Il terrorismo mediatico: Renata Pisu e “La fine del tè”

Il 20 giugno 2011 è stato pubblicato sul noto quotidiano La Repubblica un articolo redatto dalla giornalista Renata Pisu in merito al tè verde giapponese e a ciò che è accaduto a Fukushima. Devo a Paola Ghirotti l’opportunità di esserne venuta a conoscenza.
È un articolo che ho riletto più volte, che ho stampato, osservato con estrema attenzione e su cui ho riflettuto a lungo. Ne trovate il testo integrale qui.
Prima di condividerlo con voi oggi, ho ritenuto di volerlo condividere con numerose Associazioni che promuovono scambi culturali tra Giappone e Italia (Istituto Giapponese di cultura, Fuji, Sakura, Iroha, Lailac, Aretè, Nipponica, Fondazione Italia-Giappone, Istituto italiano di cultura a Tokyo, Comitato per Ishinomaki), con l’Ambasciata italiana a Tokyo, con l’ente semi-governativo JETRO, con la community italiana Tea Time che si definisce il primo sito italiano dedicato al mondo del tè, con le scuole che organizzano cerimonie del tè giapponese in Italia, con l’Associazione Italiana Cultura del tè, con alcuni blogger italiani che vivono in Giappone, con produttori e distributori giapponesi di tè e con colleghi importatori che gestiscono boutique specializzate nella vendita di tè in foglia in vari luoghi d’Italia.
Ciascuna di queste persone ha investito tempo ed energie in termini sia pratici che emotivi, al fine di promuovere e diffondere la cultura del tè in Italia, ognuno con i propri mezzi; la Sig.ra Pisu ha citato “la perdita di identità e cultura“, ha affermato che le “esportazioni del tè sono ferme“, che “ora non si berrà più tè in Giappone“, che “il tè rischia la messa al bando totale“, che si stanno compiendo “cerimonie dell’addio”. Ebbene le testimonianze di tutti coloro che hanno ritenuto di rispondere alla mia sollecitazione e che per questo ringrazio (le ho raccolte in questo documento in continuo aggiornamento) si sono rivelate preziose al fine di confutare ognuna delle asserzioni della giornalista, che scoprirete prive di ogni fondamento. Vi invito a leggere l’intero documento perché tutte le testimonianze esprimono punti di vista interessanti e degni di nota, possono aiutarvi a comprendere meglio come funzionano alcuni meccanismi che ruotano intorno al mondo del tè (le testimonianze dei produttori giapponesi sono state naturalmente tradotte dall’inglese).
Sono ferita e profondamente irritata da quanto scritto dalla Sig.ra Pisu, ritengo sia stato commesso uno sbaglio grave, grossolano, di imperdonabile superficialità. Se commettessi l’errore di mostrarmi indifferente, rischierei di confondere, spaventare e probabilmente allontanare tutti coloro per la cui fiducia e per il cui interesse ho lavorato fino ad oggi.

Ci sono diverse parole chiave a proposito delle quali desidero esprimere un’opinione, perché ritengo possano essere motivo di confusione, di tendenziosità. Insinuare dubbi, incutere paura, senza per altro citare alcuna fonte direttamente verificabile, trovo sia un atto di rara vigliaccheria, di chiara scorrettezza.
Fare informazione richiede un’assunzione di responsabilità non trascurabile, perché avere la possibilità di arrivare nelle case di centinaia di migliaia di persone significa potenzialmente condizionare i loro pensieri e le loro azioni, che a loro volta potenzialmente influenzano pensieri e azioni di altre persone ancora, fino ad arrivare a caratterizzare il Paese, a definirne il costume, lo spessore, la sensibilità.

Il termine “avvelenata” significa letteralmente “uccisa dal veleno, velenosa”, ossia una sostanza che causa gravissimi danni, perfino la morte (cit. dal Dizionario della lingua italiana). Associarla al tè, per altro all’interno del titolo dell’articolo, trovo sia scorretto, ingiusto. È la prima informazione falsa a cui seguono decine di altre informazioni false, inanellate senza alcun criterio, né cognizione di causa.
Ad oggi non è stato registrato alcun caso in nessuna zona del Giappone che abbia mai certificato gravissimi danni o la morte di persone che abbiano ingerito tè verde dopo l’accaduto dell’11 marzo.
Parole come “crollare“, “psicosi“, “perdita di identità“, “fine“, “addio“, “danno“, “messa al bando” non registrano una notizia, non informano in merito ad un evento, bensì alludono, giudicano, insinuano, sentenziano. Non posso pensare che una professionista della parola non conosca i significati di questi termini; posso solo pensare che abbia scelto di utilizzarli coscientemente. Sulle ragioni per cui lo abbia fatto preferirei sorvolare.
È inesatto affermare che le esportazioni sono ferme, che anche in Europa non si berrà più tè, perché come dimostrano anche le testimonianze di importatori ed esportatori contenute nel documento che ho redatto, il tè continua ad essere commercializzato e bevuto regolarmente, in Giappone e in Italia, dai grossi distributori ai piccoli negozi, dalle case private ai luoghi di aggregazione.
Ci sono naturalmente delle condizioni più rigide a cui il tè è sottoposto rispetto al passato, perché possa arrivare nelle nostre tazze. Prima tra tutte, è necessario che ottenga il nullaosta sanitario dal nostro Ministero della salute e che rispetti il regolamento di esecuzione (UE) N. 351/2011 della Commissione del 23 maggio 2011 (che modifica il regolamento N. 297/2011 datato l’11 aprile) che impone condizioni speciali per l’importazione di alimenti originari del Giappone o da esso provenienti, a seguito dell’incidente alla centrale nucleare di Fukushima [ qui trovate il testo integrale del regolamento].
Per ottenere il nullaosta sanitario, al momento dell’ingresso nel territorio nazionale (nei porti, aeroporti e dogane interne), tutte le partite di merci di interesse sanitario, compresi quindi gli alimenti di origine non animale destinati al consumo umano, provenienti da Paesi extra-europei, devono essere sottoposte ad un controllo igienico-sanitario a cura dell’Ufficio di sanità marittima e aerea (USMAF) competente territorialmente.
Direttamente sulla merce quindi, il personale tecnico dell’USMAF, presa visione della documentazione d’origine che deve necessariamente accompagnare ogni importazione, effettua controlli sanitari (documentali, ispettivi e/o analitici) utili ad evitare che prodotti contaminati, adulterati, tossici o comunque non rispondenti alle normative sanitarie vigenti, possano essere commercializzati in Italia e negli altri Paesi dell’Unione Europea. Al termine di tali controlli, l’USMAF, verificata la non pericolosità della merce, rilascerà il Nulla Osta all’importazione, documento che ne permetterà l’introduzione nel territorio comunitario. E a conferma di quanto scritto, vi allego l‘immagine che mostra la tracciabilità del pacco contenente i tè giapponesi che sto attendendo da Uji (Kyoto) a mezzo di corriere espresso EMS. A differenza delle spedizioni precedenti l’11 marzo, adesso è comparsa la nuova dicitura: “Awaiting presentation to customs commissioner” ( trad. “In attesa di essere presentato al commissario di dogana”).

