caso dei tè Puerh), a piccoli fiori (nel caso dei tè lavorati) o ad una polvere impalpabile. Probabilmente nessuno lo associa ad una pillola.
Grazie all’ormai noto ingegno dei giapponesi, da oggi può accadere: le capsule di tè Matcha rappresentano una nuova maniera per occidentalizzare la loro bevanda più rappresentativa, per adattarla alle nostre esigenze spazio-temporali e per raggiungere tutte le generazioni che non vogliono saperne di teiere, infusori, tazzine e termometri.
Costituite al 100% da ingredienti naturali, sintetizzano l’essenza delle sostanze benefiche caratteristiche del tè Matcha, prima tra tutte la catechina. Assumendo 2 o 3 capsule al giorno, potremmo prevenire l’invecchiamento cellulare, abbassare la pressione, ridurre il colesterolo, ridurre gli zuccheri nel sangue e osteggiare virus e batteri. Il tè Matcha possiede la più alta concentrazione di antiossidanti rispetto a tutti i frutti e vegetali conosciuti attualmente, vanta 4 volte la quantità di beta-carotene contenuto nelle carote, utile a neutralizzare gli effetti negativi dei radicali liberi.

Le capsule si possono utilizzare in vari modi:
- assumendole con acqua calda e trattenendole nella bocca per sentire l’aroma del tè;
- aprendole e spruzzando il tè Matcha direttamente sugli alimenti;
- aprendole e utilizzando la polvere di Matcha durante la preparazione di cibi dolci o salati.


Qual è la vostra opinione in merito? Di questo nuovo modo di vivere il tè, quali aspetti reputate positivi o negativi?

Mini tea quiz

Mark Ukra, conosciuto a Los Angeles come Dr. Tea (qui potete trovarlo su Facebook), ha scritto un libro intitolato The Ultimate Tea Diet. È un testo insolito, ha un taglio originale e si pone l’obiettivo di illustrare al lettore i numerosi benefici di una tazza calda, basandosi su esperienze personali, ricerche e osservazioni.
Una delle 280 pagine è dedicata ad un simpatico quiz che, secondo il Dr. Tea, potrebbe essere utile a tutti coloro che si avvicinano per la prima volta al tè, per capire da dove iniziare.
Se avete voglia di cimentarvi e mettervi alla prova:

1. Qual è il tipo di gelato che preferite?
A. Vaniglia
B. Menta e pepite di cioccolato
C. Banana split con sciroppo di cioccolato e ciliege

2. Qual è il tipo di pranzo che preferite?
A. Ristorante 4 stelle
B. Fast-food
C. Barbeque in giardino

3. Qual è il tipo di cibo che più amate?
A. Insalata leggera e salmone alla griglia
B. Hamburger e panino
C. Piatti etnici speziati

4. Avete avuto inaspettatamente un giorno libero a lavoro. Dove vi piacerebbe andare?
A. Visitare un museo
B. Passare l’intero giorno in spiaggia
C. Fare un giro sulle montagne russe in un parco divertimenti

5.  Quale bevanda preferite (oltre il tè, naturalmente)?
A. Vino
B. Birra
C. Caffè

6. Quale di questi personaggi del cinema potrebbe essere il vostro compagno/a ideale (ignorando il loro sesso)?
A. Helen Mirren
B. Chris Rock
C. Bruce Willis 

Prima di calcolare il vostro punteggio, dice il Dr. Tea, non dimenticate che nel mondo del tè, come nella vita, niente è solo nero o solo bianco (o in questo caso bianco, verde, oolong o nero). Inoltre, questo test non presuppone alcun giudizio, rimane sempre una questione di gusto. Si tratta semplicemente di un aiuto, un accompagnamento, un consiglio su come accostarsi alla grande varietà di foglie profumate, per poi continuare ad esplorare da soli le varie sfumature di colori e sapori.

Se la maggior parte delle vostre risposte appartengono alla categoria A, probabilmente siete portati per un tè sofisticato e particolare come: tè verde al gelsomino in perle, tè bianco e pu-erh.

Se invece le vostre risposte appartengono per lo più alla categoria B, i tè più adatti al vostro palato sono: Earl Grey (bergamotto), tè neri in generale e oolong.

In ultimo, se gran parte delle risposte fanno parte della categoria C, fareste bene a preferire tè dall’aroma piccante, divertente e deciso come: Lapsang Souchong (affumicato), tè nero speziato Chai e tè aromatizzati alla frutta.

*E proprio in merito alle prime esperienze, vi segnalo il post di Balpa che ha descritto il suo primo incontro con il tè in foglie attraverso un originale foto-racconto.

Brontola come un temporale

La parola samovar nasce dall’unione di due termini russi: sam=da solo e varit’=bollire: significa “bolle da solo“, “autobollitore”. Ne abbiamo visti in vari negozi e ristoranti, di rame, argento, porcellana, metallo o addirittura oro. Sono oggetti affascinanti, arredano con gusto, sono maestosi e rappresentano un modo di preparare e gustare il tè molto diverso dal nostro.
La Russia scoprì il tè nel 1638, quando lo zar Michele III ne ricevette 64 kg dall’ambasciatore Vassili Starkov come dono di un principe mongolo. Presto la bevanda si diffuse in tutto il Paese e poiché era bevuta sia di mattina che di pomeriggio, in casa e in viaggio, divenne indispensabile l’uso di un oggetto che mantenesse l’acqua calda per l’intera giornata.
 

