Zuppa di melone al tè Yong Xi Huo Qing con pinoli

Il Yong Xi Huo Qing, detto anche Jade Fire, è un tè verde naturale cinese che qualche mese fa la cara Maricler mi ha gentilmente portato da Parigi. Ha origine nella provincia di Anhui e apparentemente le sue foglie sono simili a quelle del più noto Gunpowder, pur vantando una qualità nettamente superiore. Il liquore che ne scaturisce è scuro, l’aroma è incisivo e sprigiona alcune note di fumo: ha un gusto particolare, poco erbaceo, piuttosto insolito per un tè verde.
Piace senza dubbio a tutti coloro che amano il Lapsang Souchong e si presta ad essere gustato per più infusioni. È una tazza adatta ad accompagnare cibi salati, soprattutto pesce, formaggi, frutta secca e pietanze speziate. 
Ne ho sperimentato l’uso anche in questa ricetta, ottenendo un risultato sorprendente.

Ingredienti:
• 1 melone invernale medio (privato dei semi)
• 1 porro tritato
• 25 g di burro
• 1 foglia di lauro
• 6 bacche di pepe Giamaica macinate (o pestate nel mortaio)
• 600 ml di tè Yong Xi Huo Qing (preparato con 5 cucchiaini di foglie)
• 60 g di pinoli tostati
• pane 

Mettete le due metà del melone su una teglia coperta con carta da forno. Fatele cuocere in forno già caldo a 190°C per circa 40 minuti. Togliete dal forno e, utilizzando un cucchiaio, staccate la polpa dalla buccia e lasciatela cadere in un recipiente.
Fate sciogliere il burro a fuoco basso in una casseruola, aggiungete il porro, il lauro, i grani di pepe e cuocete a fuoco lento, finché il porro comincia ad ammorbidirsi.
Unite la polpa del melone, il tè, 1 litro d’acqua e aggiungete poco sale. Portate a bollore, abbassate il fuoco e cuocete per circa 10 minuti.
Togliete il lauro e mettete la zuppa in un frullatore (o nel Bimby). Aggiungete i pinoli (fatti tostare in una padella antiaderente) e frullate il composto fino ad ottenere una crema omogenea.
Rimettete la zuppa nella casseruola, fatela scaldare leggermente e servitela guarnendo con crostini di pane.
 

*Il melone invernale è tardivo, ha una forma allungata ed è di colore giallo, la buccia è piuttosto liscia e priva di costole, è poco profumato, ha una polpa bianca ed è molto dolce.


