Come è la natura al meglio

Non lo so come si inizia un post così.
Da alcune settimane scrivo e cancello decine di incipit: alcuni mi sembrano melensi, altri troppo duri.
Non so come si fa.

Qualcosa si è rotto.
Non ho compreso ancora bene cosa, né perché.
Ho compreso però che devo fermarmi. Che per provare a capire questa immobilità interiore, non posso fare altro che osservarla, accoglierla.

Qualcosa si è spezzato.
Non ho compreso ancora bene quanti pezzi si siano sperduti, né dove.

Scrivo per voi da 7 anni in questa che è diventata la casa di tutti ormai. Ci sono le vostre tazze, sedie e poltrone spaiate, scatole di tè da tutto il mondo.
Ogni cosa scritta è stata animata da entusiasmo sincero: per il tè, per la condivisione di una passione, per amore della conoscenza.
In questo momento ho perso quell’entusiasmo, ho smarrito la voglia di raccontare, di cercare, la gioia di fare.
Ho perso la fiducia nelle possibilità, ho perso la curiosità. Non sono più certa di avere cose da dire, né sono più certa che sollecitino l’interesse degli altri.

Tra le altre cose, non mi riesce di stare dietro ai tempi e ai modi stringati dei social network, mi avvilisce che il muto e veloce “Mi piace” abbia rimpiazzato un’interazione più autentica, più personale, più esaustiva.
Il rapido avvicendarsi delle bacheche, delle timeline, delle app, è troppo svelto, troppo approssimativo per me.
Mi rendo conto del limite che è mio, ma il piacere di redigere contenuti in queste condizioni si riduce notevolmente.
Manifestiamo quotidianamente le nostre opinioni con un solo click, con appena due parole, sempre le stesse, perdendo così la nostra individualità e insieme il piacere di esprimerla.
Ciò che qui rappresento si nutre di lentezza, di cura, di tempo. E il mio sentire asseconda questo spirito.
Dunque nei prossimi giorni chiuderò i battenti di Facebook.

Certo non dimentico l’esistenza della bottega virtuale. E comprendo bene che queste parole possano non giovare all’aspetto strettamente commerciale della stessa. Ma una buona venditrice a mio parere è prima di tutto onesta, fedele a se stessa, ed io ho sempre sentito di dovervi una sincerità piena.
Rimarrò pertanto a completa disposizione per ciò che concerne l’e-commerce, la mia assistenza sarà assidua, come sempre.

La parte creativa invece, la parte dell’anima, la dimensione del pensiero e della pancia, si fermano qui. Il blog si ferma qui.
Non so dirvi se sia un addio o un lungo arrivederci. In questo momento sento una stanchezza sotterranea e totale.

Chissà che un giorno si riaffacci un volo di piccioni, a sorpresa, fuori dall’aria pallida: leggeri e calmi, pieni di grazia. Come è la natura al meglio.

 

雛祭り Hinamatsuri: la primavera negli occhi

Akari o tsukemashou bonbori ni
Ohana o agemashou momo no hana
Go-nin bayashi no fue taiko
Kyo wa tanoshii Hinamatsuri

Facciamo luce con le lampade
Facciamo fiorire i fiori di pesco
I cinque musicisti di corte suonano il flauto e il tamburo
Oggi è una bella Hinamatsuri


Sono alcuni dei versi tratti dalla canzone Ureshii Hinamatsuri, intonata il terzo giorno del terzo mese dell’anno in occasione della Festa delle bambine.
Il popolo giapponese dedica un giorno di preghiera in nome della felicità delle giovani ragazze e questo coincide con la fioritura dei peschi (Momo no Sekku), perché simboleggi freschezza, crescita, bellezza.
In ogni casa in cui vi sia una bambina è consuetudine allestire una piccola impalcatura a cinque o sette piani coperti da un tappeto rosso, su cui vengono disposte delle bambole vestite con il tipico abbigliamento di corte risalente al periodo Heian. Questa sorta di altare narra l’ordine gerarchico sociale della tradizione culturale nipponica: sul primo livello siedono le bambole che rappresentato l’imperatore e l’imperatrice con accanto due lampade bonbori; seguono due ministri, tre dame di corte, tre samurai, alcuni musicisti e infine i servi Shi-Cho. Sulla sinistra un alberello di mandaranci e sulla destra un albero di ciliegio o di pesco. A completare l’opera, alcuni accessori di uso quotidiano tipici dell’aristocrazia del periodo Heian, tra cui gli  utensili per la cerimonia del tè.