Foto tratta dall’album di Goulven Le Bahers 

 

Il samovar può avere più forme e assumere aspetti diversi: a cratere o ad urna, sferico, liscio, cilindrico o cesellato. In ogni caso si tratta di un contenitore metallico dotato di un rubinetto nella parte inferiore, con un tubo interno che lo attraversa verticalmente. Il tubo viene riempito con del combustibile solido, il quale bruciando scalda l’acqua circostante. In alto c’è un camino di circa 20 cm che ne assicura il tiraggio ed è previsto un alloggiamento utile a sostenere e scaldare una teiera.
I samovar più antichi, usati attualmente solo nei villaggi russi, sono alimentati con carbone o con pigne secche che conferiscono al tè un leggero aroma di resina, mentre quelli moderni sono elettrici (al posto dei fori di ventilazione hanno una presa di corrente). Questi ultimi sono muniti anche di un termostato che mantiene costante la temperatura dell’acqua. Si dice che il tè preparato in un samovar alimentato da un fuoco di pigne abbia il sapore di una foresta in cui si respira aria buona.
Per le famiglie russe il samovar è ancora un simbolo di grande importanza, perché oltre ad essere un’economica fonte di acqua calda sempre disponibile, rappresenta il calore familiare.
 

 Foto tratta dall’album di Krasnaya Da 

 
Il precursore del samovar fu lo sbitennik, un oggetto che somiglia ad un bollitore munito di gambe che serviva a preparare lo sbiten, una bevanda calda a base di miele e spezie.
Intorno alla fine del XVIII secolo Fedor Lisitsyn, un armaiolo russo, aprì una piccola officina a Tula, una cittadina a sud di Mosca, dove insieme ai suoi figli progettò come costruire in serie i samovar. Fu il primo a produrli a livello industriale ed ebbe un gran successo, sulla cui onda nacquero altre fabbriche che fecero di Tula la capitale dei samovar. Successivamente la fabbricazione si diffuse anche a Mosca, San Pietroburgo e in alcune aree industrializzate della Siberia.
La compagnia ferroviaria fu una delle prime a riconoscere la praticità e la popolarità del samovar, tanto che le carrozze lussuose della Transiberiana ne furono immediatamente dotate, per poi estenderne l’uso anche alle altre carrozze dei treni a lunga percorrenza. Ancora oggi nei treni russi, nei vagoni vicino ai bagni, è consueto imbattersi in un samovar (attentamente sorvegliato dal personale) da cui ogni passeggero può attingere l’acqua per preparare il suo tè prima di addormentarsi. Il costo di una tazza si aggira intorno ai 5-10 rubli, ossia 15-30 centesimi di euro.
 

Il samovar è sempre stato presente negli usi e costumi della Russia: basti pensare che è considerato il regalo di nozze per eccellenza. Nelle occasioni formali in cui si hanno ospiti di riguardo, il tè viene preparato rigorosamente nel samovar e servito in tazze di porcellana, accompagnato da fettine di limone, zucchero e frutta candita.
I Russi bevono quasi sempre tè nero di Assam, concentrato e dall’aroma persistente, e sono soliti gustarlo a colazione insieme a del pesce affumicato, carni, pane di segale, pirozsky (fagottini di sfoglia ripieni), uova e, per gli adulti, l’immancabile vodka. In alternativa, è valorizzato da alcuni dolci tipici come i prianiki, biscotti decorati a base di miele, i baranki, piccoli dolci tondi e secchi, e i bubliki, grandi ciambelle.

Le fasi della preparazione del tè sono essenzialmente 6; ve le riassumo in un breve promemoria, qualora un giorno dovessero esservi utili.
1- Riempite il samovar con dell’acqua, fatela bollire e successivamente abbassate la temperatura al fine di mantenerla costante;
2- Ponete la teiera nell’alloggio sulla parte superiore del samovar e mettetevi circa 5 o 6 cucchiaini del tè nero che preferite;
3- Prelevate dal rubinetto del samovar una tazza di acqua calda, versatela nella teiera e lasciate in infusione per circa 6 minuti, finché il tè risulterà molto scuro;
4- Servendovi di un colino e di un recipiente, filtrate il tè e riversatelo nella teiera posta sul samovar;
5- Versate per ogni tazza solo un dito di tè concentrato;
6- Aggiungete in ogni tazza dell’acqua calda prelevata dal rubinetto del samovar, diluendo il tè a piacere.

Gli appassionati bevitori di tè lasciano che in salotto il samovar “brontoli come un temporale” per un tempo lunghissimo, perché ogni momento può essere giusto per una tazza profumata. Ed è un piacere che si espande dagli occhi al palato.