mar, 26 febbraio 2008
Taveggia è una pasticceria storica di Milano, di raffinata bellezza. È un luogo che ha contribuito a tracciare il percorso di crescita della città e la formazione delle sue classi dirigenti; un posto molto noto, ambito, frequentato soprattutto da persone eleganti.
Era il ritrovo prediletto di Maria Callas e di altri personaggi colti e prestigiosi. I più nostalgici rammentano uno straordinario budino di riso e il migliore dei cappuccini.
Fondato da Fermo Taveggia nel 1909, nel 1997 l’insegna fu ceduta, dopo trent’anni di successo e consensi, dalla famiglia Carnelli al libanese Roland Hokayem.
A fine settembre 2006 il bar chiuse per fallimento, pare a causa di debiti, e in seguito ad una mobilitazione corale furono riaperti i battenti dopo circa un anno.
I nuovi titolari hanno rilevato le mura, mentre il nome Taveggia appartiene alla società americana Quality Tradition.
Un cammino complicato dunque, che rafforza senza dubbio il valore storico del luogo.
Le vetrine e il bancone sono quelli originali del 1909 e ancora oggi si rimane ammirati dalla preziosità dei legni e dalle splendide decorazioni.
Anche la sala da tè conserva l’atmosfera di inizio Novecento ed è arredata in stile decò, è ampia e molto luminosa. Salottini, poltroncine, cristalli e lampadari scenografici sorprendono per la loro estrema eleganza.
Teiera e tazze sono di porcellana bianca, personalizzate, e un bellissimo samovar è posto al centro della sala.
Il personale che si occupa del tè è gentile, estremamente curato nell’abbigliamento, nel portamento. E vergognosamente incompetente.
Non esiste una carta dei tè, non c’è un menu e di conseguenza non esiste un elenco degli infusi, né tantomeno i relativi prezzi. Il tutto viene cortesemente esposto oralmente dalla giovane cameriera che elenca un Earl Grey, un Gunpowder, una miscela non bene identificata chiamata Giardini di Sicilia, un Darjeeling e alcuni infusi di frutta.
Assaggiando i Giardini di Sicilia e chiedendo maggiori chiarimenti in merito alla base del tè in questione, ottengo una risposta imbarazzante: «È un tè sempre italiano».
L’acqua è eccessivamente calda e le foglie sono racchiuse in filtri confezionati artigianalmente e impreziositi da pizzi e merletti.
La teiera viene servita con la bustina già immersa da un tempo non definito e il risultato è una tazza incerta, dal sapore pessimo e dall’aroma inesistente. Il costo è di 6,00 euro e qualora avessi voluto acquistare lo stesso tè in una scatola di latta da 50 g, sarei arrivata a spenderne 18,00.
18,00 euro per 50 g di una miscela di tè aromatizzato.
36,00 euro per 100 g di una miscela aromatizzata a base di un tè non identificato.
Una cosa indecorosa, una truffa indegna.
Nei negozi specializzati, in ogni parte d’Italia, 50 g di una qualsiasi miscela aromatizzata non supera mai i 5,00 euro. Mediamente 18,00 euro è la cifra che si è disposti a pagare per 50 g di un tè naturale di ottima qualità, di raffinata lavorazione e di accertata provenienza.
Quello che resta è un’amara delusione, un profondo disagio. Una rabbia che non viene lenita nemmeno dalle scorze d’arancia ricoperte di cioccolato dal sapore acidulo e sgradevole che concludono degnamente l’avventura al Taveggia.

«Il futuro ha il sapore antico, per questo, alla base di tutti i nostri prodotti c’è una tradizione di qualità consolidata nell’arco degli anni».
Taveggia Milano 1909
via Visconti di Modrone, 2 – Milano
tel. 0276280856
info@taveggia.it
Tag: bar, milano, pasticceria, sala da tè, taveggia
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26 febbraio 2008 alle 12:34
Mentre leggevo immaginavo i preziosi legni del primo novecento cedere e sgretolarsi divorati dalle tarme, i cioccolatini sciogliersi ed ammuffire, gli inservienti invecchiare e decomporsi lentamente.
Una recensione certamente impietosa, che rispecchia però la realtà dei fatti: un nome storico come quello del Taveggia va sostenuto da un servizio nettamente migliore.