In origine, lo scopo di questa celebrazione era quello di allontanare la cattiva sorte: alle bambole infatti venivano trasferite tutte le influenze negative collezionate durante l’anno. Attraverso una cerimonia venivano poi purificate e abbandonate nei corsi d’acqua perché la corrente le portasse via.


Le bambine ricevono in dono le bambole Hina alla nascita, spesso sono tramandate di generazione in generazione. Sono esposte una sola volta l’anno, quotidianamente non sono utilizzate come giocattoli ma riposte con cura in grandi scatole rivestite in seta o in apposite cassette di legno.
Sono dunque considerate oggetti di grande valore, soprattutto simbolico. Subito dopo la fine dell’Hinamatsuri bisogna infatti provvedere immediatamente a metterle via, perché in caso contrario si rischia che la bambina non si sposi presto.

Offerti anche alle bambole raffiguranti l’imperatore e l’imperatrice, gli Hishimochi sono i dolci tradizionali di questa ricorrenza. Sono costituiti da tre strati di mochi: verde, bianco e rosa che rappresentano rispettivamente la buona salute, la purezza e l’allontanamento dagli spiriti cattivi. Di pari passo, gli stessi colori disegnano uno splendido scenario primaverile in cui l’erba si affaccia sotto la neve mentre i fiori di pesco iniziano a sbocciare.

A Firenze, gli ultimi giorni di marzo, l’associazione nazionale Iroha per lo scambio culturale tra Italia e Giappone ha allestito la sua Hinamatsuri.
La zona prescelta è stata quella definita da molti “l’altra Firenze”, ossia l’Oltrarno. Nella bellissima piazza Tasso, presso la silenziosa sala delle ex Leopoldine, si sono succeduti tre giorni dedicati alla diffusione e condivisione della cultura giapponese.
L’intento principale è stato quello di raccogliere fondi per gli agricoltori di Fukushima, che dopo un anno dalla sciagura ancora faticano a riprendere la propria attività.

I profumi, la luce, i suoni erano quelli tipici di un risveglio. La bellezza dell’essenzialità investiva ogni cosa, a partire dall’ingresso, discreto e sommesso.
La stessa padrona di casa, la maestra Yoko Shimada, presidente di Iroha ed esponente di una delle più antiche e note scuole di cerimonia del tè, la Omotesenke, è una rara sintesi di grazia e semplicità.

La stessa armonia fluttuava intorno alla figura della maestra Hitomi Matsumoto, studiosa esperta della vestizione presso la scuola Suzunoya di Tokyo, e delle sue allieve che hanno mostrato la suggestione della vestizione di kimono femminile; le allieve della maestra Hanayagi Suginami invece hanno improvvisato uno spettacolo di danza tradizionale giapponese.
Il maestro Amane Tatsumura, artista delicato esponente dell’antica tradizione della tessitura nishiki, ha allestito una piccola mostra delle sue opere più affascinanti.

