Foglie Nomadi

È un progetto coraggioso: Foglie Nomadi mi solletica da diverso tempo.
Per usare parole semplici, si tratta di una sala da tè itinerante. Del resto la cultura del tè è strettamente legata al nomadismo.
L’idea nasce dalla constatazione di una mancanza, soprattutto nell’Italia del sud, nella mia terra. Nel meridione non ci sono sale da tè dove si possano bere tè in foglia, dove vi sia qualcuno che vi racconti, che vi guidi nelle degustazioni, che vi proponga, vi inviti alla scoperta, che vi accolga.
Di contro molte sono le richieste che da voi mi arrivano attraverso il blog, la bottega virtuale e Facebook, di luoghi dove potersi incontrare, sorseggiare un tè di buona qualità preparato bene, soddisfare curiosità.
Se inaugurassi un’unica sala non sarebbe raggiungibile da tutti. Per questo ho ritenuto sarebbe stato meglio renderla itinerante, in costante movimento e trasformazione, in continua evoluzione.


La proposta è rivolta a ristoranti e bar che, con cadenza settimanale o mensile, nelle ore pomeridiane avrebbero piacere ad allestire i loro tavoli con tazze e teiere. Al bollitore, alle foglie e alla conoscenza provvedo io. Sarò io stessa a servirvi.
Stabiliremo insieme di volta in volta quali tipologie di tè assaggiare, quali ritualità esplorare, quante infusioni delle stesse foglie sperimentare, quali sfizi culinari abbinare. Scambieremo impressioni, racconti di viaggi, fotografie, indirizzi, condivideremo video dei luoghi di raccolta e produzione.
In questo modo, solo in questo modo, nell’arco di un tempo ristretto il panorama gastronomico italiano può popolarsi contemporaneamente di molteplici case da tè, ciascuna con il proprio stile, arricchendo la propria offerta e tendendo una mano agli appassionati.

Qualora foste strutture interessate non esitate a contattarmi. Comincerò con 3 ristoranti.
Vi aspetto. Per sfidare lo spazio.

Wistaria Tea House: il regno della resistenza culturale

Esiste un luogo in un angolo di Taipei, dove si instaura un dialogo tra il tè, il bevitore e il paradiso.
Un dipinto, un vaso di fiori, una finestra aperta rappresentano il cielo. Una teiera, una tazza, un cucchiaino simboleggiano la terra. Attraverso l’energia del tè, l’uomo, il cielo e la terra comunicano liberamente.

Si chiama Wistaria Tea House questo luogo, la casa da tè del glicine.
Ha l’età e la saggezza di una nonna, è nata nel 1920, costruita in una casa di legno in stile giapponese sulla Xinsheng Road, una delle strade principali di Taipei.
L’hanno chiamata così dopo che tre glicini nel cortile antistante hanno creato un’ampia zona ombreggiata che conduce fino all’ingresso del palazzo.


La dimora è stata la residenza del governatore generale di Taiwan sotto il dominio giapponese nel 1945. Successivamente, sotto l’amministrazione della Repubblica cinese nel 1950 è diventata un dormitorio pubblico.
È nel 1981 che si trasforma in una sala da tè, grazie a Mr. Zhou Yu, figura celebre in fatto di tè cinese e taiwanese. Si è fatta luogo d’incontro per i dissidenti politici in lotta per una Taiwan democratica e da allora è stata e continua ad essere un posto privilegiato di incontri per letterati, artisti e accademici.
Nel 1997 è stata designata come monumento storico del governo di Taipei.