Sarebbero molte le cose da dire, da specificare, analizzare e spiegare, ma correrei il rischio di diventare prolissa. Mi limito pertanto alle più importanti, a quelle più indispensabili.
Lasciare intendere che il tè in Giappone è prodotto esclusivamente a Shizuoka è inesatto; in Giappone si coltiva e produce tè in molte altre zone, come Saitama, Mie, Kagoshima, Fukuoka e Kyoto (Uji, Kyotanabe).
Affermare che “sul tè si è costruita una cultura” è quantomai riduttivo: il Giappone ha edificato la sua identità culturale anche attraverso l’arte pittorica, la letteratura, la poesia, la tradizione musicale, la tradizione artistica artigianale della ceramica, il teatro, il cibo, il culto dei fiori.
L’asserzione “il tè giapponese è un tè che si vuole migliore di qualsiasi altro tè” rasenta l’assurdità. Mi chiedo chi lo voglia, dove lo voglia, perché. È un’affermazione che non significa nulla. Non esiste un tè migliore in assoluto, i criteri di giudizio per definire un tè sono molteplici, spaziano dalla metodologia di raccolta, alla tipologia di lavorazione, alla modalità di consumo, fino ad arrivare al gusto personale. Ci sono varie eccellenze in fatto di tè anche in Cina, a Taiwan, in India e mi sorprende che la Sig.ra Pisu non abbia avuto occasione di scoprirlo, dato che nel corso della sua carriera ha prestato particolare attenzione all’Asia orientale (ma forse non al tè).

(Immagine tratta dall’album di Morten Rand-Hendriksen)

La cerimonia del tè non serve a “riassumere la concezione estetica del Giappone“, le simbologie ad essa collegate hanno significati molto più profondi di quelli espressi dalla giornalista.
Il Cha no yu vanta una tradizione antichissima, una produzione letteraria a riguardo estremamente corposa, una lunga dinastia di maestri che vi hanno dedicato la vita; la cerimonia del tè è un’arte, intimamente connessa con la spiritualità. I suoi principi fondamentali si esprimono attraverso l’armonia tra le persone e la natura, il rispetto verso le cose e la gratitudine per la loro esistenza, la purezza interiore. Durante la cerimonia del tè giapponese si agisce l’uno per l’altro per raggiungere il solo scopo di creare un istante di perfetta armonia.
La ricerca della semplicità è voluta, l’intera cerimonia è un inno alla frugalità (dal luogo in cui si svolge, ai gesti, agli allestimenti, agli oggetti utilizzati); dunque l’affermazione della giornalista “vasellame raffinato, anche se di fattura apparentemente semplice” risulta inadeguata, spicciola, pressappochista, oltre che indicativa di scarsa conoscenza della materia. La sua visione che ne deriva è di pura forma, come del resto l’intera impostazione dell’articolo.

Concludo lasciandovi qualche spunto utile che potete approfondire anche da soli qualora vogliate.
Marco Casolino, autore del libro “Come sopravvivere alla radioattività“, Ed. Cooper, primo ricercatore presso l’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) e parte del team del RIKEN, ha redatto due articoli estremamente interessanti nel suo blog che vi esorto a leggere con attenzione: questo datato il 26 giugno e questo datato il 30.
Il comunicato stampa del Ministero giapponese della salute edito il 2 giugno 2011 ha emesso una restrizione della distribuzione degli alimenti (con particolare riferimento al tè) prodotti solo nelle prefetture situate nei pressi di Fukushima: Ibaraki, Kanagawa, Chiba, Tochigi. [se desiderate leggere tutti i dettagli, qui trovate il testo integrale del comunicato].
Nel complesso, pare siano stati effettuati finora più di 3.300 controlli in tutto il Giappone orientale (vi invito a leggere questo documento, con particolare attenzione alle pagine 21-25).
Il 12 maggio 2011 sono stati registrati e comunicati dati allarmanti sulle foglie di tè prodotte a Minamiashigara (e nelle vicinanze dove sono situate anche Odowara, Kiyokawa, Yugawara, Aikawa e Manazuru), nella parte occidentale della prefettura di Kanagawa (a 250 km dalla centrale nucleare di Fukushima). Le misurazioni hanno svelato dai 530 ai 780 becquerels/Kg di cesio radioattivo, mentre i limiti di legge sono fissati a 500 bq/Kg. Il governo centrale ha dunque chiesto alla prefettura, alle amministrazioni municipali e alle cooperative locali di agricoltori di bloccare volontariamente la vendita delle foglie di tè e i primi ad aderire alla richiesta sono stati proprio i contadini che lavorano nelle piantagioni del villaggio di Kiyokawa, i quali hanno iniziato anche ad sradicare le piante di tè.
Se desiderate tracciare nuovamente l’intero percorso di quanto accaduto fino ad oggi, potete leggere i vari approfondimenti che questo sito ha dedicato a Fukushima con un nutrito archivio notizie, un live blogging e un contatto Facebook per continuare a tenersi aggiornati.

Il prossimo passo che muoverò sarà quello di inoltrare il contenuto di questo post, unitamente al documento che contiene tutte le testimonianze delle associazioni, dei colleghi e dei principali produttori giapponesi, presso la redazione de La Repubblica, auspicando il diritto di replica.
Qualora non dovessero concedercela, vorrà dire che la Sig.ra Pisu almeno su un aspetto ha ragione, il mondo sta realmente cambiando.

L’agricoltura biodinamica: il Darjeeling Makaibari di Mr Banerjee

Vera scienza ci sarà solo quando si controlleranno le forze che operano. Non si potranno mai capire le piante, gli animali o i parassiti presi ognuno per sé.
Dobbiamo considerare tutto l’universo per spiegare il mondo vivente delle piante. Non possiamo solo guardare le piante, gli animali e gli uomini. La vita proviene da tutto l’universo, non solo da quello che la terra ci offre. La natura è tutt’uno e le forze fluiscono da tutte le parti.
Se noi ritroveremo la strada verso il macrocosmo, capiremo di nuovo la natura e altro ancora“.

(Rudolf Steiner, 24.06.1924)

Questo il pensiero che riassume il concetto cardine della filosofia biodinamica.

Chi ha posto le basi è Rudolf Steiner, un signore austriaco nato nel 1861 che è stato filosofo, pedagogista, esoterista, fondatore dell’antroposofia (e della relativa medicina antroposofica) e della euritmia, interessato anche alla sociologia, antropologia, musicologia e all’agricoltura. L’eredità di conoscenze innovative che ha lasciato hanno prodotto nel mondo una vastissima serie di iniziative in vari campi delle attività umane (qui trovate la sua bibliografia).
Un uomo dalla formazione culturale ampia e completa, dall’intelligenza vivace, peculiarità che lo hanno reso particolarmente sensibile alla richiesta di aiuto di alcuni agricoltori tedeschi, i quali nel 1924 lo invitarono a cercare una risposta ai problemi derivanti dall’agricoltura chimica convenzionale. Si cominciava ad assistere ai primi scempi: gli animali nutriti con i fieni concimati con prodotti chimici perdevano fertilità, i terreni diventavano via via più poveri e di conseguenza  la qualità degli alimenti degenerava. Steiner rispose con una lunga serie di conferenze intitolate “Impulsi scientifico-spirituali per il progresso dell’agricoltura” (attualmente raccolte in questo libro), in cui emersero nuovi punti di vista attraverso cui guardare i fenomeni della Natura.
Fu introdotta una concezione olistica dell’azienda agricola, ossia una concezione interdisciplinare, globale; si iniziò a pensare ad un’azienda in relazione con l’ambiente circostante, con la terra intera e poi con il cosmo dei pianeti e costellazioni.  Si trattava di non operare più solo sulla base di pensieri di causa-effetto, ma di prestare attenzione a tutti quei sistemi di relazioni viventi individuati nell’osservazione non solo materiale, di esaltare le potenzialità delle creature viventi per dare energia al terreno.