Il tema centrale della manifestazione ruotava intorno alla cucina tradizionale giapponese. Il maestro chef Tatsumori Ota, insieme a Ikuko Sagiyama, docente di lingua e letteratura giapponese presso l’Università di Firenze,  hanno raccontato l’arte giapponese di presentare i cibi e allestire la tavola, unitamente alla storia della cucina kaiseki æ‡çŸ³æ–™ç†.
Un’attenzione particolare è stata posta alla cucina chakaiseki, ossia quella che si adopera per preparare il pasto che accompagna la cerimonia del tè (cha significa tè).
Nata nel XVI secolo, è una cucina che si presenta estremamente leggera, declinata su stoviglie e vassoi semplici. Precede la degustazione del tè e di base è composta da una zuppa, tre contorni (ichijū sansai), di cui uno cotto alla griglia, e del riso.
Le sue origini sono da rintracciare nel buddhismo Zen più antico: ancora oggi celebra il connubio tra uomo e natura, il punto di contatto tra i sensi e la rappresentazione di quanto ci circonda.
Dunque i sapori, il gusto estetico, i profumi della cucina kaiseki rispettano l’avvicendarsi delle stagioni e impongono l’assoluta freschezza di tutti gli ingredienti utilizzati. Le modalità di preparazione sono rigorosamente locali, perché si presuppone celino una saggezza ancestrale; i piatti sono adornati con cura con elementi naturali come fiori o foglie di bambù e acero e il cibo viene cotto in modo tale da esaltare i suoi sapori originari.

Quanto al tè, l’Hinamatsuri fiorentina ha previsto un piccolo angolo degustazione e vendita di Sencha, Gyokuro, Genmaicha e Houjicha da affiancare a sfiziosi piatti caserecci giapponesi e italiani che hanno contribuito ad allestire il buffet della solidarietà.

Lasciamo dunque che i cinque musicisti suonino il flauto e il tamburo. Che oggi e che anche domani sia una bella Hinamatsuri.
Del resto la primavera è uno stato d’animo: si porta negli occhi.

Le forme della leggerezza


Alla sera, prima di dormire, la mamma scioglieva la sua voce squillante da soprano in glissandi di frasi per leggerci le mirabolanti avventure di Salgari, mentre il babbo, nei momenti più imprevedibili, sapeva improvvisare, candido e sornione, delle storielle tanto sgangherate quanto irresistibili. In forme diverse era sempre l’esprit della leggerezza a ventilare i nostri passi nel mondo, e io sono certo di dovere a questa primissima educazione quella sete di cose e parole lievi, aeree e fatate che mi avrebbe sempre accompagnato negli anni”.
(Paolo Lagazzi, tratto da Forme della leggerezza – Ed. Archinto)

Questo libro è stato un dono inaspettato, arrivatomi circa un anno fa per mano di un corriere. Dopo la bellissima esperienza dell’intervista, dopo il tè condiviso nella sua casa insieme alla sua famiglia e la delicata amicizia che ne è derivata, Paolo mi ha fatto l’onore di regalarmi un’altra delle sue creature, dedicata questa volta a chi come me si sente “viandante dalle suole di vento”.
In queste pagine l’appassionante scrittore e critico letterario ha inanellato degli scritti che è andato raccogliendo in occasioni diverse negli ultimi 15 anni, ponendoli tutti sotto il segno della leggerezza, intesa come gratuità della grazia, come l’infinità del desiderio.
Partendo da Calvino e Kundera, attraverso una prosa che Davide Rondoni definisce giustamente “ariosa e saporita”, Paolo Lagazzi avvia una ricerca dell’orizzonte della leggerezza soprattutto come respiro dell’anima, liberandola dalla sua dimensione esclusivamente antropologica. Come in una passeggiata ideale tra sentieri del passato e del presente, sfiorando classici indiscussi, autori dimenticati e maestri segreti, auspica di poterci mostrare come la leggerezza si annidi tra le volute del caso, come possa essere nutriente e gratificante “riverniciare” a fresco la nostra breve avventura di uomini, perché “quando un bambino rimescola i colori, la sua tavolozza gli si svela come il grembo di tutte le figure possibili”.

Quando ho proposto a Paolo di reinventare un rito del tè tra sapori e parole nostre e altrui, provando a ridisegnare quella stessa leggerezza tracciata nelle sue pagine, ha accettato con sincero entusiasmo e trasporto.
Nasce così l’idea del Reading associato alla degustazione e al racconto di 4 tè rari che per lavorazione, aromi o potere evocativo si legano a varie forme della leggerezza, che nel tempo di un sorso sono in grado di farci librare in un frammento di spazio sospeso.
Mi piacerebbe che la voce e le parole di Paolo, insieme alle mie foglie, vi sottraessero per una sera dal peso, dal richiamo e dalla rigidità della fatica quotidiana, per schiudervi “come un guscio di noce in grado di liberare dal suo interno, col tocco limpido e arioso delle fiabe, tutte le stoffe dei sogni”.