26 febbraio 2008 alle 14:48
io spedirei loro per email la tua recensione, gli faresti un grande favore. Mentre ti leggevo pensavo a quali posti di Roma portati per prendere una tazza di tè insieme
o.t. ho risposto alla tua email. Te lo scrivo anche qui perchè nell’ultima settimana ho avuto problemi di posta; se non la dovessi ricevere fammi sapere.
26 febbraio 2008 alle 22:42
Mi viene in mente un’esperienza avuta a Venezia qualche anno fa, in piena Calle Vallaresso, a due passi (e dico due) da San Marco. Mi siedo per godermi in santa pace qualche minuto di relax e noto che nel menù viene vantata una “ampia selezione” di tè, al che chiedo all’inserviente che tipi di tè hanno. L’interrogato, in un italiano stentato, mi risponde sgarbatamente e quasi stupito della domanda: “Tè, cosa vuole che abbiamo?!”. L’ampia selezione prevedeva due o tre qualità di tè Lipton in bustine quasi già aperte dai precedenti avventori che evidentemente le avevano toccate a destra e a manca. Devo avere rimosso il costo, che trattandosi di un luogo a due passi da San Marco non doveva essere quanto di più economico esista sulla faccia della terra. Non ci sono più ritornato, stordito come sono stato dalla stupidità e dalla miopia dei gestori del locale. Unica soddisfazione: il locale ha chiuso, è sparito, e a quanto mi risulta non ha più riaperto i battenti. Giusta fine. A questo punto vorrei lanciare un sondaggio: chi mi sa tirare fuori qualche locale decente dove potere gustare del buon tè ed essere consigliati (o perlomeno serviti) da un personale qualificato e competente me lo faccia sapere.
Renzo
27 febbraio 2008 alle 10:24
@Francesca V

Non sono certa siano persone adatte a mettersi in discussione.
Quando capiterò a Roma, faremo a casa tua e provvederò io a portare il tè
[Ho ricevuto l'email e ti ho risposto subito]
@Renzo
Ho ascoltato diversi racconti simili al tuo e, ahimé, ho vissuto esperienze dello stesso genere.
Del resto in Italia la conoscenza del tè è ancora molto arretrata, e di conseguenza la sua diffusione. Ci vuole tempo, pazienza e devozione.
Ad oggi non credo esistano locali che offrono la giusta accoglienza e competenza in materia.
Basta spostarsi di una manciata di chilometri e a Londra e Parigi le cose già cambiano radicalmente.
27 febbraio 2008 alle 12:56
Ciao Acilia…
la tua descrizione mi ha lasciato con l’amaro in bocca, seppure non sia cosa affatto rara, purtroppo. Devo dire che ho avuto un’esperienza simile in un bar di Novellara (RE) dove vivo: attratto dalla loro carta dei the in foglie della linea Coccole (www.coccole.it, nel cui menu si trova anche la miscela “giardini di sicilia” che dovresti aver bevuto tu), ho deciso di prendere un the verde con boccioli di rosa, riso tostato, fiordaliso e non so che altro (come ingredienti la miscela è del tutto simile al verde Rosa del Giappone proposta dalla Via del The). Non so dove fosse l’errore, se nel fatto che l’avessero preparato con l’acqua bollente delle macchine da caffè come in ogni bar nonostante fosse un the verde, o nella scarsa qualità della miscela, sta di fatto che mi servirono un intruglio orribile, amarissimo, che fui costretto a lasciare sul tavolo inorridito dopo il primo assaggio. Sono convinto che i posti in Italia dove sappiano preparare correttamente un the siano ancora cosa piuttosto rara…credo che nessuno, in particolare nei bar come quello dove ho avuto quest’esperienza, faccia la benchè minima attenzione nè alla temepratura dell’acuqa nè al tempo di infusione (magari ti preparano l’infusiera con infuso e acqua poi la lasciano sul bancone 5 minuti mentre preparano l’altra roba da servire al tuo tavolo in modo da fare un giro unico…sai che fatica). Io ormai non prendo più the già preparato, in nessun locale: me lo faccio a casa, così almeno sono sicuro di ottenere dei risultati soddisfacenti. Resta comunque il fatto che si tratta di una bella seccatura. Tuttavia, devo dire che ho trovato un posto carino, gestito da due ragazzi, a Reggio Emilia: si chiama Paguro – caffè letterario. In una specie di taverna nel centro storico, questo particolare locale, arredato con gusto con legni chiari e colori che mi ricordano la Provenza, ha un’ampia stanza dedicata a una libreria e, tra vari vini, birre, caffè e dolci fatti da loro, propongono moltissimi the in foglie di Peter’s TeaHouse, e li vendono anche sfusi. Ora, ho sentito dire che la qualità dei the di Peter’s Tea House non sia particolarmente buona… io devo dire che ci sono stato due volte e i the che ho preso mi hanno sempre soddisfatto… eccetto una miscela di the verde e bianco alla violetta che ho deciso di comprare: un intruglio verde fosforescente dolcissimo, stomachevole. Non so dire se sono informati riguardo alle diverse temperature dell’acqua e se vi prestino attenzione, ma il servizio non è disdicevole: servono sempre l’acqua dentro a teiere giapponesi in ghisa e le foglie le presentano su un piattino a parte, cosicchè sei tu stesso a prepararti l’infusione, probabilmente però a scapito della corretta temperatura dell’acqua.