Stampa questo articolo Stampa questo articolo Segnala a un amico

La lettera del mese: il Lapsang Souchong

Ciao,
sono capitato per caso nel tuo blog mentre cercavo informazioni sul Lapsang Souchong. Complimenti, è molto elegante e ben fatto.
Dicevo, ho scoperto da poco questa varietà di tè affumicato e mi piace molto per il suo gusto più pieno e aromatico rispetto al solito té nero. Al mattino ne bevo sempre una tazza (un cucchiaino nell’acqua bollente, poi spengo e lo lascio a riposo circa 5 minuti).
Devi sapere che io al mattino sono praticamente uno zombie e dal momento che il caffé mi ha sempre fatto male (per oscuri motivi, forse le resine mi hanno detto), un periodo mi sono indirizzato sul guaranà, ma siccome ho una completa assuefazione alla caffeina, dopo pochi giorni il suo effetto scompare. E invece il té mi fa un effetto più blando, non mi dà questi effetti.
Certo tutta la mia famiglia protesta (ormai debolmente) perché sembra che stia cucinando le uova col bacon. Poi si ricordano che sono vegan e se ne vanno mormorando “che schifo”, “ma no, guarda che è buono”, “ti assicuro,non faccio complimenti”…
Questo volevo chiederti: c’è una particolare preparazione per questo tipo di té, non credo che si debba lasciarlo in ebollizione, vero?
Ringraziandoti per i futuri consigli, ti ringrazio anche per le rubriche che hai messo a disposizione di tutti.
Ugo [Roma]
Ciao Ugo.
Ti ringrazio per i complimenti, sei gentile.
In merito al Lapsang Souchong, forse lo sai già, è un tè che ha subìto un processo di affumicatura ottenuto disponendo le foglie su grate di bambù e avvolgendole con il fumo della combustione di legni aromatici.
Tra i tè affumicati in realtà è il più leggero e delicato; se dovesse piacerti più forte potresti provare il Tarry Souchong.
Mi permetto di consigliarti una preparazione un po’ diversa da quella che segui abitualmente; di solito l’acqua per qualsiasi tè non si fa MAI bollire e piuttosto che immergere le foglie nella tazza già piena, sarebbe preferibile versare l’acqua calda sulle foglie, delicatamente. Il tempo di infusione per questo tè corrisponde a 4 minuti circa e la temperatura dell’acqua dovrebbe avvicinarsi ai 90° C. Ricorda di non utilizzare mai l’acqua del rubinetto, bensì l’acqua oligominerale in bottiglia (ho scritto un post tempo fa in merito a questo).
Certo è insolito che si scelga di berlo puro al mattino, spesso l’aroma di fumo lo rende adatto ad accompagnare cibi speziati e salati, in particolare il pesce. Ma è importante che ognuno segua i propri gusti :-)
Mi auguro di averti fornito informazioni utili e di aver soddisfatto la tua curiosità.
Un caro saluto, buona giornata.    

Acilia

Stampa questo articolo Stampa questo articolo Segnala a un amico

Paolo Lagazzi: tè, poesia e meditazione

Lo avevo menzionato qui, citando uno stralcio del suo libro “La casa del poeta” attinente al tè di Attilio Bertolucci.
Oggi ho l’onore e il piacere di ospitarlo personalmente: gli sono molto grata per aver accolto l’invito con rara gentilezza e disponibilità. Sono emozionata, è un privilegio per me aver stabilito un contatto diretto con lui. Le sue vicende personali, i suoi interessi e la sua professione si intrecciano con molte delle mie passioni: il tè, la scrittura, la lettura, la poesia e la cultura giapponese. Per questo, e anche per molto altro, questa intervista si è rivelata una delle esperienze più belle e significative della mia storia di donna e di blogger.

Paolo L., così usava chiamarlo il suo amico e maestro Bertolucci, è un uomo che non si può circoscrivere in una serie di definizioni. Contraddistinto da una raffinata umiltà, laureato in lettere moderne, è stato prestigiatore, cantautore, chitarrista, scrittore e critico letterario.
Ha scritto 7 saggi, 1 libro intervista, 2 libri di fiabe e ha curato 19 testi delle più note case editrici.
Dal 1986 fino alla sua chiusura, ha curato l’inserto quindicinale “Il Nuovo Raccoglitore” di cultura della Gazzetta di Parma a cui hanno contribuito famosi scrittori e critici del Novecento.
Ha collaborato a diversi quotidiani come Il Giornale, La Voce, l’Unità e Avvenire; a molte riviste letterarie e di cultura italiane tra le quali Nuovi argomenti, ParagoneLa nuova rivista europea, Poesia, Diario, Stazione di posta, Nuova Corrente, oltre ad alcune straniere, come l’americana YIP (Yale Italian Poetry), la francese Cahiers du CERCIC, le giapponesi Shigaku e Kai no hi.
Fa parte attualmente delle giurie di due tra i più importanti premi di poesia esistenti in Italia: il Premio Internazionale di Poesia Attilio Bertolucci e il Premio Internazionale Mario Luzi.