Il luogo che ospiterà il progetto sabato 5 maggio alle ore 17:30 è lo Spazio Tadini a Milano, centro nevralgico di numerosi eventi culturali, dimora di uno dei più amati scrittori e pittori milanesi: Emilio Tadini. Un luogo che dà spazio all’arte, alla musica, alla narrativa, alla poesia, alla saggistica, al teatro, alla danza e ai dibattiti culturali. Un posto che ha accolto anche Dario Fo, Enrico Rava, Lella Costa, che merita di essere conosciuto ed esplorato: per questa ragione, unitamente al costo dell’ingresso per il nostro evento, vi sarà data la possibilità di prendere parte gratuitamente agli eventi successivi presso lo stesso Spazio per un mese.

Non voglio svelarvi le tipologie dei tè che ho selezionato, né le motivazioni che mi hanno spinta a sceglierle. Preferisco vi sorprendano durante il viaggio che compiremo insieme.

Essendo un evento unico nel suo genere realizzato per la prima volta in Italia, qualora foste interessati vi suggerisco di prenotare prima possibile contattandomi con una email. Sono a vostra completa disposizione per qualunque tipo di informazione.

Spero di vedervi numerosi.

N.B. In seguito ad un infortunio subito dalla sottoscritta ad uno dei due arti inferiori, l’evento è posticipato a settembre 2012.
Vi terrò informati in merito e vi aggiornerò quanto prima. Perdonatemi il disguido.

Tre finestre sul cortile

Un post di passaggio per ringraziare tre care amiche per le interessanti opportunità che mi hanno regalato.

La prima è Miralda Colombo, ideatrice e curatrice di un blog delizioso scritto a due mani più due manine e un cucchiaino. Ha scritto un articolo sulla rivista KIDS invitandomi a rispondere a qualche domanda circa il rapporto tra il rito del riposo dei bambini e le tisane. Così è nata La notte buona di Acilia.

La seconda è Elena Torresani, la redattrice del blog di Maggie, uno spazio delle idee per far conoscere chi e come sta salvando il mondo. Mi ha intervistata durante una lunga e piacevolissima chiacchierata e mi ha dedicato un articolo nel suo spazio virtuale.
È stato per me un onore, per la devozione e l’accurata selezione degli argomenti e delle protagoniste che Elena conferma ogni giorno in ciò che scrive.

La terza è Sandra Salerno, che nel suo ormai famoso e amato blog Un tocco di zenzero ha ospitato 3 dei Sei sentieri della bottega virtuale, associandoli a 3 raffinate e originali ricette.
Da molti anni cura progetti legati al mondo del cibo e del vino, è una talentuosa fotografa e una consulente gastronomica appassionata e curiosa. Negli ultimi tempi è diventata anche cuoca a domicilio.


Creando queste 3 ricette ha dato ancora più prestigio a queste foglie che, per storia, lavorazione e aroma sono già fortemente caratterizzate.
Tengo a condividerle con voi perché possiate divertirvi a sperimentare il tè anche come ingrediente, sfruttando le sue potenzialità non solo in tazza.
Utilizzando l’oolong Li Shan, Sandra ha articolato un profumatissimo risotto alla lavanda, aromatizzando l’acqua di cottura con del finocchio e alcune foglie di tè.
Due proposte a base di pesce invece ha riservato per il tè verde Anji Bai e il tè bianco Ye Sheng selvatico. Il primo declinato in una insalata di sgombro affumicato con semi di senape e alchechengi, il secondo in uno spiedino di branzino in infusione nel tè con funghi champignon neri.


Mi piace sempre vedere in quanti modi il tè possa farsi stimolo. Nelle parole, tra i fornelli, sulla carta stampata, nelle consuetudini dei bambini.
Ringrazio di cuore tutti coloro che scelgono di aprire una finestra su questo che voglio definire cortile, e non mondo del tè, perché ne dà la giusta dimensione di intimità e valore. Perché come il cortile, dà luce e lascia passare aria.