L’agricoltura biodinamica diventa dunque un metodo di coltura che prevede sistemi sostenibili per la produzione, in particolare di cibo, nel rispetto dell’ecosistema terreste, includendo il concetto di agricoltura biologica e considerando il suolo e la vita che si sviluppa su di esso come un unico sistema.
La metodologia biodinamica considera ogni sostanza come unione di materia e forza vitale; per migliorare la qualità del terreno, aumentandone la quantità di humus, e quindi per migliorare la qualità del raccolto, si sceglie di utilizzare sostanze di origine naturale, “da spruzzo” o “da cumulo” (quest’ultima è detta anche compostaggio).
Ciascun preparato viene adoperato in piccole quantità e mescolato secondo un certo metodo per un certo tempo. L’irrigazione del terreno asseconda un vero rituale, caratterizzato da movimenti circolari e tempi definiti.
Viene riconosciuta notevole importanza alla posizione degli astri: Lilly Kolisko pare abbia evidenziato l’esistenza di relazioni fra l’esito delle coltivazioni e la posizione della luna e di altri pianeti al momento dell’operazione colturale svolta.

L’associazione più grande al mondo che si occupa di certificare le aziende che decidono di produrre seguendo la filosofia biodinamica® è Demeter, marchio che risale al 1930 e svolge un’attenta azione di controllo sulla produzione, la trasformazione e la commercializzazione dei prodotti biodinamici, seguendo ogni fase della filiera fino al rilascio della certificazione e all’etichettatura, difendendo così il marchio da eventuali abusi.
In Italia chi si occupa della diffusione del metodo biodinamico è l’Associazione per l’agricoltura biodinamica, che ha sede a Milano ma è strutturata con sezioni regionali.

Trasposta nel mondo del tè, la filosofia dell’agricoltura biodinamica è l’essenza dei giardini di Makaibari, nel Darjeeling, in India.
Il pioniere porta il nome di Swaraj Kumar Banerjee, rappresentante e proprietario della quarta generazione delle piantagioni di tè del Makaibari Tea Estates (istituito nel 1859 e situato nell’Himalaya orientale) e già convinto fautore della produzione biologica in India da molti anni.
Figlio di un Maharaja e per questo spesso appellato con il suffisso Rajah, dopo aver completato gli studi universitari in Inghilterra, tornando alla gestione familiare del Tea Estates, fu molto sorpreso di vedere che il tè Darjeeling fosse affidato a personale esterno che era solito utilizzare fertilizzanti chimici. Così dal 1970 iniziò ad adottare il metodo agricolo “Mahatma Gandhi” secondo cui non era concesso alcun uso di fertilizzanti chimici. Successivamente, seguendo i principi di Rudolf Steiner, nel 1972 sperimentò per la prima volta nel mondo la coltivazione del tè sulla base della filosofia dell’agricoltura biodinamica.
Banerjee era mosso dal desiderio di coltivare il tè in totale e piena armonia con la natura e mirava al concetto di terra auto sostenibile: come fertilizzanti e antiparassitari prediligeva, e ancora predilige, elementi naturali quali sterco di vacca e foglie secche.

In accordo con questo spirito, dal 2005 il Rajah ha stabilito di poter accogliere il flusso costante dei visitatori a Makaibari presso 21 famiglie che hanno aderito al programma “Home stay“, aprendo le loro case agli ospiti per 25 $ al giorno (pasti inclusi a base di prodotti locali biologici).
Questa scelta è stata dettata dal fatto che soggiornare in famiglia significa armonizzare con le persone e stare a pochi passi dalle piantagioni significa avere l’opportunità di armonizzare con la natura. Inoltre, si ha la possibilità di godere dell’impagabile piacere di una tazza di tè raccolto il giorno prima. [qualora foste interessati a maggiori informazioni in merito a questi soggiorni potete mandare una email qui]
Mr Banerjee è molto conosciuto in India, come anche in Europa, negli Stati Uniti e in Giappone e le sue piantagioni sono sinonimo di assoluta qualità per gli appassionati conoscitori dei tè Darjeeling (qui trovate il racconto di una blogger che è andata ad incontrarlo e qui un’interessante raccolta fotografica ambientata nel Darjeeling che lo vede protagonista in varie attività quotidiane, tra cui quella di tasting).
È stato il primo a produrre e commercializzare tè Darjeeling verdi, semi ossidati e bianchi, il primo a riconoscere alle donne ruoli di supervisione in una tradizione culturale maschilista e il primo nell’industria del tè ad aver acquisito nel 1993 il certificato biodinamico da Demeter in Inghilterra. Gli sono stati riconosciuti molti premi internazionali e dal 2004 ha preso parte proprio con questo tè ad un progetto unico al mondo condiviso e gemellato con l’anziano tea master giapponese Mr. Yamashita (del quale vi ho raccontato qui), presso cui si è recato in visita più volte per apprendere l’arte della lavorazione manuale delle foglie.



Oggi arriva dunque nella selezione della bottega virtuale, direttamente dal luogo di produzione, il secondo raccolto 2010 (ossia fine maggio/giugno) biodinamico del tè nero Darjeeling Makaibari.
Ha una personalità eclettica, molto vicina a quella di colui che lo produce: è sigillato in bustine salva aroma da 50 gr ciascuna, custodito in un originale sacchetto cucito a mano con stoffa tipicamente indiana, accompagnato da un’etichetta che attesta la certificazione biologica e biodinamica e che mostra il riconosciuto marchio Makaibari.
Le foglie sono bellissime, intere, virano dal verde scuro fino al nero e tratteggiano le tinte sfumate caratteristiche di una foresta ombreggiata. Il tè, ossia le foglie asciutte, sprigionano un aroma spiccatamente muschiato, pur trattenendo delle note di agrumi e di fichi secchi lievemente speziate. Il liquore è di ambra luminosa, succoso, maturo, dolce e il sapore di moscatello tipico dei Darjeeling di ottima qualità è inequivocabile.
È una tazza di valore, che sintetizza l’arte dell’incontro, la collaborazione, l’autenticità. Che è parte di un tutto anch’essa, che riflette la totalità e la cui bellezza sta nella diversità.