1) Il desiderio di intervistarla è nato dal racconto del rito del tè che ha descritto nel libro “La casa del poeta. Ventiquattro estati a Casarola con Attilio Bertolucci”. Cosa ricorda di quelle tazze condivise?
Erano davvero le tazze dell’amicizia, della confidenza, dell’affetto, e di molto altro a cui non sono mai riuscito a trovare un nome. Ninetta, la moglie di Attilio, era australiana dal lato materno, e forse proprio questa origine spiega, almeno in parte, la sua propensione al tè. Fatto sta che a Casarola, nella dimora appenninica in cui i due coniugi soggiornavano tutte le estati dopo aver lasciato Roma, lei preparava ogni pomeriggio il tè non solo per Attilio e per sé, ma anche per gli eventuali ospiti di passaggio.
Sebbene nel mio libro io abbia parlato di “cerimonia” del tè per sottolineare il carattere rituale, ripetitivo, di questa abitudine dei Bertolucci, si trattava in realtà di un tè offerto in modo molto semplice, famigliare, spontaneo. Ricordo bene il gusto di quella bevanda, quasi stessi sorbendola in questo momento (i sapori e gli odori, come ci insegna Proust, sono i legami più tenaci, nella nostra coscienza e nel profondo del nostro inconscio, tra il presente e il passato): era un tè scuro, forte, vagamente odoroso di tabacco o di legno. Mi piaceva berlo senza zucchero, assaporando quel suo bouquet asciutto, così congeniale allo “stile” insieme fine e rustico della casa appenninica dei Bertolucci e al timbro pacato, caldo e schietto della loro vita. Bevendolo lentamente, a piccoli sorsi, e intanto chiacchierando con Attilio e Ninetta, avrei potuto ripetere dentro di me un famoso, bellissimo verso del poeta: “Qui siamo giunti dove volevamo”.

2) A chi appartiene il merito della sua prima educazione al tè?
È stato mio padre a porre in me il seme karmico del mio apprezzamento per il tè. Era un uomo davvero particolare, per certi versi di un’originalità un po’ sconcertante, ma soprattutto ricco di umanità, di tenerezza e di un autentico senso dello humour. Faceva il medico, ma amava tutto ciò che è bizzarro e fantastico, dai burattini al circo, dai giocolieri ai fachiri: è stato lui ad avviare me e mio fratello gemello Corrado all’hobby dei giochi di prestigio.
Quando era stanco, alla sera, dopo una giornata di lavoro, il babbo scriveva a volte dei raccontini di un umorismo candido e surreale, un po’ tra Campanile e Zavattini, sui suoi ricettari medici, e il giorno dopo ce li leggeva. Non so da cosa gli venisse la passione per il tè: comunque non l’ho mai visto in tutta la vita bere altro che tè al mattino, e ricordo una poesiola da lui composta un po’ sullo stile delle filastrocche del “Corrierino dei piccoli”: “Nulla al mondo no non c’è, / di più buon di te, o tè!”.
Devo aggiungere però che la mamma, per quanto fosse anche lei piuttosto speciale (aveva studiato da soprano), non aveva invece nessuna simpatia per il tè (la sua bevanda preferita era il caffè): il tè non era proprio nelle sue corde, e se lo preparava a me e a mio fratello prima che andassimo a scuola, nei gelidi inverni di Parma, era solo per compiacere la passione del babbo. Non sapeva calcolare né il calore dell’acqua né i tempi d’infusione della miscela; alla fine, più che una bevanda corroborante, ciò che ci propinava era una specie di assurda lava fusa. Per poterne ingerire almeno un po’ eravamo costretti ad allungarla con l’acqua in bicchieroni enormi, e ingollavamo in fretta quella mistura, già sull’uscio di casa, quasi ustionandoci. Solo molti anni dopo avrei cominciato  a scoprire il “vero” tè.