Anna Biancardi: un modo di essere nel fare

Ho iniziato a raccontarvi della genesi di questo progetto in questo post.
Le protagoniste sono essenzialmente tre: una donna, la ceramica, l’arte. Con questa intervista mi accosto a loro con discrezione ed estrema delicatezza: lascio spazio alle parole di Anna Biancardi e alle immagini di quanto ha realizzato.
Il mio grazie è sincero e totale. Benvenuta tra i miei carissimi ospiti.

1- Sul tuo sito hai scritto: Quando la terra, l’acqua, l’aria e il fuoco danzano al ritmo del mio cuore, allora nasce una ceramica d’arte. Che ritmo ha il tuo cuore?
Ha il ritmo dell’alternarsi della vita e della morte. Con il movimento dei quattro elementi, in un processo irreversibile, la massa d’argilla informe e morbida, si trasforma in una struttura organizzata ed “eterna”. Ritorna ad essere la roccia madre da cui proviene.
L’arte della ceramica è un ritorno all’origine: in senso metaforico il ritmo del cuore è l’equilibrio dinamico, l’alternarsi degli opposti.

2- Quando hai capito per la prima volta che lavorare l’argilla sarebbe stata la tua vita?
Provengo da una formazione pittorica ricevuta in tenera età da mia madre prima e da due anziani pittori dopo; ma a 14 anni, nel laboratorio dell’istituto d’arte misi le mani nella creta per la prima volta. E non le tolsi più.
Ho sperimentato molti materiali durante la mia formazione, ma ad esempio scolpire il legno o il marmo richiede un’aggressività che non è costante nel mio carattere, mentre l’argilla nella sua morbidezza permette lo spostamento, il movimento e il ripensamento dopo l’azione. La determinazione che richiede nell’essere modellata mi è connaturata.

3- Cosa si prova quando dal nulla si riesce a dare forma a qualcosa? Cosa significa per te creare?
Io provo completezza.
Creare è  trasformare. Sono ciò che creo e creo ciò che sono. È un modo di essere nel fare.
Non sono io che scelgo di creare, accade spesso il contrario. È un impulso potente, un guizzo interiore che si concretizza attraverso l’abilità tecnica esprimendo qualcosa che va oltre l’aspetto materiale dell’oggetto. Mentre creo traduco in forma tangibile qualcosa che proviene da quel “mondo di mezzo”, da quel bacino di memoria collettiva, una dimensione invisibile e spirituale.
Spesso l’idea originaria mi arriva da dentro durante il sonno o in uno stato di rilassamento meditativo, oppure dal mondo esterno, studiando le molteplici espressioni degli artisti classici o contemporanei che preferisco e che sono sempre fonte di grande ispirazione.
Ma succede altrettanto spesso che anche qualcosa di insignificante può suscitare in me il pretesto per un’opera. Questo non basta naturalmente, ma si parte da lì .
Poi ci sono approcci diversi nel creare. Personalmente ho una formazione progettuale, quindi dal momento in cui accolgo l’idea comincio la raccolta dati, l’elaborazione, il confronto, l’analisi degli obiettivi e la scelta degli strumenti e delle tecniche operative. Ho bisogno di avere il massimo controllo tecnico prima, per potermi permettere l’improvvisazione poi.

4- Gioielli dei sensi”, “Les mains du sabotier”, “Effetto nascita”: sono alcuni tra i tuoi progetti più importanti. Qual è il percorso attraverso cui arrivi a scegliere un tema intorno al quale sviluppare un nuovo progetto artistico?
In genere è determinato da un’incubazione più o meno lunga di esperienze personali. Oppure, come nel nostro caso, nasce da interessi condivisi con altri creativi, dove sinergie  di  molteplici espressioni convergono in un comune obiettivo.
Più raramente è un tema proposto da un committente.