Emergenza Giappone: opinioni e nuovi sviluppi

Gran parte dell’ultima settimana è trascorsa cercando di discernere le notizie plausibili da quelle improbabili. Distinguere le sfumature della stampa italiana da quelle della stampa internazionale non è impresa semplice, al contrario spesso è assai faticoso.
Ho svolto molte ricerche, ho letto e ascoltato (qualora vi interessasse, qui potete trovare una serie di link circa le informazioni sulle operazioni relative all’emergenza nucleare); mi sono mossa su vari fronti, continuando per il momento a mantenere ferma l’importazione di tutti i tè giapponesi.

I giornali di oggi asseriscono che la centrale di Fukushima sarà smantellata; il premier giapponese Naoto Kan intende rivedere l’intero piano di costruzione di nuove centrali nucleari.
L’Ambasciata d’Italia a Tokyo riferisce che le autorità giapponesi stanno concentrando gli sforzi per risolvere il problema della fuoriuscita nell’ambiente dell’acqua altamente contaminata rivenuta all’interno dei locali delle turbine dei reattori. Al momento, pare sia in corso il travaso di quest’acqua nel condensatore di vapore del reattore numero 1, mentre si sta predisponendo la stessa operazione per gli altri due reattori.
Kyodo news questa mattina scrive che la concentrazione di iodio-131 rilevata nel mare appena intorno alla centrale di Fukushima risulta 4.385 volte superiore rispetto al limite consentito dalla legge; parallelamente la IAEA (International Atomic Energy Agency) dichiara di aver riscontrato nel terreno del villaggio di Litate, situato a 40 Km dalla centrale, un livello di radiazioni tale da consigliare l’evacuazione (qui il video in cui Danis Flory, vice direttore generale dell’AIEA, racconta gli ultimi risvolti in merito).
Hidehiko Nishiyama, portavoce dell’agenzia per la sicurezza nucleare e industriale, ammette che le radiazioni potrebbero continuare a riversarsi nel mare e dunque è necessario monitorare attentamente la situazione.

La U.S. Food and Drug Administration continua a vigilare sulle importazioni di tutti i generi alimentari, tè compreso; essa provvede a intercettare e mettere in quarantena i cibi provenienti dalle quattro prefetture più vicine ai reattori.
La World Healt Organization ha pubblicato le linee guida per la sicurezza alimentare utili ai rivenditori che devono far fronte alle domande dei clienti preoccupati. Del resto i giapponesi hanno già bandito l’esportazione dei prodotti contaminati e intanto proseguono il monitoraggio della situazione nell’area intorno alle zone nevralgiche (qui trovate la lettura aggiornata quotidianamente del livello di radioattività ambientale divisa per prefetture).

Dal canto mio ho cercato di rispondere, spero nel migliore dei modi, alle email di tutti coloro che hanno espresso dubbi e preoccupazioni e ho tentato di fare da tramite tra clienti e fornitori, con l’auspicio di favorire un dialogo che potesse rassicurare gli uni e gli altri.
Ho contattato il Dott. Gianluigi Storto, autore del noto libro Il tè. Verità e bugie, pregi e difetti, in qualità di chimico e in relazione alla sua passata esperienza presso i laboratori chimici delle dogane. Tenevo a conoscere la sua opinione in merito a quanto sta accadendo, con particolare attenzione circa le sorti del tè. Questa la sua risposta, per la cui solerzia e gentilezza tengo a ringraziarlo sentitamente:

“Ciao carissima Acilia.
Ho letto i tuoi post e la tanta preoccupazione che si rileva dai commenti dei tuoi amici.
Allora, occorrerebbe fare un po’ il punto della situazione, per evitare di creare un allarme esagerato, anche se questo non significa prendere le cose alla leggera.
Intanto non bisogna confondere gli effetti di una esplosione atomica con quelli di una perdita di radioattività come sta succedendo in questi giorni in Giappone. Mentre infatti nel primo caso all’enorme calore della bomba (che uccide sul colpo chi si trova da quelle parti), segue il cosiddetto fallout radioattivo, che consiste nella pioggia radioattiva causata dall’enorme quantità di vapore d’acqua che condensa sopra il “fungo” atomico trascinando a terra gli isotopi radioattivi, portando la radioattività a livelli altissimi, nel secondo caso, quello delle perdite radioattive, non si ha la pioggia radioattiva e dunque le radiazioni sono soltanto quelle emesse dalle fonti primarie e che il vento tende naturalmente a diluire. Quindi qui non c’é concentrazione attorno all’area dove è scoppiata la bomba, ma al contrario diluizione attorno al punto di emissione e concentrazione locale determinata dai venti predominanti.
In Giappone dalle parti delle centrali sono ora presenti due isotopi radioattivi, lo iodio e il cesio. Il primo impiega circa otto giorni a dimezzarsi e dunque nel giro di un mese si può ritenere ragionevolmente che tali radio-isotopi avranno perso completamente la loro radioattività (ovviamente se se ne continua a disperdere nell’ambiete i tempi crescono).
Il secondo invece è molto più longevo e dunque pericoloso.
Questi isotopi tendono a cadere a terra (sono elementi pesanti), trasportati dalle pioggie e dai venti e ad accumularsi nel terreno. Il punto da tenere presente è la loro concentrazione. Se infatti questi isotopi si diluiscono, la loro radioattività può scendere a livelli molto bassi, addirittura inferiori al rumore di fondo terrestre e quindi, di fatto, è come se non ci fossero. Questo significa che più lontano è un posto dal luogo di emissione, minore sarà la concentrazione degli isotopi radioattivi di cesio e dunque la radioattività.
Dal terreno questi elementi (iodio e cesio) passano potenzialmente nel ciclo alimentare, prima nelle piante  e poi negli animali che se ne nutrono, divenendo pericolosi per l’uomo. In questo caso si può avere in effetti un aumento di concentrazione, perché tali elementi si concentrano in alcuni organi degli animali (tipicamente -ma non solo- fegato e reni) e quindi chi se ne ciba preferenzialmente, può andare incontro a dosi maggiori di radioattività residua.
Cosa dire a proposito del tè? A parte il fatto, direi banale, che le foglioline raccolte prima dell’evento non possono essere radioattive, sarebbe bene non consumare tè raccolto dopo l’evento nelle zone interessate dalla ricaduta radioattiva.
Come fare a sapere quanto è radioattiva una partita di té? A parte le analisi dirette (molto complesse) sulle singole partite, direi che sarebbe meglio in linea di massima essere prudenti.
Se non ci saranno ulteriori peggioramenti di diffusione radioattiva, direi che nel giro di qualche mese la diluizione della radioattività emessa sarà tale che la ricaduta a terra sarà ininfluente, anche se le zone più vicine resteranno le più danneggiate per l’esposizione di questi giorni. Se invece si continuerà ad immettere in aria cesio radioattivo, allora è meglio aspettare e cercare di saperne di più prima di procedere ad acquisti di beni provenienti da quelle parti. Penso anche che vari Paesi metteranno in atto misure di controllo, ma per qualche tempo (otto- dodici mesi?) credo sarebbe meglio lasciar stare il té giapponese.
Un caro saluto, Gianluigi”

Di pari passo, anche a seguito della notizia della partita di fave con tracce di radioattività bloccata a Taiwan la scorsa settimana (di cui vi ho fatto cenno nel post precedente), ho ottenuto ulteriori aggiornamenti dal mio fornitore residente a Uji (Kyoto), area da cui, vi ricordo, provengono tutti i tè giapponesi della bottega virtuale:

In regard to the beans that were detected in Taiwan, Vicia faba. They were detected on March 20th and had come from Kagoshima. But they were transported from Narita (Tokyo) airport. The radiation level was not dangerous but below the set standards. The Japanese government suspects that the consignment might have received this radiation on the Narita airport.
We do not ship through the Narita airport but from the Osaka Kansai International Airport. This way we neither pass the effected area nor do we get in touch with any place that might be effected.
I am not sure why the had the beans shipped all the way to Tokyo before they were send to Taiwan.
I hope this answers some of your concerns. We expect that Japan will recover soon and all the anxiety will calm down again”.