3) Leggendo i suoi libri, si direbbe che abbia scelto di concentrare l’attenzione intorno a certi autori, alcuni dei quali sono Silvio D’Arzo, Attilio Bertolucci e Kikuo Takano. Quali criteri l’hanno condotta a questa selezione?
La sola, autentica ragione pur cui ho scritto su autori tanto diversi tra loro, come quelli da lei ricordati, o su altri quali Joseph Conrad, Bernard Malamud, Bruno Barilli e Pietro Citati, è che mi sono innamorato della loro opera.
Leggi il resto di questo articolo »

Stampa questo articolo Stampa questo articolo Segnala a un amico

Il concorso fotografico: qualche notizia

Questa breve intervista mi offre lo spunto per aggiornarvi in merito al concorso fotografico che ha aperto i battenti circa venti giorni fa.
Ringrazio molto tutti coloro che hanno apprezzato l’iniziativa e contribuito spontaneamente alla sua diffusione attraverso blog, siti, forum e riviste di fotografia online. Sono contenta che l’idea sia piaciuta e che stia spingendo molte persone a misurarsi con la propria creatività.
Siamo quasi a metà percorso e diversi scatti sono arrivati; vi rinnovo l’invito a partecipare, sono certa che rimarrete sorpresi dalla varietà dei modi con cui il tè si accosta alle consuetudini della gente.

Non vi ho raccontato molto circa il premio scelto per il vincitore. Ho ricevuto alcune email in cui mi hanno chiesto perché proprio una teiera di ghisa e non di terra cotta, vetro o ceramica.
La teiera di ghisa, non possedendo la memoria, quindi non assorbendo l’aroma delle foglie che contiene, si presta ad essere utilizzata per ogni tipologia di tè: dai neri aromatizzati ai verdi naturali. In più, mantiene il calore meglio di qualunque altro materiale. Quest’ultima capacità non serve solo a permettere di bere un tè caldo anche dopo mezz’ora dalla preparazione; serve soprattutto a fare in modo che l’infusione, dall’inizio alla fine, si mantenga alla stessa temperatura.
Ho voluto che fosse giapponese perché in termini di qualità, sicurezza e durata nel tempo è la migliore in assoluto, rispetto alle teiere di manifattura cinese che giungono in Italia.
È dotata di una smaltatura interna liscia e omogenea, caratteristica molto importante in quanto impedisce alla ghisa di essere a contatto diretto con l’acqua che tenderebbe così ad arrugginirla, compromettendo seriamente il sapore del tè e la nostra salute.
La teiera che ho scelto per il vincitore del concorso è munita di un resistente infusore in acciaio dove porrete le foglie dei vostri tè; avendo una capacità di 300 ml non risulta pesante, è maneggevole, graziosa e particolarmente indicata per una o due persone: per officiare il vostro rito più intimo.
A chi avrà la fortuna di riceverla raccomando di:
- non lavarla mai con detersivi o spugne abrasive, ma solo con acqua molto calda;
- asciugarla subito perfettamente;
- non porla a contatto diretto con il fuoco;
- scaldarla sempre con acqua calda prima della preparazione di qualsiasi tè.
Quanto al termometro, vi invito a leggere una delle risposte dell’intervista a cui ho fatto cenno all’inizio del post.

Vi lascio un assaggio della prima fotografia arrivata: appartiene a Giulia da Anzio (RM) e racconta il rito del tè pomeridiano come si faceva una volta nelle famiglie russe aristocratiche: una dacha, un samovar, un pomeriggio di agosto e tante chiacchiere intorno ad un tavolo pieno di torte e frutta. Sono ricordi della sua infanzia, quando tutta la famiglia ci si riuniva intorno.
 