All’interno di una stanza più ampia ci sono diverse camere tappezzate con tatami giapponesi e adornate con accessori curati in ogni dettaglio. I materiali naturali predominano nettamente.
Tutto è collegato in un cerchio che promuove il flusso del Qi (Ch’i), che nella concezione cinese del cosmo è l’energia fondamento dell’esistenza da cui ha origine la materia.
La carta dei tè è scritta a mano, solo in cinese, sebbene il personale parli inglese in modo da sostenere i turisti nella scelta delle foglie. I tè sono selezionati personalmente da Zhou Yu che predilige piantagioni antiche e ne assicura l’alta qualità. Il suo è uno spirito non solo alla ricerca dei sapori migliori, ma anche di un equilibrio in fase di coltivazione che rappresenta un aspetto del dialogo tra uomo e natura che il tè dovrebbe ispirare.
Si servono prevalentemente tè verdi, Oolong ossidati in varia percentuale, invecchiati e Pu-Erh pregiati.
L’acqua è volutamente presa da una sorgente di montagna che viene opportunamente bollita in cucina e portata ai tavoli in bollitori di argilla mantenuti caldi con bruciatori ad olio.
I metodi di preparazione possono essere differenti, a seconda del tipo di tè, del tempo a disposizione e del desiderio degli ospiti.
Il metodo più consueto è il Lao Ren Tea, espressione più antica del noto Gongfu Cha.
Il Lao Ren Tea è il tè del vecchio (老人 lao ren dal cinese si traduce old people), chiamato così probabilmente perché l’invecchiamento riconduce ai fondamenti della vita e perché detta ritmi lenti, come quelli assaporati durante la cerimonia.


La preparazione e la degustazione possono essere guidate, se non si preferisce stare in solitudine a leggere o scrivere.
Il più delle volte, oltre ad una teierina in terra Yixing, si adopera una tazza alta nera (cha hai) per la preparazione. Una tazza bianca alta (wen xiang) serve per sentire l’aroma delle foglie sia durante l’infusione che successivamente, una volta svuotata. In un’ultima tazza bianca più bassa (rukou) si beve il tè.
Si può arrivare a godere di 15 infusioni delle stesse foglie per esempio di un Pu-Erh invecchiato, deliziandosi anche con spuntini a base di mango e ciliegie essiccati e semi di anguria. Il pranzo invece è in stile giapponese.
I tempi sono dilatati, l’atmosfera è calma: si può restare seduti per l’intero giorno senza essere disturbati mai. Si può chiacchierare, lavorare, osservare, ascoltare musica cinese, talvolta anche dal vivo. Sono le sonorità dell’erhu ad avvolgere, a rilassare.


La musica è solo uno dei canali attraverso cui nella Wistaria Tea House si promuove la cultura. Periodicamente si ospitano mostre d’arte di pittori, fotografi o artigiani di tessuti, presentazioni di libri, workshop di talentuosi ceramisti, corsi di calligrafia cinese.
Lo stesso Zhou Yu conduce degli incontri sul tè, due dei quali ha chiamato “Semplicità infinita”, promuovendo soprattutto gli aspetti culturali della bevanda, unitamente al valore di alcuni agricoltori di Taiwan che curano le loro piantagioni con attenzione particolare.
Questa casa, prima di ogni altra cosa, è un centro creativo, intellettuale, un rifugio per la guarigione dello spirito, il regno della resistenza culturale. Un luogo prezioso dove si può fare qualunque cosa nel rispetto dell’ingegno, del tempo, del gusto.
Il fondatore sostiene che essa si fondi su 4 principi fondamentali:  correttezza, tranquillità, chiarezza e rotondità, intesa come completezza.
La tranquillità dovrebbe permettere di liberarsi dai risentimenti, al fine di ottenere chiarezza sulla propria esistenza.
Pochi simboli suggeriscono mondi.