TRADUZIONE: In merito alle fave che sono state scoperte a Taiwan (Vicia faba). Esse sono state individuate il 20 Marzo e provenivano da Kagoshima. Ma erano state trasportate dall’aeroporto di Narita (Tokyo).
Il livello di radiazioni non era pericoloso, ma sotto gli standard previsti. Il Governo giapponese sospetta che la partita potrebbe essere stata contaminata dalle radiazioni all’aeroporto di Narita.
Noi non effettuiamo spedizioni attraverso l’aeroporto di Narita, ma dall’aeroporto internazionale di Osaka Kansai. In questo modo non passiamo attraverso l’area colpita, né entriamo in contatto con nessun luogo che possa essere stato contaminato.
Non sono certo della ragione per cui le fave siano arrivate fino a Tokyo prima di essere spedite a Taiwan.
Spero che questo risponda ad alcune delle tue preoccupazioni. Ci attendiamo che il Giappone recuperi presto e tutte le apprensioni rientrino di nuovo”.

Lo stesso fornitore ha tenuto a mettermi al corrente di un documento prodotto dalla commissione europea il 25 marzo che dovrà necessariamente essere associato ad ogni tipo di importazione dal Giappone, da oggi fino al 30 giugno (mensilmente revisionato in seguito ai dati analitici ottenuti). Esso sancisce la messa in atto di una nuova regolamentazione che impone al produttore di attestare che i suoi prodotti siano stati coltivati o lavorati prima dell’11 marzo, che non siano originari delle prefetture a rischio (Fukushima, Gunma, Ibaraki, Tochigi, Miyagi, Yamagata, Niigata, Nagano, Yamanashi, Saitama, Tokyo e Chiba), oppure qualora lo fossero che siano accompagnati da una relazione analitica che attesti il rispetto dei limiti dei livelli di radionuclidi iodio-131, cesio-134 e cesio-137 imposti da Euratom (European Atomic Energy Community) alla fine degli anni ’80.
L’ultima pagina di questo documento consiste in un’autocertificazione che deve essere compilata dal produttore, successivamente firmata da un rappresentante autorizzato delle autorità competenti giapponesi e infine controfirmata dalla dogana del Paese dell’Unione Europea a cui la merce è indirizzata.

A conferma di quanto dichiarato dal mio fornitore, anche Joshua Kaiser, fondatore del marchio Rishi Tea, sottoscrive che più del 95% dei tè esportati dal Giappone sono prodotti molto a sud della zona del disastro e che i cibi al di fuori del raggio di 200 Km non stanno mostrando nessun segno di contaminazione.
In definitiva, l’unica zona che al momento desta reale preoccupazione in fatto di tè è quella di Okukuji (Cha-no-Sato Park) nella prefettura di Ibaraki, nei pressi delle cascate di Fukuroda; tuttavia le foglie provenienti da questi giardini sono quasi esclusivamente consumate nel mercato interno giapponese e i quantitativi sono molto limitati.

Emergenza Giappone: nuovi aggiornamenti

Sono ancora giorni di patemi, di attese di risposte, di nuove domande.
Come vi avevo promesso nel post precedente, continuo costantemente a mantenere monitorate le informazioni in merito all’eventuale pericolo radiazioni in Giappone.
Prima di ogni altra considerazione, tengo a trascrivervi la dichiarazione di un altro mio fornitore che risiede a Kyotanabe, Kyoto:

We are all fine here in the Kyoto-Uji area. No need for any concern.
As you have noticed and I have mentioned in my last mail to you, our region and the regions of our tea fields are far enough away from the catastrophic site. So there is no need for any concern.
The distance between Fukushima and Tokyo is about 300 km. Our city, Kyotanabe is another 300 km further west of
Tokyo. We are well and the tea you receive will not be contaminated. Please be assured that we will continue to provide only Japanese Green Tea of superior quality.
I will ask for further documentation within the next days. Neither the wind nor the currents of the water run towards our direction. The wind goes from West to East, coming from the West coast of Japan and then carrying all pollution out into the ocean. No need to fear for us down in the South.
Thank you for your kind support”.

TRADUZIONE:
Stiamo tutti bene qui nell’area di Kyoto-Uji. Non c’è bisogno di preoccuparsi.
Come avrai notato, e come ti ho scritto nella mia ultima email, la nostra regione e le regioni dei nostri giardini del tè sono abbastanza lontani  dal luogo della catastrofe. Quindi non c’è di che preoccuparsi.
La distanza tra Fukushima e Tokyo è di 300 Km. La nostra città Kyotanabe è ulteriormente ad ovest di Tokyo di altri 300 Km. Noi stiamo bene e il tè che riceverai non sarà contaminato. Per favore, stai certa che noi continueremo a fornirti solo tè verde giapponese di qualità superiore.
Chiederò per ulteriore documentazione nei prossimi giorni. Né il vento, né le correnti dell’acqua vanno nella nostra direzione. Il vento va da ovest ad est, arrivando dalla costa ovest del Giappone e quindi spingendo tutto l’inquinamento nell’oceano. Non c’è bisogno di temere per noi qui al sud.
Grazie per il tuo gentile supporto”.

L’ultimo aggiornamento dell’Ambasciata d’Italia a Tokyo registrato oggi asserisce che sono state rilevate tracce di radioattività nell’acqua potabile delle prefetture di Tochigi (Utsunomiya), Gunma (capoluogo Maebashi), Saitama, Chiba, Niigata, Kanagawa e a Tokyo. I livelli registrati rimangono tuttavia su valori di molto inferiori ai limiti stabiliti dalla normativa giapponese e internazionale e sono privi di conseguenze sulla salute.
Le rilevazioni di ieri, 19 marzo, sull’acqua del rubinetto di Tokyo corrispondono a:
- Iodio 131: 2,9 bequerel/litro (limite massimo consentito dalla legge: 300 bequerel/litro)
- Cesio 137: 0,21 bequerel/litro (limite massimo consentito dalla legge: 200 bequerel/litro)

(Cartina del Giappone con praticolare riferimento alle 7 prefetture presso cui sono state rilevate lievi tracce di radioattività nell’acqua. Il quadrato disegnato intorno a Kyoto indica la collocazione delle piantagioni di tè verde della bottega virtuale)