Il tè russo come una volta

Il tè russo come una volta

Stampa questo articolo Stampa questo articolo Segnala a un amico

Afternoon tea Award

Ho accolto con piacere l’invito a partecipare a questa iniziativa, perché chi l’ha organizzata è una persona gioviale, dall’entusiasmo contagioso e la cui creatività sono lieta di promuovere.
Naturalmente l’argomento mi è familiare, sebbene non sia granché appassionata del tea time britannico.
Sentendomi più vicina allo spirito orientale e considerando il tè una consuetudine quotidiana che appartiene ad ogni momento della giornata, ho cercato di interpretare la proposta di Twostella raccontando semplicemente un tè del pomeriggio, immaginandolo in un angolo appartato della mia casa e consumato con le poche amiche più care.
La colonna sonora è quella di “Time for tea“, una deliziosa raccolta di brani anni ‘50 dedicati al tè, adatti a rendere l’atmosfera leggera e piacevolmente frivola.
Offrirei uno dei tè che preferisco, un verde naturale giapponese, il Gyokuro Uji, ma non sono certa incontri il gusto delle mie ospiti. Così preparo altre due teiere per un tè nero naturale Darjeeling Selimbong e un tè bianco cinese aromatizzato al melograno e lampone. Trovo che tutti costituiscano un ottimo connubio con i dolci a cui ho pensato: crepes con confettura di castagne al cacao, dolcetti allo zenzero e mandorle, un assaggio di scaglie di cioccolato fondente aromatizzato alla maggiorana, una ciotola di lamponi freschi bagnati con acqua di fiori d’arancio e delle frittelline di riso al miele di cui vi lascio la ricetta.

Ingredienti:
• 100 g di riso
• 1/2 litro di latte
• mezza stecca di cannella
• 50 g di farina
• un cucchiaino raso di lievito in polvere
• la scorza di mezzo limone grattugiata
• un vasetto di miele
• 3 uova
• olio di semi per la frittura
• un pizzico di sale
• 100 g di uvetta
• 40 g di zucchero

Mettete in ammollo l’uvetta in acqua tiepida (o in una tazza del tè nero che preferite).
Portate ad ebollizione il latte e la cannella in una casseruola. Unite il sale, il riso e fate cuocere quest’ultimo mescolando continuamente, finché il latte sarà assorbito.
Aggiungete, lontano dal fuoco, lo zucchero, la farina, l’uvetta ben asciugata, il lievito, la scorza del limone e i tuorli; mescolate bene e lasciate raffreddare il riso.
Successivamente amalgamatevi gli albumi montati a neve ben soda.
Fate scaldare l’olio nella padella e mettetevi a cucchiaiate il composto di riso. Fate cuocere, poche per volta, le frittelline, fino a quando saranno dorate e croccanti.
Scolatele su carta assorbente per eliminare l’unto in eccesso, accomodatele su un piatto da portata e servitele tiepide, versando il miele al momento di gustarle.  

Quanto all’argomento di conversazione, mi piacerebbe proporre la lettura di una poesia di A. Machado intitolata “Sogno infantile“: per scivolare insieme sui ricordi adolescenti e tornare a fantasticare di fate, baci, feste e profumi.
 

Una chiara notte
di festa e di luna,
notte dei sogni miei,
notte di allegria
(…)
la più giovane fata
mi portò in braccio
all’allegra festa
che ardeva in piazza.
Sotto il crepitio
delle luminarie,
amore tesseva
matasse di danze.
E in quella notte
di festa e di luna,
notte dei sogni miei,
notte di allegria,
la fata più giovane
mi dava un bacio
in fronte.
Tutti i roseti
davano profumi,
tutti gli amori
offriva l’amore.
 

*Qui trovate gli altri menu di chi ha partecipato all’iniziativa.

Stampa questo articolo Stampa questo articolo Segnala a un amico

Maionese al Matcha

Continuano le sperimentazioni culinarie a base di Matcha.
La passione e l’interesse intorno a questo tè si muovono veloci negli ultimi tempi, contagiando preparazioni di torte, biscotti, paste fresche, mousse, creme e bevande; personalmente preferisco sfruttare la sua naturale propensione ad aromatizzare, piuttosto che utilizzarlo come ingrediente puro. E così nasce l’intuizione di personalizzare una salsa conosciuta in tutto il mondo con questa polvere erbacea che nel mondo sta conquistando molti consensi.
Il risultato è sfizioso, ben equilibrato, insolito. Rallegra la tavola, suggerisce nuove sfumature di gusto e sorprende. Potete accompagnarla con del pesce, cozze, tartine, uova sode, insalata di riso, come base per un’insalata russa un po’ diversa, con gamberi, filetto di manzo, per intingerci della verdura cruda, per farcire tramezzini e quanto di meglio la vostra fantasia vi suggerisce.