5- Il tuo primo incontro con il tè.
Il primo non me lo ricordo esattamente, ma quando insegnavo ceramica alla scuola d’arte di Aosta (quasi 30 anni fa), per questioni tecniche durante le lezioni di laboratorio avevamo unito i due intervalli creando un break di 15/20 minuti. In quel lasso di tempo preparavamo il tè in un’enorme teiera rossa di metallo smaltato e lo bevevamo in una semplice ciotola in ceramica che si faceva girare tra studenti e insegnanti, oppure nelle tazze auto prodotte. Eravamo un grande e giovane team e bere il tè era diventato un rito irrinunciabile.

6- Che ruolo ha il tè nella tua quotidianità?
È una bevanda che prendo in ogni momento della mia giornata, anche durante i pasti. Una pausa per me stessa o una condivisione amichevole.

7- Qual è la tipologia che preferisci e quella che meglio ti rappresenta?
Di quello sfuso e a foglia larga preferisco i tè dolci e in generale tutti i tè aromatizzati. Ma i miei gusti dipendono dalla stagione: d’estate adoro le perle di tè profumate al gelsomino o il tè alla menta; d’inverno amo il tè più speziato, per esempio con cannella e vaniglia; in primavera i tè fruttati e fioriti; in autunno i tè nella loro naturalezza, senza alcun aroma aggiunto.

8- Nel 2009 hai realizzato un progetto che hai chiamato Le teiere bizzarre.
Com’è nata l’idea?
Lavorando su due fronti, quello artigianale e quello artistico, mi interrogo spesso sull’arte della funzione e la funzione dell’arte, su come far entrare l’arte nella vita quotidiana, su come promuovere un’attenzione diversa verso l’oggetto d’uso quotidiano, come rendere il conosciuto sorprendente e importante.
La teiera è un oggetto presente in quasi  tutte le case, perfetto quindi per essere valorizzato ad arte. Sono nate così le teiere bizzarre, oscillano tra il moderno e lo spiritoso, come Giocagiò o L’elefante, due pezzi che stravolgono le regole della foggiatura tradizionale: sono infatti ricavate da un contenitore singolo a collo lungo tornito e poi ribaltato sul fianco affinché il collo si traformi nel beccuccio. Alcune sono molto strane, altre più classiche e funzionali, ma tutte  uniche nella propria natura artistica.

9- In che modo il tè ti ha ispirata?
Il tè è una bevanda con un carattere forte, determinato da fattori che coinvolgono tutti i sensi. La tonalità delle foglie e del liquore, il profumo, la temperatura, la trasparenza, il sapore dolce o amaro. Questi temperamenti mi hanno ispirato le forme e colori.
Voglio portarvi alcuni esempi. Il tè egiziano che i miei amici nel Mar Rosso lasciano depositare sul fondo, ha dato vita ad una teiera che ho chiamato Sabbia d’oro. Il tè nero turco dal sapore profondo e tostato si è tradotto nella teiera Black Boy; i tè verdi profumati alla rosa e gelsomino mi  hanno suggerito la teiera Campo de’ fiori.

10- Le tue teiere sono quasi tutte delle kyusu, ossia teiere giapponesi con il caratteristico manico laterale. In che modo l’arte della ceramica orientale ti ha influenzata? 
Seppur molto distante dalla mia matrice culturale occidentale, lo Zen e l’arte della ceramica sono entrate nella mia vita di pari passo: come nella pittura Zen giapponese ogni pennellata esprime la totalità del vissuto dell’artista, così nell’argilla le mani del maestro imprimono tutta la sua esperienza personale nel momento presente.
La cerimonia del Tè testimonia l’essenza dello Zen del vivere nel qui ed ora. Nè religione, nè filosofia, bensì un atteggiamento interiore della coscienza che si rivela nel fare quotidiano. Per me la chiave di questo atteggiamento è “l’attenzione”.
È noto che il tè fosse una bevanda utilizzata nei monasteri per combattere la sonnolenza nelle lunghe sedute di meditazione, apprezzata dai nobili e dai guerrieri; l’assunzione del tè divenne in Oriente una vera e propria arte spirituale (Cha-do – la Via del Tè) ritualizzata nel Cha-No-Yu – la cerimonia del tè.
La ceramica che produco, rispettando questa chiave interpretativa dell’attenzione al momento presente, non vuole copiare quella giapponese, piuttosto desidera tradurne i criteri stilistici quali per esempio l’asimmetria, la spontaneità espressiva e la severità in tazze, teiere e contenitori dalle forme uniche rispecchianti la mia realtà, consone al mio credo e funzionali ai miei ritmi di vita.