Wistaria Tea House
No 1, Lane 16, Section 3, Xinsheng South Rd. (Heping East Rd, Daan District)
Taipei City 106, Taiwan

 

雛祭り Hinamatsuri: la primavera negli occhi

Akari o tsukemashou bonbori ni
Ohana o agemashou momo no hana
Go-nin bayashi no fue taiko
Kyo wa tanoshii Hinamatsuri

Facciamo luce con le lampade
Facciamo fiorire i fiori di pesco
I cinque musicisti di corte suonano il flauto e il tamburo
Oggi è una bella Hinamatsuri


Sono alcuni dei versi tratti dalla canzone Ureshii Hinamatsuri, intonata il terzo giorno del terzo mese dell’anno in occasione della Festa delle bambine.
Il popolo giapponese dedica un giorno di preghiera in nome della felicità delle giovani ragazze e questo coincide con la fioritura dei peschi (Momo no Sekku), perché simboleggi freschezza, crescita, bellezza.
In ogni casa in cui vi sia una bambina è consuetudine allestire una piccola impalcatura a cinque o sette piani coperti da un tappeto rosso, su cui vengono disposte delle bambole vestite con il tipico abbigliamento di corte risalente al periodo Heian. Questa sorta di altare narra l’ordine gerarchico sociale della tradizione culturale nipponica: sul primo livello siedono le bambole che rappresentato l’imperatore e l’imperatrice con accanto due lampade bonbori; seguono due ministri, tre dame di corte, tre samurai, alcuni musicisti e infine i servi Shi-Cho. Sulla sinistra un alberello di mandaranci e sulla destra un albero di ciliegio o di pesco. A completare l’opera, alcuni accessori di uso quotidiano tipici dell’aristocrazia del periodo Heian, tra cui gli  utensili per la cerimonia del tè.


In origine, lo scopo di questa celebrazione era quello di allontanare la cattiva sorte: alle bambole infatti venivano trasferite tutte le influenze negative collezionate durante l’anno. Attraverso una cerimonia venivano poi purificate e abbandonate nei corsi d’acqua perché la corrente le portasse via.


Le bambine ricevono in dono le bambole Hina alla nascita, spesso sono tramandate di generazione in generazione. Sono esposte una sola volta l’anno, quotidianamente non sono utilizzate come giocattoli ma riposte con cura in grandi scatole rivestite in seta o in apposite cassette di legno.
Sono dunque considerate oggetti di grande valore, soprattutto simbolico. Subito dopo la fine dell’Hinamatsuri bisogna infatti provvedere immediatamente a metterle via, perché in caso contrario si rischia che la bambina non si sposi presto.

Offerti anche alle bambole raffiguranti l’imperatore e l’imperatrice, gli Hishimochi sono i dolci tradizionali di questa ricorrenza. Sono costituiti da tre strati di mochi: verde, bianco e rosa che rappresentano rispettivamente la buona salute, la purezza e l’allontanamento dagli spiriti cattivi. Di pari passo, gli stessi colori disegnano uno splendido scenario primaverile in cui l’erba si affaccia sotto la neve mentre i fiori di pesco iniziano a sbocciare.

A Firenze, gli ultimi giorni di marzo, l’associazione nazionale Iroha per lo scambio culturale tra Italia e Giappone ha allestito la sua Hinamatsuri.
La zona prescelta è stata quella definita da molti “l’altra Firenze”, ossia l’Oltrarno. Nella bellissima piazza Tasso, presso la silenziosa sala delle ex Leopoldine, si sono succeduti tre giorni dedicati alla diffusione e condivisione della cultura giapponese.
L’intento principale è stato quello di raccogliere fondi per gli agricoltori di Fukushima, che dopo un anno dalla sciagura ancora faticano a riprendere la propria attività.

I profumi, la luce, i suoni erano quelli tipici di un risveglio. La bellezza dell’essenzialità investiva ogni cosa, a partire dall’ingresso, discreto e sommesso.
La stessa padrona di casa, la maestra Yoko Shimada, presidente di Iroha ed esponente di una delle più antiche e note scuole di cerimonia del tè, la Omotesenke, è una rara sintesi di grazia e semplicità.