Questo pomeriggio il team del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco ha effettuato una serie di rilievi della radioattività ambientale (in aria) nella città di Utsunomiya (Prefettura di Tochigi, a 100 Km a nord di Tokyo), con l’intento di assumere ulteriori informazioni dirette su eventuali contaminazioni. I risultati mostrano un livello di 0,12 microsievert/ora, superiore ai livelli naturali ma senza conseguenze per la salute.
Livelli di radioattività superiori alle norma sono stati rilevati su campioni di verdure e di latte prodotti dei pressi della centrale nucleare di Fukushima-I. I livelli di contaminazione registrati sono lievi e un eventuale consumo di tali prodotti non può aver arrecato danni all’organismo umano.
Tuttavia, Il Messaggero afferma che attualmente solo nella prefettura di Ibaraki, a circa 100 Km da Fukushima, sono stati rintracciati spinaci contenenti iodio radioattivo 27 volte oltre i limiti legali. Pertanto il ministero della Sanità ha limitato la vendita di verdura nella e dalla prefettura in questione.
Altre testate italiane hanno fatto cenno al blocco di una partita di 14 Kg di fave con tracce di radioattività esportate da Kagoshima a Taiwan, ma non ci sono ancora riferimenti attendibili in merito (tant’è vero che un’altra nota fonte mediatica li ha definiti piselli). Non è dato ancora sapere chi ha diffuso la notizia, né se le fave siano state coltivate realmente nei terreni di Kagoshima.

I sistemi di raffreddamento delle vasche di stoccaggio del combustibile spento dei reattori n. 5 e n. 6 della centrale di Fukushima sono di nuovo in funzione; la temperatura dell’acqua delle vasche di stoccaggio sta diminuendo, assestandosi secondo la TEPCO (The Tokyo Electric Power Company) intorno ai 40 gradi centigradi.
Dopo più di 13 ore, i vigili del fuoco hanno concluso le loro operazioni di irroramento del reattore n. 3 di Fukushima-I. Le Self-Defense Forces hanno concluso le attività di irroramento con acqua del reattore n.4 della centrale. «Le temperature delle vasche di tutti e 6 i reattori sono inferiori ai 100 gradi», ha spiegato il ministro della Difesa, Toshimi Kitazawa.
[Qualora desideraste ulteriori informazioni, l'Ambasciata d'Italia a Tokyo è aperta e raggiungibile 24 ore su 24 presso l'email consular.tokyo@esteri.it e telefonicamente al centralino (03 3453 5291) e allo 03 3453 5274.]

Sento di fare una breve riflessione su un aspetto che, in queste ore, è emerso ai miei occhi leggendo notizie da numerose fonti di informazione. Grazie alla possibilità data dall’esistenza dei blog, i fatti diffusi dai principali quotidiani italiani fortunatamente non sono più gli unici che dobbiamo sorbire: possiamo tentare di sviluppare una conoscenza (e coscienza) critica.
Nella fattispecie, un articolo pubblicato oggi su la Repubblica.it è stato oggetto di discussione e indignazione da parte di due italiani che vivono a Tokyo: una donna che ha pubblicato un interessante post nel suo blog e un uomo che ha redatto un’accorata lettera aperta in una nota nella sua pagina Facebook, indirizzata al giornalista Giampaolo Visetti, autore dell’articolo.
Per altro, pare questa non sia un’eccezione: The wall of shame (Il muro della vergogna) è infatti una curiosa iniziativa nata dalla volontà di molte persone residenti a Tokyo stanche dei reportage sensazionalistici e speculativi iniziati dall’11 marzo. Vi sono raccolte segnalazioni dettagliate di servizi televisivi e di carta stampata, con nomi e cognomi dei giornalisti (talvolta anche fotografie) che sono soliti diffondere informazioni inattendibili o del tutto false. La speranza è di spingere verso un più alto livello di responsabilità.
Qualora non voleste essere aggiornati, dunque, solo da media europei o americani, qui potete seguire la diretta in streaming della Jib Tv (Japan International Broadcasting), la quale attingendo da un’emittente pubblica giapponese (la NHK) trasmette notizie attinenti al Giappone in cicli di quattro ore, tali da adattarsi perfettamente ai fusi orari di tutto il mondo.

In ultimo, vi segnalo un’interessante iniziativa di Paolo Soldano, che ha scelto di devolvere per un anno, a partire da oggi, 1 euro a favore dei terremotati giapponesi per ogni copia del suo libro “Giapponesi si nasce“.

Emergenza Giappone: il tè a rischio radiazioni?

Non avrei mai creduto di trovarmi a scrivere, un giorno, un post come questo: uno dei più difficili nei 6 anni della mia storia di blogger. Il più doloroso, delicato.
Quanto accaduto in Giappone negli ultimi 5 giorni è di una tale enormità che la mia immaginazione si rifiuta di offrirmi una rappresentazione precisa.
Eviterò volutamente di elargire ovvietà, di rimbalzare video, di inanellare definizioni tristi di stati d’animo avvilenti. Preferisco stare ad ascoltare chi ha da dire cose certamente più opportune e chi, con l’ausilio di mille gru, ha saputo rendere un pensiero di intima vicinanza. O chi della questione offre un punto di vista differente.

Molti, prima di questa catastrofe, ignoravano il significato e l’esistenza di una centrale nucleare. È un concetto molto complesso per chi non ha conoscenze specifiche in materia.
Teoricamente le centrali sono progettate per resistere ai sismi, soprattutto in Giappone che, come sappiamo, è un Paese geologicamente instabile. Talvolta però i progetti non tengono conto di sismi di entità particolarmente importanti; nella fattispecie, gli impianti giapponesi sono progettati per resistere ad un sisma di grado 8.5 (sebbene l’impianto di Kashiwazaki-Kariwa ebbe problemi già con un sisma di grado 6.8), ma il terremoto dell’11 marzo è stato confermato di grado 9.0.
Le conseguenze sono del tutto inaspettate.
Alcuni reattori della centrale di Fukushima Dai-ichi (qui trovate un grafico animato che ve ne mostra l’interno) hanno subìto danni all’impianto di raffreddamento principale, mentre il sistema di raffreddamento di emergenza non è entrato in funzione a causa dei danni ai generatori.

Ed è confusione, panico, terrore. La gente è totalmente disorientata.
Stamani in televisione il ministro della salute Fazio ha annunciato misure precauzionali restrittive: l’importazione di prodotti ittici pescati dopo l’11 marzo e prodotti di origine vegetale sarà severamente vietata per le prossime settimane. Tra questi, è stato menzionato anche il tè verde. [qui potete trovare il testo della circolare del Ministero della salute]
Gregory Hartl, il portavoce dell’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) di Ginevra, asserisce che è un rischio territoriale molto specifico, per i prodotti alimentari giapponesi che provengono dall’area immediatamente vicina (nel raggio di 30 Km) all’impianto nucleare danneggiato di Fukushima. Intanto, l’Organizzazione mondiale della sanità sta collaborando con l’Aiea (Associazione Internazionale Energia Atomica) e con la Fao (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) per raccogliere più informazioni possibili in merito ai reali rischi.