11- Nel processo di creazione delle tue opere, qual è il passaggio che ritieni fondamentale? 
Il coraggio di credere all’idea.
Il passaggio dall’idea alla realizzazione è delicato, un pò come lasciarsi andare all’indietro in una  discesa in corda doppia. C’è un momento in cui devi accettare il rischio e andare, è un piccolo momento conflittuale che richiede il coraggio di sbagliare e al tempo stesso la fiducia nelle proprie capacità. Certo qui non si fa male nessuno, è una bella differenza!
Quando poi si parte, il primo passo è decisivo: impastare l’argilla, stabilire il contatto con le mani, metterla/si in movimento, entrare in sintonia con la madre terra.

12- Cos’è la bellezza in una ceramica d’arte?
La forza espressiva (estetica) unita alla perizia dell’esecuzione (funzione). È un riflesso di polvere di vita.

13- Raccontaci di queste 3 esclusive creazioni che hai realizzato per Insieme a tè.
Queste tre teiere nascono dall’incontro con te Acilia, dal comune desiderio di creare qualcosa di unico che fosse carico di calore umano, che entri nelle case, che produca vibrazioni positive e nel suo utilizzo rimarchi la sacralità di ogni istante .
A cosa ti sei ispirata?
Mi sono ispirata ad Acilia e al marchio della bottega virtuale, ai tè che mi hai regalato, ai riccioli dei tuoi capelli, agli scritti nel tuo blog, alle foto, ai tuoi trent’anni e soprattutto alle atmosfere che sai creare, al tuo modo di coinvolgere chi ti legge.
Come hai scelto le forme e i colori?
Ciascuna delle tre teiere è realizzata a mano partendo dal progetto disegnato. Sono modellate completamente al tornio, uno strumento antico che amo particolarmente per la sua valenza meditativa e silenziosa. Sulle pareti delle teiere sono impressi i segni del lavoro delle delle mie dita, a testimonianza di quella componente umana che si è inevitabilmente persa nella produzione industriale.
Questo metodo di foggiatura è una sorta di meditazione in movimento. Ho dato a queste teiere dei caratteri diversi: l’una è più sorridente, l’altra più seriosa, una più materna, l’altra più dominante. Ho lasciato su di loro le mie impronte.
La plasticità dei motivi in rilievo disposti sui coperchi e richiamati sulle pance o sull’attacco dei manici, si rifanno alle volute del tè fumante presenti nel marchio della bottega.
Le tonalità calde dei rivestimenti vetrosi ad alto fuoco avvolgono le forme accentuando le zone d’ombra con ossidi metallici fusi in essi. La cottura ad alta temperatura degli smalti matt (1200°) produce superfici morbide e setose al tatto, talvolta brillanti, a tratti  ruvide e materiche.
Qual è la loro poetica?
Io credo che gli oggetti non entrino in contatto soltanto con la nostra dimensione fisica e visiva, bensì anche con quella  fatta di pensieri, emozioni, spirito ed energia e quando un oggetto ci piace particolarmente ciò avviene perché sta comunicando con noi a tutti i livelli. Non solo gli oggetti parlano, sanno anche ascoltare, silenziosi testimoni dello spazio e del nostro agire in esso.
Chi acquisterà e userà le mie teiere continuerà l’opera che io ho iniziato, diventando a sua volta protagonista nell’interazione con loro, attraverso cura e attenzioni, diventando un consapevole ri-creatore del proprio vivere quotidiano. È un rapporto senza soluzione di continuità tra l’artefice, l’oggetto e il fruitore, che si declina nella poetica del divenire e produrre emozioni.