La stessa armonia fluttuava intorno alla figura della maestra Hitomi Matsumoto, studiosa esperta della vestizione presso la scuola Suzunoya di Tokyo, e delle sue allieve che hanno mostrato la suggestione della vestizione di kimono femminile; le allieve della maestra Hanayagi Suginami invece hanno improvvisato uno spettacolo di danza tradizionale giapponese.
Il maestro Amane Tatsumura, artista delicato esponente dell’antica tradizione della tessitura nishiki, ha allestito una piccola mostra delle sue opere più affascinanti.

Il tema centrale della manifestazione ruotava intorno alla cucina tradizionale giapponese. Il maestro chef Tatsumori Ota, insieme a Ikuko Sagiyama, docente di lingua e letteratura giapponese presso l’Università di Firenze,  hanno raccontato l’arte giapponese di presentare i cibi e allestire la tavola, unitamente alla storia della cucina kaiseki 懐石料理.
Un’attenzione particolare è stata posta alla cucina chakaiseki, ossia quella che si adopera per preparare il pasto che accompagna la cerimonia del tè (cha significa tè).
Nata nel XVI secolo, è una cucina che si presenta estremamente leggera, declinata su stoviglie e vassoi semplici. Precede la degustazione del tè e di base è composta da una zuppa, tre contorni (ichijū sansai), di cui uno cotto alla griglia, e del riso.
Le sue origini sono da rintracciare nel buddhismo Zen più antico: ancora oggi celebra il connubio tra uomo e natura, il punto di contatto tra i sensi e la rappresentazione di quanto ci circonda.
Dunque i sapori, il gusto estetico, i profumi della cucina kaiseki rispettano l’avvicendarsi delle stagioni e impongono l’assoluta freschezza di tutti gli ingredienti utilizzati. Le modalità di preparazione sono rigorosamente locali, perché si presuppone celino una saggezza ancestrale; i piatti sono adornati con cura con elementi naturali come fiori o foglie di bambù e acero e il cibo viene cotto in modo tale da esaltare i suoi sapori originari.

Quanto al tè, l’Hinamatsuri fiorentina ha previsto un piccolo angolo degustazione e vendita di Sencha, Gyokuro, Genmaicha e Houjicha da affiancare a sfiziosi piatti caserecci giapponesi e italiani che hanno contribuito ad allestire il buffet della solidarietà.

Lasciamo dunque che i cinque musicisti suonino il flauto e il tamburo. Che oggi e che anche domani sia una bella Hinamatsuri.
Del resto la primavera è uno stato d’animo: si porta negli occhi.

Le forme della leggerezza


Alla sera, prima di dormire, la mamma scioglieva la sua voce squillante da soprano in glissandi di frasi per leggerci le mirabolanti avventure di Salgari, mentre il babbo, nei momenti più imprevedibili, sapeva improvvisare, candido e sornione, delle storielle tanto sgangherate quanto irresistibili. In forme diverse era sempre l’esprit della leggerezza a ventilare i nostri passi nel mondo, e io sono certo di dovere a questa primissima educazione quella sete di cose e parole lievi, aeree e fatate che mi avrebbe sempre accompagnato negli anni”.
(Paolo Lagazzi, tratto da Forme della leggerezza – Ed. Archinto)

Questo libro è stato un dono inaspettato, arrivatomi circa un anno fa per mano di un corriere. Dopo la bellissima esperienza dell’intervista, dopo il tè condiviso nella sua casa insieme alla sua famiglia e la delicata amicizia che ne è derivata, Paolo mi ha fatto l’onore di regalarmi un’altra delle sue creature, dedicata questa volta a chi come me si sente “viandante dalle suole di vento”.
In queste pagine l’appassionante scrittore e critico letterario ha inanellato degli scritti che è andato raccogliendo in occasioni diverse negli ultimi 15 anni, ponendoli tutti sotto il segno della leggerezza, intesa come gratuità della grazia, come l’infinità del desiderio.
Partendo da Calvino e Kundera, attraverso una prosa che Davide Rondoni definisce giustamente “ariosa e saporita”, Paolo Lagazzi avvia una ricerca dell’orizzonte della leggerezza soprattutto come respiro dell’anima, liberandola dalla sua dimensione esclusivamente antropologica. Come in una passeggiata ideale tra sentieri del passato e del presente, sfiorando classici indiscussi, autori dimenticati e maestri segreti, auspica di poterci mostrare come la leggerezza si annidi tra le volute del caso, come possa essere nutriente e gratificante “riverniciare” a fresco la nostra breve avventura di uomini, perché “quando un bambino rimescola i colori, la sua tavolozza gli si svela come il grembo di tutte le figure possibili”.