Tè verde giapponese è una definizione troppo vasta: in Giappone si coltiva tè in diverse regioni, da Kagoshima a Fukuoka, da Saga a Kyoto, da Mie a Shizuoka, fino a Saitama. Lanciare un allarme mediatico così indiscriminato è quantomeno pericoloso, deviante.
Dal canto mio, quello che posso fare per provare a rassicurarvi, è garantirvi che i lotti di tutti i tè giapponesi della bottega virtuale in vendita attualmente appartengono a spedizioni antecedenti l’11 marzo. Del resto, l’evento è talmente vicino (appena 5 giorni) e i consueti tempi di spedizione così lunghi (normalmente circa 2 settimane compresa la permanenza in dogana), che non potrebbe essere altrimenti.
In più, dettaglio non meno importante, il loro luogo di produzione è Uji, Kyoto, situato a circa 560 Km da Fukushima.

(Cartina del Giappone con l’indicazione delle aree colpite dal terremoto/tsunami
Per ulteriori informazioni in merito alla legenda con il significato dei simboli vi rimando qui)


(Cartina del Giappone – Segnalazione di Kyoto (Uji) e di Fukushima)


(Cartina del Giappone – Zona ad alta pericolosità radioattiva – Evacuazione pressi Fukushima (entro 20 Km))



Sono in attesa di risposte dai miei fornitori che, sono certa, saranno in grado di assicurare la soluzione più giusta e più sicura. Parallelamente, seguo l’operato dell’Adoc (Associazione Nazionale per la Difesa e l’Orientamento dei Consumatori) che ha richiesto al Governo e a Fazio maggiore chiarezza.
Vi terrò costantemente aggiornati. Nel frattempo, quando le scorte dei tè degli attuali lotti importati precedentemente all’11 marzo saranno terminate, qualora non mi fosse dato ricevere certificazioni controfirmate da esperti in materia, sarà mia premura interrompere l’importazione di tutti i tè giapponesi a data da destinarsi.

AGGIORNAMENTO DEL 17.03.2011 – ORE 16.00
Di seguito la dichiarazione di uno dei miei fornitori, in risposta alla mia email:

“We are following with great attention the news from Japan and are very sad and concerned about the situation there after this catastrophe. Regarding our business, please be informed as follows:
- The affected region (Fukushima)  is not a tea producing region.

- The nearest tea gardens are located in the south and west of Tokyo and are distant approx. 600 km from Fukushima.

- The most important bio tea gardens are located on another island named Kyushu in the south west of Japan. The distance to Fukushima is approx. 1500 km.

- There is not any effect on the complete harvest of 2010.

- We are in contact with the tea institute in our country, and till now we haven’t heard that  there are negative effects or influence on the tea gardens and tea production.

- It is too early to predict what will happen in the next few months , but we think (and hope)  that there will not be any negative ecological effect on the next harvest.
If we get any news from the tea institute of our country, we will of course keep you informed”.

Qui trovate l’AGGIORNAMENTO DEL 20 MARZO – ORE 22.30.

Non manca molto ai giorni in cui i ciliegi torneranno a fiorire nel Sol Levante: Hanami, la stagione dei “fiori da guardare” è ormai alle porte. Tornerà un sospiro, la rinascita, un cambiamento.


Primavera
nella mia capanna
non c’è nulla e c’è tutto.
(Sodo)

Il racconto di una vibrazione: il Gyokuro Temomi

Sono certa vi sia capitato, almeno una volta, di dare un bacio così intenso da avere la sensazione che il suo sapore rimanga nella bocca per sempre.
L’incontro con questo tè è la sublimazione di questa emozione: accoglierlo sotto il palato significa scegliere di assorbirlo al punto da non poter più comprendere dove inizia e dove finisce, se finisce.

Il Gyokuro Temomi è un tè interamente affidato alle mani, stringe un rapporto di estrema vicinanza con la pelle. Mi piace pensare sia soprattutto per questa ragione che, come nessuno, è capace di trasferire energia, valore.
Temomi (てもみん) significa impastare a mano (rollare, per la precisione); è il termine che indica l’antichissima arte giapponese attraverso cui il tè viene raccolto (shigokitsumi) e poi lavorato, impastato e pressato totalmente a mano.
Attualmente in Giappone la pressatura manuale è quantomai rara; anche per i tè di alto livello si è soliti affidare la lavorazione ad apposite macchine agricole. Il lavoro manuale però assicura che le foglie siano protette dai danni causati da queste macchine e permette di selezionare le foglie, eliminando le parti danneggiate.

La lavorazione Temomi è affidata a poco più di 12 anziani tea master in tutta la nazione, considerati e riconosciuti dal Governo “tesori culturali intangibili”. Attualmente alcuni di loro hanno iniziato a formare pochissimi allievi, per accertarsi che negli anni quest’arte non debba estinguersi.

Una di queste affascinanti figure porta il nome di Toshikazu Yamashita, un uomo di 77 anni nato nel Fujenji, a Kyotanabe (prefettura di Kyoto).
Subito dopo aver conseguito il diploma di scuola media, Yamashita ha iniziato la sua formazione nel settore agricolo all’interno della piantagione di tè di suo padre; a 32 anni ha ricevuto il primo premio nella categoria del tè verde Gyokuro nel concorso nazionale del ministero dell’agricoltura, della pesca e della silvicoltura (MAFF, la più alta autorità in fatto di valutazione di tè in Giappone). Negli anni successivi, fino al recente 2000, ha ricevuto lo stesso premio altre sei volte.
Poco dopo i 36 anni è stato insignito della carica di presidente del comitato nazionale di promozione dell’agricoltura e dopo circa 15 anni ha ricevuto il titolo di maestro artigiano del tè di Kyoto.
Nel 1991 ha mostrato la sua abilità di tea master Temomi all’imperatore e all’imperatrice e nel 1992 ha ricevuto in premio il nastro verde e bianco come riconoscimento al suo eccezionale contributo all’agricoltura giapponese.
Una storia fatta di dedizione dunque, quella di Mr. Yamashita: un’intera vita dedicata al tè.
Il suo Gyokuro possiede diverse qualità che lo rendono speciale rispetto agli altri: il terreno selezionato al giusto grado di composizione e umidità; la cernita e la lavorazione manuale delle foglie; la cura con cui l’intero processo viene seguito e aggiustato a seconda del clima dell’anno e la delicatezza di lasciare abbastanza tempo perché le foglie crescano lentamente. È pressoché impossibile riprodurre la combinazione di questi aspetti nei giardini di tè di larga scala.

Nell’area di Uji (Kyoto) dove questo straordinario Gyokuro Temomi viene prodotto, la percentuale di acqua contenuta nelle foglie è molto alta: soltanto il 15% del peso iniziale rimane dopo che le foglie sono state lavorate. Ciò significa che 3 Kg di foglie richiedono circa 4 ore di pressatura manuale, per poi risultare infine appena 500 g di tè. Alle fasi di lavorazione si aggiunge dunque un ulteriore sfregamento delle foglie tipico solo dell’area di Kyoto, che dura circa 30 minuti (itazuri).

