sab, 20 marzo 2010
Questo stralcio rubato alla bellissima intervista che Paolo Lagazzi mi ha gentilmente concesso più di un anno fa, mi offre lo spunto per comunicarvi che domani 21 Marzo si celebra la Giornata Mondiale della Poesia, istituita nel 1999 dall’UNESCO.
La data segna l’inizio della primavera che, come anche Alda Merini ci ha insegnato, è la stagione che più di ogni altra solletica gli istinti poetici più reconditi e pungola il desiderio di destarsi da ogni torpore, da ogni assenza o distanza.
È una manifestazione che unisce e rinsalda la memoria di un veicolo di espressione che sta alla base di tutte le forme della creatività artistica e diventa luogo privilegiato di incontri tra energie.
In molte città italiane si terranno letture, performance poetiche e musicali, carovane di versi itineranti, mostre e dibattiti. I Parchi Letterari proporranno percorsi sensoriali nei luoghi che hanno ispirato i più grandi poeti italiani: il Parco D’Annunzio ad Anversa degli Abruzzi, il Parco Quasimodo a Modica (Rg), il Parco Pasolini alle porte di Roma, il Parco Campanella a Cosenza.
Anch’io, a mio modo, desidero dare un contributo a questo evento attraverso il mio vettore privilegiato di emozioni. Perché una tazza di tè, come la poesia, genera un significato attraverso gli aromi che la compongono.
La forma delle foglie narra una serie infinita di storie; il colore del liquore, la sua intensità, la persistenza, sollecitano immagini, suggeriscono che il mondo non si esaurisce solo nel visibile.
Come la poesia, anche il rito della tazza calda diventa arte di esprimere, di stimolare, di scegliere. Perché la poesia è un “canto di emergenza” come dice Paul Celan e il rito del tè si fa canto di intimità. La poesia è “un’ombra con il tetto rotto, ma nei buchi ci sono le stelle“, come scrive Pablo Neruda e l’atto di sorbire il tè squarcia il tetto della mente.
Le parole di un componimento poetico sono cristalline, vibranti, vegetali, fruttate, come i sentori di un tè. E spesso si possono bere, possono liberare. Sono antichissime e recentissime, come le gestualità dei riti del tè che si rinnovano e commemorano simbologie magiche.
Il mio contributo dunque viene dal Giappone, si chiama Sencha (Extra Premium) Wazuka. Si dispiega in ampie distese di velluto verde, in una zona situata nel distretto di Sōraku, nei pressi di Uji, Kyoto. Lo trovate nella bottega virtuale.
Wazuka è stato per tradizione il luogo di coltivazione del tè giapponese dal 13° secolo. Durante il periodo Kamakura (1185-1333), Jishin-shounin, il più noto sacerdote del tempio Kaijuusen, ricevette alcuni semi della pianta del tè e ritenne che Wazuka fosse il luogo più adatto per piantarli e coltivarli. Così è iniziata la storia del tè a Wazuka.
Durante il periodo Edo (1603-1867), questo luogo divenne il territorio della Famiglia Imperiale e il tè coltivato lì si offriva a palazzo.
L’aroma, il sapore e la forma delle foglie del Sencha Wazuka sono considerati i migliori in Giappone nel vasto panorama dei Sencha. Si tratta di un aroma speciale, frutto della commistione di piccoli fiumi che mantengono il terreno perfettamente umido e splendide colline avvolte spesso dalla foschia, da una sottile nebbia che protegge le foglie dalla luce diretta del sole. Grazie alla combinazione naturale di queste condizioni, si riesce a garantire una crescita lenta e un clima fresco che promettono un aroma straordinariamente dolce e persistente.
È un tè rarissimo, al momento non rintracciabile in Italia: la difficile reperibilità accresce il suo valore.
Raccolte a mano (pratica di solito riservata raramente ai Sencha) solo una volta l’anno, in aprile, le foglie di questo tè subiscono una brevissima cottura a vapore della durata di 30 – 40 secondi, grazie alla quale la freschezza è preservata e la condizione originaria rimane pressoché invariata. Il colore del liquore risulta abbagliante.

Questa la mia poesia: l’armonia della natura, l’equilibrio perfetto tra condizioni, forme e colori che procurano un’emozione.
Tag: Giornata mondiale della Poesia, paolo lagazzi, poesia, poeti, sencha, Sencha Wazuka, tè giapponese, tè verde, Uji
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20 marzo 2010 alle 21:13
Buon inizio primavera
20 marzo 2010 alle 23:49
Le tue descrizioni sono veramente insuperabili e questo tè è certamente da provare. A presto.
21 marzo 2010 alle 11:31
Oggi qui la primavera si è dimenticata di passare …
Come al solito sarò felicissima di assaggiare questo tè, come sai i tè verdi giapponesi sono i miei preferiti! Grazie.
21 marzo 2010 alle 13:14
Bellissimo parallelismo Acilia e complimenti sinceri per come lo hai reso
I tuoi tè hanno sempre cose da dire, hanno una carta di identità precisa, affidabile e addirittura affascinante. Brava brava.
(bellissima davvero l’intervista a Paolo Lagazzi, l’avevo persa tempo fa)
24 marzo 2010 alle 12:23
Che bello scoprire il tuo blog, si respira un’atmosfera davvero piacevole, profumata e leggera.
Un abbraccio
fra
25 marzo 2010 alle 09:02
le foto di queste distese di sencha sono bellissime, un verde luminoso e penetrante che cattura, come del resto sanno fare sempre le tue parole e descrizioni.
Mi incuriosisce molto questo tè, la sua rarità e la cura con cui viene coltivato e lavorato.
2 aprile 2010 alle 12:42
Uji, ormai inglobata nell’area metropolitana di Kyoto, è un luogo molto suggestivo, ci sono stato un paio di volte. Il clima è lievemente più umido di quello kyotese, ed è effettivamente perfetto per la coltivazione di tè pregiati (se a ciò si aggiunge poi la maniacalità giapponese per la perfezione del particolare). Queste foto sono stupende, e ben riflettono il messaggio del tuo post. Un tè assolutamente da provare, non appena ridurrò le abbondanti scorte che ho casa.