Quando ho proposto a Paolo di reinventare un rito del tè tra sapori e parole nostre e altrui, provando a ridisegnare quella stessa leggerezza tracciata nelle sue pagine, ha accettato con sincero entusiasmo e trasporto.
Nasce così l’idea del Reading associato alla degustazione e al racconto di 4 tè rari che per lavorazione, aromi o potere evocativo si legano a varie forme della leggerezza, che nel tempo di un sorso sono in grado di farci librare in un frammento di spazio sospeso.
Mi piacerebbe che la voce e le parole di Paolo, insieme alle mie foglie, vi sottraessero per una sera dal peso, dal richiamo e dalla rigidità della fatica quotidiana, per schiudervi “come un guscio di noce in grado di liberare dal suo interno, col tocco limpido e arioso delle fiabe, tutte le stoffe dei sogni”.


Il luogo che ospiterà il progetto sabato 5 maggio alle ore 17:30 è lo Spazio Tadini a Milano, centro nevralgico di numerosi eventi culturali, dimora di uno dei più amati scrittori e pittori milanesi: Emilio Tadini. Un luogo che dà spazio all’arte, alla musica, alla narrativa, alla poesia, alla saggistica, al teatro, alla danza e ai dibattiti culturali. Un posto che ha accolto anche Dario Fo, Enrico Rava, Lella Costa, che merita di essere conosciuto ed esplorato: per questa ragione, unitamente al costo dell’ingresso per il nostro evento, vi sarà data la possibilità di prendere parte gratuitamente agli eventi successivi presso lo stesso Spazio per un mese.

Non voglio svelarvi le tipologie dei tè che ho selezionato, né le motivazioni che mi hanno spinta a sceglierle. Preferisco vi sorprendano durante il viaggio che compiremo insieme.

Essendo un evento unico nel suo genere realizzato per la prima volta in Italia, qualora foste interessati vi suggerisco di prenotare prima possibile contattandomi con una email. Sono a vostra completa disposizione per qualunque tipo di informazione.

Spero di vedervi numerosi.

N.B. In seguito ad un infortunio subito dalla sottoscritta ad uno dei due arti inferiori, l’evento è posticipato a sabato 20 ottobre 2012.

Da Brac


Brac nasce dall’esigenza di esprimere la più naturale funzione del vivere quotidiano: nutrirsi. Di cibo e di conoscenza.
È un luogo dove la musica si ascolta con il giradischi, in cui i fiori si mangiano. Un luogo in cui dal cielo piovono strisce di tessuto colorate, in cui le biciclette sono appese alle pareti. È il posto ideale in cui esprimersi.

L’ho scelto per ricominciare a raccontare i tè giapponesi, perché non voglio ci si arrischi a dimenticarli.
Il 2 febbraio alle ore 16:30 vi invito pertanto a Firenze a prendere parte all’evento “Il tè in Giappone tra ritualità e poesia”, che condurrò in mezzo ai libri di arte contemporanea, a bauli, lanterne e stampe d’autore.
Intraprenderemo un viaggio nella cultura giapponese del tè, partendo dalle origini della sua comparsa, passando per le diverse tipologie, i caratteristici metodi di coltivazione e lavorazione, gli accessori della cerimonia del tè, i luoghi e le consuetudini che accompagnano la tradizione di questo Paese.
Il percorso traccerà i temi fondamentali della cultura nipponica: l’essenzialità, l’accuratezza, il culto della bellezza, l’amore per la natura, la spiritualità. Fino a sfiorare la poesia, perché leggeremo insieme una breve selezione di haiku librando nelle suggestioni musicali della violinista Ikuko Kawai.