I passi in cui si può dividere l’intero processo della lavorazione Temomi sono essenzialmente 10. È un vero e proprio cerimoniale, richiede molta attenzione nei confronti di ogni dettaglio e si esplica in una gestualità abile e codificata.
Immediatamente dopo la raccolta, le foglie sono trattate con vapore ad alta temperatura e poi istantaneamente raffreddate, al fine di impedire la successiva ossidazione. Il successo di questa operazione influenza enormemente la qualità del tè nei successivi passaggi; nella fattispecie, in merito alle foglie del Gyokuro di Uji (giovani, molto tenere e piccole), oltre a fermare l’ossidazione con la cottura a vapore, Mr. Yamashita preferisce premerle manualmente più a lungo, al fine di mantenere il sapore più naturale e incisivo possibile.
C’è profondo rispetto nei confronti del tè, che in questo momento più che in ogni altro acquisisce una sacralità assoluta e sincera. Il tea master infatti indossa un camice pulito e un copricapo prima di iniziare la lavorazione, con la stessa diligenza con cui si presenzia ad un incontro importante.
Il tavolo su cui il tè si lavora si chiama jotan, è rivestito con carta washi ed è riscaldato nella parte sottostante da un fuoco di carbone di legna che mantiene la temperatura costante intorno ai 40°C.
Durante la fase cha-kiri (o tsuyu-kiri) le foglie si sollevano e si lasciano ricadere velocemente per iniziare a far evaporare l’umidità; poco dopo, la fase yoko-makuri (o kaiten-momi) prevede la rollatura che dura circa 2 ore e che attraverso una leggera pressione estrae l’amarezza dalle foglie.

Nella fase del tama-toki si sbrogliano le foglie e immediatamente dopo, quando l’umidità è già ridotta alla metà, durante la fase del naka-age si tolgono le foglie dal tavolo e le si mette a raffreddare.
A questo punto le foglie tornano a riversarsi sul tavolo per essere ordinate: si dividono in due parti, facendo in modo che tutte puntino nella stessa direzione (cha-zoroe o naka-momi). Si ricomincia a premerle con delicatezza usando alternativamente le mani, per far sì che la fragranza si sprigioni: il profumo rimane impresso sui palmi.
L’ultima parte del processo, detta ita zuri o kamachi, prevede altri 60 minuti di pressione manuale, in seguito alla quale si crea un angolo con l’ausilio di un piccolo ripiano di legno e si rollano le foglie lasciandole scivolare su e giù da esso. Questo serve a fare in modo che profumino e mettano in evidenza il loro meraviglioso colore. Intanto, di passo in passo, si fanno dritte e appuntite.
Infine, si spargono sul tavolo fino a formare uno strato sottile e si lasciano asciugare ancora un po’, rigirandole spesso.
Dopo circa 4 ore il tè è pronto. Un lasso di tempo interminabile, speso in religioso silenzio. Può diventare straordinario o imbevibile: tutto dipende esclusivamente dall’abilità di colui che lo lavora, da quanto egli è capace di estrarre il meglio da quelle foglie. E ogni volta il prodotto finale non sarà mai perfettamente uguale al precedente e al successivo, perché il tocco dell’artista si rinnova, varia sensibilmente da tocco a tocco.

In accordo con l’estrema cura riservatagli durante la lavorazione, il Temomi si conserva in un sacchetto di carta washi inserito a sua volta in una giara, coperto da altre foglie di tè. In questo modo si preserva da ogni altro odore e si assicura una freschezza ineguagliabile.

Riuscire ad arrivare a questo tè e poterlo aggiungere al catalogo della bottega virtuale è per me un onore, un’emozione. Diventa senza dubbio il fiore all’occhiello dell’intera selezione. In Italia, ad oggi, lo stesso privilegio non è toccato a nessun’altra boutique di tè.
Con orgoglio e profondo entusiasmo lo condivido con voi, con la gioia di poterlo portare fin nelle vostre tazze. Certa di riuscire a regalarvi una storia, un sussulto, una vibrazione.


Lai see: il tè e il matrimonio cinese

Grazie per averci aiutati a crescere. Adesso ci sposiamo, dobbiamo tutto a voi“.
Questo è il messaggio che il tè veicola in Cina durante la cerimonia officiata in occasione del matrimonio. Nel giorno felice, lo sposo e la sposa servono del tè ai loro genitori come atto di rispetto e gratitudine: i primi in ginocchio, i secondi seduti su sedie o poltrone.
Si tiene la tazza con entrambe le mani, la donna sta sul lato sinistro, l’uomo su quello destro.
La cerimonia del tè nei matrimoni cinesi ha un ruolo estremamente importante; per la famiglia dello sposo si officia al mattino presto, per la famiglia della sposa nel pomeriggio, dopo aver completato la visita della casa. I festeggiamenti sono intimi, la data più propizia viene fissata dagli astrologi.
Raramente come in questa occasione l’atto di offrire, sorbire e condividere la tazza calda diventa puro significato.

Foto tratta dall’album di *Damselfly*

Si inizia a servire il tè dai genitori degli sposi per poi procedere ai membri più anziani della famiglia, fino ad arrivare ai più giovani. All’interno di ogni generazione, i parenti del padre vanno serviti prima di quelli della madre.
Ciascun parente è chiamato con il proprio titolo formale: primo zio, terza zia, secondo cugino e via dicendo. Se alcuni membri non sono disponibili, le sessioni supplementari possono essere condotte in altri tempi e luoghi convenienti.
In cambio di questo atto di cura e riconoscenza, gli sposi ricevono delle buste rosse contenenti denaro o gioielli (“lai see” = fortunato). Anche le decorazioni e i festoni sono rossi: questo colore simboleggia felicità e ricchezza nella tradizione cinese.
Le assistenti, di solito donne ricche o sposate felicemente scelte dalla madre della sposa, ritirano anch’esse le buste rosse da coloro ai quali viene servito il tè, mentre la sorella dello sposo contribuisce al lavaggio delle tazze. Un intreccio di mani e di colori rende omaggio all’arte della collaborazione: attraverso le foglie profumate ciascuno fa qualcosa per qualcun’altro.

Foto tratta dall’album di *Damselfly*

Il servizio utilizzato per la cerimonia è quello in dote della sposa: quasi sempre è realizzato in finissima porcellana e ha i bordi decorati in oro. È un ricordo molto prezioso da un punto di vista affettivo, in quanto la sposa lo riutilizzerà durante il matrimonio di sua figlia. Sul piano simbolico, di sorso in sorso, di legame in legame, il tè traccia il percorso di varie felicità.

Foto tratta dall’album di *Damselfly*

Le tipologie di tè tra cui si può scegliere sono circa 1.500. Il più delle volte si utilizza un tè nero zuccherato, dolce perché stia a raffigurare la dolcezza della nuova unione, con l’aggiunta di semi di loto o longan, il quale rappresenta il desiderio di avere figli maschi.

Vi lascio la possibilità di partecipare attivamente a quanto vi ho raccontato. Prendere parte alla cerimonia di Bianca e Francis è una bella emozione: conoscere e interpretare la loro gestualità, entrare nelle loro case, è un regalo prezioso.
Sento anch’io di voler esprimere loro la mia gratitudine, porgendo la mia tazza, con entrambe le mani.