p.s. Acilia, la cena si avvicina… sabato di manderò un resoconto con scritti i risultati e magari una qualche foto
Riccardo (confinato all’università)
28 febbraio 2008 alle 17:00
Cumplimènt: anca ti t’è capì perchè l’era mej lasàl sarà sü…
28 febbraio 2008 alle 23:07
Nessun locale mi da la stessa gioia di un the preparato a casa insieme a un’amica, ma la dipendenza, che non mi permette di trascorrere tutto un giorno senza the, mi costringe ad accettare i mediocri servizi dei bar, comunque selezionati tra quelli che lo servono meglio. Venticinque anni fa nella mia città esisteva un locale dove si beveva the in foglia servito in teiere di ceramica bianca, e si gustavano torte fatte in casa. La scelta era ampia, anche se diversi the erano aromatizzati e ne veniva indicato solo il nome ma non la provenienza. Per quei tempi era comunque una rivoluzione. La gestione è cambiata e ora hanno solo pessimo the in bustina preparato con l’aqua (salata) della macchina.
Grazie Acilia per le tue puntuali recensioni
Insula
29 febbraio 2008 alle 09:37
Non ho avuto la fortuna di conoscere questo bar durante i suoi tempi d’oro ma ne ho sentito molto parlare. Ci sono stata qualche tempo fa e ricordo che ho mangiato un pessimo toast!

La tua recensione mi sembra giusta e obiettiva (e precisa come sempre)
L’associazione che hai fatto con l’immagine e il motto finale è di un’ironia davvero piacevolissima.
Grazie e brava.
Paola C.
29 febbraio 2008 alle 09:57
Cara Acilia, anche questa volta hai colpito nel segno. Milano è diventata una città di sola immagine e nessuna sostanza.
Io ricordo bene il vecchio Locale, ho provato il suo capuccino e il budino di riso e Ti posso assicurare che era un momento di coccola tutto per tè.
Tutti questi Locali di Milano, e non solo, vivono grazie al ricordo di” come eravamo” Ma dura minga dura no…speriamo.
Ben fatto.
Lu
29 febbraio 2008 alle 11:04
@Riccardo
Ho scoperto la linea Coccole di recente, tra gli scaffali del nuovo reparto gastronomico de La Rinascente. Forse hai ragione, la miscela che ho bevuto potrebbe appartenere alla sua selezione.
Va bene bere il tè a casa, ma i bar e le sale da tè rappresentano dei punti di incontro, delle buone occasioni per socializzare e distrarsi. Si dovrebbe poter scegliere, sono momenti che hanno valori diversi.
Ribadisco purtroppo che i tè di Peter’s Tea House non sono di mio gradimento, ma a molti piacciono e va bene così.
Aspetto il resoconto della tua cena, in bocca al lupo
@utente anonimo
Con l’aiuto di una cara amica milanese sono riuscita a tradurre il commento in dialetto:
“Complimenti: anche tu hai capito perché era meglio che restasse chiuso”
@Insula
Siamo in molti ad averlo notato: l’ansia del tempo spesso divora la genuinità di cose e persone.
La fretta non si sposa bene con lo spirito del tè.
Grazie per l’interessante testimonianza.
@Paola C.
Ti ringrazio. E mi spiace per il toast.