I tè in degustazione saranno cinque:
Bancha
– Sencha Extra Premium Wazuka
– Shincha Gyokuro Wakana BIO
– Houjicha Kaori Fumi
– Genmaicha Hanafubuki

Agli ultimi due saranno affiancati degli sfiziosi finger food preparati da Brac, assecondando la sua impronta vegetariana.
Durante la serata potrete spiluccare confetti giapponesi artigianali al tè Matcha, caramelle giapponesi al tè Gyokuro e intanto annotare qualunque dettaglio vi colpisca su un taccuino che avrò piacere a regalarvi. Perché mi piace sempre che portiate a casa spunti che vi consentano di continuare il viaggio.


Da Brac si beve già del tè in foglia. Nel menu trovate una piccola selezione di tè naturali e profumati con cui potete accompagnare delicati tortini di riso, raffinati carpacci di avocado distesi su vellutate di peperoni. E la tazza si fa più buona perché si arricchisce del calore del disegno o del dipinto raffigurato sulla tovaglietta sottostante. Si tratta di opere di artisti emergenti che, dopo qualche tempo, quando passano il testimone, vengono messe in vendita.

Nella dimora dell’arte dunque, in un rifugio per nostalgici e sognatori, io vi aspetto.

La partecipazione è gratuita.
È richiesta obbligatoriamente l’iscrizione, fino ad un numero massimo di 25 persone.

Per informazioni e prenotazioni scrivete una email oppure telefonate a Brac: 0550944877.

 

Una piccola porzione di cielo

C’è una piccola porzione di cielo in una stradina del centro di Firenze, dove varie declinazioni dell’arte e della cultura si esprimono a metà tra l’impronta francese e marocchina. È un luogo la cui anima è rappresentata dalla manualità, dalla preziosità dell’ingegno. Un posto dove la creatività si intreccia con la storia, dove l’accoglienza ha forme variopinte.
Come da antica tradizione delle botteghe fiorentine,  anche qui le giornate si trascorrono lavorando e intrecciando legami, scambi.

Derb significa quartiere e, come accade in quelli di molte città, la gente si incontra, chiacchiera, mangia, beve, compra.
Il progetto ruota intorno ad un originale laboratorio orafo, racchiuso tra pareti di vetro, dove la giovane proprietaria crea collezioni di gioielli in argento e pietre dure, ispirandosi ad uno stile arabo contemporaneo. Intorno a queste pareti di vetro si fluttua tra abiti artigianali realizzati con stoffe tradizionali magrebine, libri e riviste francesi e arabe, utensili di artigianato marocchino e tavoli e cuscini dove ci si può accomodare per sorseggiare un tè o cenare.

Le pareti di vetro del laboratorio orafo sono emblematiche dello spirito di questo luogo: mostrare significa conoscere, compartecipare. Così mentre si sfoglia un libro di ricette di cucina etnica, si attende di gustare un tajine e si osserva il sapiente lavoro di tecnica di lavorazione orafa, godendo della fusione di tradizioni e saperi.
La taverna al piano interrato, suggellata da contorni di pietra viva e luci soffuse, accoglie eventi culturali di ogni tipo e funge da spazio espositivo riservato a fotografia, pittura e scultura.