A questo proposito, per regalarvi l’emozione della creazione, ho voluto realizzare questo video con cui vi invito ad entrare nel mio laboratorio e assistere alla nascita di queste 3 creature: Sorriso di melograno, Notte d’ambra e Spire dorate.

 

L’impronta di un tempo

Benedetta De Marchi, una delle partecipanti alla serata che ho condotto da Brac lo scorso 2 febbraio, mi ha gentilmente omaggiato alcuni tra gli scatti più belli che ha realizzato durante l’evento.
Li condivido con voi per il calore e la spiritualità che sanno raccontare. Perché catturano l’impronta di un tempo, perché significano.
Mi sorprende che lei sia riuscita a cogliere in questi dettagli esattamente ciò che io desideravo trasmettere attraverso la scelta delle parole, delle luci, dei sapori.

Vi lascio anche uno degli haiku che durante la serata abbiamo letto e il ricordo di una suggestione sonora. Così sarà come se anche voi, tutti, foste stati lì.



Solitudine:
i fuochi d’artificio che fioriscono,
dopo cade una stella.
(Masaoka Shiki)






Di acqua, di aria e di fuoco: un incontro fiabesco

La storia di quest’incontro ha inizio mentre il sole seduce il cielo fino a far arrossire le nuvole. Un insolito calore è nell’aria, come se dietro i tetti giacesse un’enorme teiera che libera volute vermiglie.

È un incontro fiabesco, che prende forma dopo due anni di pensieri condivisi.
Il gelsomino ondeggia sotto la spinta del vento; c’è un silenzio conciliante: solo la vastità della luce può colmarlo.

Anna è una donna sorprendente. Le sue mani si muovono con l’emozione.
Da trent’anni vive l’arte della ceramica in un luogo che non ha chiamato laboratorio ma tempio, Tempio d’Argilla. Mentre io venivo al mondo, lei iniziava a collezionare bellezza.

Un incontro di tale valore non può che essere onorato nella mia casa, il luogo che consacro alle cose e alle persone che per qualche ragione mi lambiscono il cuore.

Attendiamo la sera preparando il tè. La luce naturale delle candele colora l’angolo che abbiamo eletto nostro.
La sintonia è sincera, tangibile. L’intimità non è solo quella dei piedi nudi, ma anche dei sorrisi, della musica, dei racconti.


 


Quando due anime affini hanno la fortuna di incontrarsi, quella di concretizzare l’empatia diventa una necessità, una conseguenza naturale. L’una riesce a tradurre i desideri dell’altra con una tazza profumata e l’altra ad interpretare le attese dell’una con il tocco di una mano che sull’argilla imprime un’intenzione. Così si compie l’incastro, la magia.
Gli elementi sono gli stessi, per il tè e per una ceramica d’arte: l’acqua, l’aria e il fuoco. Anna vi ha aggiunto la terra, che concilia con l’origine, con l’arcaicità. Del resto, dalla terra il tè germoglia.




Le parole rotolano tra progetti di lavoro condivisi e meandri privati del nostro vissuto.
Mi racconta che da alcuni mesi sta lavorando al tema del perdono, “inteso come accettazione, compassione e capacità di lasciare andare. Inteso non come giudizio indulgente, né negazione del problema, al contrario lucida e consapevole liberazione dalla rabbia, dal rancore, dalla punizione imposta a se stessi o agli altri. Il perdono inteso come strada verso la libertà interiore“.
Rimango in silenzio, la guardo disegnare, rimango rapita dall’abilità della mente che, alleata col cuore, proietta i suoi segni.


Le tazze sono vuote, come anche la teiera: si è fatto tardi. Se attendiamo ancora possiamo vedere il cielo che restituisce la corte al sole rischiarando le nuvole.

Accompagno la mia ospite a riposare, con la promessa di pubblicare, al mio ritorno da Firenze, la sua meravigliosa intervista e mostrarvi ciò che ha creato in esclusiva per la bottega virtuale.
A piedi ancora nudi, a candele spente, intono una ninna nanna in punta di voce che narra anch’essa di perdono: per ringraziarla e per cullarla, con la stessa grazia e delicatezza che lei ha concesso a me.

A presto.