@Lu
Non so come sia diventata Milano, perché sto imparando a conoscerla da appena un anno. So che quello che vedo non sempre mi piace purtroppo.
Probabilmente la sostanza esisterà da qualche parte, ma l’esasperazione dell’immagine spesso distoglie l’attenzione.
Tuttavia, mi fa piacere che ciò che ho scritto trovi riscontro nella realtà e nel tuo racconto. Grazie, a presto.
5 marzo 2008 alle 08:39
E’ un post esilarante, ha l’effetto di una doccia fredda.
Sono milanese di nascita e questo bar è un’istituzione qui…hai avuto coraggio a recensirlo in questo modo, complimenti. Molti di noi pensano quello che hai scritto ma pochi lo ammettono.
Ultimamente ci si fa derubare troppo facilmente ed è ingiusto.
Grazie
Enrico
9 marzo 2008 alle 17:06
«È un tè sempre italiano»
Commovente e imbarazzante al tempo stesso. In un momento in cui professarsi sostenitori del made in italy è un modo certo per accattivarsi le simpatie dei clienti non si fa piu` distinzione, rivelando una profonda ignoranza. Tu sei troppo elegante, io mi sarei divertita alle spese della cameriera, probabile vittima a sua volta di una gestione di furbastri. “Italiano? Ma proprio della Lombardia? Ci tengo, sa!”
Kja.
10 marzo 2008 alle 10:14
@Kja
Non avevo pensavo al made in Italy
@Enrico
Credo abbiano più coraggio loro a proporre un tale servizio a tali prezzi.
Se realmente molti di voi sono concordi con ciò che ho scritto, fareste meglio a smettere di frequentarlo.
18 marzo 2008 alle 21:07
Mia mamma lavorava in corso di Porta Vittoria, proprio vicino a Taveggia, e quando andavo a prenderla era immancabile una puntata in questo elegante caffè… adoravo i suoi budini di riso!
un abbraccio
27 marzo 2008 alle 10:26
Un giorno mia sorella, che vive a Vicenza, mi dice: ma allora, ‘sto bar Taveggia? la guardo, sorpresa.. che domande mi fa? Mi racconta, del cambio gestione, del té, ecc. e le dico: ma chi te le racconta tutte ste cose? e lei: Acilia. Son scoppiata a ridere!! Hai purtroppo ragione sai? La cosa triste è che locali storici come questo non dovrebbero permettere che vadano in cattive mani… ciao ciao
27 marzo 2008 alle 17:29
@Adina

Non immaginavo di essere così famosa
Un caro saluto a tua sorella e un abbraccio a te.
16 aprile 2008 alle 09:26
Taveggia, l’ho visto qualche giorno fa è solo un pallido ricordo di come era. Ora hanno la pasticceria già pronta industriale, il vecchio proprietario era un Signore primo, Pasticcerie secondo, Professionista terzo com eci mancano le persone cosi
2 maggio 2008 alle 15:49
Ma questi arrivano dalla Brianza!
Chi sono e che cultura hanno avuto? Almeno prima c’erano dei signori, erano stranieri che rispettavano il “Made in Italy” piu di noi.
Da non dimenticare un articolo del corriere: La chiusura era per sfratto (Ing. Falciola “Milanese” contro i “Libanesi”) 1.000 euro al giorno d’affitto “vergogna”.
Piero
14 ottobre 2008 alle 21:01
Leggo solo ora tutto questo.
Se il signor Piero è in ascolto, vorrei chiedergli cosa intende dire con “Ma questi arrivano dalla Brianza!”. Essendo brianzolo sarei proprio curioso di scoprirlo. “Quelli di prima” erano talmente “signori” che hanno fatto fallire il locale, togliendogli il marchio (che è potuto tornare solo dopo un piccolo contenzioso).
A parte questo, le cose che dice Acilia sono incresciose e assolutamente giuste sia per il tono che per il contenuto. Auspico che la gestione abbia rimediato. Altre cose che leggo nei commenti, non ad opera di Acilia, possono essere discusse. La “pasticceria già pronta industriale” è opera (o almeno, lo era all’epoca della riapertura e del Natale) di Giordano Melotto, un maestro pasticcere con 25 anni di esperienza, che fa il panettone con un lievito madre che bagna ogni 3 ore con l’acqua minerale. Converrebbe documentarsi prima di usare toni così duri.