In Marocco l’infusione del più tipico dei prodotti nazionali è l’elemento fondamentale per alimentare calde chiacchiere e condividere problemi e preoccupazioni insieme ad amici e parenti. Il rito del tè riveste grande importanza: ogni casa marocchina possiede almeno un vassoio da tè pronto per essere mostrato agli ospiti e Al-Gayem (si chiama così l’incaricato a servire il tè) deve mostrarsi pulito, cortese, educato, ben vestito e deve dimostrare di saper intrattenere gli ospiti con poesie o racconti.
Dunque anche da Derb non poteva mancare la riproduzione dell’affascinante rituale di accoglienza, sinonimo anche di gradimento della visita e di disponibilità alla conversazione.
La carta dei tè è ristretta, si può scegliere tra tè alla menta, miscele speziate, tè con pinoli o mandorle ed essenza di geranio e alcune tisane. Il classico e ormai noto tè alla menta è proposto con la giusta base di tè verde cinese Gunpowder, dal caratteristico retrogusto spiccatamente tannico. Arriva al tavolo già pronto, accompagnato da una manciata di mandorle pelate e versato in modo coreografico nel bicchierino di vetro posato sul tavolo, tenendo la teiera d’acciaio molto in alto al fine di ossigenarlo. Normalmente dopo questa operazione si forma una leggera schiuma in superficie e, in circostanze meno pubbliche, questa viene applaudita come quando nella nostra cultura, durante le feste, si stappa una bottiglia nel metodo classico.
La menta fresca sprigiona un ottimo profumo, il tè è molto zuccherato come secondo la tradizione, ma avrei preferito avere la possibilità di vedere le foglie e potermi occupare personalmente dei tempi di infusione.

Sul piano culinario purtroppo le aspettative sono disattese: il servizio è lento e il cous cous vegetariano delude a causa di una evidente insipidezza. Il tajine di pollo alle olive e au citron confit in realtà non ha alcun sentore agrumato e la scelta delle olive sott’aceto risulta assai infelice. Infine, l’hummus ha tradito il suo delizioso sapore originario di ceci, cedendo il passo a troppe spezie aggiunte in quantità eccessiva e le verdure crude che lo accompagnano sono arrivate a tavola troppo fredde.
Tutte le carni servite sono halal, ma la stessa accuratezza non è riservata alla realizzazione e al servizio di tutti i piatti, per altro affatto economici.
Certo sono aspetti comprensibili se si considera che la formazione della gentile e simpatica proprietaria è più vicina agli studi di storia dell’arte, alla passione per l’oreficeria e per il design.

Nel complesso, l’idea è molto apprezzabile, le intenzioni sono lodevoli. Forse sarebbe più conveniente restringere il campo di azione, concentrare l’attenzione su meno aspetti per non rischiare di esaltarne alcuni a discapito di altri.
La piccola porzione di cielo però, mantiene comunque intatto il suo fascino azzurro.




Derb
via Faenza 21 – Firenze
tel. 055 218963
email: info@derb.it

Il posto delle fragole, del tè e della musica

Esiste forse per tutti un posto delle fragole, un luogo dove rimane intatto l’io che eravamo, con la semplicità, l’autenticità e le speranze di quando la vita era davanti; un luogo, che forse c’è ancora dentro o fuori di noi, dove qualcuno può metterci davanti uno specchio e farci vedere quello che siamo diventati, quello che abbiamo perduto, quello che forse possiamo ancora ritrovare. (Ingmar Bergman – Il posto delle fragole)

La città di Perugia è il mio posto delle fragole. Vi ho trascorso gli anni più intensi.
Mi piace tornarci ogni volta che posso, per ricordare che lì sono diventata, che in quelle strade ho cercato, perduto e ritrovato, fuori e dentro di me.
Perugia ha in sè la magia della lentezza, perché è con un fare placido che si ha l’opportunità di cogliere i dettagli.
Affacciarsi su Piazza IV Novembre significa varcare la soglia di un tempo antico che sintetizza arte, storia, avvenenza.

Ad ogni ritorno ci sono delle tappe irrinunciabili: un abbraccio alla mia fruttivendola in via Baldeschi, la panna cotta da Il settimo sigillo in via Ulisse Rocchi, un saluto alla proprietaria della tabaccheria Cianchetti di piazza Danti, una pausa davanti alla finestra di quella che è stata la mia casa in piazza Ansidei, il cappuccino universitario al Caffè Morlacchi, la torta al testo da Tutto testo in corso Garibaldi, le novità della Galleria Nazionale dell’Umbria (dove questa volta ho goduto della bellissima mostra fotografica di Steve McCurry).