Ingredienti:
• 2 tuorli
• 500 ml di olio (extravergine d’oliva o di semi)
• succo filtrato di mezzo limone
• sale q.b.
• un cucchiaino di tè Matcha (potete ridurre o aumentare la dose a seconda dei gusti)

Mettete in una ciotola i tuorli, metà succo di limone, il Matcha e salate subito a vostro piacimento.
Iniziate a mescolare con una frusta; non appena vi accorgete che la salsa comincia ad acquistare una certa cremosità, aggiungete l’olio a filo e continuate a lavorare il composto fino all’esaurimento dell’olio. Fate la stessa cosa per il restante succo di limone: aggiungetelo gradatamente.
È importante che tutti gli ingredienti siano a temperatura ambiente e il recipiente che utilizzate deve essere perfettamente concavo, senza spigoli interni, in modo che la salsa possa emulsionarsi perfettamente.
Come molti di voi già sapranno, bisogna fare attenzione a non versare l’olio troppo in fretta, in quanto avrebbe difficoltà a legarsi con il tuorlo e tenderebbe a separarsi dalla salsa.

Nelle occasioni in cui invece avete poco tempo, per una cena improvvisa o per una qualsiasi emergenza, potete ottenere un risultato molto simile utilizzando una maionese industriale già pronta.             

Ingredienti:
• 1 tazza di maionese leggera
• mezzo cucchiaino di tè Matcha
• alcune gocce di succo di limone

Frullate tutti gli ingredienti per 2 minuti e servite.
 

 
Se decidete di provarla vi invito a segnalarmi la ricetta a cui l’abbinate, sarebbe bello farne una raccolta. 

*Stella segnala la sua proposta qui.

 

Stampa questo articolo Stampa questo articolo Segnala a un amico

3 anni e 3 giorni

Tre sono gli anni che oggi compie questo blog. Stavo quasi per dimenticarlo, perché tre sono anche i giorni che un piccolo micio ha trascorso nella mia casa fino a ieri. Un mistero peloso arrivato all’improvviso, che ho salvato da un incidente sulla strada e che mi ha stordita solleticando a fondo, senza alcuna pietà, il mio istinto materno.
Adorabile, spaventato, affettuoso, curioso, buffo: Teino (battezzato così perché il colore del suo pelo mi ha ricordato quello di un tè verde cinese) ha preso a camminarmi tra i piedi conquistando lo spazio di ogni pensiero.
Ho temuto i gatti da sempre, mi sono preoccupata di tenerli lontani e non ho mai nutrito per loro una particolare simpatia. Nel giro di poche ore mi sono trovata nella sala d’aspetto di un veterinario con in mano una lettiera, una doppia ciotola gialla, delle scatolette di mousse delicata di pollo e delle crocchette per gatti Junior arricchite con latte.
Ho vegliato ammirata il suo sonno e mi sono scoperta a sorridere senza sapere perché. Ho scavato nei suoi grandi occhi verdi cercando il significato di questo incontro, ma vi ho trovato solo una sconfinata dolcezza.

La malinconia e il rammarico per averlo donato ad un’altra famiglia ancora non mi abbandona. Non avrei potuto tenerlo con me per una serie di ragioni che tolgono magia alla vita, ma a cui non ci si può opporre.
Mi tengo stretta tre giorni trascorsi fuori dal tempo, pieni di emozioni regalate e ricevute. Un’avventura caratterizzata da una straordinaria empatia, da un continuo piacere per la scoperta, al cui bellissimo ricordo voglio legare la ricorrenza di questo compleanno.

Stampa questo articolo Stampa questo articolo Segnala a un amico