Mi riservo sempre di passare anche da La pianta del tè, il luogo in cui ho iniziato a muovere i primi passi in fatto di foglie profumate e che mi ha permesso di affondare le radici della mia passione per il tè. È un rifugio intimo, gestito da un ragazzo dal temperamento serafico, rasserenante.
Lo separano dal centro della città le scalette di Sant’Ercolano, ai cui piedi si erge la deliziosa Chiesa di Sant’Ercolano: la lenta discesa è propedeutica allo stato di quiete da cui si viene contagiati una volta entrati nella boutique.
La luce è calda, naturale, i profumi delicati: ci si muove tra confezioni di caffè, cioccolato, spezie, infusi e oggettistica di vario tipo.
Decisamente più serrato nella selezione di tè aromatizzati, meno attento alla qualità di tè naturali soprattutto giapponesi, ha tuttavia il merito di aver conservato intatta la sua semplicità. La Pianta del tè è un posto che non ha tempo, che non invecchia perché possiede la giovinezza della scoperta, che garantisce di ritrovare gli stessi aromi con cui si è intrecciato un legame di familiarità.

L’altra tappa fissa si rinnova nei primi giorni di luglio: l’ormai noto Umbria Jazz, celebrazione di incontri indimenticabili, di emozioni ineguagliabili. Perché il posto delle fragole è anche il posto delle occasioni, della riconciliazione con ciò che restituisce vita.
Perugia in estate cambia volto, si fa territorio di suoni esoterici, di colori vivaci. La notte e  il giorno diventano una sola entità e l’unica cosa che sorge e non tramonta è la musica.
È il posto per tutti e di tutti, chiunque sappia suonare uno strumento può scegliere una porzione di strada e farsi ascoltare, o unirsi ad altri musicisti e improvvisare delle straordinarie jam session. A pochi passi da B.B. King, da Eric Clapton o Keith Jarret.
La gente che desidera ballare libera il proprio entusiasmo ovunque desideri, signore anziane muovono passi di danza accanto a gruppi di adolescenti e il più delle volte ciascuno ha una nazionalità diversa. Il linguaggio comune è quello del corpo, passa per il sorriso e finisce negli occhi.
Un’inspiegabile grazia è nell’aria, una bella armonia, tra le sinfonie, i gesti delle persone, gli odori, il colore del cielo e dei palazzi antichi che rifrangono una luce pulita.







Entrando casualmente nel Caffè del Banco, un elegante bar recentemente ristrutturato da due noti architetti perugini, scopro con stupore che il proprietario espone poche scatole di latta contenenti infusi e tè aromatizzati in foglia, che serve al banco in teiere di ghisa giapponesi da circa 200 ml. In Italia è una consuetudine rarissima attualmente.
Nella vetrina bottiglie di birra si alternano a teiere d’argento con manici in legno. Purtroppo l’acqua utilizzata per la preparazione è la stessa della macchina del caffè, dura e bollente; la quantità delle foglie è eccessiva rispetto alla quantità dell’acqua e il risultato è scuro e astringente. Il barista non dà alcun suggerimento in merito ai tempi di infusione, l’atteggiamento è distratto e scostante. Ma l’intenzione rimane apprezzabilissima.
Il bar propone anche una selezione di caffè di Vincent Rivier e tra i vini alcune bottiglie di Roberto Castagner.

Tornare nel proprio posto delle fragole rinfranca, riaccende. Durante il percorso si celano anche nuove scoperte, così la nostalgia si mescola con la meraviglia e il rimpianto si colora con i nuovi ricordi.
Prima di andare ripasso dalla mia finestra, al secondo piano di Piazza Ansidei. La persiana di legno è chiusa. Mi piace immaginare che tutto sia rimasto intatto, anche il buio, anche il silenzio.